Capisco che parlare di “reddito di base” o “reddito minimo”
possa apparire come una provocazione, ma credo che allo stato delle cose sia lo
strumento migliore per arginare la povertà crescente. La concentrazione della ricchezza
nelle mani di pochi e l’automazione dei processi produttivi rendono sempre più
necessario prendere in considerazione l’idea di una redistribuzione della
ricchezza a sostegno dei più poveri e di chi è rimasto fuori dal circuito
lavorativo.
I ricchi in Italia dovrebbero essere tassati in maniera più
significativa per consentire da una parte a drenare risorse economiche per l’adozione
di un reddito minimo e dall’altra a ridurre la distorsione per cui la ricchezza
dipende sempre di più dal patrimonio accumulato in passato e sempre meno dal
reddito.
Negli ultimi anni, secondo Bankitalia, la distribuzione della
ricchezza tra le classi di età si è invertita: a differenza di quanto accaduto
in passato i giovani sono più poveri degli anziani perché non riescono ad
accumulare risparmio con il solo reddito da lavoro.
Il reddito da lavoro è
incomparabilmente più basso di quello derivante da capitale; il ruolo dei
redditi da capitale è doppio rispetto a quelli da lavoro.
Lo squilibrio nella ricchezza imporrebbe che il grosso del
carico fiscale gravi sul 20% più ricco della popolazione. Sempre secondo
Bankitalia, il 20% più ricco della popolazione italiana detiene il 61,6% della
ricchezza totale; l’altro 20%, appena al di sotto, detiene il 20,9%. Ne
consegue che il restante 60% deve accontentarsi del 17,4% della ricchezza
nazionale. In questo 60% si colloca poi il 20% più povero, cui è riservato appena lo
0,4% della ricchezza nazionale.
Adottando un reddito minimo, esentando dal pagamento delle imposte i redditi fino a 28.000 euro, applicando un'aliquota del 20% sui redditi compresi tra 28.001 euro e 55.000 euro, la
propensione al consumo sarebbe massima e la ripresa del Pil assicurata.
Costringere il 20% più ricco e il sottostante 20% a pagare quasi tutto per
garantire il restante gettito fiscale, non avrebbe alcuna o
nessuna variazione sul Pil, giacché costoro, anche in presenza di una forte
tassazione, assai difficilmente sarebbero messi nella condizione di modificare
il loro tenore di vita e di dover conseguentemente ridurre i consumi.
È
chiaro che se non si elimineranno queste distorsione con una politica fiscale
di redistribuzione del reddito, il problema è destinato ad aggravarsi e con esso
non solo il Pil ma anche il livello di benessere individuale della società.