Quando il saggio indica la luna, lo stolto guarda il dito!
Anziché riflettere sul fatto che l’inchiesta di Potenza fa emergere un rapporto
incestuoso tra le lobby del petrolio e chi fa le leggi, il presidente del
Consiglio, Matteo Renzi, pone l’accento sulla privacy: “pensate se
registrassero le vostre telefonate”.
Certo, a nessuno farebbe piacere che le proprie
conversazioni telefoniche fossero intercettate e pubblicate. Ma omette di dire
che in Italia devono esservi gravi indizi di reato e l'assoluta indispensabilità
dell'intercettazione per il proseguimento delle indagini perché possano essere
autorizzate dal PM dopo l’autorizzazione del GIP. Questa grave omissione è in
palese “malafede”, atteso che da un laureato in giurisprudenza non si dà che
dimentichi l’abc del nostro ordinamento giuridico.
Renzi dunque inganna consapevolmente gli italiani volendo
far loro credere che la loro privacy sia costantemente violata e sottoposta al
controllo incessante della magistratura per scopi inconfessabili. Non siamo
nella Berlino est di prima del crollo del Muro, quando la Stasi spiava le
attività dei propri concittadini, al fine di impedire attività antigovernative.
In Italia le intercettazione telefoniche, a differenza di
quello che avviene in molti altri paesi, godono di pochissimo potere
discrezionale: non possono essere predisposte dalle forze dell'ordine (Polizia,
Carabinieri, Guardia di Finanza, Polizia Postale, etc.), ma solo dal Magistrato
Inquirente, sotto il controllo del Giudice per le Indagini Preliminari (GIP),
giudice terzo rispetto alle indagini. Quindi, una volta esaurite le indagini,
il Magistrato Inquirente presenta le sue tesi al Giudice per l'Udienza
Preliminare (GUP), che decide se rinviare l'imputato a giudizio o se archiviare
il caso. E solo nel caso in cui la tesi del Procuratore sia considerata
abbastanza solida, il caso approderà in tribunale.
In altri termini, in Italia non si possono fare
intercettazioni “a caso”: queste possono essere predisposte solo quando esiste
il fondato sospetto che una persona possa utilizzare il telefono, la posta
elettronica o altri mezzi di comunicazione per portare a termine reati talmente
gravi da giustificare un tale strumento probatorio. Tra questi rientrano, oltre
ai delitti per i quali è prevista la pena dell'ergastolo, l’associazione a
delinquere e quella di stampo mafioso.
Dunque, Renzi, quando grida al complotto, mente sapendo di
mentire!
In un Paese che certo non brilla per senso di moralità e responsabilità
che dovrebbe accompagnare chiunque ricopra cariche pubbliche, qualunque riforma
della legge sulle intercettazioni tradisce il vero intento di non voler combattere
nei fatti la corruzione e il malaffare. È
scoraggiante constatare come puntualmente, quando le inchieste riguardano i “potenti”,
il tema delle intercettazioni telefoniche ritorna al centro del dibattito
pubblico.
Basti ricordare che le grandi inchieste giudiziarie degli
ultimi tempi, da Mafia Capitale allo scandalo Mose, non sarebbero state
possibili senza lo strumento insostituibile delle intercettazione. Con il bavaglio
sulle intercettazioni, la vicenda emersa dall’inchiesta della Procura di
Potenza sarebbe rimasta lettera morta. L’ex ministro Guido sarebbe rimasta al
suo posto; il suo ex compagno Gemelli l’avrebbe fatta franca; Tempa Rossa
libera di continuare ad inquinare.
È dunque
questa l’Italia che vuole il rottamatore? Quella dei ladri di polli che vanno
in galera, mentre imprenditori mazzettari, faccendieri e politici corrotti la
fanno franca?
Per uno
che voleva rottamare la vecchia politica, deciso a farne una volta per
tutte tabula rasa, non c’è che dire: il rottamatore è stato rottamato!
Che fine ha fatto quel giovane di belle speranze che dalla
sua Leopolda tuonava contro i vecchi colonnelli della politica? Che fine ha
fatto quel giovane che si diceva nauseato dagli scandali? Che fine ha fatto quel
giovane che prometteva di demolire a picconate i vecchi schemi del gioco
politico?
Non diversamente da colui che l’ha preceduto, Renzi, anziché
interrogarsi sul disastro etico che l’inchiesta sta mettendo in luce, si
scaglia invece contro la Procura di Potenza, rea di aver fatto solo il proprio
lavoro, che è quello appunto di controllare
che la legge sia rispettata.
E poiché l’inchiesta della Procura di Potenza mette in
imbarazzo il suo governo, mostrandolo come un coacervo di lobby fameliche, da
abile imbroglione, sposta la questione sul tavolo del rispetto della privacy e
invoca un “equilibrio migliore” sulle intercettazioni, facendo intendere che il
problema non è che i magistrati abbiano evidenziato, per l’ennesima volta, il
vero cancro di questo Paese: esecrabile è che si siano avvalsi delle
intercettazioni per farlo emergere. Derivando questo ragionamento, dovremmo
concludere che i medici che si avvalgano della Tac per rilevare il tumore sono
spregevoli, in quanto violando la parte più intima e interna di un essere
umano, ne oltraggiano la sacralità del corpo.
È
proprio grazie al lavoro sapiente e “ingrato” di una parte della magistratura,
se una nazione martoriata dalla corruzione può ancora dirsi fondata sul
diritto. In un Paese in cui la corruzione è uno dei reati più diffusi, quei
magistrati – ingiustamente accusati di intenti persecutori – se si mostrassero
più docili al potere avrebbero senz’altro vita più facile e mille modi per far
carriera e arricchirsi. Ma questi non si fanno intimidire, vanno avanti, e hanno pure
la sfrontataggine di stuzzicare il “potere”!
Il buon senso dovrebbe indurci a riflettere che se lo fanno
o sono degli idioti o sono animati dal senso del dovere che impone loro la
legge. A costoro che, nel mare della putredine morale in cui è inabissato
questo Paese, agiscono secondo un senso etico, dovrebbe essere innalzato un
cippo monumentale a mostrarne il coraggio e la resistenza. Ma no! Il presidente
del Consiglio si fa scherno del loro lavoro: “Ci sono indagini a Potenza con la
cadenza delle Olimpiadi e non si è mai arrivati a sentenza. Un paese civile è
un paese che va a sentenza”.
Trascura di dire – asino o furbacchione? – che se le
indagini non vanno a sentenza non è affatto colpa dei Pm, che fanno le
indagini, quanto dei tribunali e delle corti d’appello, che quando si tratta di
celebrare i processi che coinvolgono gli eccellentissimi e i potenti ci vanno
con i piedi di piombo, attenti a non pestare i piedi di questo o quello. È
quanto accadde a Luigi De Magistris con l’inchiesta “Toghe lucane”.
Le indagini partirono dalle presunte “interferenze” che un
gruppo di magistrati avrebbe esercitato su Henry John Woodcock, all’epoca Pm di
Potenza, che indagava sugli intrecci tra politici e criminalità lucana, ma non
giunsero mai a dibattimento, perché, ancora prima che iniziasse, fu cacciato da
Catanzaro e trasferito a Napoli. La ragione? Gli indagati erano persone “eccellenti”:
l’ex sottosegretario del governo Prodi, nonché ex governatore lucano, Filippo
Bubbico (Pd); l’ex membro del Csm, nonché ex senatore di An, Nicola Buccico;
l’ex procuratore generale di Potenza Vincenzo Tufano; l’ex procuratore aggiunto
Gaetano Bonomi; l’ex Pm della DDA (direzione distrettuale antimafia) Felicia
Genovese; l’ex presidente del tribunale di Matera Iside Granese; il procuratore
capo di Matera Giuseppe Chieco. Secondo l’ipotesi accusatoria di De Magistris,
tutti questi facevano parte di un “comitato d’affari” finalizzato alla tutela
d’interessi personali e di gruppi, mediante corruzione in atti giudiziari e
abuso d’ufficio.
Renzi, come già Berlusconi prima di lui, dice che ci sono
intercettazioni “che hanno a che fare con la vita privata senza alcun nesso con
l’inchiesta”. Anche qui omette di aggiungere che le conversazioni tra l’ex
ministro Guidi e il suo ex compagno non riguardavano questioni attinenti la
loro vita privata, ma il ruolo della Guidi nello sblocco dei lavori di
costruzione dell’impianto Tempa Rossa, gestito dalla società francese Total, al
fine di favorire gli interessi commerciali di Gianluca Gemelli, l’ex compagno
di Federica Guidi.
Tutti i contenuti di carattere privato che non hanno a che
fare con l’inchiesta sono stati espunti, salvo quelli che è difficile separare dalle
possibili notizie di reato.
Quella di Renzi è dunque una polemica esclusivamente strumentale:
nessuna revisione della legge sulle intercettazioni cancella i fatti emersi
dall’inchiesta di Potenza.
Ma il presidente del Consiglio avrebbe preferito il
silenzio, così nessuno avrebbe saputo delle laboriose attività della coppia
Guidi-Gemelli; nessuno avrebbe disturbato la ministra Boschi e i suoi preziosi
emendamenti; i petrolieri avrebbero continuato a fare tranquillamente i loro
comodi. E, della crescita dei tumori in Lucania, per effetto anche
dell’inquinamento prodotto dagli scarti delle perforazioni, nessuno avrebbe mai
parlato.