Che la sanità italiana sia un ricettacolo di sprechi è cosa nota a tutti. Che i rimedi sinora adottati per correggerne le disfunzioni e migliorarne gli standard di qualità siano risultati inefficaci è ampiamente dimostrato e testimoniato dalle lunghe liste d’attesa per accedere e fruire delle prestazioni sanitarie, dall'aumento dei ticket, che in alcune regioni rincari si sono attestati dal 40% al 65%, dalla riduzione dei servizi, sia pure a fronte di un aumento della tassazione, e infine dalla ridotta disponibilità dei farmaci a carico del Servizio sanitario nazionale.
Rattrista pensare che il sistema sanitario italiano era uno dei migliori al mondo e che dal 2009 ad oggi, a causa dei continui tagli, rischia un gravissimo declino. Nello specifico, in rapporto al Pil, l’Italia spende ormai meno della Grecia: nel 2013 la Grecia si è assestata sul 9,2% del Pil, mentre l’Italia è scesa all’8,8%, facendo del nostro Paese il fanalino di coda dei paesi dell'UE in materia di assistenza sanitaria pubblica.
Giova ricordare che l’assistenza sanitaria, insieme alla previdenza, pur rappresentando un asse portante del welfare, è da oltre un decennio sotto attacco; con la scusa della razionalizzazione delle risorse e del contenimento della spesa, di fatto si sta realizzando un sistematico smantellamento della sanità pubblica a tutto vantaggio di quella privata. Il risultato finale è che per effetto dei continui tagli la qualità del sistema sanitario pubblico si sta rapidamente deteriorando; oggi circa dieci milioni di italiani, secondo il rapporto ufficiale del CENSIS, non ce la fanno più a curarsi come dovrebbero e quelli che possono permetterselo si rivolgono sempre più verso il sistema privato a pagamento.
Nello stato in cui si trova, se il sistema sanitario nazionale sta ancora in piedi è solo per la dedizione di moltissimi medici e infermieri che continuano a lavorare con passione, competenza e dedizione, nonostante un sistema sanitario intriso di corruzione e malaffare. Non è certo per le politiche sanitarie sinora adottate che il sistema regge, ma solo grazie all'umanità e alla fatica del personale sanitario, costretto a 60 o 70 ore settimanali di lavoro, ben oltre le 48 previste dalla normativa in materia, per assicurare livelli di assistenza adeguati.
Razionalizzare la spesa sanitaria, evitando gli sprechi si può. Scaricare però sulle fasce meno abbienti, sui più poveri e soprattutto sui più fragili il peso della riforma è non solo immorale ma significa anche disconoscere la piena tutela del diritto alla salute sancito dall’art. 32 della nostra Costituzione. La sanità pubblica è innanzitutto un problema di democrazia, di coesione sociale e in una società che vuole dirsi davvero civile il welfare non è un’opzione come tante altre, ma una necessità imprescindibile.
Riqualificare le spese liberando la sanità dal profitto, dalla speculazione, dalla corruzione sarebbe forse un passo più intelligente del Decreto di appropriatezza elaborato dal ministro Lorenzin nella direzione del contenimento della spesa. Consulenze false e inutili, appalti truccati, medici che effettuano visite private e contestualmente risultano presenti nella struttura pubblica, amministratori sanitari che pagano le forniture ospedaliere due volte, chirurghi che falsificano i registri delle sale operatorie al fine di agevolare familiari, amici, parenti e amanti a detrimento dei “senza santi in paradiso” con escamotages ingegnosi che costano al Servizio Sanitario nazionale e dunque alle “tasche” dei contribuenti, milioni e milioni di euro. Sarebbe sì questo un passo avanti nella direzione della razionalizzazione delle risorse e del contenimento della spesa. Ma non si può barattare la promozione e il miglioramento delle condizioni di salute dei cittadini con le promesse di Renzi di togliere Imu e Tasi a fini elettorali, che ancora una volta si assumerà il merito e la popolarità di aver ridotto le imposte. Un ulteriore taglio lineare di circa 10 miliardi di euro nel comparto sanitario, sia pure spalmato su più anni, metterà a serio rischio i servizi ai cittadini.
Il ministro Lorenzin, con l’obiettivo di rastrellare i dieci miliardi che servono a Renzi per i suoi fini propagandistici, rassicura che non ci saranno tagli lineari ma solo misure di efficientamento. La stretta riguarderà le prestazioni specialistiche e le analisi considerate non necessarie. Le prestazioni prescritte da un medico ma ritenute non necessarie saranno totalmente a carico del malato. Bene, ma chi discriminerà i trattamenti utili da quelli inutili? Chi stabilirà “a priori” quando un esame clinico è utile e quando invece è inutile? Ebbene, non l’autonomia professionale del medico, ma un protocollo elaborato dal ministero della Salute che definisce quali prestazioni diagnostiche sono utili e quando farle.
Appiattire l’autonomia professionale del medico, costringendolo a prescrivere secondo compatibilità e risparmio, significa non solo svilirne la funzione, ponendolo di fatto nella situazione conflittuale tra la scelta terapeutica e la spada di Damocle della sanzione disciplinare, ma rendere anche un pessimo servizio a quegli ammalati che vedendosi negare una Tac o un altro esame rinunceranno a curarsi del tutto o andranno nel privato.
Se il problema è invece l’incompetenza e il cinismo di alcuni medici, che confondono un’appendicite con un mal di pancia o che per fare il favore all'amico radiologo prescrivono scritteriatamente esami del cui costo si vedono poi tornare una percentuale, si sanzionino costoro senza fare di un’erba un fascio. Si costringano i medici a mantenersi costantemente aggiornati in ragione dell'evoluzione dei progressi della scienza. E al di là delle responsabilità professionali, si vincolino in maniera più stringente i medici ad adeguare la loro condotta professionale al rispetto di quelle norme già previste dal codice deontologico. Troppo spesso, a dispetto di quest’ultimo, accade infatti di vedere pazienti (soggetti per loro stessa natura più deboli e vulnerabili delle persone cosiddette sane e “normali”) trasformati in mere pedine sulle quali i detentori del sapere scientifico e terapeutico esercitano un “potere” arbitrario e intollerabile.
Il rapporto medico-paziente, delicato e fondamentale, non può essere ingabbiato nei limiti dell'appropriatezza prescrittiva, che prevede altresì penalizzazioni in caso di mancata applicazione, senza minare significativamente quella relazione fatta di fiducia e di stima reciproca. Il malato che affida la propria salute al medico non può e non deve avere il sospetto che la mancata prescrizione è frutto di calcolo opportunistico del medico per non incorrere nel sistema sanzionatorio.
A differenza di tutte le altre scienze, la Medicina non è solo un insieme di conoscenze tecniche, ma anche e soprattutto relazione, carica di valenze simboliche e implicazioni culturali, tra guaritore e malato: non v’è niente di più personale e intimo come la sofferenza e il dolore. All'interno di questo quadro, in cui gli unici attori sono il paziente e il medico, l’imporre una logica restrittiva e repressiva ha l’effetto controproducente di andare a scapito del malato, che innocente paga le conseguenze di restrizioni e proibizioni, e della stessa medicina, che così si rovina la reputazione.
Ignobile poi la contropartita offerta ai medici, sviliti al ruolo di funzionari amministrativi, dal governo per rassicurarli sul rischio di denunce. Il governo intende infatti varare nuove norme sulla responsabilità professionale dei medici al fine di immunizzarli dalle cause intentate per malpractice dai pazienti, col rischio di passare da una medicina difensiva a una medicina astensiva. Così dall'eccessiva prescrizione di test, dettati dal timore di una denuncia da parte del paziente, si passerà all'eccesso di astensione prescrittiva per il timore di una multa da parte delle autorità sanitarie.
Il diritto di fruire di adeguate prestazioni mediche non può essere colpevolmente negato con la necessità del rigore nei conti dello stato. È ovvio che di questo passo solo i ricchi potranno continuare a curarsi, mentre i poveri si ammaleranno e moriranno prima. Ma forse è proprio questo che si vuole. Con metodi più “soft” si ripropone quanto accadde nella Germania di Hitler con l’operazione “Aktion T4”: trecentomila esseri umani (malati, deboli di mente, portatori di handicap), classificati come “vite indegne di essere vissute”, furono sterminati perché considerati “mangiatori inutili”. Nel settembre del 1941 dopo aver “disinfettato” 70.273 pazienti il regime poteva orgogliosamente vantarsi, calcolando un costo giornaliero di 3,50 Reichsmark, di aver fatto risparmiare alla nazione 4.781.339,72 kg di pane; 19.754.325,27 kg di patate… e inoltre 2.124.568 uova”.
Oggi, in nome dell’austerità, si preferisce che un malato muoia piuttosto che spendere soldi per curarlo.