sabato 31 marzo 2018

NESSUNO DI NOI È ESENTE DA RESPONSABILITÀ


L’arroganza del potere non sarebbe tale senza la nostra diretta o indiretta complicità. Se la sottomissione al potere non fosse profondamente radicata nella mente dell’uomo l’arroganza del potere non sarebbe tale; se non fosse così persistente e pervasiva, il dominio dell’1% della popolazione mondiale sul restante 99% non durerebbe un secondo.

Senza la connivenza di milioni di tedeschi, il “Führerprinzip”, il principio di supremazia del capo, che permise a Hitler di provocare la tragedia della Seconda Guerra Mondiale e i crimini dei campi di sterminio, non sarebbe stato attuabile dal solo atto di volontà del Führer. Milioni di volenterosi carnefici resero, e rendono – purtroppo ancora oggi – possibile, il perpetuarsi di crimini dell’uomo sull’uomo.

Con il mondo che si trova di fronte a pericoli sempre più minacciosi provenienti da leader ambiziosi, non prendere consapevolezza del fatto che tutti noi – in tanti modi, apparentemente innocui – intratteniamo una relazione molto stretta proprio con quel potere che a parole disprezziamo, ma nei fatti alimentiamo con le nostre scelte di vita (per convenienza, opportunismo, lassismo), ci condannerà a rivivere quel fascismo o qualche altro nuovo – non ancora specificato – male universale.

Pensare che il potere sia semplicemente qualcosa di esterno a noi – che ci sovrasta, ci degrada, ci fa sentire inferiori – è certamente attendibile e descrive bene ciò che il potere fa. Ma non spiega da dove esso tragga alimento per affermarsi e accrescersi.

Steve Biko, che l’aveva capito bene, coniò il celebre aforisma: “L'arma più potente nelle mani di un oppressore è la mente degli oppressi”. E già perché il potere s’impone a noi in quanto ne accettiamo tacitamente le condizioni, lo interiorizziamo; l’assoggettamento consiste proprio in questo processo di sottomissione volontaria al potere.

In queste condizioni formarsi un’opinione veramente libera, dalle costrizioni e dalle manipolazioni dell’ordine costituito dal potere, non esiste; men che mai l’opportunità di una visione critica dello stesso. E una sorte di complicità con esso rende possibile che il seme del fascismo non muoia mai e non scompaia per sempre.

Come il bacillo de “La peste” di Camus: “può rimanere dormiente per anni e anni in mobili e ceste delle biancherie; che aspetta in camere da letto, cantine, bauli e librerie; e che forse sarebbe arrivato il giorno in cui, per la rovina degli uomini e per favorire la loro comprensione, avrebbe svegliato di nuovo i suoi ratti e li avrebbe mandati a morire in una città felice”.

domenica 25 marzo 2018

UOMINI E TOPI


Secondo Aristotele, l'uomo è «animale naturalmente sociale»: egli tende per natura ad aggregarsi con altri individui e a costituirsi in società. L’essere umano è pertanto davvero tale solo se ha la facoltà di agire politicamente in mezzo agli altri, altrimenti è puro metabolismo, biologia, animalità.

Si può discutere quanto questo sia vero, ma una cosa è certa – e l’esperienza ci conforta – l’impossibilità dell’agire sociale ci rende meno umani, più disumani. Basta vedere il comportamento di alcuni nel traffico, alla guida del proprio veicolo: sollecitazioni e pulsioni barbariche emergono dalla personalità profonda di ciascuno di noi.

L’agire sociale è qualcosa di affatto diverso dal semplice agire: non ogni specie di contatto tra gli uomini riveste carattere sociale. I comportamenti legati alla cosiddetta “road rage”, traducibile con “rabbia al volante”, in cui ciascuno comunica all’altro la propria rabbia (suonare con insistenza il clacson, tagliare la strada, invadere la corsia opposta, sparare gli abbaglianti, ecc.), non sono atti forniti di senso sociale; sono piuttosto atteggiamenti orientati e conseguenti al comportamento di altri individui. L’agire sociale è la serie di atti scelti tra varie alternative possibili, posti in essere sulla base di un progetto comune concepito in precedenza, al fine di conseguire uno scopo più gradito; una società nella quale non è il diritto del più forte a prevalere, ma la forza del diritto, in cui norme e valori valgono “erga omnes”.

Cosa accadrà allora in una società nella quale la partecipazione e l’azione politica viene sempre più percepita come impossibile, non perché proibita ma perché ineffettuale, priva di concretezza, senza risultato?

Accadrà quello che accade: l’individuo, privato di quel minimo di partecipazione, si esprimerà nell’imitazione gregaria, nell’accettazione acritica dello status quo. E i sintomi di una tale malattia sociale sono la pigrizia, la viltà, l’inerzia dei cittadini, che, incapaci di trasformare lo stato di cose esistente in altro, sfogano rabbia e frustrazione su quello che socialmente è considerato il più debole, il più privo di difesa, l’attore sociale incapace di rappresaglia.

Quando il comportamento degli uomini è più simile a quello dei topi che a quello degli umani.

Henri Laborit – medico, biologo e filosofo francese – dal 1958 al 1983 condusse interessanti esperimenti sui topi; tre topi, chiusi ciascuno in una gabbia, erano sottoposti a delle scariche elettriche in modo casuale. Al primo topo veniva data la possibilità di uscire dalla gabbia; al secondo topo non veniva offerta questa possibilità, ma gli veniva affiancato un altro topo più debole sul quale sfogare rabbia e frustrazione; al terzo entrambe le alternative erano precluse.

L’esperimento venne condotto ripetutamente sulle povere bestie per saggiarne la capacità di adattamento. Al termine, i topi furono sottoposti a controllo.

Il topo rinchiuso nella gabbia con l’uscita di fuga non manifestò alcun sintomo; nessun sintomo neppure per quello rinchiuso nella seconda gabbia, giacché poteva sfogare sul topo più debole la propria rabbia e frustrazione. Al terzo – quello rinchiuso nella gabbia senza possibilità di fuga e senza essere affiancato da un suo simile più debole – vennero diagnosticate ulcere molto gravi allo stomaco, perdita di pelo, ipertensione arteriosa e altissimi livelli di cortisolo: l’impossibilità di agire lo faceva ammalare.

L’esperimento ci dovrebbe far riflettere sull’impostura del potere, sempre abile nel trattare gli uomini come topi, avendo cura di tracciare nel corso della storia un gruppo socialmente più debole, sul quale far convergere la rabbia e la frustrazione dei cittadini-topi, la cui inerzia, pigrizia e viltà impedisce loro di identificare la cagione dei loro veri mali.

sabato 24 marzo 2018

SE NON È ZUPPA, È PAN BAGNATO


Un nobile desiderio dovrebbe ardere in ciascun uomo: contribuire alla promozione della verità e della libertà. Ciascuno di noi dovrebbe chiedersi se è degno per un autentico cittadino sopportare l’insopportabile, o prendere – consapevolmente e radicalmente – distanza da una realtà politica che, se da un lato ha modificato certamente il quadro della politica, portando al potere una nuova classe politica, dall’altro non riesce a trasformare e rinnovare in modo rivoluzionario la dimensione del politico.

Dopo il solito teatrino politico, la montagna ha partorito il topolino: Roberto Fico eletto presidente della Camera e Maria Elisabetta Alberti Casellati proclamata presidente del Senato.

Stendiamo un velo pietoso su Roberto Fico, il cui background va dall’aver fatto il tour operator, quindi l’impiegato in un call center; quindi il responsabile della comunicazione per una società di ristorazione e, infine, importatore di tessuti dal Marocco.  C’è da sperare che, durante il periodo in cui si è arrabattato tra mille lavori, abbia avuto il tempo di maturare la cultura politica necessaria per rivestire la terza carica dello Stato. Ma, non mettiamo limiti alla provvidenza e stiamo a guardare.

I pretoriani – istituiti dall’imperatore Augusto – erano un corpo di soldati scelti che formavano la guardia ufficiale degli imperatori romani. Ebbene, Alberta Casellati – prima donna presidente del Senato – è considerata la pretoriana di Berlusconi; non capisco pertanto perché la bocciatura di Paolo Romani e l’elezione di Casellati venga letta dalla maggior parte dei giornalisti come la vittoria di Salvini su Berlusconi: se non è zuppa, è pan bagnato.

Maria Elisabetta Alberti Casellati ha difeso senza se e senza ma il capo assoluto – Berlusconi – da ogni accusa; nel 2013, quando 150 parlamentari Pdl “marciarono” sul tribunale di Milano, dove si celebrava il processo Ruby, la Casellati era uno di questi; è stata sostenitrice e collaboratrice fattiva delle leggi ad personam per il Cavaliere. 

Una tra queste il DDL sul processo breve che, dopo aver cancellato una montagna di processi in nome della tutela del cittadino contro la durata indeterminata dei processi, guarda caso ha cancellato anche quelli riguardanti Mills e Mediaset. 

Il processo Mills riguardava l’avvocato inglese omonimo, condannato dal tribunale di Milano per aver ricevuto 600.000 dollari da Silvio Berlusconi in cambio di due false testimonianze rese nei due processi in cui era imputato lo stesso Berlusconi. 

Quello Mediaset riguardava il reato di frode fiscale: Berlusconi avrebbe intascato fondi neri per 280 milioni di euro, a seguito della compravendita di diritti tv negoziati all’estero con il produttore Frank Agrama, senza pagare le tasse e commettendo frode nei confronti degli azionisti. 

Alberta Casellati è la stessa che nel 2011, nello studio di La7 della trasmissione «Otto e mezzo» condotta da Lilly Gruber, fu accusata da Marco Travaglio di familismo e clientelismo per aver piazzato a capo della segreteria del dicastero della Salute la figlia Ludovica.

Insomma, una campionessa di coerente rispetto della legalità e del dettato dell’art. 54 della Costituzione, che vorrebbe che i cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche adempiano al loro dovere con disciplina ed onore.

In questa deriva silenziosa ma inarrestabile di ambiguità del pensiero, mi piacerebbe che almeno l’indignazione dei cittadini nei confronti di atteggiamenti eticamente dubbi fosse meno prona e accomodante.

sabato 17 marzo 2018

L’INSOSTENIBILE IRRESPONSABILITÀ DEL PD


Se tutti fossero d’accordo su tutto sarebbe terribile, ma l’impostazione del PD dopo il risultato elettorale del 4 marzo (2018) è a dir poco preconcetta, stupida e irresponsabile.

La Direzione del PD, incarnazione del verbo di Renzi, dice: “Staremo all’opposizione”. Questa dichiarazione è un indicatore della generale stupidità degli uomini del PD, che sembrano ignorare il fatto, che non è un dettaglio, che attualmente il Pd è al governo con Gentiloni, e la maggioranza dei ministri che compongono il suo governo è di estrazione PD.

Forse intendono dire che andranno all’opposizione quando l’attuale governo Gentiloni rimetterà il suo mandato all’improbabile nuovo governo che si formerà dalle ceneri della Seconda Repubblica. Ma l’uso improprio dell’espressione “staremo all’opposizione” mostra quanto la stupidità stia crescendo in modo esponenziale nelle file del PD.

Dopo il crollo alle urne, senza fare un’approfondita analisi degli errori commessi, a partire dall'incapacità di dialogare con le parti sociali, i dirigenti del PD dicono: gli elettori ci hanno mandato all’opposizione. Ma una tale affermazione è delirante, come la pastella magica di “Mio cugino Vincenzo”. Pensare che gli elettori abbiano votato PD con il preciso intento di mandarlo all’opposizione e non, come sarebbe più logico attendersi, sperare che restasse al governo, significa fare dell’effetto la causa e della causa l’effetto.

Gli elettori votano nell’attesa che il partito da loro votato rappresenti e promuova i loro interessi, non certo che si trinceri nella torre d'avorio delle sue verità e prese di posizioni. Al di fuori di ogni posizione pregiudiziale, vive costantemente nell’attesa che l’azione politica migliori il loro benessere e quello dei loro figli. Pertanto, non si dà e non si darà mai che gli elettori votino un partito prefigurandosi che questo vada all’opposizione. Se da un lato l’opposizione è una condizioni rifiutata, rifiutata perché si vuole essere al governo per concretizzare e rinsaldare il patto con i propri elettori, dall’altro è una condizione accettata solo perché imposta dal numero di voti presi.

Ho detto della stupidità, parlerò ora dell’irresponsabilità.

Annunciare, come ha fatto il PD, un’opposizione preconcetta, senza prima avviare con il partito che ha conseguito in termini relativi il maggior numero di consensi, è da irresponsabili perché da una parte significa aprire la porta all’ultradestra, dall’altra moltiplicare le conseguenze nefaste della nuova legge elettorale che non garantisce coalizioni stabili in Parlamento.

Il PD che ha voluto il Rosatellum è assai simile all’apprendista stregone, che evoca i fantasmi e poi non sa come governarli. Con faciloneria e troppa sicurezza ha creato l’impasse post elettorale, e poi se ne tira fuori, lasciando agli altri il compito infelice di sbrogliare la matassa.

In una democrazia parlamentare garantire la governabilità, come possibilità di governare, è un atto di responsabilità che attiene tutti i partiti. Chiamarsi pregiudizialmente fuori è da irresponsabili, e lo è soprattutto per un partito che ama ancora definirsi di sinistra. Rifiutare il proprio apporto al M5S equivale ancora una volta a costruire un'autostrada per le destre.

Cosa spinga il PD a perpetuare una tale politica autolesionistica resta un mistero, se non si esclude l'unica spiegazione possibile: Renzi è stato l’unico vero grande “rottamatore della sinistra italiana”. Licio Gelli, dall’inferno può alzarsi e dire: “di tutti tu sei il prediletto, e in te mi sono compiaciuto”.