sabato 26 dicembre 2015

LA SPIRALE PERVERSA

Come i due conflitti mondiali del secolo scorso spezzarono l’evoluzione armonica in senso democratico verso cui si credeva fosse indirizzata l’Europa, così oggi le politiche “anti-crisi” adottate dall'Unione Europea ci stanno portando al disastro.

Se si esaminano i dati senza pregiudizi occorre ammettere che proprio la politica del rigore sin qui adottata, contro le attese, sta facendo esplodere il debito pubblico delle singole nazioni, perché di fatto blocca gli investimenti pubblici, gli unici in grado di avviare la ripresa economica. Quello che sorprende è l’ostinazione a proseguire queste politiche di rigore nonostante il permanere della recessione e della stagnazione, determinate fondamentalmente dal crollo della domanda interna.

L’aumento del debito pubblico è la conseguenza delle politiche di rigore; solo se si capisce questo si può sperare che vengano ridisegnate politiche di intervento affatto diverse per rilanciare l’economia dei paesi europei. 

Nei dieci anni precedenti la crisi del 2007, tutti i Paesi europei, ad eccezione della Grecia, avevano già adottato politiche di bilancio attente a contenere il deficit pubblico entro il parametro del 3% previsto dal Trattato di Maastricht. La crisi del 2007, iniziata negli Stati Uniti, ha messo in evidenza quanto il modello di crescita fosse drogata dalla finanza e dal credito. 

Quando lo tsunami finanziario è giunto in Europa si è scoperto che anche qui, come negli Stati Uniti, l’eccesso di capacità produttiva era sostenuto prevalentemente dal ricorso all'indebitamento, soprattutto privato. Quindi per evitare il collasso del sistema bancario, gli Stati europei si sono svenati per soccorrere le imprese private (finanziarie e non) in difficoltà, ponendo per questa via le premesse per l’attuale crisi del debito sovrano. 

L’entità del debito ereditato da quello privato ha imposto quindi politiche di risanamento dei conti pubblici che hanno depresso la domanda interna con la conseguenza che, diminuendo il prodotto interno lordo, è aumentato il rapporto debito/pil. Quindi le basse entrate fiscali dello Stato hanno peggiorato anche il rapporto tra deficit annuo e pil e quello tra debito complessivo e pil, innescando una «spirale perversa» che ha rafforzato l’effetto negativo determinato dai bassi tassi di inflazione che, oltre a rendere arduo l’abbassamento del rapporto debito/Pil, ha disincentivato gli investimenti privati. I quali dinanzi all'aspettativa di una sostanziale stagnazione della domanda e della produzione nei prossimi anni, hanno dirottato i flussi di capitali altrove. Questo ha peggiorato il deficit della bilancia commerciale di Paesi come l’Italia, la Francia, la Grecia, il Portogallo e la Spagna, rendendo insostenibile il loro debito complessivo (privato e pubblico) verso l’estero.

In questa situazione di sostanziale “trappola della liquidità”, le politiche di rigore sin qui adottate non solo non hanno sortito effetto alcuno al risanamento e al rilancio dell’economia, ma hanno altresì aggravato il quadro. E se questo è vero, c’è una conclusione obbligata da trarre: il debito pubblico non è la causa della crisi, ma deriva da qualcos'altro. Esso deriva soprattutto dagli squilibri di fondo tra i Paesi europei. Squilibri che l’euro non soltanto non ha sanato, ma ha addirittura accentuato.

Il paradosso dell’euro è che proprio il suo grande successo sta all’origine di buona parte dei problemi che oggi affliggono l’Europa. Il primo grande successo dell’euro è quello di aver scongiurato i rischi legati al tasso di cambio all’interno dell’area valutaria; il secondo grande successo è quello di aver reso bassi e omogenei tra loro i tassi d’interesse in tutta l’eurozona.

Il primo grande successo – eliminare i rischi di cambio all’interno dell’area valutaria – non consentendo più il ricorso a svalutazioni competitive ha spinto i diversi Paesi dell’eurozona a rafforzare la rispettiva specializzazione produttiva. 

La Germania ha rafforzato sempre più la propria vocazione di industria manifatturiera, mentre altri Paesi, focalizzandosi maggiormente sul settore dei servizi (ad esempio edilizia, commercio al dettaglio, trasporti, lusso, servizi finanziari), si sono progressivamente deindustrializzati con la conseguenza di maturare deficit sempre più cronici nei confronti dell’estero, in quanto il settore dei servizi non è rivolto all’esportazione. 

La bilancia commerciale di uno Stato registra l'ammontare delle importazioni e delle esportazioni di merci di un paese. Il saldo della bilancia commerciale corrisponde alla differenza tra il valore delle esportazioni e quello delle importazioni di merci. Quando il valore delle esportazioni supera quello delle importazioni, si avrà un ingresso netto di capitale monetario nello stato; quando invece il valore delle importazioni supera il valore delle esportazioni, si avrà un’uscita netta di capitale monetario dalla nazione e dunque un indebitamento.

La polarizzazione tra Paesi a crescita basata sulle esportazioni – Germania – e quelli a maggior vocazione nel terziario ha accentuato l’indebitamento dei secondi a beneficio dei primi. Insomma, la crescita dei Paesi oggi in maggiore difficoltà è avvenuta soprattutto attraverso il debito, che ha consentito peraltro ai primi di smerciare i propri prodotti nella zona euro.

Quando la crisi del 2007 ha messo in evidenza che la convergenza tra le economie dell’eurozona era solo apparente il meccanismo si è rotto. Apparve evidente che alcuni Paesi consumavano più di quanto producevano, mentre altri accrescevano la loro creditoria nei confronti dei primi. Questo accumulo di debito da parte di determinati Paesi nei riguardi di altri ha girato il testimone del debito dal settore privato a quello pubblico, determinando così l’esplosione del problema dei debiti sovrani in Europa.

Il secondo grande successo – bassi tassi d’interessi – ha dato luogo a un rapidissimo aumento dell’indebitamento privato e alla formazione di vere e proprie bolle immobiliari.


Attribuire però alla moneta unica la causa dei mali che oggi affliggono l’Europa equivale a confondere la causa con l’effetto. Questo processo inevitabile si è verificato perché sono mancate politiche integrate a livello europeo tali da colmare gli squilibri o almeno da evitare che essi si approfondissero. Il problema è che l’aver basato l’Unione europea sulla sola moneta unica rende impossibile superare la crisi in assenza di una politica economica e fiscale unica.

giovedì 24 dicembre 2015

LA STANGATA

Nel 1973 nelle sale cinematografiche venne proiettato un magistrale film: “La stangata”. Negli anni ’30 due abili imbroglioni (Paul Newman e Robert Redford) riescono a mettere in piedi una truffa colossale a danno di un gangster di Chicago. Nel 2015 grazie alla complicità di Bankitalia, Consob e governo Renzi è stata messa a punto un’altra colossale truffa, ma questa volta a danno di onesti cittadini, che hanno visto vaporizzarsi nel corso di una notte i risparmi di una vita.

La vicenda è quella nota di un decreto emanato dal governo Renzi lo scorso 22 novembre che ha diviso quattro istituti di credito, Banca Popolare dell’Etruria, Banca Marche, Casse di Risparmio di Ferrara e di Chieti, in due parti: una «good bank», cui sono stati conferiti gli attivi, e una «bad bank», divenuta il contenitore dei crediti in sofferenza.

Bisogna sapere che i suddetti quattro istituti di credito regionali erano da tempo sull'orlo della bancarotta, con i bilanci pieni di sofferenze. L’elemento che fa da denominatore comune alla crisi bancaria dei quattro istituti è l’erogazione di prestiti facili concessi agli amici e agli amici degli amici.
 
Banca Delle Marche, uno dei più importanti istituti del Centro Italia, viene commissariata nel 2011 da Bankitalia: nei bilanci c'è una montagna di crediti incagliati, superano ampiamente i 3 miliardi di euro, frutto di una gestione allegra nella concessione di prestiti, da parte del consiglio di amministrazione e dell'ex-direttore generale, Massimo Bianconi.

Le prime difficoltà della Banca Etruria iniziano nel 2011. Tra il 2011 e il 2013, i crediti deteriorati o a rischio si ingigantiscono come un fiume in piena e arrivano a pesare per quasi un terzo del totale degli impieghi dell'istituto. Come per la Banca delle Marche, la causa sta nella concessione di prestiti facili. Dopo che nei primi tre trimestri del 2014, si segnalano perdite per più di 120 milioni di euro, Bankitalia nel 2015 ne decide il commissariamento.

Nell'autunno del 2014 è la volta della Cassa di Risparmio di Chieti (Carichieti), quando l'authority di vigilanza di Bankitalia accerta la presenza di sofferenze sui crediti per oltre 430 milioni di euro e perdite di bilancio per oltre di 300 milioni di euro. La causa è la medesima: una gestione dei prestiti e degli affidamenti troppo disinvolta.

Dal maggio 2013, la Cassa di Risparmio di Ferrara (Carife), dopo anni di mala gestione, che hanno prodotto perdite per più di 376 milioni di euro, viene messa sotto il torchio dei commissari di Bankitalia.

Dunque operazioni discutibili e crediti in forte sofferenza sono le cause del collasso bancario dei quattro istituti di credito, che ha trascinato centinaia di migliaia di risparmiatori, che hanno visto svanire in un attimo i loro patrimoni, per alcuni frutto di una vita di sacrifici e rinunce.

La domanda che sorge spontanea è perché la Banca d’Italia e la Consob hanno consentito alle quattro banche (che sapevano essere gravemente malate) di vendere ai propri clienti azioni e obbligazioni subordinate senza informarli adeguatamente del rischio altissimo di quell'investimento?


Quando le quattro banche sono state commissariate, hanno continuato a vendere obbligazioni subordinate di nuova emissione per 788 milioni di euro, senza peraltro informare i risparmiatori sullo stato di decozione delle banche. Al contrario, venivano tranquillizzati sulla solvibilità del sistema bancario. 

Un disastro da 2 miliardi a danno di risparmiatori ingannati che ha replicato il copione di una decina d’anni fa, con i crac di Parmalat (14 miliardi) e Cirio (2,2 miliardi). Con la differenza, non da poco, che allora si trattò di due imprese industriali che, piazzando le loro obbligazioni ad alto rischio attraverso il circuito bancario, ha consentito almeno ai risparmiatori di far causa ai loro istituti di riferimento, accusandoli di aver venduto titoli spazzatura senza informarli adeguatamente. Questa volta invece non ci sono intermediari da incolpare: chi ha piazzato i titoli marci sono le stesse banche, che però sono fallite. 

Parlare pertanto di decreto “salvabanche” è un eufemismo: il salvataggio è solo apparente. È piuttosto la presa d’atto della rapina avvenuta negli anni passati: scurdammoce 'o passato. Sono state create quattro nuove banche, le buone, e le vecchie, quelle cattive, che dovrebbero rispondere ai risparmiatori ingannati, sono scatole vuote, in liquidazione, senza un euro in cassa. 

Ora, pur volendo adire le vie legali, coi tempi della nostra giustizia, se non sarà tutto prescritto, sicuramente chi ha truffato non risarcirà.