domenica 12 aprile 2020

INVOCANDO DI VIVERE, SCOPRIAMO INVECE D’ESSERE GIÀ MORTI


Per millenni abbiamo fissato al 25 dicembre la nascita di Cristo. Possiamo decretarne la morte oggi 12 aprile 2020!

La profezia di Nietzsche, “DIO È MORTO”, può dirsi compiuta: “Che altro sono ancora queste chiese, se non le fosse e i sepolcri di Dio?”. Ma un nuovo Dio è sorto: la SCIENZA che, come ogni religione, può produrre superstizione e paura, non meno grandi del peggiore oscurantismo che portò al rogo chiunque osasse sfidare la verità di cui i sacerdoti erano gli unici depositari.

Gli esperti – quelli investiti del sapere ufficiale per ciascuna branca dello scibile umano – sono i nuovi sacerdoti. Solo essi hanno diritto di parola, perché solo la loro conoscenza è fondata e fondante. A tutti gli altri non resta che seguire, con cieca obbedienza, il loro dettato. 

Mai come oggi si è assistito allo spettacolo, tipico delle religioni nei momenti di crisi, della proscrizione da parte della cosiddetta scienza ufficiale di ogni posizione – sia pure minoritaria, ma pur sempre rappresentata da scienziati prestigiosi – contraria. 

Chi nega il discorso ortodosso dominante – che ci presenta l’attuale epidemia come la peste nera, il vaiolo, la spagnola – è di per sé un irresponsabile, degno dell’ostracismo sociale; chi nega la gravità del fenomeno, e diverge radicalmente quanto alle modalità di affrontarlo, è accusato di attentare alla salute pubblica, e perciò minacciato di tacere. 

Come ai tempi delle grandi dispute religiose che dividevano la cristianità, in cui qualunque movimento non si allineasse con le misure della Chiesa Cattolica era condannato di eresia, così oggi è condannato di eresia chiunque osi sfidare il sapere ufficiale.

La Scienza ufficiale, unica depositaria del sapere incontrovertibile e assoluto, ha scolpito nella mente degli uomini la PAURA DEL CONTAGIO, cosicché ciascuno veda nell’altro una minaccia alla propria vita. 

La segregazione e il distanziamento sociale sono le misure imposte dal governo a ciascuno di noi per scongiurare la diffusione del virus. E una delle conseguenze più disumane del panico è la comparsa sulla scena della figura dell’UNTORE di manzoniana memoria. 

Sembrava relegata ad un periodo della storia dominato dalla superstizione e dalla paura: NO, eccolo qui, in pieno XXI secolo; ogni individuo è un potenziale untore. L’altro uomo, chiunque egli sia (anche un genitore, un fratello, un figlio), non dev’essere né avvicinato né toccato. Tra noi e l’altro deve esserci almeno la distanza di un metro. L’analogia manzoniana è così chiara che il potenziale untore che non si attiene alle prescrizioni è punito con la prigione da tre a dodici anni. Particolarmente invisa è poi la figura del portatore sano, che contagia una molteplicità di individui senza che lui si ammali.

Nel vangelo c’è scritto: «AMERAI IL PROSSIMO TUO COME TE STESSO». La nuova religione ci impone invece di abolirlo per salvare la nostra vita. 

In nome della conservazione del nostro corpo, della nostra vita, ci dice di “restare a casa” e di evitare ogni contatto. Le macchine presto ci aiuteranno in questo, consentendoci di fare la spesa senza recarsi al supermercato, lavorare senza spostarsi da casa, visitare i musei del mondo stando comodamente seduti in poltrona, ecc. ecc. Le macchine ci aiuteranno a ridurre al minimo ogni contatto e quindi ogni contagio.

Così sulla paura del contagio e della malattia hanno potuto mettere agli arresti domiciliari un intero popolo, imporre l’uso di mascherine, di dubbia efficacia. E fra non molto ci imporranno chissà quali altri strani congegni per difenderci da un virus, la cui letalità non sta tanto nella sua struttura biologica quanto nella mente delirante di chi lo usa per inconfessabili fini.

La domanda che mi pongo è: com’è che un’intera popolazione abbia accettato volontariamente di sentirsi appestata, di farsi segregare in casa, di sospendere le sue normali condizioni di vita, i suoi rapporti di lavoro, di amicizia, di amore e perfino le sue convinzioni religiose e politiche, senza un gemito, senza un lamento? 

Com’è possibile che, sia pure in nome dell’emergenza sanitaria, si siano potute accogliere supinamente norme così restrittive da configurare un vero e proprio stato di dittatura come neppure nei peggiori totalitarismi?

Com’è ancora possibile che la gente non intravede in questo modo di gestire l’emergenza un grimaldello per sospendere diritti proprio attraverso il diritto stesso, ovvero il porsi al di fuori della legge legittimamente? La sospensione del diritto di cui all’art. 16 della Costituzione è avvenuta infatti proprio in forza dello stesso: “Ogni cittadino può circolare e soggiornare liberamente in qualsiasi parte del territorio nazionale, salvo le limitazioni che la legge stabilisce in via generale per motivi di sanità o di sicurezza. Nessuna restrizione può essere determinata da ragioni politiche”. E se proprio in nome dell’estensione della logica emergenziale queste restrizioni diventassero permanenti? Chi ci garantisce che questo non avvenga?

Sta di fatto che non c’è stata nessuna protesta popolare, nessuna opposizione. Negli anni ’70 la reazione istintiva avrebbe condotto a scontri di piazze, sarebbero sorte barricate. L’andare oltre del potere – sia pure giustificata dall’emergenza sanitaria – avrebbe innescato una rivoluzione.

Cos’è cambiato nel frattempo? Com’è possibile che nel volgere di pochi anni gli uomini abbiano cessato di essere tali per trasformarsi in conigli, la cui unica preoccupazione è la conservazione della propria nuda vita?

La paura di perdere la propria vita è l’unica vera preoccupazione che rende tollerabile anche l’intollerabile. Ma la storia ci insegna che sulla paura di perdere la propria vita si fondano le tirannie. L’attuale emergenza sanitaria può essere considerata come il laboratorio in cui si preparano i nuovi assetti politici e sociali che attendono l’umanità.

Se dunque unica preoccupazione è la paura di perdere la propria vita, e gli altri essere umani sono visti soltanto come possibili untori che occorre ad ogni costo evitare e da cui bisogna tenersi alla distanza di almeno un metro, vuol dire che l’umanità ha ceduto il passo ad un individualismo sfrenato che non unisce gli uomini ma li acceca e li separa. 

Una guerra con un nemico invisibile che può annidarsi in ciascun altro uomo è la più assurda e terribile delle guerre civili, che spiana il terreno ad un Sovrano che in cambio della mera sopravvivenza di ciascun individuo può anche esigere il tributo della cieca obbedienza.

Se tutto questo è potuto accadere, se è bastato un coronavirus perché gli individui tollerassero l’intollerabile, è perché in fondo gli uomini erano già morti, svuotati della loro anima, "uomini impagliati … figure senza forma, ombre senza colore … forze paralizzate … prive di moto”. Erano già diventati “gli uomini vuoti” di Eliot.

Michel de Montaigne, filosofo e aforista francese, scrisse: «Non sappiamo dove la morte ci aspetta, aspettiamola ovunque. La meditazione della morte è meditazione della libertà. Chi ha imparato a morire, ha disimparato a servire. Saper morire ci libera di ogni soggezione e da ogni costrizione».

1 commento:

  1. Paura addirittura strumentalizzata con perfidia...se non hai paura di ammalarti tu devi aver paura di fare ammalare gli altri. Senza via di fuga. Un fardello che ti toglie facilmente la lucidità. Io spero ancora che siamo soltanto pessimisti...e forse anche questo è un limite autoimposto ai miei diritti. Forse senza neanche accorgermene aspetterò che passi il tempo e che finisca tutto questo...e nel frattempo mi sarò assuefatta...aiuto!!!

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