domenica 29 ottobre 2017

QUELLO CHE LA CRISI STA RIVELANDO

Oggi è assai difficile – se non impossibile – tentare di spiegare e di far comprendere alle comuni persone la minaccia che incombe su tutti noi, senza correre il rischio di apparire un complottista o addirittura un paranoico.  Il fatto è che, per capire appieno i retroscena di quello che sta avvenendo nel mondo della politica e dell’economia, sarebbe necessario un impegno maggiore della gente ad acculturarsi, ad informarsi, a studiare. 

E, paradosso dei paradossi, il nostro tempo è contrassegnato da quello che Tullio De Mauro – insigne linguista italiano – chiamava assai efficacemente “analfabetismo di ritorno” per distinguerlo dall’analfabetismo vero e proprio, dovuto per lo più all’impossibilità per i poveri di accedere all’istruzione.

L'analfabetismo di ritorno si ha quando l’individuo, lasciata la scuola, non esercita più quelle competenze apprese nel normale percorso scolastico, perdendo col trascorrere del tempo persino la capacità non solo di utilizzare il linguaggio scritto o parlato per formulare e comprendere frasi di senso compiuto, ma anche i rudimenti logici per interpretare il mondo circostante e i fenomeni che in esso avvengono (scientifici, politici, economici, ecc.). 

Secondo dati Istat, il 70% degli italiani è affetta da analfabetismo di ritorno: legge, guarda, ascolta, ma non capisce. 

È sconcertante!

Quale conseguenza può avere per la democrazia questo stato di cose? 

La domanda, ovviamente, è retorica. Non c’è dubbio, infatti, che se mancano gli strumenti intellettuali per il controllo del flusso di decisioni realizzato dalla politica, accadrà che la maggior parte dei cittadini sarà spinta a votare più con la pancia che con la testa. 

Il risultato – già sotto i nostri occhi – sarà l’ascesa sulla scena politica di un numero sempre maggiore di populismi beceri, creati e alimentati da cinici trascinatori di folle, pronti a cavalcare la rabbia e l’insoddisfazione delle masse, per mettere in atto, una volta ottenuti i voti necessari, i propri disegni e non certo quelli degli elettori, che saranno come lo Santo gabbati dopo la festa. 

Il Berlusconismo, il Renzismo, il Trumpismo (in America) hanno questa matrice comune. Se i cittadini fossero meno analfabeti funzionali potrebbero senz’altro agire elettoralmente più a proprio vantaggio piuttosto che a quello dei tanti populisti, quasi sempre al servizio di potenti lobby, che sono alla fine della fiera i “veri detentori del potere”.

L’uomo del popolo, il cittadino elettore dovrebbe sempre tenere a mente che mentre demagogia e populismo «mobilitano dall’alto» le masse, la democrazia – quella vera – si «mobilità dal basso». E non esiste mobilitazione dal basso senza partecipazione, impegno e disciplina a diventare uomini migliori e non uomini “rabbiosi”: la democrazia per realizzarsi pienamente necessità di uomini consapevoli, il populismo fa leva invece sulla rabbia del popolo.

Dunque, come dicevo: per capire appieno quello che sta accadendo nel mondo dallo scoppio della crisi finanziaria, che ha avuto inizio negli Stati Uniti nel 2006, quando cominciò ad aumentare in modo significativo l'erogazione di mutui ad alto rischio, ossia a clienti che in condizioni normali non avrebbero ottenuto credito poiché non sarebbero stati in grado di fornire sufficienti garanzie, occorrerebbe innanzitutto spegnere la televisione.

Perché spegnerla? 

Ma perché la Tv è disinformazione per eccellenza, per il semplice fatto che è sempre uno strumento nelle mani di un “Padrone”, vuoi istituzionale vuoi privato. “Padrone” è chi è libero di comandare e spadroneggiare a suo piacimento, senza che qualcuno gli si possa in alcun modo opporre. E questo “Padrone” – come accennavo – lo troviamo sia nel pubblico che nel privato.

La RAI, ad esempio, pur essendo un’azienda pubblica resta pur sempre uno strumento lottizzato e clientelare, saldamente nelle mani di un “patronato politico”. Chi detiene il potere usa il “servizio pubblico” ai suoi fini: ricompensa gli individui che hanno offerto sostegno politico (intellettuali, artisti, giornalisti, ecc.), moltiplicando le cariche pubbliche a danno della collettività, e distorce le informazioni piegandole agli interessi di chi governa, dimodoché i cittadini non sappiano come stanno realmente le cose e continuino a credere che “tutto va bene, madama la marchesa”.

Le emittenti private (Mediaset, L7, Sky, ecc.) a loro volta, essendo parti esse stesse del sistema neoliberista fondato prevalentemente sulla logica del profitto, subordinano la qualità dell’informazione e dei programmi televisivi alla celebrazione acritica del mondo dei beni di consumo. D’altronde cos’altro ci si può attendere da una televisione commerciale: essa fa esattamente quello che il nome suggerisce, ossia un mezzo per vendere spazi pubblicitari. E se sono funzionali a vendere prodotti è assai difficile credere che possano andare contro gli interessi di chi quei prodotti produce o vende, compreso il modello sotteso alla cultura del consumo che consiste nell’affermazione di sé e nel rigetto dell’altro, nel quale la morale sociale è declinata nel solo senso edonistico narcisistico.

Ecco dunque perché spegnere la televisione: per salvarsi dal rumore delle chiacchiere inutili finalizzate a non far capire come stanno veramente le cose. 

Per comprendere veramente la realtà è necessario armarsi di libri scritti da uomini come Stiglitz, Krugman, Bauman, Lasch, Gallino, Canfora, ecc. ecc. Solo allora cominceremo a capire il cuore dell’economia e avremo sempre più chiaro il ruolo della politica; ovvero perché questa ha tradito la sua funzione al servizio dei cittadini e si è messa alle dipendenze della finanza speculativa internazionale o – come dice Gallino – del “finanzcapitalismo”.

Soffocati come siamo da un sistema mediatico funzionale al finanzcapitalismo non saremo mai in grado di comprendere la situazione economica mondiale, tantomeno il sistema politico nostrano e internazionale. 

Capire davvero quello che sta accadendo nel mondo significa rinserrarsi nella propria stanza e cominciare a porsi domande.

Una delle frasi più celebri attribuite a Henry Ford, fondatore della omonima casa automobilistica, è: «Meno male che la popolazione non capisce il nostro sistema bancario e monetario, perché se lo capisse, credo che prima di domani scoppierebbe una rivoluzione». 

Il paradosso può essere meglio compreso se pensiamo a quello che avviene tutti i giorni alla chiusura dei supermercati: una quantità impressionante di alimenti che vengono gettati nella pattumiera non possono essere offerti a chi muore di fame, perché questo altererebbe la nota legge economica della domanda e dell’offerta.

Chiediamoci quindi cos’è diventato il denaro ai giorni nostri: dal baratto alla carta-moneta convertibile in oro, siamo passati alla semplice carta sulla quale è stampigliato un valore che non solo ci dà potere sulle cose, ma anche sulle persone. 

La moneta degli Stati, dopo la fine degli accordi Bretton Woods nel dicembre 1971 quando il Presidente Nixon ne dichiarò l’inconvertibilità per finanziare la guerra in Vietnam, oggi è “fiat”. 

Questo significa che essa non ha più valore in sé, se non quello che le riconosciamo come mezzo di scambio. È una mera convenzione, scollegata da qualsiasi altro valore, libera di fluttuare. 

È una nuova forma di fede: se tutti hanno fede in essa si rivaluta; se la fede in essa non c’è più, vale meno della carta su cui è stampigliato il suo valore nominale. 

In nome di questa nuova fede sono stati eretti santuari (Bce, Federal Reserve), chiese (banche) e luoghi di culto e pellegrinaggio (centri commerciali). È la nuova religione del denaro, in nome della quale si devono compiere veri e propri sacrifici umani.

Già perché come nelle religioni il sacrificio umano serviva a placare l’ira degli dei, così nella nuova religione del denaro il sacrificio di milioni di lavoratori serve a placare la divinità dei mercati e renderla nuovamente propizia.

Domandiamoci ora perché mai se la moneta oggi è fiat, ovvero istituisce un sistema monetario che permette una creazione di denaro teoricamente illimitata e a costo zero per lo Stato, la scarsità è stata addirittura eretta a sistema permanente (vedi Grecia)? 

Non solo nell’Eurozona ma anche negli Stati Uniti, dove l'88% degli americani non ha raggiunto il potere d’acquisto ante crisi, nonostante il Pil sia tornato ai livelli pre crisi, per la maggioranza dei cittadini il reddito basta appena per comprare il necessario.  Concedersi degli extra e mettere anche qualcosa da parte, neppure a parlarne. 

Insomma, la crisi ha cambiato le carte in tavola per la gran parte della popolazione (quella che viveva di lavoro), salvo per quelli che già ricchi sono diventati mostruosamente più ricchi. 

C’è qualcosa che non torna!

Quindi la domanda è: perché mai nonostante l’abbondanza, il culto dei sacrifici e della scarsità è divenuto il tema ricorrente dei politici di tutto il mondo? 

La mia risposta è che basandosi l’attuale sistema economico sul nulla, per sottrarlo dalla condizione profana, ovvero dallo stato di impotenza radicale, in cui è (se solo l’uomo del popolo comprendesse che questo stato di cose è un inganno abilmente perpetrato da una élite ai suoi danni), occorre consegnarlo al sacro. 

Da un punto di vista fenomenologico, il sacro è essenzialmente potenza. E il nocciolo della sacralità è il “sacrificio”, senza il quale il sacro perde potenza.

Quanti ora sono coloro che sanno che a fronte di un 3% di moneta reale (contante, per capirci) esiste un 97% di moneta virtuale? Moneta creata dal nulla digitando numeri sulla tastiera di un computer. 

Per la prima (la moneta reale), il costo di fabbricazione corrisponde al costo della carta, dell’inchiostro e della sua produzione; per la seconda, la moneta digitale o elettronica, il costo è pressoché zero.

E veniamo alla domanda successiva: chi stampa la moneta, le banconote? Le banche centrali, che sono le uniche deputate a creare il denaro. 

Lo statuto della Bce all’art. 16 dispone che il diritto esclusivo di autorizzare l’emissione di banconote, aventi corso legale, all’interno della Comunità spetta a lei soltanto.

Quando uno Stato – come anche l’Italia – chiede moneta (credito) alla Bce per far funzionare la macchina economica, questa presta il denaro chiesto in cambio del controvalore in titoli di Stato; veri e propri pagherò che lo Stato debitore dovrà alla Bce.

Questa a sua volta collocherà sui vari mercati finanziari i titoli presi in pegno da ciascuna nazione per farseli rimborsare. Ora si verifica un duplice paradosso: mentre la Bce presta il denaro creato dal nulla (fiat), le nazioni pagano gli interessi a chi compra i suoi titoli, piazzati dalla stessa Bce per farsi rimborsare del denaro creato dal nulla da questa. 

Accade così che attraverso un'operazione puramente virtuale ci guadagna la Bce, ci guadagnano i mercati finanziari, ma si indebitano gli stati, ovvero i cittadini.

Si calcola che per ogni 100 Euro che la BCE presta alle nazioni, queste devono mediamente restituire ai mercati – e quindi al sistema finanziario in toto – circa 106 Euro. 

Non ci vuole molto per comprendere che dato questo stato di cose nessun paese si libererà mai dal debito, che grava come una spada di Damocle sulle presenti e future generazioni. 

Da simili usurai non ci si libererà mai, condannati – senza una presa di coscienza – a sprofondare negli abissi più cupi, in una spirale perversa nella quale le nazioni – formate da persone che producono ricchezza reale – sono costrette ad emettere garanzie per far funzionare la macchina dello stato e dell’economia, sulle quali pagano interessi e quindi denaro reale ai mercati finanziari, in cambio di denaro creato dal nulla.

In soldoni vuol dire che la Bce pur avendo risorse infinite e potendo risolvere da un giorno all’altro la condizione di povertà in cui versano milioni di cittadini europei non lo fa per la stessa ragione per la quale i supermercati buttano nella spazzatura i polli invenduti per non alterare la legge “sacrosanta” della domanda e dell’offerta.

Questo sembra a voi morale?

Quello che voglio dire in estrema sintesi è che il sistema economico mondiale è congegnato in modo tale da favorire il finanzcapitalismo, di cui parla Luciano Gallino. Il quale, di questo passo, senza opposizione alcuna, finirà per governare l’economia dell’intero Pianeta e con essa le coscienze degli uomini, realizzando la profezia di George Orwell: un potere panottico che manipola i suoi sudditi e riduce l’uomo in schiavitù.

Quattro grandi banche e otto famiglie ad esse collegate controllano già di fatto il mondo e sono in grado di fare il bello e il cattivo tempo in borsa. 

L'enorme quantità di denaro che hanno accumulato le mette in grado già oggi di scatenare ondate di panico ad hoc sui mercati borsistici, vendendo in massa e riacquistando in seguito a prezzi bassissimi; distruggere imprese che poi riacquisteranno a prezzo di saldo. 

La tattica è sempre la solita e il fine il medesimo: concentrare potere nelle mani di pochissimi.

Come nella pesca a strascico, possono creare nelle nazioni economie espansive ad hoc, al fine di raccogliere anche il denaro faticosamente messo da parte dei risparmiatori dopo anni di sudato lavoro. L'esperienza del bail in docet. 

Come si fa? 

Semplice, si crea una fase di economia espansiva, facendo affluire molta moneta sul mercato. Condizione questa favorevole al prestito da parte delle banche. Con la facilità nell’ottenere prestiti, molte più persone sono invogliate a fare acquisti: cambiare l’auto, mettere su casa, aprire nuove attività, ecc. 

Quindi quando tutti i pesci sono nella rete, la si tira su, chiudendo i rubinetti del credito e generando una nuova crisi. 

Com’è facile intuire con l’espansione aumentiamo il nostro debito verso questi “padroni del mondo”; con la crisi gli “restituiamo” con interessi assai più gravosi quanto avevamo ottenuto nella fase di euforia generale. 

Loro ci mettono nulla – carta straccia – noi la nostra anima e quella dei nostri figli. È un vero e proprio patto col diavolo, in cui a perdere siamo sempre e soltanto noi.

I politici, che noi eleggiamo, sono i complici di questo immorale sistema nella misura in cui occultano e difendono questo sistema a spada tratta, senza denunciarlo, senza smascherarlo. E sono tanto più colpevoli, in quanto senza la loro complicità, i “padroni del mondo” sarebbero come il “re nudo”.

Concludo con una citazione di Marco Tullio Cicerone, che meglio indica la responsabilità dei politici dinanzi alla Storia e il tradimento che essi perpetuano nei confronti dei loro elettori: 

«Una nazione può sopravvivere ai suoi imbecilli ed anche ai suoi ambiziosi, ma non può sopravvivere al tradimento dall’interno. Un nemico alle porte è meno temibile perché mostra i suoi stendardi apertamente contro la città. Ma per il traditore che si muove tra quelle, la porta è aperta, il suo mormorio si sposta dalle strade alle sale del governo stesso. Perché il traditore non sembra un traditore. Parla una lingua che è familiare alle sue vittime ed usa il loro volto e le loro vesti, appellando alle profondità del cuore umano. Marcisce il cuore di una nazione; lavora in segreto come un estraneo nella notte, per abbattere i pilastri della nazione, infetta il corpo politico in modo inesorabile».

sabato 7 ottobre 2017

MASSACRO LAS VEGAS E IL DILEMMA DELLA BOTTE PIENA E DELLA MOGLIE UBRIACA

Strage a Las Vegas: 59 morti e 527 feriti. Stephen Paddock, il killer, dopo aver caricato dieci valigie con armi e munizioni, è salito al 32esimo piano del Mandalay Bay, dove aveva prenotato una suite, e da lì ha scaricato il suo arsenale d'armi e munizioni sulla gente inerme presente al festival di musica country. Quando gli agenti delle forze speciali hanno fatto irruzione nella sua camera d’albergo, il killer, dopo aver sparato attraverso la porta, si è tolto la vita. Gli investigatori hanno trovato 42 armi da fuoco, tra pistole e fucili.

Le motivazioni alla base del folle gesto restano incomprensibili; l’azione di un paranoico. Lo sceriffo ha comunque chiarito che non sembra trattarsi di un atto terroristico. Per l’Fbi non esiste alcuna connessione con l'Isis, e tuttavia questa ha rivendicato l'attentato tramite la sua agenzia di stampa Amaq, sostenendo che il killer si fosse convertito all'islam qualche mese fa.

Questo è il rischio che si corre quando si dà la patente di attentato terroristico ad ogni atto scellerato messo in atto da menti squilibrate: quello di permettere ad una fatiscente organizzazione terroristica come l’Isis di appropriarsi di delitti e stragi compiuti da squilibrati per convincere altri squilibrati a colpire in Occidente nel nome di Allah.

Una strage ogni 64 giorni: questa è la frequenza degli omicidi di massa negli Usa compiuti dai cosiddetti mass murderer, soggetti paranoici che uccidono con premeditazione un gran numero di persone. E occorre aggiungere che oltre ad accadere con maggiore frequenza (fino ai primi anni 2000 la media era di una strage ogni 200 giorni), le stragi di massa fanno sempre più vittime.

Un altro dato altrettanto sconcertante è che soltanto il 22% dei killer delle stragi di massa (per il 97-98% uomini), risulta avere problemi mentali seri. Da ciò se ne deduce che nel restante 78% non troveremo alcun segno della loro devianza o mostruosità tale da destare allarme sociale. Prima dell’insano gesto, costoro vengono descritti da parenti, amici, fidanzate e conoscenti come soggetti assolutamente normali.

Di fronte all’ennesimo turbamento e profondo disorientamento manifestato dalle autorità politiche americane, c’è da chiedersi: è possibile che siano talmente stolti da non scorgere il legame esistente tra l’estrema facilità nell’acquisto legale di armi, come fossero attrezzi da giardinaggio, e le stragi messe in atto da questi forsennati?

Il fatto che un massacro su tre avvenga negli Stati Uniti, dove l’accesso alle armi da fuoco è facilitato da leggi poco restrittive, dovrebbe mostrare loro in modo evidente che non si può avere “la botte piena e la moglie ubriaca”.

Ritengo che la logica del voler coniugare “la botte piena e la moglie ubriaca” sia un tantino difficile da realizzare: la botte piena esclude la moglie ubriaca e viceversa. Se si vuole continuare a garantire ai cittadini il diritto di comprare armi, non si può poi mostrare stupore e rabbia davanti al ripetersi delle sparatorie di massa. Non posso ragionevolmente credere che gli Usa abbiano il monopolio della follia o della violenza; posso invece ragionevolmente essere indotto a pensare che le stragi avvengano negli Usa solo perché pazzi e violenti hanno grande facilità ad entrare in possesso di armi da fuoco con le quali liberare poi i loro impulsi distruttivi.

Quando sentiamo odore di bruciato, pensiamo al fuoco e non certo alle scaloppine. E questo perché siamo guidati da un principio di buon senso che ci porta a ritenere che in generale la spiegazione più semplice è quasi sempre quella giusta. Cosicché se si vuole arginare il crescente numero di omicidi di massa correlati all’uso di armi da fuoco, bisogna pur riconoscere la necessità di leggi restrittive in materia di acquisto delle armi.

Negli Stati Uniti il divieto del fumo vale non soltanto nei locali pubblici, negli spazi comuni e negli uffici, ma in alcuni stati, come la California, non si può fumare neppure su alcune spiagge o per la strada a meno di sei metri dall'ingresso dei palazzi; a San Francisco poi non si può fumare neppure nei parchi. La crociata contro il fumo negli Stati Uniti ha assunto i caratteri di un isterismo collettivo da caccia alle streghe. E questo perché, secondo vulgata, esisterebbe una correlazione tra tabagismo e cancro al polmone. Ma ipocritamente si nega la più stringente relazione esistente tra armi in circolazione e numero di omicidi perpetrati, in assenza di un’adeguata legislazione che impedisca almeno il facile accesso alle armi da parte di matti e individui pericolosi. Il killer di Las Vegas aveva con sé un arsenale di 42 armi da fuoco; troppe per motivarle con il bisogno di sicurezza. Detto in altre parole, non si comprano fucili capaci di sparare centinaia di colpi al minuto solo per proteggersi dal ladro che penetra in casa.

Non mi piace l’ipocrisia di uno Stato che da una parte fa una crociata contro il fumo nel nome di un salutismo bigotto, mentre dall’altra arma la mano dei propri cittadini per incrementare i profitti dei fabbricanti d’armi. Com’era già accaduto in seguito ai massacri di Orlando e San Bernardino, subito dopo la carneficina consumata a Las Vegas, i titoli dei grandi produttori di armi sono schizzati in Borsa, in previsione di un boom di vendite. Dunque ancora una volta gli interessi del potere economico e della speculazione finanziaria prevalgono su quelli della sicurezza sociale e individuale.

Dire che – come ha fatto Trump – le stragi sono opera di psicopatici, che poco o nulla hanno a che vedere con la vendita e l’uso delle armi, è un esempio di pensiero illogico e semplificato che porta a conclusioni errate.

Quando i mostri sembrano persone normali e il numero degli psicopatici in giro è destinato ad aumentare, per via dei milioni di narcisisti – incapaci totalmente di empatia e compassione – prodotti da una società a sua vota narcisistica, non resta che prendere una decisione: o la botte o la moglie.

Se vogliamo conservare una società agghindata e ammaliante come una meretrice per l’esterno, ma per l’interno marcia; nella quale la ricerca del benessere individuale prevale su quello collettivo; in cui l’autenticità delle relazioni umane è sostituita dall’utilitarismo; in cui, ancora, il culto della personalità vincente soverchia ogni altro valore (onestà, lealtà, rettitudine, umanità). Beh allora, c’è un prezzo da pagare. E quel prezzo è la mostruosità di personalità intossicate da invidia, risentimento, rancore, intolleranza, vandalismo, odio, violenza.

Ora se questa è la civiltà che abbiamo scelto e riteniamo la migliore possibile, di fronte al crescente numero di soggetti paranoici, fallito il tentativo di reintegrarli, non resta che limitare il numero delle armi da fuoco. Oppure, strappare la maschera di ipocrisia e rassegnarci, nel nome di un individualismo sfrenato, a sacrificare al Minotauro della civiltà occidentale contemporanea il tributo di sangue che reclama.


Non si può avere botte piena e la moglie ubriaca!

martedì 3 ottobre 2017

REFERENDUM CATALOGNA E FALLIMENTO DELLA DEMOCRAZIA

Il recente referendum in Catalogna, con la vittoria incontestabile degli indipendentisti, mostra che la democrazia, così com’è praticata, è uno strumento in grado tanto di dividere i cittadini quanto di unirli. Il risultato di domenica scorsa ha portato allo scoperto le ampie lacerazioni presenti nel tessuto della nazione spagnola.

Il governo di Rajoy ha giocato l’unica carta della forza e bisognerà attendere per sapere se la Storia gli darà ragione o torto. Per ora l’unico risultato certo è stato quello di aver fomentato lo spirito indipendentista dei catalani: il governo catalano può vantare una vittoria “senza se e senza ma”. 

Con un'affluenza al 42% degli aventi diritto, il sì all'indipendenza della Catalogna ha ottenuto circa il 90% dei voti. E, secondo il governo di Barcellona, senza la chiusura dei seggi da parte della polizia l'affluenza sarebbe potuta arrivare al 55%. Il “no” si è fermato al 7,87% dei voti. 

Per il presidente catalano, Carles Puigdemont, “I cittadini catalani si sono guadagnati il diritto ad uno Stato indipendente”. Quindi ha lanciato un appello all'Europa affinché cessi di ignorare la crisi catalana e le violazioni dei diritti umani di cui si è resa responsabile la Spagna: “L'Ue non può continuare a guardare dall'altra parte – ha detto – abbiamo guadagnato il diritto di essere rispettati in Europa”.

Lo scenario che si apre ora è di impasse e di estrema incertezza, non solo per la Spagna, ma per ogni altra rivendicazione secessionista presente nei vari Stati dell'Ue. 

A mio parere, la responsabilità  di quanto è accaduto in Spagna – repressione, cariche della polizia, esito referendario – è di entrambi i governi: tanto del governo catalano quanto di quello spagnolo. Da entrambe le parti non si è mai provato a stilare un’agenda politica condivisa sul modo in cui ricucire gli strappi creatisi all’interno della crisi del sistema spagnolo.

L’indipendentismo catalano ha radici storiche antiche, ed è la dimostrazione di come le fusioni a freddo di culture ed etnie diverse sono destinate prima o poi a deflagrare, se non accompagnate da sapienti ed efficaci politiche di integrazione. 

Le classi politiche al comando dovrebbero riconoscere che di democrazie che alimentano le differenze anziché ridurle non v’è necessita. Queste democrazie hanno l'unico effetto di incrementare la sfiducia e l’insoddisfazione dei cittadini nei confronti dei sistemi di governo. Ma, a quanto pare, questi campanelli d’allarme non sono sufficienti a destarle dal letargismo culturale e politico in cui versano; continuano a celebrare il teatro della politica come se fosse la vera e autentica incarnazione della democrazia, senza rendersi conto che ne stanno invece celebrando il funerale.

In realtà di democrazie incapaci di migliorare il benessere delle nazioni, intese come l’insieme degli individui che le compongono, i popoli non ne hanno bisogno. 

Senza una governance efficace capace di armonizzare le differenze e le diversità in un unico progetto riformista condiviso da tutti, la democrazia è destinata a diventare simulacro vuoto, incapace di affrontare il complesso futuro che abbiamo di fronte. 

La conseguenza di questa mancanza di presa d'atto da parte delle classi dirigenti aprirà un'autostrada alla tirannia dei populismi, in cui nessun meccanismo di pesi e contrappesi varrà poi a frenare la velleità di quanti, arroganti e spocchiosi, faranno credere alla stolida massa di  avere in tasca la soluzione a tutti i mali.

Dopotutto, Platone l’aveva già previsto, individuando nella democrazia la penultima fase della loro degenerazione in tirannia.

Per il filosofo greco gli ingredienti fondamentali di una democrazia efficiente erano una cittadinanza istruita e impegnata e una classe dirigente saggia. Possiamo in tutta sincerità affermare che le nostre odierne democrazie rispecchino questi tre attributi (istruzione, impegno e saggezza)?