lunedì 25 aprile 2016

LA RESISTENZA TRADITA

Il 25 aprile è il giorno in cui si festeggia in Italia la Liberazione dal nazifascismo, avvenuta nel 1945. Quel giorno il Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia (CLNAI) proclamò l'insurrezione della popolazione contro le forze di occupazione nazifasciste. Le forze partigiane attive nel Nord Italia attaccarono i presidi fascisti e tedeschi imponendo loro la resa e la ritirata dalle città di Torino e Milano. È chiaro che la liberazione non avvenne in quel solo giorno, avvenne poco meno di un anno dopo, il 22 aprile 1946.

Ma la data del 25 aprile 1945 ha assunto un significato simbolico: la natura umana non poteva non ribellarsi all'apparato di forza e di violenza della dittatura nazifascista, riaffermando la fiducia in una società rispettosa dei diritti e delle libertà umane. 

Così la scelta del 25 aprile, come “festa della liberazione”, rappresenta la vittoriosa lotta di resistenza militare e politica attuata dalle forze partigiane contro il governo fascista della Repubblica Sociale Italiana e l'occupazione nazista e vuole segnare lo spartiacque della civiltà contro la forma più elaborata di cultura della persecuzione, la Shoah.

Da quella immane tragedia prenderà forma e vita la nostra Costituzione, quale baluardo contro le forze oppressive e inumane della dittatura e a memoria di quanti soffrirono e morirono per affermare i principi in essa contenuti.

È triste constatare che oggi molti giovani ignorino cosa si festeggi, annoverando il 25 aprile ad una ricorrenza festiva come tante altre. Eppure erano altrettanto giovani quelli che settantuno anni fa accettarono liberamente la morte per far trionfare una causa veramente giusta, fondata sulla libertà, sulla giustizia, sulla democrazia.


A coloro che non sanno che cosa si festeggi il 25 aprile e comunque lo festeggiano perché è l’occasione per una gita al mare o in montagna, dico che sono responsabili della morte di quei giovani – altrettanto giovani e pieni di voglia di vivere – per non averne raccolto l’eredità e continuato a lottare con tutte le loro forze per l’affermazione di un mondo veramente migliore.

domenica 24 aprile 2016

ITALIA IN LETARGO

Lo scorso 17 aprile si è svolto in Italia il referendum abrogativo sulla durata delle trivellazioni in mare. Hanno votato il 32,15% degli italiani aventi diritto al voto. Non avendo raggiunto il quorum necessario del 50% più uno dei votanti il referendum non ha avuto validità.

Si è detto e si dice che il referendum è fallito principalmente per la strategia utilizzata dal Partito Democratico, principale partito di governo italiano, che ha invitato i cittadini a non partecipare al voto, non condividendo l'opportunità di questa consultazione. Il Premier – Matteo Renzi – incassa la vittoria e dice di festeggiare a nome degli operai, ma a stappare lo champagne non sono stati gli operai, ancora una volta gabbati, ma i signori delle piattaforme.

La domanda referendaria non riguardava lo smantellamento delle piattaforme petrolifere entro le 12 miglia nautiche dalla costa con conseguente perdita di posti di lavoro; il referendum chiedeva agli elettori di abolire la norma che permette di prorogare le concessioni per estrarre gas e petrolio in mare senza limite temporale fino all’esaurimento del giacimento.

Le compagnie petrolifero ringraziano quanti non sono andati a votare, facendo fallire così il quorum referendario, perché grazie a loro, col prolungamento delle concessioni, potranno rinviare sine die lo smantellamento di quasi la metà delle piattaforme esistenti classificate “non eroganti” o comunque “non operative”: bonificare quei 35 impianti gli sarebbe costato almeno 800 milioni di euro.

Il fallimento del referendum non è stato soltanto la sconfitta della democrazia nel nostro Paese; è più in generale la prova della scarsa partecipazione, attenzione e sensibilità della maggioranza degli italiani sui temi ambientali e sul futuro del pianeta.

L’esito della consultazione conferma che la maggioranza assoluta degli italiani è negletta, incapace di informarsi e quindi prendere decisioni conseguenti. Insomma, non è matura per la democrazia! La triste verità è che troppi italiani si disinteressano della vita politica di questo Paese e vogliono essere infatuati dall’imbonitore di turno. 

Dal 1994, anno dell'ascesa politica di Berlusconi, è stata la maggioranza dei cittadini italiani a mantenere inalterato il suo potere politico. E sempre questa maggioranza consente oggi a Renzi e alla sua squadra di sparare le più grosse cazzate che siano mai state dette, senza pagare pegno, innalzandolo pure a salvatore di questo malandato Paese. 

Quando poi il conto dei governi inetti e corrotti è bello salato, si destano dal lungo letargo invernale per maledire proprio quella classe politica che loro hanno mandato e mantenuto al potere. Ma intanto il danno è fatto, ma il conto tocca pagarlo a tutti.

Votare a questo referendum, indipendentemente dalla scelta di voto, sarebbe servito almeno a dare un segnale che gli italiani sono meglio di quanto i politici credono. 

In Italia i politici credono nel grande spirito di sopportazione del popolo italiano e così possono fare tranquillamente i loro comodi; dormono sogni tranquilli, tanto gli italiani sono incapaci di qualsiasi forma di ribellione a un potere sempre più arrogante e sempre più corrotto. 

Stanno intossicando il nostro futuro e quello dei nostri figli, ma la maggioranza degli italiani, quel 70% che non ha votato, resta in un “letargo esistenziale collettivo”, dove prevale il “giorno per giorno”. Per i quali l’interesse particolare, il soggettivismo, l’egoismo individuale prevalgono sui valori collettivi e l’unità di interessi. È a questo profondo letargo esistenziale, fatto di abulia, vigliaccheria, indifferenza, che corrisponde la classe politica che abbiamo.


Fosse per questa maggioranza di italiani, con i quali faccio fatica a identificarmi e mi vergogno di appartenere, saremmo ancora sotto il giogo nazifascista e non ci sarebbe nessun 25 aprile da festeggiare. Per fortuna esiste ancora quel 32% cui mi onoro di appartenere. 

lunedì 11 aprile 2016

QUALE ITALIA VUOLE IL ROTTAMATORE?

Quando il saggio indica la luna, lo stolto guarda il dito! Anziché riflettere sul fatto che l’inchiesta di Potenza fa emergere un rapporto incestuoso tra le lobby del petrolio e chi fa le leggi, il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, pone l’accento sulla privacy: “pensate se registrassero le vostre telefonate”.

Certo, a nessuno farebbe piacere che le proprie conversazioni telefoniche fossero intercettate e pubblicate. Ma omette di dire che in Italia devono esservi gravi indizi di reato e l'assoluta indispensabilità dell'intercettazione per il proseguimento delle indagini perché possano essere autorizzate dal PM dopo l’autorizzazione del GIP. Questa grave omissione è in palese “malafede”, atteso che da un laureato in giurisprudenza non si dà che dimentichi l’abc del nostro ordinamento giuridico.

Renzi dunque inganna consapevolmente gli italiani volendo far loro credere che la loro privacy sia costantemente violata e sottoposta al controllo incessante della magistratura per scopi inconfessabili. Non siamo nella Berlino est di prima del crollo del Muro, quando la Stasi spiava le attività dei propri concittadini, al fine di impedire attività antigovernative.

In Italia le intercettazione telefoniche, a differenza di quello che avviene in molti altri paesi, godono di pochissimo potere discrezionale: non possono essere predisposte dalle forze dell'ordine (Polizia, Carabinieri, Guardia di Finanza, Polizia Postale, etc.), ma solo dal Magistrato Inquirente, sotto il controllo del Giudice per le Indagini Preliminari (GIP), giudice terzo rispetto alle indagini. Quindi, una volta esaurite le indagini, il Magistrato Inquirente presenta le sue tesi al Giudice per l'Udienza Preliminare (GUP), che decide se rinviare l'imputato a giudizio o se archiviare il caso. E solo nel caso in cui la tesi del Procuratore sia considerata abbastanza solida, il caso approderà in tribunale.

In altri termini, in Italia non si possono fare intercettazioni “a caso”: queste possono essere predisposte solo quando esiste il fondato sospetto che una persona possa utilizzare il telefono, la posta elettronica o altri mezzi di comunicazione per portare a termine reati talmente gravi da giustificare un tale strumento probatorio. Tra questi rientrano, oltre ai delitti per i quali è prevista la pena dell'ergastolo, l’associazione a delinquere e quella di stampo mafioso.

Dunque, Renzi, quando grida al complotto, mente sapendo di mentire!

In un Paese che certo non brilla per senso di moralità e responsabilità che dovrebbe accompagnare chiunque ricopra cariche pubbliche, qualunque riforma della legge sulle intercettazioni tradisce il vero intento di non voler combattere nei fatti la corruzione e il malaffare. È scoraggiante constatare come puntualmente, quando le inchieste riguardano i “potenti”, il tema delle intercettazioni telefoniche ritorna al centro del dibattito pubblico.

Basti ricordare che le grandi inchieste giudiziarie degli ultimi tempi, da Mafia Capitale allo scandalo Mose, non sarebbero state possibili senza lo strumento insostituibile delle intercettazione. Con il bavaglio sulle intercettazioni, la vicenda emersa dall’inchiesta della Procura di Potenza sarebbe rimasta lettera morta. L’ex ministro Guido sarebbe rimasta al suo posto; il suo ex compagno Gemelli l’avrebbe fatta franca; Tempa Rossa libera di continuare ad inquinare.

È dunque questa l’Italia che vuole il rottamatore? Quella dei ladri di polli che vanno in galera, mentre imprenditori mazzettari, faccendieri e politici corrotti la fanno franca?

Per uno che voleva rottamare la vecchia politica, deciso a farne una volta per tutte tabula rasa, non c’è che dire: il rottamatore è stato rottamato!

Che fine ha fatto quel giovane di belle speranze che dalla sua Leopolda tuonava contro i vecchi colonnelli della politica? Che fine ha fatto quel giovane che si diceva nauseato dagli scandali? Che fine ha fatto quel giovane che prometteva di demolire a picconate i vecchi schemi del gioco politico?

Non diversamente da colui che l’ha preceduto, Renzi, anziché interrogarsi sul disastro etico che l’inchiesta sta mettendo in luce, si scaglia invece contro la Procura di Potenza, rea di aver fatto solo il proprio lavoro, che è quello appunto di controllare che la legge sia rispettata.

E poiché l’inchiesta della Procura di Potenza mette in imbarazzo il suo governo, mostrandolo come un coacervo di lobby fameliche, da abile imbroglione, sposta la questione sul tavolo del rispetto della privacy e invoca un “equilibrio migliore” sulle intercettazioni, facendo intendere che il problema non è che i magistrati abbiano evidenziato, per l’ennesima volta, il vero cancro di questo Paese: esecrabile è che si siano avvalsi delle intercettazioni per farlo emergere. Derivando questo ragionamento, dovremmo concludere che i medici che si avvalgano della Tac per rilevare il tumore sono spregevoli, in quanto violando la parte più intima e interna di un essere umano, ne oltraggiano la sacralità del corpo.

È proprio grazie al lavoro sapiente e “ingrato” di una parte della magistratura, se una nazione martoriata dalla corruzione può ancora dirsi fondata sul diritto. In un Paese in cui la corruzione è uno dei reati più diffusi, quei magistrati – ingiustamente accusati di intenti persecutori – se si mostrassero più docili al potere avrebbero senz’altro vita più facile e mille modi per far carriera e arricchirsi. Ma questi non si fanno intimidire, vanno avanti, e hanno pure la sfrontataggine di stuzzicare il “potere”!

Il buon senso dovrebbe indurci a riflettere che se lo fanno o sono degli idioti o sono animati dal senso del dovere che impone loro la legge. A costoro che, nel mare della putredine morale in cui è inabissato questo Paese, agiscono secondo un senso etico, dovrebbe essere innalzato un cippo monumentale a mostrarne il coraggio e la resistenza. Ma no! Il presidente del Consiglio si fa scherno del loro lavoro: “Ci sono indagini a Potenza con la cadenza delle Olimpiadi e non si è mai arrivati a sentenza. Un paese civile è un paese che va a sentenza”.

Trascura di dire – asino o furbacchione? – che se le indagini non vanno a sentenza non è affatto colpa dei Pm, che fanno le indagini, quanto dei tribunali e delle corti d’appello, che quando si tratta di celebrare i processi che coinvolgono gli eccellentissimi e i potenti ci vanno con i piedi di piombo, attenti a non pestare i piedi di questo o quello. È quanto accadde a Luigi De Magistris con l’inchiesta “Toghe lucane”.

Le indagini partirono dalle presunte “interferenze” che un gruppo di magistrati avrebbe esercitato su Henry John Woodcock, all’epoca Pm di Potenza, che indagava sugli intrecci tra politici e criminalità lucana, ma non giunsero mai a dibattimento, perché, ancora prima che iniziasse, fu cacciato da Catanzaro e trasferito a Napoli. La ragione? Gli indagati erano persone “eccellenti”: l’ex sottosegretario del governo Prodi, nonché ex governatore lucano, Filippo Bubbico (Pd); l’ex membro del Csm, nonché ex senatore di An, Nicola Buccico; l’ex procuratore generale di Potenza Vincenzo Tufano; l’ex procuratore aggiunto Gaetano Bonomi; l’ex Pm della DDA (direzione distrettuale antimafia) Felicia Genovese; l’ex presidente del tribunale di Matera Iside Granese; il procuratore capo di Matera Giuseppe Chieco. Secondo l’ipotesi accusatoria di De Magistris, tutti questi facevano parte di un “comitato d’affari” finalizzato alla tutela d’interessi personali e di gruppi, mediante corruzione in atti giudiziari e abuso d’ufficio.

Renzi, come già Berlusconi prima di lui, dice che ci sono intercettazioni “che hanno a che fare con la vita privata senza alcun nesso con l’inchiesta”. Anche qui omette di aggiungere che le conversazioni tra l’ex ministro Guidi e il suo ex compagno non riguardavano questioni attinenti la loro vita privata, ma il ruolo della Guidi nello sblocco dei lavori di costruzione dell’impianto Tempa Rossa, gestito dalla società francese Total, al fine di favorire gli interessi commerciali di Gianluca Gemelli, l’ex compagno di Federica Guidi.

Tutti i contenuti di carattere privato che non hanno a che fare con l’inchiesta sono stati espunti, salvo quelli che è difficile separare dalle possibili notizie di reato.

Quella di Renzi è dunque una polemica esclusivamente strumentale: nessuna revisione della legge sulle intercettazioni cancella i fatti emersi dall’inchiesta di Potenza. 

Ma il presidente del Consiglio avrebbe preferito il silenzio, così nessuno avrebbe saputo delle laboriose attività della coppia Guidi-Gemelli; nessuno avrebbe disturbato la ministra Boschi e i suoi preziosi emendamenti; i petrolieri avrebbero continuato a fare tranquillamente i loro comodi. E, della crescita dei tumori in Lucania, per effetto anche dell’inquinamento prodotto dagli scarti delle perforazioni, nessuno avrebbe mai parlato.


domenica 3 aprile 2016

È stata solo una telefonata inopportuna?

Secondo il presidente del Consiglio quella della Guidi è stata solo una “telefonata inopportuna”, ma la norma è “sacrosanta”. Il ministro Maria Elena Boschi, responsabile dei rapporti col Parlamento, attaccata dalle opposizioni per il suo ruolo nella vicenda, si dice pronta a rifirmare quell’emendamento: Tampa Rossa è un progetto strategico per il Paese che prevede molti posti di lavoro nel Mezzogiorno.

A Matteo Renzi e al ministro Boschi va riconosciuto comunque un evidente talento naturale: quello di mutare, sia pure solo sul piano dell’immagine, una cocente sconfitta in vittoria! Non facciamola tanto puzzolente, in fondo cosa è accaduto? Il ministro Guidi è stata pizzicata a fare una “semplice” telefonata, nel corso della quale traspariva l’intento di favorire il fidanzato nei suoi affari. Eh, allora? Come direbbe Crozza: “Che Paese arido che siamo, una non può fare nemmeno un regalino al fidanzato, che si deve poi dimettere!”.

Insomma, per Matteo Renzi e la Boschi, colpevole è solo la telefonata, non l’emendamento inquinato dal conflitto di interessi. Poi Matteo Renzi ci rassicura: in Italia le cose son cambiate, perché in altre occasione altri personaggi (Cancellieri) hanno disinvoltamente evitato di rassegnare le dimissioni. E ancora, vogliamo dirla proprio tutta: il provvedimento è un provvedimento giusto, perché porta posti di lavoro. Una cosa sacrosanta!

Ecco alla prova dei fatti il Renzi svelto, furbo, agile, imbroglione, che altera il quadro della realtà, trasformando un fatto torbido in prova di trasparenza.

Il fatto torbido scaturisce dall’inchiesta della procura di Potenza che tocca, colpisce e travolge interessi economici e politici in tutta Italia. Due i filoni d'inchiesta al vaglio degli inquirenti: il primo sul Centro Olio in Val d'Agri a Viggiano dell'Eni, l'altro sull'impianto estrattivo della Total a Tempa Rossa, nell'alta valle del Sauro, nel cuore della Basilicata.

Le conseguenze politiche, che hanno costretto il ministro alle dimissioni, vengono tutte dal filone Tempa Rossa, nel quale è indagato appunto il compagno del ministro Guidi e riguarda l'affidamento di appalti e lavori per l’infrastrutturazione del giacimento “Tempa Rossa” della Total.

Gemelli, infatti, interessato ai subappalti per le sue aziende, sfruttando la relazione di convivenza che aveva col ministro allo Sviluppo economico, ha ottenuto commesse dalla Total, in barba alla trasparenza. Insomma, il classico “do ut des”: da una parte Giuseppe Cobianchi, dirigente della Total rilascia alle aziende di Gemelli le qualifiche necessarie per la progettazione e l’esecuzione dei lavori per l'impianto estrattivo di Tempa Rossa, dall’altra Gianluca Gemelli, forte del suo rapporto con il ministro Guidi, promette un emendamento a favore dell’impianto estrattivo della Total a Tempa Rossa.

Ecco perché a Gianluca Gemelli viene contestato il reato di “traffico di influenze illecite”. Tale reato punisce infatti chi “sfruttando relazioni esistenti con un pubblico ufficiale o con un incaricato di un pubblico servizio indebitamente fa dare o promettere, a sé o ad altri, denaro o altro vantaggio patrimoniale come prezzo della propria mediazione illecita ovvero per remunerarlo, in relazione al compimento di un atto contrario ai doveri di ufficio o all'omissione o al ritardo di un atto del suo ufficio”.

Ma cosa stabilisce l’emendamento e perché sarebbe stato di estremo interesse per la Total proprio in relazione al progetto Tempa Rossa?

Il giacimento petrolifero di Tempa Rossa – la cui concessione è appannaggio di Total (al 50%), Shell e Mitsui – ha una capacità produttiva giornaliera di circa 50.000 barili di petrolio, ma per lo stoccaggio e la raffinazione è necessario trasportarlo a Taranto. Ed è qui che cominciano i problemi!

Gli ambientalisti temono un aumento dell’inquinamento, il potenziamento degli impianti di raffineria comporta un aumento delle emissioni diffuse pari al 12%; gli esponenti politici locali di Sel premono sul governatore Nichi Vendola perché riveda la posizione della Regione Puglia favorevole al progetto; c’è il Comune di Taranto che, dopo un primo parere positivo, cambia idea e vieta il potenziamento della raffineria Eni, terminale di esportazione del giacimento petrolifero di Tempa Rossa; c’è infine la cittadinanza, stanca di pagare per un modello di sviluppo economico un tributo troppo alto in termini di salute e di ambiente. 

E arriviamo al gioco delle tre carte. Di fronte a tali e tanti ostacoli l’emendamento marchetta uscito dalla porta dello Sblocca Italia, rientra dalla finestra della Legge di Stabilità, con lo strumento della mozione di fiducia. E cosa prevede l’emendamento?

L’emendamento prevede che “l’autorizzazione unica per le opere strategiche” valga anche “per le opere necessarie al trasporto, allo stoccaggio, al trasferimento degli idrocarburi in raffineria, alle opere accessorie, ai terminali costieri e alle infrastrutture portuali strumentali” anche lontano dal giacimento. E nel caso in cui gli enti locali si oppongano, vale quanto previsto dallo Sblocca Italia sulle opere strategiche: su queste alla fine decide il governo, il quale in deroga alle procedure di valutazione ambientale e alle ineludibili intese con le Regioni, stabilite dal Titolo V della Costituzione, procede alla realizzazione delle medesime. Così il 19 dicembre 2015 giunge il via libera definitivo ai lavori a Taranto.

Matteo Renzi e Maria Elena Boschi difendono ora a spada tratta il progetto Tempa Rossa, a loro dire un “progetto strategico per il Paese”. Mostrano il dito e nascondono la luna: sminuiscono agli occhi degli italiani la vera ragione dell’inchiesta: quella di disastro ambientale. 

Gli inquirenti della procura di Potenza, infatti, hanno portato alla luce un sistema illecito di smaltimento dei rifiuti provenienti dalle attività estrattive in Val d'Agri, i cui rivoli lambiscono come sempre anche esponenti della politica e delle istituzioni, in un intreccio perverso di affari e di favori reciproci.  

Il procuratore nazionale antimafia Franco Roberti, illustrando infatti i particolari dell'inchiesta, ha mostrato come per risparmiare denaro il “club dei furbetti” ha avvelenato un territorio con meccanismi truffaldini. Secondo l'accusa, «rifiuti speciali pericolosi» sarebbero stati qualificati dal management Eni «in maniera del tutto arbitraria e illecita», con un codice che li indicava come non pericolosi. E poi inviati con autobotti agli impianti di smaltimento con «un trattamento non adeguato e notevolmente più economico». Gli inquirenti ipotizzano peraltro «manomissioni» delle comunicazioni agli enti di controllo sui superamenti dei limiti di legge, al fine di «non allarmarli».

Maria Elena Boschi si dice dunque pronta a “rifirmare” l’emendamento incriminato domani stesso. Sarebbe interessante sapere se lei, il ministro Guidi, il premier Matteo Renzi si mostrerebbero parimenti disposti ad andare ad abitare al quartiere Tamburi a Taranto o in Basilicata, dove, sebbene il lavoro manchi come prima, l’incidenza delle malattie legate all’attività estrattiva è aumentata esponenzialmente.

Se questo è il nuovo ceto politico che ci guida verso la Terza Repubblica, ridateci allora quelli della Prima o della Seconda Repubblica che almeno rispetto a questi non si sentivano dei dell’Olimpo intoccabili e cui ogni capriccio è consentito.