domenica 29 marzo 2015

IL DISASTRO AEREO DELLA GERMANWINGS

Conosciamo ormai tutto sul disastro aereo della Germanwings. Il tentativo del comandante di entrare nella cabina di pilotaggio bloccata dal copilota; la drammatica simulazione degli ultimi otto minuti dell’A320 prima dello schianto; i precedenti di piloti suicidi; la malattia nascosta di Lubitz, improvvisamente riemersa dopo una banale crisi di coppia; ecc. ecc. Ma siamo destinati a non sapere mai la ragione vera che ha spinto un brillante pilota di 27 anni a precipitare l’aereo, con il suo carico di vite umane a bordo, contro una parete rocciosa.

Televisione, stampa, talk show, come un branco di squali impazziti dall'odore del sangue, alimentano morbosamente l’ambivalente gioco di fascinazione e repulsione intorno alle rappresentazioni della morte, dissezionando nei minimi dettagli tutta la vicenda anche di quegli aspetti affatto trascurabili, nel tentativo di far assaporare, almeno in parte, un po’ di quella realtà altrimenti percepita solo attraverso lo schermo televisivo.

In quest’orgia ditirambica della spettacolarizzazione della tragedia, ciò che prevale non è la pietà o la compassione, ma solo “voyeurismo”. La morte, che richiederebbe grande rispetto e soprattutto capacità di fare silenzio, diventa spettacolo, fiction.

L’occhio onnipresente delle telecamere, con l’utilizzo di esperti, piegati alle esigenze rappresentative proprie dei media, non è informare, ma sedurre lo spettatore per alzare lo share televisivo, secondo le logiche proprie del consumo, rendendo impossibile una rappresentazione pietosa, partecipe e catartica della sofferenza umana.

Questa amplificazione esagerata della vicenda ha come esito la banalizzazione del dolore; quei ragazzi che hanno perso la vita, perdendo quell'identità personale, che li caratterizzava e li individuava, divengono funzionali alle sole logiche di marketing aziendale per vendere spazi pubblicitari.

Di essi non si parla. Le vittime restano sempre sullo sfondo. Tutti vogliono sapere invece di Andreas Lubitz, conoscerne il passato nei minimi particolari. Come abbia, con freddezza e lucidità, potuto mettere in atto un gesto che ha causato lo schianto dell’aereo con 150 persone bordo contro una montagna francese.

Forse questa smania di sapere risponde al desiderio di esorcizzare quella parte buia che alberga in ognuno di noi; allontanarla da se stessi per rendersi immuni da quella tentazione. Una forma di “riscatto catartico” con cui liberarsi da una probabile “contaminazione”; per rinforzare forse il convincimento che noi non saremmo mai capaci di commettere simili gesti malvagi e crudeli.

La verità che si vuole tacere è che siamo tutti, chi più chi meno, indirizzati verso la “follia”, perché il male è nelle viscere della nostra società che lo partorisce perché è fredda, anonima. Quando il valore centrale di una società si basa sulla continua espansione del consumo, è necessario mantenerla sempre su di giri. Perché solo attraverso quest’atteggiamento psicologico di euforia si possono convincere milioni di persone a spendere sempre di più, consumare sempre di più, lavorare sempre di più, per possedere cose di cui non hanno veramente bisogno. Se le masse non diventano maniache ed euforiche i consumi ristagnano, le borse non salgono, il sistema si ferma. I meccanismi d'azione e gli effetti della nostra società, improntati sulla necessità di continuare a sviluppare i consumi, sono molto simili a quelli della cocaina; per provare l'eccitazione iniziale occorre sempre aumentare la dose. E siccome questa condizione non può durare in eterno, si produce una progressiva diminuzione della stimolazione euforizzante, una contrazione della durata degli effetti, una caduta verticale della sensazione di benessere con conseguente malessere e depressione.

Dietro il falso senso umanitario che il nostro sistema ostenta si cela una strana mescolanza di insensibilità, indifferenza e moralismo. Come potremmo altrimenti assistere quotidianamente alle guerre, alle carestie, alle epidemie, alle catastrofi e coniugarle, con inerzia e naturalezza, con il lusso, l’effimero, la raffinatezza, il benessere esasperato dell’altra metà del mondo?

La verità ancora è che la nostra società e la cultura che la rappresenta è superficiale. È programmata per dare un’immagine di sé gaudente, ludica, stupidamente euforica, arrogantemente dimentica dell’angoscia del soffrire, del morire, dove l’ottimismo è d’obbligo. E se non condividi i suoi stili e modelli di vita, se non dimostri di essere sensibile alle tentazioni del continuo rinnovamento offerto dal mercato dei consumi, se non dimostri d’essere un vincente, sei bocciato, fuori posto.

Una faccia contratta dal dolore, un corpo smunto che parla di miseria sono una macchia sopra l’immagine limpida che la società occidentale vuole dare di se stessa. I reietti guastano l’armonia della vita e avvelenano il buonumore e perciò vanno allontanati dalla vista degli illusi: non abbiano a prendere consapevolezza che possa giungere anche il loro turno di finire nella discarica.

Puoi metterli dove vuoi, lontani e segregati dalla vista dei gaudenti, ma l’esalazione dei miasmi tossici dei cumuli di rifiuti umani appesta l’anima di un’umanità oramai disgregata dall’ipocrisia, cui rimane l’unica possibilità: il gesto della psicolabilità, l’escamotage farisaico del chiudere finalmente gli occhi alla realtà per non vedere. E sebbene il nostro mondo sia strapieno di beni, di merci e di ricchezza come non mai, esso è desolatamente povero di relazioni e di progetti di convivenza.

Così assorbiti dall'imperatività di massimizzare la nostra personale esistenza, non abbiamo né il tempo né la voglia per percepire un'altra realtà, spesso dolorosa, che è appena fuori dallo spazio angusto del nostro ottuso egoismo.

Dice Zygmunt Bauman: «In queste condizioni, pensare a lungo termine è chiaramente fuori questione. E quando non c'è pensiero a lungo termine, quando non ci si può aspettare di rivedersi, è difficile provare un senso di destino condiviso, un sentimento di fratellanza, un'esigenza di far fronte comune, marciare fianco a fianco o procedere tutti allo stesso passo. La solidarietà ha poche probabilità di germogliare e di mettere radici […] Se i legami [fra le persone] possono essere lacerati in qualsiasi momento, sembra sciocco investire tempo e risorse per accrescerne la forza e dedicare un sovrappiù di sforzo a proteggerli dall'usura».

Dinanzi a questo modo di stare nell’esistenza – gracile e cinico – la reazione è un’orgia d’identità, un’ipertrofia dell’io, che si estrinseca soprattutto nell’assenza d’interesse per l’altro da sé. In questo eccesso di autoaffermazione scompaiono le relazioni e rimangono in piedi soltanto dei “noi”, arroccati nella difesa dei propri interessi, dei propri patrimoni, dei propri privilegi.

Gli altri sono solo oggetti, strumenti del proprio capriccio sfrenato, illimitato e spudorato, finalizzati al godimento rivolto autisticamente al sé stesso del soggetto. La tendenza della pulsione narcisistica a volere tutto, a godere di tutto, illimitatamente, non più arginata sfocia nel nichilismo, per cui non ad altri soggetti il soggetto deve rispondere, ma solo a se stesso, dato che i sistemi di valore e di riconoscimento condivisi sono appunto stati distrutti dalla superiore volontà del proprio “io”.

Quando i valori perdono la loro pretesa di assoluto e solo il singolo soggetto diviene il consumatore-fruitore ora di questo ora di quel valore, la sua volontà libera si trasforma in indomabile volontà di essere, di persistere, di venir riconosciuti e confermati. È questa “indomabile volontà” che farà dire ad Andreas Lubitz e agli altri come lui: “Un giorno farò qualcosa che cambierà completamente il sistema, e tutti conosceranno il mio nome e se lo ricorderanno”.

Il rischio di cadere nell’impersonalità e nell’anonimato, per una carriera stroncata da una malattia agli occhi, gli ha fatto più paura della morte stessa. Avrebbe potuto porre fine ai suoi giorni impiccandosi, avvelenandosi, con un colpo di rivoltella, ma nessuno di questi gesti lo avrebbe consegnato alla storia; essa sola capace di unificare la propria volontà con l'essere eterno nel mondo.

Il mito, tipicamente impregnato nella cultura tedesca, del superuomo glielo ha impedito. A una fine banale e ovvia ha preferito l'eternità presente nell'attimo precedente lo schianto contro la montagna, dimostrando al mondo intero di essere un superuomo che affronta la morte e la distruzione di sé e degli altri a viso aperto e senza paura.

La soluzione dunque non sta nell'aumentare a dismisura i controlli, ma nell'introdurre la cultura dell’accettazione della propria e altrui fragilità e debolezza contro il principio della performance, tanto cara alla cultura neoliberista, secondo la quale per vivere bisogna lavorare e per lavorare bisogna essere sempre al massimo nelle proprie performance, altrimenti si rischia di essere scavalcati o sostituiti da qualcuno che realizza quelle stesse performance in un modo migliore.

Come sostiene Vittorino Andreoli, “non sono affatto le dimostrazioni di forza a farci crescere, ma le nostre mille fragilità: tracce sincere della nostra umanità, che di volta in volta ci aiutano nell'affrontare le difficoltà, nel rispondere alle esigenze degli altri con partecipazione, aprendoci – quando serve – al loro dolore”.

Si sarebbe evitato il dramma se Andreas Lubitz avesse pensato se stesso come essere umano, accettando le fragilità proprie di noi esseri umani, di non poter sempre essere un vincente, di poter essere lasciato da una ragazza, di poter accettare di non essere all'altezza del lavoro di pilota?