mercoledì 6 novembre 2019

PERCHÉ L’ITALIA È UN PAESE DI COGLIONI


Che l’Italia sia un paese di coglioni, senza morale né dignità, lo dimostra come la stragrande maggioranza della popolazione di fronte ai tanti casi di corruzione, frodi fiscali, scandali politici e giudiziari, malasanità, ecc. ecc., non abbia mai alcun moto di ribellione: guarda e gira la testa.


Non parliamo poi dell’aumento scandaloso delle bollette della luce, del gas, dell’acqua. L’italiano medio si lamenta, ma poi mette la coda tra le gambe e paga. In Toscana i cittadini pagano le tariffe dell’acqua più alte d’Italia e nessuno osa contestarle. A Firenze la spesa media annua nel 2018 per famiglia è stata di 710 euro (fonte: Cittadinanzattiva – Osservatorio prezzi e tariffe, 2019).

Certo con un uso più consapevole e razionale dell’acqua si spenderebbe meno, ma il problema è: a fronte di che cosa i cittadini pagano sempre più caro l’uso dell’acqua?

Forse a fronte di un servizio migliore rispetto al passato? Direi di no, l’acqua che esce dal rubinetto di casa è la stessa degli anni in cui le tariffe erano decisamente più basse. Forse a fronte degli investimenti per migliorare le reti acquedottistiche in Toscana, peraltro realizzate in cemento-amianto? Direi di no, la rete idrica a Firenze registra una dispersione idrica superiore al 40 per cento, più alta dunque della già pessima media nazionale.

Dei fiorentini, chi non ricorda, nel maggio del 2016, l’enorme voragine apertasi sul Lungarno di Firenze per la rottura di un grosso tubo dell'acqua? Il sindaco di Firenze, Dario Nardella, parlò di “Una ferita grave”, perché “Un danno di quella natura non si crea nel giro di due ore … Qualcuno dovrà assumersi la responsabilità”. Quindi chiese che Publiacqua, la società che gestisce l’acquedotto di Firenze e di altri 46 comuni della Toscana, gli fornisse una relazione dettagliata nel giro di 24 ore.

Come andò a finire? Andò a finire come vanno a finire tutte le cose in Italia: Publiacqua si autoassolse e non se ne parlò più.

Ora, passiamo pure sul fatto che nessuna testa è rotolata giù, ma almeno ci si sarebbe atteso che Publiacqua, dopo il fatto, si affannasse almeno a rinnovare i tubi e spendesse fino all’ultimo centesimo possibile per la manutenzione degli impianti, non foss’altro per scongiurare il ripetersi di un tale disastro.  

Sebbene Publiacqua nel 2016 avesse incassato con le bollette 216 milioni di euro, il 12,4% in più rispetto al precedente anno, neppure un centesimo è finito in investimenti per la manutenzione degli impianti. E dunque dove sono finiti i soldi?

La gran parte del maxiutile di quasi 30 milioni di euro è andato nelle tasche dei soci sotto forma di dividendi. E, poiché il 40% delle azioni di Publiacqua appartiene ad una società privata, Acque Blu Fiorentine, di cui fanno parte anche Caltagirone, tramite l’Acea, e la multinazionale Suez, possiamo ben dire che tutti noi – coglioni – paghiamo tariffe più alte non per migliorare i servizi e le reti acquedottistiche, ma per ingrossare le tasche di Caltagirone e di una multinazionale.

Ma, il referendum sull’acqua del 2011, che registrò un vero record di partecipazione, non doveva sancire la fine del sistema privatistico dell’acqua? Se il 54% dei cittadini si è espresso in favore dell’acqua come bene pubblico, come mai i cittadini, pagando la bolletta dell’acqua, continuano a foraggiare i profitti dei privati?





lunedì 4 novembre 2019

LA RADICE DELLA DISUGUAGLIANZA STA NELLA MENTE DEGLI OPPRESSI


Molti pensano veramente che se lo stato non si occupasse – e lasciamo perdere il modo in cui se ne occupa – dei migranti, ci sarebbero allora risorse da destinare agli italiani che “dormono sotto i ponti”? 

Italiani che dormono sotto i ponti c’erano, ci sono, ci saranno. Non mi risulta, infatti, che ci sia stata – nella storia del nostro Paese – un’età dell’oro in cui i poveri si nutrivano di latte e miele.

Quanto sia pretestuosa e falsa questa fanfaluca che i migranti drenerebbero risorse, che altrimenti potrebbe essere destinate agli italiani indigenti, trova conferma nel fatto che, prima dei migranti extracomunitari, gli extracomunitari erano i meridionali. E come gli attuali migranti questi erano visti dagli italiani del nord come straccioni che rubavano il lavoro che loro non erano disposti a fare alle condizioni che i meridionali accettavano per “fame”.

Io, che sono meridionale, ricordo ancora come nei negozi campeggiava un cartello bene in vista che diceva: “non si fa credito ai meridionali”, perché reputati dalla maggioranza del popolo del nord come ladri e delinquenti, per natura. Ricordo ancora che sugli annunci degli appartamenti in affitto – pubblicati anche da giornali di rilevanza nazionale – c’era sempre la precisazione: “non si affitta a meridionali”.  Avere sulla carta d’identità o sulla patente la provenienza meridionale era come un marchio d’infamia, che destava nell’albergatore, nel controllore, nella gente in generale, il sospetto e la diffidenza.

Quando gli extracomunitari erano i “meridionali” non è storia lontana. Basta andare con la memoria agli anni ’90, prima che cominciasse il grande esodo dall’Albania, dai Paesi dell’Est, in seguito alla deflagrazione dell’ex Unione Sovietica. E quindi dai Paesi del Nord Africa. E quando questi hanno occupato il posto che era riservato ai “meridionali”: questi hanno cessato di esserlo, mentre loro lo sono diventati.

Insomma, quello che voglio dire è che c’è sempre stato bisogno nella storia di identificare un popolo, un’etnia, contro cui canalizzare la rabbia e la frustrazione derivante dalle tante disuguaglianze e ingiustizie, che altrimenti si scaglierebbero verso quelli – i veri autori – che queste diseguaglianza e ingiustizie alimentano.

Piuttosto che fomentare la guerra fra miserabili – accettando supinamente la vulgata del dispotismo paterno secondo il quale lo stato è generoso con gli extra comunitari, mentre è avaro con i suoi figli (gli italiani) –, occorrerebbe piuttosto una “pedagogia degli oppressi”, che insegni a questi che dalla miseria dell’indigenza si esce tutti o nessuno.

Marx disse: “Proletari di tutto il mondo unitevi!”. E aveva ragione: finché gli “oppressi” non prenderanno coscienza che solo uniti riusciranno a spezzare le catene di un potere che li vuole schiavi, umili e deboli; finché gli “oppressi” continueranno a pensare di loro in termini di fragilità; finché non si ribelleranno alla loro condizione di sottomissione; finché non cancelleranno la loro “paura della libertà”; finché non smetteranno di considerare lo stato come una sorta di padre padrone che dispensa secondo la sua bontà premi o castighi, ma come un’associazioni di uomini liberi capaci di trasformare la realtà sociale dell’oppressione; fino ad allora disuguaglianza e ingiustizia continueranno imperiture ad esistere e alimentare la guerra fra miserabili. 

Una guerra tanto utile ai “tanti pochi Briatore” che potranno così tranquilli e rilassati vedere il mare che sfila sotto lo scafo del loro yacht, mentre i raggi del sole accarezzano il loro corpo di vegliardo o di giovane. E, giunta la sera, volgere lo sguardo verso il cielo stellato, pensando a quanto sono stolti gli oppressi che sputano sangue per permettere a pochi puttanieri di godere di tanti incredibili vantaggi.

domenica 3 novembre 2019

L’IMPORTANZA DI UNA VERITÀ CONDIVISA


Oggi gli standard obiettivi condivisi per la verità sono scomparsi. Da ciò ne consegue che i fatti oggettivi passano in secondo piano rispetto ai fatti emotivi. Questo è tanto più vero in politica: mancano i fatti e la comunicazione politica fa presa soprattutto sul lato emotivo delle persone nel formare l’opinione pubblica.

I dittatori della storia hanno sempre avuto un gran da fare per sopprimere la verità. Con l’avvento dei mass media questo non è più necessario. Mentre la verità può essere svuotata di qualsiasi significato, la menzogna parimenti può essere rivestita di qualsiasi verità pronta a soddisfare chiunque la tiri dalla sua parte. La manipolazione dell’opinione pubblica ha raggiunto una potenza di fuoco che non ha precedenti nella storia dell’umanità: falsi profili sui social network per manipolare scelte e comportamenti; un esercito di algoritmi opportunamente escogitati per prevedere i nostri bisogni e le nostre prossime mosse meglio di noi; foto e video contraffatti che possono farci scambiare comuni cimiteri con campi di sterminio; ecc. ecc.

L’opinione pubblica sempre più confusa, frammentata e mutevole, si chiude allora in una sorta di “autarchia culturale”, che finisce per abbracciare una concezione del bene e del male che cede ai personali pregiudizi e assai difficilmente si mostra disponibile a confrontarsi con altre concezioni del bene e del male.

Dato il pluralismo irriducibile delle loro concezioni del bene e del male che via via si stanno formando nelle società, su quale stabile società potranno contare le generazioni future, dal momento che ciascuno si sente portatore di un senso di giustizia e di una propria idea del bene?

LA SOTTOCULTURA DELL’INDIFFERENZA DELL’INDIVIDUALISMO EGOISTICO


Posti dinanzi al male compiuto da altri non abbiamo difficoltà alcuna ad esecrarlo: siamo consci del male. Chi non condanna i tanti genocidi e stermini perpetrati nella storia? Sulla Shoah sappiamo tutti quanto basta; celebriamo il giorno della memoria per commemorare le vittime dell'Olocausto. Sul genocidio degli armeni sappiamo meno, anche se non fu meno grave della Shoah per ferocia e dimensioni. E stando alle notizie di cronaca, un progetto simile la Turchia ha intenzione di ripeterlo nei confronti della popolazione curda, con l’obiettivo dichiarato di creare una zona cuscinetto nel nordest della Siria che allontani dal confine turco le milizie curde, e con esse il popolo curdo; mettendoci al loro posto i 2 milioni di rifugiati siriani che attualmente si trovano in Turchia.  


Insomma, il Novecento è stato un secolo di “genocidi e stermini di massa” che continuano ancora oggi nel totale disinteresse di quanti, pur commuovendosi alla visione del film “Schindler's List”, non fanno assolutamente nulla per fermare gli innumerevoli orrori che sulla Terra possano perpetuarsi in modi così insopportabili.

Eppure, a giudicare dai tanti che accorrono alle presentazioni di Pepe Mujica, ex Presidente dell’Uruguay, che ci mostra un nuovo modo di fare società e che esorta a non farsi ingannare dall’egoismo e dall’odio, si stenta poi a comprendere l’inerzia di fronte al male e all’orrore che quotidianamente si compie.

Se non fosse che costoro smessi i panni dell’impegno civico, non dissimili da quei cattolici che si battono il petto la domenica mattina a messa per poi tornare con rinnovata lena a trasgredire i dettami dei vangeli, il giorno dopo, imboccano le vecchie e rassicuranti scorciatoie che legittimano – in modi diretti o indiretti – ogni sorta di interessi egoistici, sui quali in definitiva si fonda la nostra esistenza, svuotata di senso, perché appiattita in un consumismo velleitario senza gioia e senza scopo.

Senza alcuna pretesa di giudicare, mi limito a constatare che se la paralisi mentale di cui un numero sempre maggiore di individui sembra affetto e che si accompagna ad una passiva accettazione dell’esistente e che rappresenta il brodo della subcultura della mentalità comune, sarà assai illusorio credere che in un tale contesto possa trovarsi poi una ragionevole quantità di individui disposta a rischiare la propria “confortevole, levigata, ragionevole, democratica non-libertà” per degli sconosciuti.