sabato 4 aprile 2020

NON SI MUORE SOLO DI COVID-19

Il pericolo della morte è sempre presente per ognuno, per il semplice fatto che la morte è parte della vita. Non si sfugge al ciclo perenne di nascita, vita e morte. La vita è parte di questo ciclo. E sebbene questo ciclo si manifesti dall’alba del tempo, pure l’uomo occidentale sembra volerlo ignorare. Ammettiamolo pure: nelle società occidentali abbiamo talmente rimosso la morte che essa è diventata un tabù. Ed ora che la paura di morire aleggia nell’aria delle città in quarantena ci sentiamo smarriti ed angosciati come bambini, che si attaccano ai talismani dell’amuchina e della mascherina nel tentativo di esorcizzare la morte. Mettiamo in atto rituali ossessivi di pulizia e di evitamento con la speranza di allontanarla da noi. Ma l’alito fetido della morte non svanisce; lo annusiamo dappertutto; è qualcosa di sgradevole che ci scompensa l’esistenza e ci consegna ad un’angoscia soffocante.

Se emozioni così scomposte e caotiche non ci facessero precipitare in una vera e propria paranoia, dovremmo ricordare che prima che il virus irrompesse sulla scena del mondo l’essere umano pur moriva. Magari nel silenzio e nell’indifferenza. Ma dietro le quinte della commedia patinata della società consumistica in cui tutti sono felici e soddisfatti, sempre sani e allegri, la morte ha continuato a falciare vite.

Si muore a causa di un incidente; si muore perché all’improvviso un’arteria cerebrale si tappa; si muore perché il cuore scoppia come un palloncino; si continua a morire di cancro perché qualcuno pensa che il progresso non si può arrestare per la morte di qualche milione di persone che ingeriscono glifosati e inalano nanopolveri provenienti da inceneritori e gas di scarico delle auto.

Insomma, non si muore solo a causa del coronavirus. La morte causata dall’uomo contro altri simili è di gran lunga più devastante e feroce del Covid-19. Si pensi alle guerre infinite in ogni angolo del pianeta in nome della pace e della democrazia; si pensi alle tante malattie (sclerosi multipla, malattie autoimmuni, tumori) provocate dall’inquinamento alimentare e ambientale, in forza del profitto di pochi a danno del resto dell’umanità.

Perché mai queste autentiche pandemie non hanno indotto i governanti ad imporre quelle stesse norme restrittive per impedire – ad esempio – che i glifosati finiscano nei nostri piatti e quindi nel nostro organismo?

Uno studio del Massachusetts Institute of Technology (MIT), una delle più importanti università di ricerca del mondo, è giunto alla conclusione che il glifosato, il diserbante più utilizzato al mondo (storicamente prodotto dalla Monsanto, di recente acquisita dalla multinazionale farmaceutica Bayer), è responsabile di malattie gravi quali: diabete, obesità, asma, morbo di Alzheimer, sclerosi laterale amiotrofica (SLA), morbo di Parkinson. 

Nelle mele, per esempio, quelle lucide e apparentemente perfette, il glifosato è onnipresente. E, sebbene sia stato considerato ufficialmente pericoloso, il suo uso è lecito; nessuna legge ne proibisce l’uso. Alla fine del 2017, benché sia stato riconosciuto l’effetto nocivo del glifosato sulla salute umana, è stato alla chetichella riautorizzato dall’Unione Europea per altri 5 anni (forse perché gli interessi economici della Bayer sono prevalenti rispetto alla salute dei cittadini?). In genere frutta e verdura, quella che i professoroni consigliano di mangiare in gran quantità perché fa bene, contengono elevati livelli di sostanze chimiche, tra cui il glifosato. Il glifosato non è presente solo in frutta e verdura, ma in molti cibi: pasta, farine e farinacei.

E non parliamo del ruolo importante delle piccole particelle sospese nell'aria di diametro minore di 10 micron (le cosiddette PM10) nella genesi di molte malattie. È stato accertato il rapporto direttamente proporzionale tra PM10 e aumento acuto delle risposte infiammatorie sistemiche (infiammazioni acute delle vie respiratorie, crisi di asma, alterazioni del funzionamento del sistema cardiocircolatorio) e neuroinfiammatorie come la Sclerosi Multipla (SM), una malattia cronica infiammatoria demielinizzante del sistema nervoso centrale che provoca paralisi che può essere da lieve a grave, fino ad arrivare alla compromissione dei muscoli respiratori, e quindi alla necessità di ventilazione assistita, e alla morte.  Secondo i dati emersi dall'ultima edizione del Barometro della SM, si stima che in Italia le persone affette da SM siano oltre 118 mila, ed ogni anno si evidenziano da 1800 a 2000 nuovi casi. 

Numerosi studi hanno evidenziato una correlazione tra l’elevata concentrazione di PM10 e mortalità per malattie respiratorie. È forse da questo dato che dovremmo partire per comprendere la diffusione anomala dell’infezione nelle regioni del Nord rispetto a quelle del Sud Italia? Le curve di espansione dell’infezione sembrano sovrapponibili a quelle in cui si sono registrati i superamenti del limite delle concentrazioni di PM10, che lasciano ragionevolmente ipotizzare la diffusione dell’epidemia grazie alla presenza di veicolanti come il PM10.

La psicosi da coronavirus ci ha fatto dimenticare che ogni anno in Italia il numero dei morti da malattie cardiocircolatorie sono circa 180 mila. Dopo le malattie cardio-circolatorie, che rappresentano il 37% delle cause di decesso, quelli da tumore sono la seconda causa di morte: in media ogni giorno oltre 485 persone muoiono in Italia a causa di un tumore. Se i mass media ci annunciassero questo dato quotidianamente e con lo stesso clamore con il quale annunciano i decessi “CON” coronavirus, gli italiani considererebbero imminente la fine del mondo. Infine, fra le cause di morte, ci sono i suicidi: nel 2014, quattromila 247 persone si sono suicidate in Italia, per motivi economici, sociali, psicologici. Se si prendono poi in considerazione anche i tentati suicidi, la cifra sale di 20 volte. Ma nessun governo, così solerte nella tutela della salute pubblica quando si tratta di virus, ha mai pensato di ridurre il disagio economico e sociale associato al suicidio. Fra gli individui di età compresa tra i 15 e i 44 anni, di entrambi i sessi, rappresenta una delle principali cause di morte, e il trend è in crescita: negli ultimi 45 anni il tasso di suicidio è cresciuto del 65% in tutto il mondo; si calcola che nel mondo ogni circa 40 secondi una persona si suicida. 

Dunque, nessun essere umano in nessun luogo del mondo può dirsi al riparo dalla morte. Nessuno di noi può affermare con certezza quanto breve o lunga sarà la sua vita. Possiamo esorcizzare l’angoscia della morte ricorrendo pure ai tanti espedienti che la società dei consumi ci mette a disposizione, ma una cosa è certa: la morte di ciascuno di noi si rivelerà ad un certo punto della nostra esistenza incondizionata e insuperabile. 

Nell’economia della Natura la morte è un meccanismo cieco e necessario: non si muore perché ci si ammala, ma ci si ammala perché si deve morire. Ora si tratta di distinguere la morte che è funzionale alla vita da quella che, invece, è funzionale e strumentale ai fini inconfessabili di una élite di uomini.

La mattanza di uomini in nome di ideali e valori per giustificare invasioni di territori e il depredamento di risorse e materie prime non è nel disegno della natura; come non lo è la morte di 3.787 persone per la fuoriuscita di 40 tonnellate di isocianato di metile (MIC), dallo stabilimento della Union Carbide India Limited (multinazionale statunitense Union Carbide specializzata nella produzione di fitofarmaci) avvenuta nel dicembre 1984 nella città indiana di Bhopal; come non lo è ancora la morte di 7 operai nello stabilimento ThyssenKrupp di Torino avvenuta il 6 dicembre 2007, perché l’Azienda riteneva antieconomico investire nei sistemi di prevenzione antincendio e antinfortunistici. 

Queste morti non sono nel disegno della Natura; queste morti – che la Natura non vuole – sono solo ascrivibili all’avidità e alla cupidigia umana che non conosce limiti, e il cui soddisfacimento impone un numero di vittime ben più alto di quello tributabile al Covid-19. Sempreché questo virus sia un prodotto della natura e non – come si vocifera anche da fonti attendibili ed autorevoli – un virus costruito in laboratorio per mettere in ginocchio l’economia cinese.

Potrebbe essere questo virus anche l’occasione per costruire un nuovo ordine mondiale e sociale in cui i poveri si adattino al loro essere poveri, mentre i ricchi possono stare al sicuro dalla pretesa dei poveri di non essere più poveri. Costringendo la vita di ciascuno di noi entro le gabbie delle nostre mura domestiche, senza più scambi relazionali e culturali, spegnendo via via i social network, con l’accusa di disseminare il panico fra la gente e di divulgare notizie non conformi alla “verità ufficiale”, quella da bollino blu, saldamente in mano a lobby finanziere ed economiche. Quella, per intenderci, che per prima ha usato fake news per convincere l’opinione pubblica sulla necessità di attaccare l’Iraq di Hussein e la Libia di Gheddafi. 

Contro la bulimia di provvedimenti messi in campo per combattere il Covid-19 (mascherine, confinamento in casa senza se e senza ma, provvedimenti deliranti come non allontanarsi più di 250-300 metri dalla propria abitazione, divieto assoluto di recarsi in parchi o giardini, pena il deferimento alle autorità giudiziarie), ci sono questi dati incontrovertibili: nell’81% dei casi la malattia è asintomatica o con sintomi lievi; la maggior parte dei decessi 74,60% si è avuta nella fascia di età tra 70 e 89 anni, mentre il 14.1% ha riguardato soggetti di età superiore ai 90 anni; nei soggetti di età compresa tra 60 e 69 la letalità è stata dell’8,4%; in quelli di età tra 50 e 59 anni del 2.8%. Non si sono registrati casi nella fascia di età compresa tra i 15 e i 49 anni. E nella maggioranza dei casi i decessi erano da mettersi in relazione ad altre comorbilità, di cui quella più rappresentativa è l’ipertensione (presente nel 74,6% del campione), seguita dalla cardiopatia ischemica (70,4%) e dal diabete mellito (33,8%).

L’impatto economico stimato per il lockdown è, invece, assai allarmante: 2,2 milioni di imprese (il 48,8% del totale) hanno subito la sospensione ed oltre 7 milioni di lavoratori rischiano di perdere il lavoro. 

Ora se mettiamo a confronto i dati del Covid-19 con quelli derivanti dal lockdown, lascio al lettore valutare dei due mali qual è il peggiore?

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