martedì 31 marzo 2020

CHE FINE HANNO FATTO LE GRANDI EMERGENZE SANITARIE?

Nel 1996 la paura ha un nome: “morbo della mucca pazza”. La variante umana si chiama morbo di Creutzfeldt-Jakob, e a provocarlo è un agente infettivo non convenzionale, il prione. Nell’uomo i sintomi sono devastanti. Chi ne è colpito sviluppa una gravissima forma di demenza, con un decorso più veloce di qualunque altra patologia neurodegenerativa; la morte sopraggiunge dopo appena tre mesi. Il prione uccide i neuroni e genera dei veri e propri “buchi” nel tessuto cerebrale, da ciò l’altro suo nome: encefalopatia spongiforme. Poiché il prione si annida nei centri nervosi dell'animale, la trasmissione all’uomo avviene ingerendo carne di manzo contaminata. Quintali di carne vengono mandati al macero perché la gente ha paura di mangiare carne. I virologi di allora predissero migliaia di morti e i pochi casi osservati non dovevano affatto tranquillizzare: il prione, avendo una latenza molto lunga (4-5 anni), avrebbe provocato una vera e propria epidemia con il trascorrere degli anni. Tutti coloro che avevano mangiato carne, prima che il “morbo della mucca pazza” facesse il suo esordio, erano dunque soggetti a rischio di sviluppare la variante umana, detta di Creutzfeldt Jakob. Sono trascorsi circa venticinque anni da allora, e alla fine il bilancio è stato di 163 morti. La bistecca di manzo è tornata nei nostri piatti, con grande gioia degli amanti di carne, e del “morbo” non c'è più traccia.

Nel 2002 esordisce la Sars. I mainstream di tutto il mondo ne parlano. L’OMS lancia l’allarme. In Italia, la morte del virologo Carlo Urbani, che aveva scoperto il virus e ne era rimasto contagiato pochi mesi prima, getta il Paese nello sconforto. Benché le “fonti accreditate” riportino un tasso di letalità del 9,6% (assai superiore a quello del coronavirus), alla fine il bilancio è di 8 mila casi di contagio e 880 morti. Del suo passaggio resta solo la ricca rendita dei produttori di mascherine. Dal 2004 non sono stati segnalati casi di SARS nel mondo: il virus è tornato nel suo habitat naturale perché ha perso le caratteristiche aggressive.

Tre anni dopo (nel 2005) il mondo è di nuovo in allarme: nuovo protagonista è il virus H5N1, responsabile dell’influenza aviaria o, anche, febbre dei polli. Gli esperti (tipo Burioni) la paragonano alla Spagnola, del 1918, o all'Asiatica del '57-'58. Secondo l’OMS la nuova influenza provocherà “almeno un milione di morti” nel mondo. In Italia – secondo le previsioni diffuse dagli esperti internazionali – l'influenza aviaria provocherebbe 16 milioni di contagi, due milioni di ricoveri, 150 mila morti, finendo per mettere in ginocchio il Paese. Con un decreto il ministero della salute, Francesco Storace, dà allora il via all’acquisto di 35 milioni di dosi vaccini e 6 milioni di dosi di antivirale Tamiflu della Roche, reputato in grado di contrastare l’influenza in corso. Mentre il consumo di polli accusa un crollo del 40%, la casa farmaceutica Roche (che produce il Tamiflu) incrementa del 20% il suo fatturato e del 60% il valore dei suoi titoli in borsa. Alla fine, uno studio della Cochrane Collaboration, accerterà che il costoso farmaco Tamiflu, che avrebbe dovuto impedire la replicazione del virus, diminuisce la durata dei sintomi influenzali solamente di mezza giornata (da sette giorni a sei e mezzo), aumentando però il rischio di effetti collaterali come vomito e mal di testa. 

Nel 2009 è la volta dell’influenza suina Il Virus H1N1; il direttore del programma di ricerca sui vaccini dell’Organizzazione Mondiale della Sanità lancia l’allarme dopo i primi focolai in Messico. Si tratterà di un’influenza inarrestabile; l’OMS classifica di livello 6 l’allarme. Il panico travolge gli italiani; il governo acquista in fretta e furia 10 milioni di dosi di vaccino. Ma, quando la pandemia sparisce dalle paure degli italiani, si scoprirà che il numero delle persone vaccinate al 31 gennaio del 2010 è di 900 mila; le restanti dosi sono finite nel cesso!

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