mercoledì 28 ottobre 2015

PERCHE' RENZI NON PUO' ESSERE DEFINITO UNO STATISTA

Renzi definisce “gufi” tutti coloro che scommettono o si augurano che l’azione del governo da lui presieduto non porti alcun beneficio al Paese. Io non credo che questo suo lessico e comportamento politico siano quelli di uno “statista”, che non basa il risultato della sua azione politica in termini di ottimismo o pessimismo. 

I fatti sono fatti e restano fatti, sia che si vogliano interpretare ottimisticamente sia che si vogliano interpretare pessimisticamente.  Dire che un bicchiere è mezzo pieno o mezzo vuoto non ne stravolge la sostanza, la realtà. 

È un fatto che ciascuno di noi percepisca la realtà in modo diverso, a seconda del personale apparato sensoriale ed emozionale; fa parte dell’infinita diversità del genere umano. Un particolare quadro può piacere ad A e può non essere apprezzato da B, ma questo non vuol dire che l’opinione di A sia prevalente rispetto a quella di B e viceversa.

Qual è dunque il giudizio più vero? Quale percezione può permettersi di prevalere su un’altra? Chi può affermare lecitamente che l’opinione di A sia più vera di quella di B? Nessun uomo, dotato di spirito libero, può affermare che una verità sia più vera di un'altra; nel crogiuolo delle idee contrastanti va dialetticamente concependosi la verità storica, cui obtorto collo siamo tutti vincolati e verso la quale dobbiamo operare una scelta, o di adesione o di contrasto. 

Per esempio, al tempo del fascismo in Italia vi fu una gran parte di italiani che aderì e un’altra parte che, pur patendo le iniquità di un regime dittatoriale, fece invece la scelta opposta in nome della libertà e della democrazia. Potremmo dire che questi ultimi – al tempo del fascismo – erano ugualmente bollati dal regime come “gufi”, “disfattisti”, “pessimisti”, “antipatrioti”, ecc. ecc.

Non interessa qui stabilire chi fosse nel giusto e chi fosse invece nel torto. A me preme qui mettere in chiaro solo la circostanza che, in qualunque momento della storia, l’uomo deve “necessariamente” operare una scelta e uniformarsi ad essa, assumendone quindi ogni responsabilità davanti alla storia e agli altri suoi simili. In tale contesto separare manicheisticamente i buoni dai cattivi, i vecchi dai moderni, gli ottimisti dai gufi, i fedeli dagli infedeli è segno di una “arroganza intellettuale” tesa a mascherare la miseria delle proprie idee rispetto a quelle dell’avversario.


Uno statista, degno di questo nome, è colui che crea sintesi nel rispetto di tutte le opinioni, fiducia per le sue elevate qualità morali, consenso per la forza logica delle sue argomentazioni. Solo così si apre il grande spazio della verità e della libertà. 

Ecco perché Renzi non è uno “statista”!

lunedì 26 ottobre 2015

NEL SILENZIO ASSORDANTE DEI MEDIA DI REGIME

Da quando la crisi economica imperversa, i suicidi nel nostro Paese sono aumentati. Nel triennio 2012-2014 sono più che raddoppiati i suicidi per motivazioni economiche. Nell’anno 2014 sono state complessivamente 201 le persone che si sono tolte la vita, rispetto ai 149 casi registrati nel 2013 e agli 89 del 2012. Dunque il numero complessivo dei suicidi per motivi legati alla crisi economica registrati in Italia nel triennio 2012-2014 è di 439.

La successione numerica 89, 149, 201 è di tipo esponenziale e sarebbe una gran bella notizia se gli incrementi percentuali (+ 67%, +35%) si riferissero all’andamento delle esportazioni o al numero degli occupati o degli investimenti realizzati. Invece riguardano gli effetti tragici della crisi: italiani che arrivano a togliersi la vita per il lavoro perso, lo sfratto subito, la misera pensione, creditori che non danno tregua o perché più in generale non credono e non vedono all’orizzonte nessuna ipotesi di futuro.

E non si tratta di qualche estemporaneo caso isolato di qualche sconsiderato o instabile di mente, contemplato dalle  statistiche. È un vero e proprio fenomeno che testimonia non solo della crisi economica e finanziaria che imperversa nel nostro Paese, ma anche dell’incapacità di uno Stato e di un popolo incapace di una risposta di solidarietà a chi si trova in seria difficoltà.

Lasciati soli a se stessi, sviliti e umiliati, senza più la speranza di uscire dalle difficoltà economiche, pur avendo lavorato onestamente per tutta una vita, spaventati per l’incertezza del futuro, arrivano alla decisione di farla finita.

Lo sconcerto poi è che i dati sopra riportati sono dati per difetto: dal 2012 l’Istat, l’ente che fa la statistica ufficiale del Paese, non pubblica più il conteggio annuale dei suicidi economici. A rilevarli è rimasto l’Osservatorio sui suicidi diretto dal sociologo Nicola Ferrigni dell’Università Link Campus di Roma che – a differenza dell’Istat – non ha mai smesso di contarli. Sorge spontanea la domanda: Perché lo Stato, all’improvviso, ha smesso di contare gli schiantati dalla crisi?

Probabilmente perché questi numeri potrebbero appannare l’immagine – voluta dal governo – di un paese in ripresa. Siamo al trionfo della propaganda, assai simile a quella dei bollettini di guerra dell’Italia fascista che minimizzava le proprie perdite mentre ingigantiva quelle del nemico. Si sa poi come andò a finire. Non è con la propaganda che si vincono le guerre.

Da un lato l’incapacità dello Stato, preoccupato solo a mostrare un quadro irreale della società, dall’altra l’apatia di un popolo ormai narcotizzato da un ventennio di squallore etico e morale, impediscono una presa di coscienza collettiva del fenomeno, quale unico antidoto alla disperazione e alla solitudine che spingono taluni al suicidio.

Se ti unisci a quanti come te hanno perso il lavoro o versano nelle tue stesse condizioni, ti salverai. Ti salverai con la rabbia nei confronti di quei criminali che questo stato di cose ha creato e, senza accorgertene, metti in atto una protesta sociale per reclamare il tuo diritto a vivere come “uomo”. Se invece resti solo penserai di essere tu il fallito, l’incapace, ti rimproverai per cose di cui non hai alcuna colpa e, senza accorgertene, farai il loro gioco: sparire in silenzio, senza disturbare troppo.

Ma perché vi sia riscatto dalla gigantesca frode messa in atto da un pugno di uomini per impadronirsi del lavoro e della vita delle persone, occorrerebbe una società fatta di gente capace di vedere oltre il palmo del proprio naso, capace di percepire e capire la drammaticità che ha investito il nostro vivere quotidiano. Uomini che non accettino, con supina rassegnazione, di vedere i propri figli senza un futuro; uomini capaci di reagire alle menzogne e alle ingiustizie, così come reagirebbero se i loro beni più cari fossero in pericolo. Uomini capaci di “dignità umana”, dotate di un valore morale, non riducibile a una funzione meramente pratica e materiale, ma capace di riconoscere prima di tutto nella solidarietà verso tutti i propri simili l’assolutezza del bene morale. Se muovi guerra al tuo simile egli pure la muoverà contro di te.

Purtroppo ciò che vedo è un popolo che con indifferenza atavica si è talmente assuefatto al brutto che non riesce neppure più a distinguerlo dal bello!

domenica 25 ottobre 2015

LA COERENZA DI PADOAN

Epimenide che era cretese disse: “Tutti i cretesi sono bugiardi”. Dunque, siccome Epimenide era un cretese, ne consegue che Epimenide fosse un bugiardo! Ma se la sua affermazione fosse vera, poiché un mentitore non dice la verità, vorrebbe dire che tutti i cretesi non sono bugiardi. Ora, essendo Epimenide un cretese, ne consegue che la sua affermazione era vera. Dunque se ammettiamo che non fosse un bugiardo, ne consegue che effettivamente tutti i cretesi – compreso Epimenide – erano bugiardi. Ma ciò è impossibile! Ne concludiamo che l’asserzione è né vera né falsa.

È questo il famoso “paradosso di Epimenide” teso a dimostrare che esistono enunciati che sono né veri né falsi e quindi contraddittori. Il paradosso è dunque un ragionamento corretto che porta però a una contraddizione insanabile: siamo davanti a una situazione paradossale che conduce all’impossibilità di escludere uno dei due ragionamenti.

Per estensione la comunicazione paradossale è quella nella quale una persona asserisca qualcosa, quindi asserisca qualcos’altro sulla propria asserzione e le due asserzioni si escludano a vicenda. I nostri governanti ci offrono quotidianamente esempi di comunicazione paradossale. L’attuale Ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, non fa eccezione.

Solo due anni fa, nel 2013, Pier Carlo Padoan da capo economista dell’Ocse sosteneva la necessità di tassare la prima casa, sostenendo che “Le tasse che danneggiano di meno la crescita sono quelle sulla proprietà” e che “Se le priorità sono crescita e occupazione la prima cosa da tagliare sono le tasse sul lavoro”. Oggi invece, da Ministro dell’Economia del governo Renzi, dopo solo due anni, sostiene convinto il taglio della tassa sulla prima casa.

Dunque cosa è più giusto fare: tagliare le tasse sulla prima casa o ridurre le tasse sul lavoro per stimolare crescita e occupazione? Le due asserzioni come si vede si escludono a vicenda. Quando diceva il vero? Quando sosteneva la necessità di tagliare le tasse sul lavoro o ora che afferma che eliminare la tassa sulla prima casa avrà un sicuro effetto positivo su crescita e occupazione?
E veniamo all’uso del contante. Poco meno di un anno fa non aveva dubbi sull’opportunità di abbassare la soglia dell’uso del contante: “La scelta di limitare la circolazione del contante e di procedere a un progressivo abbassamento della soglia, è motivata dall’esigenza di fare emergere le economie sommerse (…) e dalla necessità di aumentare la tracciabilità delle movimentazioni finanziarie per contrastare il riciclaggio dei capitali di provenienza illecita, l’evasione e l’elusione fiscale”. Oggi – dopo la decisione di Renzi di innalzare il limite al contante a 3000 euro – non ha più dubbi e si accorge che non c’è alcuna relazione tra limite al contante ed economia sommersa. E apoditticamente afferma che se gli “si chiede se all’aumento del limite per l’uso dei contanti segue l’aumento dell’evasione, dico che non è vero”.

Se seguiamo quest’ultima asserzione, troviamo che è vera solo se è falsa la prima. Ma se è falsa la prima vuol dire che Padoan è un mentitore. Se Padoan è un mentitore allora anche la seconda asserzione è falsa, perché un mentitore non dice la verità! Se infine ammettessimo che l’ultimo ragionamento è corretto – in quanto egli rivendica il diritto di cambiare idea – dobbiamo comunque concludere che egli è un uomo pieno di contraddizioni. Dunque chi ci assicura che non avesse ragione prima e torto ora o viceversa? Con questo dubbio ostinato nella mente è difficile dargli fiducia.

Sulle pensioni infine, a fine 2011 promuoveva la riforma Fornero, asserendo che andava “nella direzione giusta”, in quanto “l’allungamento dell’età pensionabile non è solo favorevole alla sostenibilità dei conti pubblici, ma può aiutare la crescita (…) più posti di lavoro e anche un effetto positivo sui consumi”. Oggi invece è favorevole a forme di flessibilità in uscita, che potrebbero anche “facilitare l’ingresso per le giovani generazioni”.

Non c'è che dire, Padoan è un campione di coerenza.

sabato 24 ottobre 2015

UNA CRISI NON SOLO ECONOMICA MA ANCHE SOCIALE E CULTURALE

Il problema di molti italiani – che rappresentano la maggioranza – è che non riescono a superare l’angusta mentalità individualistica e amorale nemmeno quando la crisi morde, quando la corruzione dilaga, quando diritti faticosamente conquistati in anni di lotta vengono erosi quotidianamente e sistematicamente in nome del rigore dei conti pubblici.

Strapparli dal loro piccolo guscio di benessere materiale è compito assai arduo e difficile. Essi sembrano non rendersi conto che solo un’azione sociale e collettiva potrà scongiurare il peggio che si profila all'orizzonte. Il “filo rosso” che accomuna questi italiani è “grazie a Dio, non è capitato a me”! Se poi attorno a loro tutto frana, la cosa non li riguarda affatto. Essi non perseguono altri scopi che non siano quelli del proprio interesse materiale ed immediato o quelli del proprio nucleo familiare. Possono vivere anche in una cloaca a condizione che il loro giardino e la loro casa siano puliti; se poi i miasmi che esalano dalla cloaca feriscono le loro narici, nessun problema: indossano mascherine profumate!

Tutto il resto dell’umanità per costoro è “accessorio inutile”; l’importante è che a loro non manchi nulla. Nessuno di loro è disposto a sacrificare una briciola del proprio tempo e delle proprie risorse se non ha in vista un ritorno personale. Per esempio, un soggetto che presta la sua attività di volontario presso un’associazione umanitaria è solo un “cretino” che non sa come occupare altrimenti il suo tempo; un altro che impegna parte del suo tempo per scrivere su un blog con l’intento di risvegliare qualche coscienza intorpidita è soltanto uno “sfigato” che si fa le “seghe mentali”.  

La filosofia di vita di costoro è molto semplice. Dal momento che la vita è una sola, vale la regola del «carpe diem». Che non è quella più sapiente e riflessiva del poeta latino Quinto Orazio Flacco, che invitava a vivere la vita secondo i precetti della morale epicurea, ma quella della ricerca affannosa dell’affermazione di sé stessi a tutti i costi. Dai cosmetici ai tatuaggi e alla chirurgia estetica, niente è mai abbastanza per dare un’immagine di sé superiore. L’identità del sé è limitata al solo corpo e agli oggetti che lo adornano, che, per il vuoto interiore scavato dalla mancanza di riflessione e di pensiero, sono divenuti gli unici strumenti per comunicare con gli altri. Con la conseguenza che, proprio per possedere tutti questi simboli con i quali possono unicamente esorcizzare la loro solitudine, devono prostituirsi a quel sistema di potere che quei simboli possiede e mette in vendita, e attraverso i quali li plasma secondo il proprio vantaggio e la propria convenienza. Una volta divenuti perfetti consumatori, essi, perdendo quel brandello di umanità che ancora li ancorava a un’etica pubblica, fatta di relazioni e di rapporti corretti gli uni con gli altri, scadono in quell'individualismo amorale fatto di diffidenza e paura verso il prossimo, percepito più come minaccia che come opportunità. È la guerra di tutti contro tutti, l’uno contrapposto all'altro in una logica di doppiezza morale da “grande fratello”, perché quello che conta non è la relazione umana ma arrivare al gran finale, eliminando tutti gli altri.

Quello che emerge non è il quadro di una società appagata e appagante, piuttosto quello desolante di una società stanca, apatica e indifferente verso tutto ciò che può apparire serio o impegnativo; fatta di esseri umani il cui unico scopo è quello di soddisfare i propri desideri, ottusi, livellati; incapaci di pensare con la propria testa e senza alcun desiderio di interrogare la propria coscienza. Perché pensare, perché riflettere sulla condizione di noi esseri umani, quando è più facile rilassarsi, perdere il controllo, stare come ebeti davanti alla televisione?

Il potere li vuole così: non vuole che gli uomini pensino ma che si divertano; li vuole ammansiti, pacificati, non turbati o scossi dall'idea che i loro figli domani potrebbero maledire il giorno che vennero al mondo. Non li vuole associati nella pretesa di maggiori diritti, ma divisi per non infastidire il “manovratore”.


Nel nostro tempo, ciò che manca è l’UOMO! Con un tale materiale umano nessuna evoluzione in meglio sarà mai possibile. 

martedì 20 ottobre 2015

IL RISCHIO DI UNA DEMOCRAZIA SENZA LEGGE

Il pericolo vero insito nella riforma del senato voluta dall'attuale governo Renzi è la fuoruscita “legale” dall'ordinamento costituzionale. La riforma costituzionale, dopo l’approvazione del Senato, sarà sottoposta una seconda volta alla Camera; i deputati l’avevano già approvata il 10 marzo 2015, dopo il primo passaggio al senato (8 agosto 2014).

Al di là delle ragioni del no a questa riforma che sono del tutto ragionevoli e condivisibili, con la nuova Costituzione non sarà più la Legge ad essere la “padrona dei governanti”, ma i governanti ad essere i “padroni della Legge”.

Cosa vuol dire?

Nel nostro ordinamento la Costituzione è la legge fondamentale dello Stato, sul rispetto della quale si svolge la convivenza civile degli italiani e sul rispetto della quale devono ispirarsi tutte le leggi dello Stato. Questo vuol dire che nessuna legge del Parlamento e nessun altro atto avente valore normativo può derogare o ispirarsi a principi diversi da quelli contenuti nella Costituzione che perciò deve essere considerata la legge delle leggi.

Lasciamo stare la questione di quanto essa sia stata purtroppo disattesa nei fatti, tuttavia essa ha rappresentato e rappresenta un faro nelle notti buie della nostra Repubblica. Quando anche questo faro dovesse essere spento, cosa illuminerà il cammino di quanti sono sempre alla ricerca della “via maestra” per una società più giusta fondata sui valori della pace, della libertà, dell’uguaglianza, della fraternità?

Questa è la ragione profonda per la quale sento il dovere di richiamare tutti voi alla difesa della nostra Costituzione. Di fronte alle miserie, alle ambizioni personali e alle rivalità di uomini politici, dediti solo al perseguimento dei propri interessi personali e non al bene comune; di fronte allo squallore e all'imbarbarimento di un Potere corrotto e inetto nelle parole e nei comportamenti; di fronte al groviglio inestricabile di scandali, corruzione, degrado morale, quale bussola se non la nostra Costituzione potrà guidarci nella giusta direzione?

Oggi questo rischio si presenta in nome della governabilità e deriva da una interpretazione estrema e distorta del concetto di sovranità popolare.

Apostrofando i farisei, Gesù disse: “Cosa è più grande, l’offerta o l’altare che rende sacra l’offerta?”. Parafrasando queste parole io dico: cosa dunque è più grande, la sovranità popolare o la Costituzione che il principio della sovranità popolare rende sacro? 

Se la sovranità popolare, rappresentata peraltro da un Parlamento eletto con una legge elettorale incostituzionale, può travolgere le “forme e i limiti” della stessa Costituzione, confermando, ad esempio, la revisione di un principio che è inderogabile, essa non acquisterà maggiore libertà, ma negherà se stessa, mettendosi in balia della legge del più forte numericamente, che potrà così chiedere anche il “superamento” di altri principi. Giova ricordare che l’art. 138 della Costituzione autorizza la revisione, non la riforma.

Siamo a un grado di involuzione che non ha precedenti dal secondo dopoguerra; siamo all'erosione del pilastro portante del nostro ordinamento democratico; siamo all'inganno perverso ordito da una banda di briganti per costringerci ad inchinarci dinanzi al potere padronale di un uomo solo al comando, con l’obiettivo di trasformare la nostra Repubblica in una azienda clientelare e privatizzata a vantaggio di pochi e a detrimento di molti.

Vale a conclusione ricordare il discorso tenuto da Piero Calamandrei agli studenti di Milano nel 1955: «Quanto sangue, quanto dolore per arrivare a questa Costituzione! Dietro ad ogni articolo di questa Costituzione, o giovani, voi dovete vedere giovani come voi caduti combattendo, fucilati, impiccati, torturati, morti di fame nei campi di concentramento, morti in Russia, morti in Africa, morti per le strade di Milano, per le strade di Firenze, giovani che hanno dato la vita perché la libertà e la giustizia potessero essere scritte su questa carta. Quindi, quando vi ho detto che questa è una carta morta, no, non è una carta morta, questo è un testamento, un testamento di centomila morti. Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati, dovunque è morto un Italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì, o giovani, col pensiero perché lì è nata la nostra Costituzione».

Eppure, queste parole che smuoverebbero persino i sassi non hanno eco nel Paese.

Se il governo Renzi, anziché attaccare la Costituzione, avesse deciso di chiudere gli stadi, per ragioni di pubblica sicurezza, sono convinto che ci sarebbe stata un'insurrezione popolare. Ma di fronte al degrado morale del Paese, agli scandali - ormai quotidiani - che ammorbano l'aria, un'evasione fiscale intollerabile continuamente condonata, una pubblica informazione manipolata da famiglie potenti, industriali che vanno via, beni pubblici e sanità svenduti ai privati, tagli a sanità ed istruzione, ricerca quasi assente, servizi sempre più insoddisfacenti, privatizzazione dell'istruzione e quindi per censo, lobby potentissime che impongono i loro interessi particolari su quelli comuni, abusi edilizi, condoni, delinquenza organizzata, ... ecc. ecc. nessun italiano è sceso in piazza a reclamare un Paese migliore, più onesto, più pulito.

Quello che vedo è che né padri né figli si scandalizzino più di nulla! Forse lo fanno nel loro foro interiore, ma pubblicamente quello che appare è che a molti italiani, tra i quali una buona parte sono giovani, non non gliene può fregar di meno di quello che succede nel nostro paese. Ed è questo il vero dramma nel dramma!

domenica 18 ottobre 2015

TAGLIARE LE TASSE NON È DI DESTRA

Se tagliare le tasse non è di destra – come ha dichiarato Matteo Renzi – è, in un momento di crisi che si abbatte solo ed esclusivamente sulle fasce più deboli del Paese, da “STRONZI”.

È da “stronzi” escludere dall'elenco dell'esenzione Imu e Tasi anche i 46 mila fortunati proprietari di ville e castelli. È da “stronzi” alzare il tetto massimo per gli acquisti in contanti (da 1000 a 3000 euro), vanificando pure il disegno legge che avrebbe dovuto introdurre sconti fiscali sulle transazioni fatte col Pos e multe salate per chi non si adeguava. Quindi annunciare - e qui siamo all'apoteosi dell’assurdo – un’azione governativa più incisiva nello scovare gli evasori del canone Tv. Per chi non paga il canone Rai in bolletta, è prevista una multa di 500 euro.

Dunque gli evasori in Italia sono solo quelli che non pagano il canone Tv.

Ritengo che coloro che non pagano il canone Tv in Italia appartengano a due categorie di soggetti: da una parte stanno coloro che hanno rinunciato del tutto a possedere un apparecchio televisivo, avendo esaurito la loro capacità di sopportazione per programmi televisivi demenziali (“Uomini e donne”, “L'isola dei famosi”, “Grande fratello” ed altri reality del genere); dall'altra coloro che – a torto o a ragione – ritengono che un’imposta destinata esclusivamente alla Rai Radiotelevisione Italiana S.p.A., per la bassa qualità dell’informazione e dei programmi, sia odiosa.

Ben prima del sondaggio Censis, Pasolini scriveva che la televisione ha “un’enorme responsabilità” nel “rattrappimento delle facoltà intellettuali e morali” dell’uomo. Il tempo si è incaricato di confermare questa sua lucida profezia.

Ora, se la televisione da luogo di emancipazione culturale è divenuta sempre più strumento di potere ed è potere essa stessa. Se essa non è soltanto il luogo attraverso cui passano i messaggi, ma è in concreto il luogo dove lo spirito del nuovo potere prende forma e plasma la coscienza collettiva e da ciò l’importanza per il potere di occuparne gli spazi. Se Rai 1, Rai 2, Rai 3 – con qualche eccezione per “Presa Diretta” e “Report” che continuano a trasmettere solo perché pochi italiani guardano e quindi innocue – sono sempre più assimilabili fra loro e ricordano la Pravda, con una differenza: i sovietici leggevano la Pravda, ma non le credevano, gli italiani guardano la televisione e le credono. Perché pagare un'imposta per farsi fare il "lavaggio del cervello"?

Ecco perché in risposta a Renzi concludo nel dire che se tagliare le tasse non è di destra e neppure di sinistra, tagliare le tasse ai ricchi per peggiorare la sanità pubblica e lo stato sociale, manomettere la Costituzione e il diritto di sciopero è non solo di destra, ma anche da "STRONZI".

venerdì 16 ottobre 2015

IL COMMA NAPOLITANO

All’articolo 40 comma 5 del Ddl Boschi appena approvato a Palazzo Madama  è scritto che “le prerogative dei senatori di diritto e a vita restano regolati secondo le disposizioni già vigenti alla data di entrata in vigore della presente legge”. Si conservano in questo in questo modo i 579 mila 643 euro l’anno riservati agli ex inquilini del Quirinale, che vengono così addirittura blindati all’interno della Costituzione. Ma non finiscono qui i privilegi del Colle: auto di servizio e chaffeur, linee telefoniche protette, scorta, segretarie personali, maggiordomo e guardarobiere a disposizione per la residenza privata.

Alcuni lo chiamano il “comma Napolitano” in quanto, sostengono i più critici, sembra una norma pensata, scritta e inserita nella riforma costituzionale appositamente per lui, il presidente emerito della Repubblica Giorgio Napolitano, oggi senatore di diritto e a vita.

Sono questi i privilegi di un monarca e non di un Capo di Stato di una Repubblica democratica. Si pensi che José Alberto Mujica Cordano, ex presidente dell’Uruguay, trattiene per se uno stipendio di 800 euro circa al mese, in considerazione del fatto che molti suoi connazionali vivono con molto meno, e non gode di alcun privilegio. Vive in una piccola fattoria, alla periferia di Montevideo. Nei 5 anni della sua carica ha aumentato i salari e ridotto la disoccupazione.

Cosa differenzia l’attuale scenario politico e sociale del nostro Paese da quello della Francia prima della rivoluzione francese? Mentre l’aristocrazia si consolava con gli splendori della corte, il popolo pativa la fame schiacciato sotto il peso dei ceti privilegiati.

mercoledì 14 ottobre 2015

IL GOVERNO PROEVASORI

È un fatto che l’uso del contante favorisce il sommerso e quindi l’evasione; con i suoi 150 – 160 miliardi di euro di evasione fiscale, è anche un fatto che l’Italia è maglia nera d’Europa. Stabilito che l’utilizzo del contante alimenta le possibilità di sviluppare economia sommersa – il cui valore in Italia è compreso, secondo le stime Istat, fra i 255 e i 275 miliardi di euro, in un intervallo fra il 16,3% e il 17,5% del Pil –, è proprio opportuna la decisione di Matteo Renzi, annunciata dai microfoni di Rtl 102.5, di triplicare il tetto (da 1000 a 3000 euro) all'uso del denaro contante?

Secondo Renzi, aumentare la libertà nell'uso del contante favorirà i consumi, atteso che meno controlli e meno paure indurranno più spese, ovviamente da parte degli evasori: chi dispone di redditi tracciabili non teme di spendere i suoi soldi.

Considerato che nessun normale cittadino va in giro con tremila euro nel portafogli per fare la spesa al supermercato, dove peraltro sono molto ben attrezzati nell'accettare pagamenti con carte di credito, quali sono dunque i consumi che giustificano l’uso inderogabile del contante?

La correlazione tra l’uso del contante e l’evasione è messa in evidenza dal fatto che in Italia le transazioni in contante sono il 90% del totale, a fronte di un valore medio europeo del 70%. E non si tratta di una preferenza meramente culturale per la moneta corrente. In Italia si utilizza prevalentemente il contante per evitare la tracciabilità delle operazioni. Il reddito medio dei dentisti in Italia è di 52.000 euro; 41 dentisti su cento dichiarano di vivere con un reddito lordo inferiore ai 35.000 euro. Il reddito medio dei gioiellieri è di 17.000 euro e quello dei tassisti è di 15.000 euro.

Come potrebbero costoro giustificare spese superiori alle loro entrate se non con l’anonimato del contante?

Non abbiate timore evasori! Arriva ancora una volta in vostro soccorso lo Stato che, vestito delle spoglie del paladino Matteo, vi consentirà di uscire dalle fogne e di far festa, alla faccia di tutti coloro che le tasse son costretti a pagarle e a non sgarrare. L'unico prezzo che vi tocca pagare è quello di continuare a votarlo.

mercoledì 7 ottobre 2015

L’EUGENETICA FONDATA SUL RIGORE DEI CONTI PUBBLICI

Che la sanità italiana sia un ricettacolo di sprechi  è cosa nota a tutti. Che i rimedi sinora adottati per correggerne le disfunzioni e  migliorarne gli standard di qualità siano risultati inefficaci è ampiamente dimostrato e testimoniato dalle lunghe liste d’attesa per accedere e fruire delle prestazioni sanitarie, dall'aumento dei ticket, che in alcune regioni rincari si sono attestati dal 40% al 65%, dalla riduzione dei servizi, sia pure a fronte di un aumento della tassazione, e infine dalla ridotta disponibilità dei farmaci a carico del Servizio sanitario nazionale.

Rattrista pensare che il sistema sanitario italiano era uno dei migliori al mondo e che dal 2009 ad oggi, a causa dei continui tagli, rischia un gravissimo declino. Nello specifico, in rapporto al Pil, l’Italia spende ormai meno della Grecia: nel 2013 la Grecia si è assestata sul 9,2% del Pil, mentre l’Italia è scesa all’8,8%, facendo del nostro Paese il fanalino di coda dei paesi dell'UE in materia di assistenza sanitaria pubblica.

Giova ricordare che l’assistenza sanitaria, insieme alla previdenza, pur rappresentando un asse portante del welfare, è da oltre un decennio sotto attacco; con la scusa della razionalizzazione delle risorse e del contenimento della spesa, di fatto si sta realizzando un sistematico smantellamento della sanità pubblica a tutto vantaggio di quella privata. Il risultato finale è che per effetto dei continui tagli la qualità del sistema sanitario pubblico si sta rapidamente deteriorando; oggi circa dieci milioni di italiani, secondo il rapporto ufficiale del CENSIS, non ce la fanno più a curarsi come dovrebbero e quelli che possono permetterselo si rivolgono sempre più verso il sistema privato a pagamento.

Nello stato in cui si trova, se il sistema sanitario nazionale sta ancora in piedi è solo per la dedizione di moltissimi medici e infermieri che continuano a lavorare con passione, competenza e dedizione, nonostante un sistema sanitario intriso di corruzione e malaffare. Non è certo per le politiche sanitarie sinora adottate che il sistema regge, ma solo grazie all'umanità e alla fatica del personale sanitario, costretto a 60 o 70 ore settimanali di lavoro, ben oltre le 48 previste dalla normativa in materia, per assicurare livelli di assistenza adeguati.

Razionalizzare la spesa sanitaria, evitando gli sprechi si può. Scaricare però sulle fasce meno abbienti, sui più poveri e soprattutto sui più fragili il peso della riforma è non solo immorale ma significa anche disconoscere la piena tutela del diritto alla salute sancito dall’art. 32 della nostra Costituzione. La sanità pubblica è innanzitutto un problema di democrazia, di coesione sociale e in una società che vuole dirsi davvero civile il welfare non è un’opzione come tante altre, ma una necessità imprescindibile.

Riqualificare le spese liberando la sanità dal profitto, dalla speculazione, dalla corruzione sarebbe forse un passo più intelligente del Decreto di appropriatezza elaborato dal ministro Lorenzin nella direzione del contenimento della spesa. Consulenze false e inutili, appalti truccati, medici che effettuano visite private e contestualmente risultano presenti nella struttura pubblica, amministratori sanitari che pagano le forniture ospedaliere due volte, chirurghi che falsificano i registri delle sale operatorie al fine di agevolare familiari, amici, parenti e amanti a detrimento dei “senza santi in paradiso” con escamotages ingegnosi che costano al Servizio Sanitario nazionale e dunque alle “tasche” dei contribuenti, milioni e milioni di euro. Sarebbe sì questo un passo avanti nella direzione della razionalizzazione delle risorse e del contenimento della spesa. Ma non si può barattare la promozione e il miglioramento delle condizioni di salute dei cittadini con le promesse di Renzi di togliere Imu e Tasi a fini elettorali, che ancora una volta si assumerà il merito e la popolarità di aver ridotto le imposte. Un ulteriore taglio lineare di circa 10 miliardi di euro nel comparto sanitario, sia pure spalmato su più anni, metterà a serio rischio i servizi ai cittadini.

Il ministro Lorenzin, con l’obiettivo di rastrellare i dieci miliardi che servono a Renzi per i suoi fini propagandistici, rassicura che non ci saranno tagli lineari ma solo misure di efficientamento. La stretta riguarderà le prestazioni specialistiche e le analisi considerate non necessarie. Le prestazioni prescritte da un medico ma ritenute non necessarie saranno totalmente a carico del malato. Bene, ma chi discriminerà i trattamenti utili da quelli inutili? Chi stabilirà “a priori” quando un esame clinico è utile e quando invece è inutile? Ebbene, non l’autonomia professionale del medico, ma un protocollo elaborato dal ministero della Salute che definisce quali prestazioni diagnostiche sono utili e quando farle.

Appiattire l’autonomia professionale del medico, costringendolo a prescrivere secondo compatibilità e risparmio, significa non solo svilirne la funzione, ponendolo di fatto nella situazione conflittuale tra la scelta terapeutica e la spada di Damocle della sanzione disciplinare, ma rendere anche un pessimo servizio a quegli ammalati che vedendosi negare una Tac o un altro esame rinunceranno a curarsi del tutto o andranno nel privato.

Se il problema è invece l’incompetenza e il cinismo di alcuni medici, che confondono un’appendicite con un mal di pancia o che per fare il favore all'amico radiologo prescrivono scritteriatamente esami del cui costo si vedono poi tornare una percentuale, si sanzionino costoro senza fare di un’erba un fascio. Si costringano i medici a mantenersi costantemente aggiornati in ragione dell'evoluzione dei progressi della scienza. E al di là delle responsabilità professionali, si vincolino in maniera più stringente i medici ad adeguare la loro condotta professionale al rispetto di quelle norme già previste dal codice deontologico. Troppo spesso, a dispetto di quest’ultimo, accade infatti di vedere pazienti (soggetti per loro stessa natura più deboli e vulnerabili delle persone cosiddette sane e “normali”) trasformati in mere pedine sulle quali i detentori del sapere scientifico e terapeutico esercitano un “potere” arbitrario e intollerabile.

Il rapporto medico-paziente, delicato e fondamentale, non può essere ingabbiato nei limiti dell'appropriatezza prescrittiva, che prevede altresì penalizzazioni in caso di mancata applicazione, senza minare significativamente quella relazione fatta di fiducia e di stima reciproca. Il malato che affida la propria salute al medico non può e non deve avere il sospetto che la mancata prescrizione è frutto di calcolo opportunistico del medico per non incorrere nel sistema sanzionatorio.

A differenza di tutte le altre scienze, la Medicina non è solo un insieme di conoscenze tecniche, ma anche e soprattutto relazione, carica di valenze simboliche e implicazioni culturali, tra guaritore e malato: non v’è niente di più personale e intimo come la sofferenza e il dolore. All'interno di questo quadro, in cui gli unici attori sono il paziente e il medico, l’imporre una logica restrittiva e repressiva ha l’effetto controproducente di andare a scapito del malato, che innocente paga le conseguenze di restrizioni e proibizioni, e della stessa medicina, che così si rovina la reputazione.

Ignobile poi la contropartita offerta ai medici, sviliti al ruolo di funzionari amministrativi, dal governo per rassicurarli sul rischio di denunce. Il governo intende infatti varare nuove norme sulla responsabilità professionale dei medici al fine di immunizzarli dalle cause intentate per malpractice dai pazienti, col rischio di passare da una medicina difensiva a una medicina astensiva. Così dall'eccessiva prescrizione di test, dettati dal timore di una denuncia da parte del paziente, si passerà all'eccesso di astensione prescrittiva per il timore di una multa da parte delle autorità sanitarie.

Il diritto di fruire di adeguate prestazioni mediche non può essere colpevolmente negato con la necessità del rigore nei conti dello stato. È ovvio che di questo passo solo i ricchi potranno continuare a curarsi, mentre i poveri si ammaleranno e moriranno prima. Ma forse è proprio questo che si vuole. Con metodi più “soft” si ripropone quanto accadde nella Germania di Hitler con l’operazione “Aktion T4”: trecentomila esseri umani (malati, deboli di mente, portatori di handicap), classificati come “vite indegne di essere vissute”, furono sterminati perché considerati “mangiatori inutili”. Nel settembre del 1941 dopo aver “disinfettato” 70.273 pazienti il regime poteva orgogliosamente vantarsi, calcolando un costo giornaliero di 3,50 Reichsmark, di aver fatto  risparmiare alla nazione 4.781.339,72 kg di pane; 19.754.325,27 kg di patate… e inoltre 2.124.568 uova”.

Oggi, in nome dell’austerità, si preferisce che un malato muoia piuttosto che spendere soldi per curarlo.