domenica 29 luglio 2018

PERCHÉ SÌ AL DECRETO DIGNITÀ


Confindustria continua a ripetere che il cosiddetto “Decreto Dignità” è un segnale molto negativo per le imprese e rischia di far crescere il tasso di disoccupazione. Cerchiamo per prima cosa di capire in che modo e in che misura le previsioni di Confindustria sono attendibili.

Prima del referendum costituzionale del 4 dicembre 2016, Confindustria aveva paventato scenari a dir poco apocalittici nel caso in cui avesse vinto il “no”: caos politico, rialzo del tasso di interesse sui titoli di Stato, fuga di capitali, perdita di centinaia di migliaia di posti di lavoro, impennata della povertà, banche a rischio fallimento. 

Per fortuna le sue profezie non si sono avverate, e noi siamo ancora qui: vivi e vegeti!

Contrariamente ai foschi presagi di Confindustria e di Renzi, non c’è stata nessuna impennata degli interessi sul debito pubblico, né caos politico, nessuna fuga di capitali, nessun aumento della disoccupazione. La situazione italiana non è buona, ma un fatto è certo: l’esito referendario non ha spostato in peggio il quadro complessivo. Al contrario, un anno dopo il Pil ha messo a segno un +1,5%, ben lontano dal – 0,7% previsto da Confindustria.

Insomma, se le previsioni di Confindustria, sulla crescita economica italiana e sul quadro politico, in campagna referendaria sono state quanto di più distante dalla realtà, non è detto che il monito espresso sul “Decreto Dignità” preluda necessariamente a un rischio di maggiore disoccupazione.

Ma la domanda è: perché mai il “Decreto Dignità” dovrebbe necessariamente creare maggiore disoccupazione? Esiste davvero una relazione diretta tra maggiori tutele dei lavoratori e grado di disoccupazione? E perché mai le imprese si mostrerebbero più inclini ad assumere lavoratori a condizione che questi non abbiano alcuna tutela?

Allo stato delle cose non esiste alcun dato, alcuno studio serio che consente di concludere che il tasso di rigidità del mercato del lavoro sia causa di maggiore disoccupazione. I risultati, al contrario, dimostrano in modo concorde che minore flessibilità e maggiori tutele sono condizioni che favoriscono una migliore produttività del lavoro; l’indice di produttività del lavoro è in genere migliore se si può contare su lavoratori fidelizzati e affidabili, e non certo ricattabili. Quando negli Stati Uniti, nel 1865, venne approvato il tredicesimo emendamento della Costituzione, con il quale venne abolita la schiavitù in tutti gli stati, i ricchi proprietari terrieri del sud paventarono un crollo dell’economia non dissimile a quello annunciato da Confindustria. Ma questo non accadde, e gli Stati Uniti sono diventati la superpotenza che noi oggi conosciamo.

Secondo Daron Acemoglu e James A. Robinson, due eminenti economisti, le nazioni falliscono quando le politiche poste in essere dai governi ancorché inclusive sono estrattive. Le politiche sono inclusive quando pongono l’attenzione soprattutto nella difesa dei diritti delle persone meno forti, rendendoli protagonisti della crescita e dello sviluppo di una data società, senza lasciare ai margini nessuno. Sono invece estrattive quando consentono a determinati gruppi sociali di appropriarsi del reddito e della ricchezza prodotta da altri. In questo caso la crescente povertà dei suoi abitanti sfocia fatalmente in rivolte e guerre civili che rovesciano le istituzioni democratiche e portano all’instaurazione di regimi totalitari. La prosperità delle nazioni si fonda sulla pace sociale, e questa si mantiene a condizione di garantire a tutti livelli di dignità accettabili.

Ma quali sono le novità del “Decreto Dignità” in materia di contratti di lavoro a termine rispetto alle precedenti leggi?

Quelle di maggiore impatto che hanno determinato un’alzata di scudi da parte di Confindustria riguardano il ritorno delle causali e l’aumento dei contributi a carico dei datori di lavoro, a partire dal primo rinnovo. E poiché le causali sono l’aspetto più criticato, vediamo cosa sono. 

In sostanza il decreto stabilisce che per i contratti a tempo determinato, dopo il primo rinnovo, devono essere riportate obbligatoriamente le causali. La causale può rientrare tra due diverse categorie: 1) ragioni oggettive estranee all'azienda o sostitutive del personale, 2) picchi di attività imprevisti e temporanei.

Nella prima categoria rientrano: esigenze temporanee ed oggettive estranee all’ordinaria attività del datore di lavoro, ragioni sostitutive, esigenze connesse ad incrementi temporanei, significativi e non programmabili dell’attività ordinaria. Tanto per intenderci: nella prima categoria rientrano quei lavoratori assunti in sostituzione di lavoratrici che sono in maternità, quando dopo i dodici mesi si rendesse necessario rinnovare il contratto per il perdurare dell’assenza della lavoratrice per maternità; o, ancora, quando l’azienda – al termine del primo contratto – si trovasse a far fronte ad una commessa straordinaria che prevede consegne in tempi rapidi. 

Insomma, per effetto del decreto, l’azienda non potrà prorogare ad libitum un contratto a tempo determinato senza specificarne la ragione. Secondo il principio generale che l'utilizzo del contratto a termine, dopo il primo, deve essere limitato a esigenze particolari, e non per l'attività "normale".

Nella seconda categoria rientrano ovviamente tutti quei soggetti economici, individuati con decreto del Ministero del Lavoro delle politiche Sociali, che per natura e tipologia hanno picchi di attività stagionali (si pensi all’attività alberghiera e ristoratrice), e tali da non consentire all'imprenditore una loro gestione con la sola forza lavoro disponibile.

A questo punto s’impone una riflessione. Se l'utilizzo del contratto a termine resta sostanzialmente liberalizzato per i rapporti di durata inferiore all'anno, mentre dovrà essere sostenuto da ragioni giustificatrici quando la durata iniziale del rapporto sia superiore all'anno (circostanza che ricorre ben raramente) o sia successivamente prorogata oltre l'anno, dove sta la ragione di tanto allarme suscitato da Confindustria e suoi epigoni?

Si dice che il Decreto farà ripartirà il contenzioso sulla legittimità delle causali indicate dai datori di lavoro e contestate dai lavoratori. E quando un giudice dovesse esprimersi sulla sua invalidità, questo porterebbe alla conversione del rapporto a tempo indeterminato. Pertanto, la valutazione, dagli esiti incerti, della legittimità o meno della causale, posta a fondamento del rinnovo, indurrebbe, a sua volta, il datore di lavoro a non rinnovare il contratto al termine dei dodici mesi, determinando così un maggior turnover di personale e un aumento dei precari nel mondo del lavoro.

Lasciamo perdere l’irragionevolezza di una tale minaccia (un datore di lavoro che, dopo aver sostenuto costi e tempi di formazione per un anno, non rinnovi il contratto a un lavoratore, pur ritenendolo valido, preferendo sostituirlo con un altro a tempo determinato è fuori dalla grazia di Dio), ma resta il fatto che una tale argomentazione tradisce sfacciataggine e arroganza, che può essere così parafrasata: “so di avere il coltello dalla parte del manico, e intendo continuare a mantenerlo”. 

Alla faccia della sinallagmaticità dei contratti, una parte vuole tutto a detrimento dell’altra. Il datore di lavoro vuole una condizione di “privilegio esoso” senza se e senza ma. In sostanza, vuole disporre del lavoratore a suo piacimento e arbitrio, senza neppure dover essere costretto a rispondere a un giudice, continuando ad usare il licenziamento o mancato rinnovo come arma di ricatto per ottenere la sua obbedienza totale. 

Per usare una similitudine, sarebbe come se la categoria degli uomini, in considerazione della scarsità dei matrimoni e dei contenziosi in fase di separazione, esigesse che, in caso di scioglimento del matrimonio, nessuna legge e nessun giudice interferisse sulla loro decisione di separarsi, decidendo peraltro di stabilire il quantum debeatur alla moglie sulla base della solo loro magnanimità o spilorceria.

Questo è inaccettabile sul piano civile e giuridico. La ricattabilità del lavoratore non può mai essere considerata accettabile per un Paese che si autodefinisce civile, nemmeno se fosse l’unico mezzo per la ripresa economica. I contratti che salvaguardino la dignità dei lavoratori non sono un optional ma il rispetto che si deve alla nostra Costituzione, che al secondo comma dell’art. 41 – pur ribadendo la libertà di iniziativa economica (che può esercitarsi liberamente senza vincoli) – stabilisce dei vincoli e dei confini: essa non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà o alla dignità umana. Nessuna ragione o causa può dunque giustificare lo svilimento della dignità del lavoro e dei lavoratori: gli uomini non possono e non devono diventare oggetti da scambiare e ricattare.

Se la Confindustria ha ragione quando sostiene che sono le imprese a creare lavoro, è pur vero che allo Stato spetta il compito di regolare i rapporti di lavoro in modo da scoraggiare quei comportamenti che possono essere lesivi della dignità del lavoratore, in quanto e soprattutto “essere umano”. 

Ora, se un lavoratore ha dato prova nel corso di un anno di essere affidabile e competente, non sarebbe sensato e logico attendersi che quel lavoratore venga assunto a tempo indeterminato dall’imprenditore? Di quanti anni ha bisogno l’imprenditore per saggiare l’affidabilità del lavoratore?
Di quale sciagura parla dunque Confindustria?

Ridare dignità al lavoro non è cosa che dovrebbe essere oggetto di discussione. La disoccupazione o l’occupazione non sono il risultato di norme ad hoc disegnate su questo o quel soggetto economico, ma sono l’esito della domanda aggregata e degli investimenti fatti. Non è pensabile pertanto che la ripresa economica e la conseguente riduzione della disoccupazione siano ancorate all’unico dogma della flessibilità. Potrebbe semmai essere vero il contrario: il ricorso eccessivo alla flessibilità e alla precarietà ha posto le condizioni di un generale impoverimento, che ha depresso la domanda aggregata, con la conseguente stagnazione dei consumi. La deregolamentazione del mercato del lavoro, mancanza di occupazione e precarietà, disuguaglianza retributiva, potrebbero essere i veri presupposti del perché l’Italia stenta a crescere. Studi qualificati dimostrano infatti che la ricchezza di una nazione non si crea puntando sulla compressione del salario e dei diritti dei lavoratori, ma sull’innovazione. 

La precarietà ha un impatto negativo sull’economia e genera solo problemi sociali, che presto o tardi sono destinati a scoppiare. Se il lavoro tutelato incentiva le imprese ad investite su innovazione e tecnologia (le vere uniche strategie vincenti nel medio lungo periodo), quello precario e mal pagato disincentiva gli investimenti sull’innovazione e produce una massa di working poor (lavoratori a basso reddito) destinata sì a pesare sui conti e sulla crescita dello stato.

domenica 15 luglio 2018

SIAMO FORSE NOI I CUSTODI DEI NOSTRI FRATELLI?


I confini della terra sono diventati steccati dietro cui tentiamo di recingere la fragilità delle nostre esistenze sempre più incapaci di umana pietà. Un carico di 450 uomini, spinti dalla guerra, dalla dittatura e dalla povertà a fuggire dai loro paesi, rappresentano un problema insolubile e insanabile.

Chiusi dentro la fortezza del nostro Occidente democratico, dove l’opulenza ci costringe a massacranti allenamenti e diete ferree, non possiamo dividere il più con chi ha meno. Da quale parte del muro sta la barbarie?

L'Italia non molla: prima di far sbarcare la nave Frontex e quella della Guardia di Finanza, ora in rada a Pozzallo, vuole garanzie sulla ridistribuzione dei 450 migranti a bordo. E mentre Francia, Germania e Malta ci pensano, esseri umani, “senza più forza di ricordare vuoti gli occhi e freddo il grembo come una rana d'inverno”, attendono di conoscere la loro sorte.

Noi abbiamo altre cose più importanti cui pensare. Per esempio, dove trascorreremo le prossime vacanze estive; quando ricominceranno i saldi; investo in titoli azionari o obbligazionari … ecc.

Problemi senz’altro più importanti! E poi – diciamolo – accoglierli non fa altro che motivare i trafficanti e aumentare le loro entrate. C’è dunque un principio di legalità che bisogna salvaguardare!

Se poi questa gente morirà nei campi di detenzione libici, beh: è un problema che non ci riguarda. L’importante è che non ci disturbino troppo. Dopo tutto cosa possiamo farci noi. Ammettiamolo, non possiamo farci angustiare da questa gente, la vita è breve: è solo una. Senza questa gente che sbarca sulle nostre coste, potremo finalmente abbandonarci a occupazioni più piacevoli.

È questo il grande male del nostro tempo: l’indifferenza. Possiamo portare avanti le tante incombenze della quotidianità, senza provare alcuna risonanza emotiva al bisogno, alla sofferenza dell’altro. La cultura del consumismo ci ha portati a pensare solo a noi stessi. Quasi che soltanto noi abbiamo diritto alla felicità, al benessere. Se gli altri vivono in condizioni peggiori della nostra, la cosa non ci riguarda. E il peggio è che alla sofferenza dell’altro ci siamo abituati, come se l’altro non avesse lo stesso nostro sistema nervoso.

Come Caino diciamo: siamo forse noi i custodi dei nostri fratelli?

Io non so se questo è il segno della nuova civiltà che avanza. Ma di certo so che mi dà i brividi!

domenica 8 luglio 2018

LA SINISTRA CHE VERRÀ


La sinistra, dopo la sconfitta del blocco comunista nel 1989, è stata travolta dall’avanzata del modello neoliberista, che a partire dagli anni Ottanta ha colonizzato non solo l’economia, ma anche la cultura, e con essa la società e l’ambiente. 

Potevamo sperare che dalle ceneri del comunismo sorgesse la sua alternativa socialdemocratica e riformista. Ma no, nel giro di qualche decennio siamo passati da un’«economia di mercato» a una «società di mercato». 

Insomma, in altre parole, il mercato non è solo meccanismo di regolazione dell'economia, ma più in generale condiziona e regola le istituzioni di governo e l'intera sfera sociale. E sempre di più assistiamo ad una vera e propria lotta di classe capovolta: non gli ultimi che si battono per vedere riconosciuti i loro diritti, che giorno dopo giorno vengono erosi, ma gli oppressori che guadagnano terreno a scapito degli oppressi, che non osano – perché infiacchiti? – nemmeno ribellarsi ai loro sfruttatori. 

Accade così che mentre la quota dei salari degli oppressi va via via diminuendo, la ricchezza dei privilegiati, appartenenti a quell’1% della popolazione mondiale, va spaventosamente accrescendosi, accentuando scandalosamente l’indice di disuguaglianza. 

Il fatto che i ricchi siano diventati più ricchi e i poveri più poveri, che i potenti guadagnino sempre più potere mentre i deboli diventano sempre più impotenti, è accettato come un fatto naturale e inevitabile. Gli oppressi hanno imparato ad accettare la loro condizione di “paria” docilmente e volontariamente.

Com’è possibile che questo sia potuto accadere? Forse perché sono riusciti a farci credere che alternative a questo stato di cose non v’è e che dobbiamo rassegnarci alle nuove gerarchie di potere, quantunque nessun popolo le abbia elette?

Per me è chiaro che questo è accaduto perché è mancata una sinistra degna di questo nome. 

È accaduto perché, a partire dagli anni Ottanta, la sinistra è stata colta da una crisi d’identità che l’ha portata a giocare su entrambi i tavoli: quello di destra, di stampo liberista, e quello sociale proprio della sinistra. 

Il risultato è stato che ha finito per diventare completamente subalterna al paradigma delle politiche neoliberiste e per perdere progressivamente il voto dei tradizionali elettori di sinistra, convinti che la sinistra dovesse rappresentare innanzitutto le domande di giustizia e uguaglianza di larga parte della società, e non i privilegi già ampi delle classi sociali più ricche. 

Così questa sinistra incapace di rappresentare sia le istanze di destra sia quella di sinistra, come medusa spiaggiata e sballottata dalle onde, attende la sua fine.

Noi oggi possiamo solo sperare che dalle ceneri di questa sinistra agonizzante risorgano tanti spontanei movimenti collettivi capaci di riaggregare una nuova sinistra, che abbatta quarant’anni di dominio dell’ideologia e delle politiche neoliberiste e ridia dignità al lavoro e all’uomo. Con l'augurio che, se le politiche neoliberiste hanno messo al centro il mercato e il privato, la nuova sinistra sia capace di ricostruire una cultura dei beni comuni e del pubblico.