Qualcuno mi ha chiesto di esprimere la mia opinione sulla morte di Stefano Cucchi.
Dico subito che chiunque fosse stato Stefano, prima di quella tragica notte tra il 15 e il 16 ottobre 2009, conta zero: la sua morte è senza alcuna ombra di dubbio un “delitto di Stato”, indipendentemente dalle responsabilità dei singoli, che stanno emergendo copiose ed incontrovertibili. È soprattutto un delitto di Stato perché Stefano Cucchi è morto mentre era in custodia delle istituzioni e dei suoi rappresentanti.
Dal momento in cui era uscito di casa, con le manette ai polsi, il responsabile del suo destino era diventato lo Stato. E non è ammissibile che lo Stato, che si fonda sul diritto e non sulla brutalità, possa macchiarsi di un crimine così abominevole come il pestaggio in gruppo.
Lo hanno pestato a sangue sino a provocarne la morte, e quindi se ne sono vantati.
Un tale trattamento di vera e propria vessazione e tortura è più ascrivibile a membri della peggiore banda criminale, che a uomini dell’arma dei carabinieri, che vanta una lunga tradizione di rispetto dei valori della legittimità e della legalità.
La notte del pestaggio questi valori furono a quanto pare sospesi per dare corso agli istinti più bestiali di autentica violenza fascista. Quelli che dovevano essere i tutori dell’ordine, chissà per quale alchimia scattata nel loro cervello, si trasformarono in seviziatori; smisero la divisa dei carabinieri e indossarono la camicia nera delle squadracce fasciste.
Vigliaccamente protetti da una vernice di legalità, sfogarono la propria frustrazione e rabbia, probabilmente frutto di un’infanzia violentata, su un bersaglio facile: quello di Stefano Cucchi, 43 chilogrammi di peso distribuiti su 162 cm di altezza.
Quale motivo, altrimenti dettato da ragioni di sicurezza, può giustificare un tale massacro, se non la gratuità della crudeltà fine a sé stessa?
Nelle foto scattate dopo l'autopsia si vede un ragazzo che pesa 37 chili, con il volto devastato, l'occhio destro rientrato nell'orbita, l'arcata sopraccigliare sinistra gonfia e la mascella destra con un solco verticale, segno di una frattura.
Dinanzi a tali immagini, la simpatia tributata da alcuni agli assassini di Stefano Cucchi è un fatto assolutamente vergognoso e riprovevole, che non solo dimostra la scarsa attitudine al senso di compassione, che quando cede alla violenza bruta avvilisce l’essere umano, ma anche la scarsa propensione a comprendere i concetti di diritto e legalità, facendoci arretrare sulla via della barbarie anziché progredire su quella della civiltà.
E se questo non bastasse, un tale atteggiamento di comprensione, per l’atto di crudeltà perpetrato da uomini che indegnamente indossano la divisa dei carabinieri, getta discredito e ignominia anche su quella parte di poliziotti e carabinieri che compiono il loro dovere in modo assolutamente rispettabile e normale. Un tumore è un grumo di cellule che va estirpato, anche se fa parte del nostro stesso organismo.
La storia di Stefano Cucchi è una storia simile a quella di tanti tossicodipendenti, con difficoltà psicologiche e comportamentali che si scaricano sulla famiglia, i cui tentativi maldestri di tirar fuori il proprio figlio o il proprio fratello dalla dipendenza della droga è spesso costellata di insuccessi e di vani successi. Sicuramente essere genitori di tali figli implica sempre e comunque un amore e una forza fuori del comune. Sempre in bilico tra il desiderio di mollarlo e l’istinto di aiutarlo nei modi a loro possibili. È quello che hanno fatto il padre e la madre di Stefano Cucchi, sostenendolo nel periodo della riabilitazione, spingendolo a prendere il diploma di geometra, che gli avrebbe consentito di lavorare nello studio del padre. Con la speranza che il lavoro e le responsabilità che questo comporta l’avrebbero aiutato ad uscire dalla morsa della tossicodipendenza. Insomma, una storia di disagio come tante altre.
Stefano Cucchi non era lo spacciatore che si vede nelle serie televisive tipo Gomorra: non guidava auto di lusso, non frequentava night, non possedeva donne a comando. Lo spaccio di hashish, marjuana e cocaina gli serviva per procacciarsela a sua volta. Certo, questa non è un’attenuante e per questo avrebbe pagato la sua pena in carcere. Avrebbe pagato la sua pena perché trovato in possesso di 20 grammi di hashish e di alcune pastiglie contro l’epilessia di cui soffriva.
Si dice infatti che a far scattare l’ira dei carabinieri, che lo hanno pestato, sia proprio l’esiguità della droga trovata in suo possesso; mentre il movente del pestaggio sia da ricercare nella delusione dei militari per non aver trovato la grande quantità di droga che si aspettavano.
Molti che puntano il dito contro gli Stefano Cucchi ricordano i Farisei, spesso oggetto di scherno nelle parabole di Gesù, che guardano la pagliuzza e non si accorgono della trave.
L’industria del narcotraffico non conosce recessione ed è sempre più florida. Imperi industriali sono stati travolti dalla crisi e finiti alla bancarotta, ma quella del narcotraffico, con un volume di denaro stimato all'incirca in 500 miliardi di dollari ed equivalente all'intero fatturato delle sette case automobilistiche più grandi del pianeta, non ha conosciuto e non conosce battute di arresto. È questo il business che produce morti, violenza, corruzione e anche connivenza da parte dei governi. Per soddisfare questo volume d’affari, l’eroina e la polvere bianca non arrivano dall’Afganistan, dalla Colombia, dal Venezuela, dal Brasile e dal Messico nascoste negli anfratti delle autovetture o nella vagina o nel retto del corriere. Viene fatta arrivare nell’Africa occidentale soprattutto per mare. In genere vengono utilizzate navi portacontainer e grosse barche, tipo yacht e motoscafi. Una parte minore, intorno al 20%, viaggia invece in piccoli aerei privati. E la sua penetrazione nella società – alla luce del sole – non potrebbe avvenire senza una qualche forza di legittimazione del potere pubblico. In Italia, secondo i dati del Ministero dell’Interno, a muovere tutto sarebbero almeno 155 clan locali che affiliano circa 6mila persone, legate spesso tra di loro da vincoli familiari. Queste cosche operano in piena tranquillità grazie al loro potere intimidatorio poco visibili ma senz’altro efficace.
Se nella caserma dei carabinieri ci fosse stata una di quelle seimila persone, dubito che gli avrebbero riservato lo stesso pestaggio. Gli Stefano Cucchi – vittime a loro volta – sono soltanto i pesci piccoli, utili a dare la parvenza che sul piano del contrasto alla droga qualcosa lo Stato fa.
Dunque la storia di Stefano non è la storia di un eroe o di un martire. È l’aver occultato gli eccessi ingiustificabili, l’aver avvelenato con bugie, depistaggi, verità di comodo, che la rende emblematica del marcio che v’è tra le forze dell’ordine. E il marcio non va nascosto, ma individuato e allontanato proprio per salvare il resto del corpo. Poliziotti e carabinieri che massacrano le persone in loro custodia non sono degni di stare assieme ad altri poliziotti e carabinieri che con senso del dovere garantiscono la nostra sicurezza e incolumità.
domenica 28 ottobre 2018
sabato 13 ottobre 2018
IL REDDITO DI CITTADINANZA NON È LA SOLUZIONE
Sento dire da più parti che il “reddito di cittadinanza” non è la risposta alla disoccupazione e non guarisce i mali del Paese. Sono d’accordo anch’io! Ma è altrettanto vero che il tasso di disoccupazione, soprattutto nelle regioni del Sud, ha raggiunto livelli di guardia tali da costituire una vera e propria emergenza sociale, cui la politica deve comunque dare una risposta.
Non è ammissibile né sul piano civile né su quello sociale e neppure su quello economico che vi siano intere generazioni di cittadini destinate a restare marginalizzate economicamente e socialmente. Il reddito di cittadinanza non è forse la risposta migliore, ma è almeno un tentativo di porre rimedio a politiche sin qui condotte, che hanno avuto il solo merito di avvantaggiare i pochi ricchi e scavare un abisso sempre più profondo che separa i poveri, sempre più immiseriti, depressi e privi di ogni prospettiva, dai benestanti, al contrario sempre più ottimisti, fiduciosi e chiassosi nei prodigi della finanza, dei mercati e delle politiche sin qui perseguite.
Se fossero state adottate politiche di più equa distribuzione della ricchezza, non saremmo a questo punto. I governi dei paesi europei avrebbero potuto ugualmente perseguire politiche di messa in sicurezza dei conti pubblici e riduzioni del debito pubblico, senza deprimere eccessivamente l’economia e il benessere di quote sempre maggiori di popolazione.
Ma si è scelto, con ostinata persistenza, di far gravare tutto il peso della crisi proprio sui lavoratori dipendenti, che al festino della speculazione finanziaria non hanno partecipato e a cui è stato presentato, alla fine del banchetto, il salato conto da pagare.
Non potevano tali iniqui politiche non produrre consistenti sacche di povertà che, come spazzatura ammassata nelle strade, reclamano ora una qualche forma di “smaltimento”.
Quando tonnellate di sacchi neri sono ammassate nelle strade, le soluzioni possibili sono soltanto due: individuare siti dove scaricare i rifiuti, mettere a pieno regime gli inceneritori, nonostante le proteste della gente e le giaculatorie degli ambientalisti. La politica dell’emergenza non consente programmazione e cooperazione; le cose vanno fatte per uscire dalle difficoltà.
Semmai occorrerebbe individuare le responsabilità di quanti, condannandoci a vivere perennemente nella logica dell’emergenza, continuano a pontificare dai loro scranni parlamentari, come se non fossero stati, essi stessi, gli attori del degrado politico ed economico del nostro Paese.
Così se sono state perseguite politiche che hanno favorito il profitto individuale, secondo la summa teologica che questo è il meccanismo migliore per il perseguimento del bene comune, la colpa non è del M5S che, proponendo il reddito di cittadinanza, intende oggi ovviare all’ampliamento delle disparità di reddito che si sono prodotte proprio a causa di politiche scellerate, che hanno abbracciato come un dogma la tesi secondo la quale la ricchezza accumulata al vertice della società filtra verso il basso.
Nonostante la fin troppo evidenza che questo non è mai accaduto nella storia umana, si è voluto tuttavia mettere in atto le criminali politiche reaganiane e thatcheriane, calandole sulla carne viva delle persone. E questo è quello che oggi raccogliamo: depressione economica, crescente disoccupazione e disuguaglianza sempre più estesa e accelerata.
Che il reddito di cittadinanza sia una misura assistenziale finanziata col debito pubblico, è fuori dubbio. Ma, nell’immediato, quale risposta possiamo dare agli oltre cinque milioni di italiani che vivono in povertà assoluta? Pensiamo di risolvere tale problema avviandoli nelle camere a gas?
E se invece di fare deficit, con il conseguente aumento del debito pubblico e il maggior onere degli interessi, che già oggi corrisponde a quanto il nostro Stato spende per l’istruzione pubblica, finanziassimo il reddito di cittadinanza prendendo i soldi che occorrono da quelli che ne hanno tanti, e che grazie a sofisticati sistemi elusivi non pagano allo Stato quanto dovrebbero? Perché non tassare pesantemente la ricchezza ed il patrimonio degli italiani?
Contro la maggioranza degli italiani e dei lavoratori dipendenti che fanno fatica a mettere insieme il pranzo con la cena, c’è un’esigua minoranza che ha oltre 4 mila miliardi di euro investiti e proprietà immobiliari pari al 248% del Pil.
Perché allora non fare appello al loro senso patriottico per abbattere una buona percentuale del debito? Perché invece del condono fiscale, questo governo non prepara una bella “mazzata fiscale” che si abbatta su questo 10% della popolazione italiana, costringendoli una buona volta a fare i conti con il fisco?
Assai probabilmente scapperebbero con i loro soldi dall’Italia, come ha fatto Gérard Depardieu, ma non potrebbero portare con sé l’ingente patrimonio immobiliare, che lo Stato metterà a disposizione dei senza tetto e sul mercato per ricavare quanto serve per le riforme che intende varare.
Sarebbe questa una vera rivoluzione senza spargimenti di sangue. Condotta con l’unica arma del fisco per creare un po’ di equità e giustizia.
Sarebbe allora interessante vedere l’effetto che fa: anche questa volta i poteri forti di Bruxelles proverebbero a bocciare la nostra manovra fiscale?
In fondo si tratterebbe di una manovra in linea con i principi dell’austerità e fatta per rimanere nell’euro.
Cambierebbe solo la categoria di chi paga: per la prima volta, i ricchi invece del popolo.
Non è ammissibile né sul piano civile né su quello sociale e neppure su quello economico che vi siano intere generazioni di cittadini destinate a restare marginalizzate economicamente e socialmente. Il reddito di cittadinanza non è forse la risposta migliore, ma è almeno un tentativo di porre rimedio a politiche sin qui condotte, che hanno avuto il solo merito di avvantaggiare i pochi ricchi e scavare un abisso sempre più profondo che separa i poveri, sempre più immiseriti, depressi e privi di ogni prospettiva, dai benestanti, al contrario sempre più ottimisti, fiduciosi e chiassosi nei prodigi della finanza, dei mercati e delle politiche sin qui perseguite.
Se fossero state adottate politiche di più equa distribuzione della ricchezza, non saremmo a questo punto. I governi dei paesi europei avrebbero potuto ugualmente perseguire politiche di messa in sicurezza dei conti pubblici e riduzioni del debito pubblico, senza deprimere eccessivamente l’economia e il benessere di quote sempre maggiori di popolazione.
Ma si è scelto, con ostinata persistenza, di far gravare tutto il peso della crisi proprio sui lavoratori dipendenti, che al festino della speculazione finanziaria non hanno partecipato e a cui è stato presentato, alla fine del banchetto, il salato conto da pagare.
Non potevano tali iniqui politiche non produrre consistenti sacche di povertà che, come spazzatura ammassata nelle strade, reclamano ora una qualche forma di “smaltimento”.
Quando tonnellate di sacchi neri sono ammassate nelle strade, le soluzioni possibili sono soltanto due: individuare siti dove scaricare i rifiuti, mettere a pieno regime gli inceneritori, nonostante le proteste della gente e le giaculatorie degli ambientalisti. La politica dell’emergenza non consente programmazione e cooperazione; le cose vanno fatte per uscire dalle difficoltà.
Semmai occorrerebbe individuare le responsabilità di quanti, condannandoci a vivere perennemente nella logica dell’emergenza, continuano a pontificare dai loro scranni parlamentari, come se non fossero stati, essi stessi, gli attori del degrado politico ed economico del nostro Paese.
Così se sono state perseguite politiche che hanno favorito il profitto individuale, secondo la summa teologica che questo è il meccanismo migliore per il perseguimento del bene comune, la colpa non è del M5S che, proponendo il reddito di cittadinanza, intende oggi ovviare all’ampliamento delle disparità di reddito che si sono prodotte proprio a causa di politiche scellerate, che hanno abbracciato come un dogma la tesi secondo la quale la ricchezza accumulata al vertice della società filtra verso il basso.
Nonostante la fin troppo evidenza che questo non è mai accaduto nella storia umana, si è voluto tuttavia mettere in atto le criminali politiche reaganiane e thatcheriane, calandole sulla carne viva delle persone. E questo è quello che oggi raccogliamo: depressione economica, crescente disoccupazione e disuguaglianza sempre più estesa e accelerata.
Che il reddito di cittadinanza sia una misura assistenziale finanziata col debito pubblico, è fuori dubbio. Ma, nell’immediato, quale risposta possiamo dare agli oltre cinque milioni di italiani che vivono in povertà assoluta? Pensiamo di risolvere tale problema avviandoli nelle camere a gas?
E se invece di fare deficit, con il conseguente aumento del debito pubblico e il maggior onere degli interessi, che già oggi corrisponde a quanto il nostro Stato spende per l’istruzione pubblica, finanziassimo il reddito di cittadinanza prendendo i soldi che occorrono da quelli che ne hanno tanti, e che grazie a sofisticati sistemi elusivi non pagano allo Stato quanto dovrebbero? Perché non tassare pesantemente la ricchezza ed il patrimonio degli italiani?
Contro la maggioranza degli italiani e dei lavoratori dipendenti che fanno fatica a mettere insieme il pranzo con la cena, c’è un’esigua minoranza che ha oltre 4 mila miliardi di euro investiti e proprietà immobiliari pari al 248% del Pil.
Perché allora non fare appello al loro senso patriottico per abbattere una buona percentuale del debito? Perché invece del condono fiscale, questo governo non prepara una bella “mazzata fiscale” che si abbatta su questo 10% della popolazione italiana, costringendoli una buona volta a fare i conti con il fisco?
Assai probabilmente scapperebbero con i loro soldi dall’Italia, come ha fatto Gérard Depardieu, ma non potrebbero portare con sé l’ingente patrimonio immobiliare, che lo Stato metterà a disposizione dei senza tetto e sul mercato per ricavare quanto serve per le riforme che intende varare.
Sarebbe questa una vera rivoluzione senza spargimenti di sangue. Condotta con l’unica arma del fisco per creare un po’ di equità e giustizia.
Sarebbe allora interessante vedere l’effetto che fa: anche questa volta i poteri forti di Bruxelles proverebbero a bocciare la nostra manovra fiscale?
In fondo si tratterebbe di una manovra in linea con i principi dell’austerità e fatta per rimanere nell’euro.
Cambierebbe solo la categoria di chi paga: per la prima volta, i ricchi invece del popolo.
domenica 7 ottobre 2018
SE NON È LOTTA DI CLASSE, ALLORA COS’È?
Sulla matrice classista di questa Europa non dovrebbero esserci più dubbi, le reazioni dell’establishment liberal-europeista di fronte ai provvedimenti del governo gialloverde sono la dimostrazione lampante che, come diceva Marx, la storia di ogni società sinora esistita è storia di lotte di classi. Padroni contro garzoni, ricchi contro poveri, privilegiati contro svantaggiati. Insomma, da sempre gli oppressori soffocano gli oppressi per impedirne l’emancipazione sul piano economico ed umano. E chi ancora afferma che le classi sociali non esistono più, se è “intellettualmente onesto”, dovrebbe fare ammenda e riconoscere che la lotta di classe esiste.
La prova indiretta di questa lotta di classe, condotta in modo silente e nascosto, sono le politiche sinora perseguite che hanno prodotto disparità di reddito scandalose, affamato i popoli e reso difficile per i poveri uscire dalla loro condizione di povertà. Le politiche distintive del neoliberismo – fortemente sostenute dalla cosiddetta Troika – hanno sortito effetti così devastanti sul piano delle disuguaglianze e su quello della crescita economica, che solo i pazzi e coloro che nella piramide sociale occupano la posizione più alta, secondo il principio del personale tornaconto, possono continuare a giustificare.
La Grecia in ginocchio, stremata dall’austerity dell’Unione Europea e strozzata dalla Troika, con il suo esercito di disoccupati, privatizzazioni, vendite di demanio pubblico e riforme costituzionali, con il conclamato peggioramento del suo stato di salute, dimostra la totale inefficacia delle terapie imposte, in più riprese, dal Fmi, dalla Banca mondiale e dall'Ue.
Ma l'Europa dei banchieri, testardamente e ingiustificatamente, boccia la manovra economica del governo Lega-M5S agitando ora lo spettro dello spread e della Troika, ora la minaccia che, se continua la sfida sui conti, l'Italia andrà verso una dolorosa ristrutturazione del suo debito sovrano. E questa significa il default del sistema creditizio italiano che, perdendo l'accesso ai mercati e la fiducia degli investitori per anni interminabili, si avvierebbe verso una condizione non diversa da quella che si verificò in Argentina tra la fine degli anni novanta e l'inizio del decennio successivo, quando la gente, temendo per i propri risparmi, scatenò una corsa agli sportelli. Ritirò grosse somme di denaro dai propri conti correnti bancari per convertirli in dollari e mandarli all'estero; il governo, per arginare la fuga dei capitali, fu costretto allora a congelare tutti i conti bancari per dodici mesi, permettendo solo prelievi di piccole somme di denaro.
Il messaggio è chiaro e forte: chi osa sfidare le regole dell'Unione europea rischia di pagare un conto assai salato. E se questo è solo il frutto delle leggi implacabili dell’economia, allora io sono paperino. Questo è il risultato della più bieca politica classista posta in essere dalla minoranza benestante a danno della maggioranza: quando nulla può la persuasione, si passa alle maniere brute.
I dati storici sono lì a dichiararlo senza ombra di dubbio: il deficit al 2,4% si inserisce in perfetta continuità con la dinamica degli ultimi dieci anni, risultando addirittura inferiore alle performance del governo Monti, chiamato a salvare l’Italia dal baratro. All’epoca il deficit era attestato al 3%, e così è stato sino a tutto il 2014. Quindi con il governo Renzi si è stabilmente mantenuto a livelli superiori al 2,4%. E dunque donde deriva la preoccupazione dei vertici dell'Unione europea per la manovra finanziaria tracciata dal governo gialloverde? Forse perché per la prima volta accanto alla parola “manovra” compare l’aggettivo “popolare”? Ed è assai nota l’idiosincrasia che i pochi ricchi hanno per il termine “popolare”.
Quando si è trattato di dare soldi alle banche, che hanno prodotto la crisi e che il popolo ha pagato e continua a pagare, non un gemito di avversione. Nessuno dei vertici di Bruxelles si è stracciato le vesti; nessun “economista cortigiano” ha paventato scenari apocalittici. Eppure il nostro deficit viaggiava costantemente intorno al 3%. Che cosa è stato il Quantitative Easing se non un modo – neppure tanto velato – di foraggiare il sistema bancario dei paesi dell'Europa meridionale (i cosiddetti pigs) per ripagare i loro debiti verso le banche tedesche? La sola Spagna aveva un’esposizione debitoria nei confronti delle banche tedesche per almeno 70,5 miliardi di euro. E poiché – come si dice in economia – “nessun pasto è gratis”, il costo di questo salvataggio si è riversato sulla popolazione, accusata a torto di aver vissuto al di sopra delle proprie possibilità, in termini di minori servizi sociali e di “manovre lacrime e sangue”.
Ora che gli speculatori internazionali e le banche tedesche e francesi sono rientrati, la Bce può pure chiudere i rubinetti del Quantitative Easing. E Berlino potrà anche ammonirci sul rispetto delle regole e sulla sua superiorità morale rispetto a quei paesi che pretendono ora di risarcire quella parte di popolazione che la crisi non l’ha provocata, ma ne ha scontato gli effetti.
Il salvataggio delle banche italiane (Banche Venete e Mps) è costato ai contribuenti italiani 6,3 miliardi di euro, escludendo quelli direttamente pagati dai risparmiatori truffati (il Codacons stima le perdite subite dai risparmiatori italiani, negli ultimi 15 anni, per crisi bancarie e crac finanziari in 44 miliardi di euro). I salvataggi di Veneto Banca, Popolare di Vicenza e Monte dei Paschi di Siena sono costati circa 662 euro per ogni famiglia italiana, e non mi pare di aver sentito la maggioranza dei mass media, schierati a favore dell’establishment, parlare di rischio per la tenuta dei conti.
Le risorse necessarie per l'avvio del reddito di cittadinanza e della pensione di cittadinanza ammontano a circa 9 – 10 miliardi di euro; tre o quattro miliardi in più di quanto è costato il salvataggio delle banche. Ma con la differenza che questa volta il provvedimento non riguarderà banche o confindustria, ma 6,5 milioni di persone che ora sono sotto la soglia di povertà. È dunque la diversa destinazione delle risorse che spinge Bruxelles a bocciare la manovra?
Siamo ancora entro i parametri di Maastricht (3%), ma questo non basta più. Non esiste soluzione di continuità tra l’ultima finanziaria di Padoan e quella dell’attuale governo, ma già si preannunciano scenari simili a quelli greco e argentino. E lo spread? Non ci vuole molto a capire che se il presidente della Commissione europea, il lussemburghese Jean-Claude Juncker, il suo vicepresidente, il lettone Valdis Dombrovskis, e il titolare dei conti pubblici, il francese Pierre Moscovici, sono concordi nell’esprimere preoccupazioni sulla tenuta dei conti italiani, questo abbia l’effetto immediato di infiammare lo spread tra Btp e Bund tedeschi. Queste non sono le dichiarazioni degli uscieri di Bruxelles, ma dei massimi vertici dell’Ue, che non possono non avere peso sulle decisioni degli investitori.
Ecco allora che tali dichiarazioni – se non sono il parto di mentecatti e irresponsabili – hanno una valenza politica indiscutibile: o l’Italia modifica la manovra, rigettandola, o – in caso contrario – subirà l’ira funesta dei mercati. Come nella nota favola del lupo e dell’agnello, la coerenza dei fatti nulla può contro chi ha deciso di fare un torto, in ragione del proprio personale tornaconto. Non c’è argomento giusto e fondato contro chi inventa pretesti per conservare la sua posizione di privilegio.
E se le cose stanno così non vedo perché mai i proletari di tutto il mondo non dovrebbero unirsi per cacciare – una volta per tutte – questi affamatori di popoli.
La prova indiretta di questa lotta di classe, condotta in modo silente e nascosto, sono le politiche sinora perseguite che hanno prodotto disparità di reddito scandalose, affamato i popoli e reso difficile per i poveri uscire dalla loro condizione di povertà. Le politiche distintive del neoliberismo – fortemente sostenute dalla cosiddetta Troika – hanno sortito effetti così devastanti sul piano delle disuguaglianze e su quello della crescita economica, che solo i pazzi e coloro che nella piramide sociale occupano la posizione più alta, secondo il principio del personale tornaconto, possono continuare a giustificare.
La Grecia in ginocchio, stremata dall’austerity dell’Unione Europea e strozzata dalla Troika, con il suo esercito di disoccupati, privatizzazioni, vendite di demanio pubblico e riforme costituzionali, con il conclamato peggioramento del suo stato di salute, dimostra la totale inefficacia delle terapie imposte, in più riprese, dal Fmi, dalla Banca mondiale e dall'Ue.
Ma l'Europa dei banchieri, testardamente e ingiustificatamente, boccia la manovra economica del governo Lega-M5S agitando ora lo spettro dello spread e della Troika, ora la minaccia che, se continua la sfida sui conti, l'Italia andrà verso una dolorosa ristrutturazione del suo debito sovrano. E questa significa il default del sistema creditizio italiano che, perdendo l'accesso ai mercati e la fiducia degli investitori per anni interminabili, si avvierebbe verso una condizione non diversa da quella che si verificò in Argentina tra la fine degli anni novanta e l'inizio del decennio successivo, quando la gente, temendo per i propri risparmi, scatenò una corsa agli sportelli. Ritirò grosse somme di denaro dai propri conti correnti bancari per convertirli in dollari e mandarli all'estero; il governo, per arginare la fuga dei capitali, fu costretto allora a congelare tutti i conti bancari per dodici mesi, permettendo solo prelievi di piccole somme di denaro.
Il messaggio è chiaro e forte: chi osa sfidare le regole dell'Unione europea rischia di pagare un conto assai salato. E se questo è solo il frutto delle leggi implacabili dell’economia, allora io sono paperino. Questo è il risultato della più bieca politica classista posta in essere dalla minoranza benestante a danno della maggioranza: quando nulla può la persuasione, si passa alle maniere brute.
I dati storici sono lì a dichiararlo senza ombra di dubbio: il deficit al 2,4% si inserisce in perfetta continuità con la dinamica degli ultimi dieci anni, risultando addirittura inferiore alle performance del governo Monti, chiamato a salvare l’Italia dal baratro. All’epoca il deficit era attestato al 3%, e così è stato sino a tutto il 2014. Quindi con il governo Renzi si è stabilmente mantenuto a livelli superiori al 2,4%. E dunque donde deriva la preoccupazione dei vertici dell'Unione europea per la manovra finanziaria tracciata dal governo gialloverde? Forse perché per la prima volta accanto alla parola “manovra” compare l’aggettivo “popolare”? Ed è assai nota l’idiosincrasia che i pochi ricchi hanno per il termine “popolare”.
Quando si è trattato di dare soldi alle banche, che hanno prodotto la crisi e che il popolo ha pagato e continua a pagare, non un gemito di avversione. Nessuno dei vertici di Bruxelles si è stracciato le vesti; nessun “economista cortigiano” ha paventato scenari apocalittici. Eppure il nostro deficit viaggiava costantemente intorno al 3%. Che cosa è stato il Quantitative Easing se non un modo – neppure tanto velato – di foraggiare il sistema bancario dei paesi dell'Europa meridionale (i cosiddetti pigs) per ripagare i loro debiti verso le banche tedesche? La sola Spagna aveva un’esposizione debitoria nei confronti delle banche tedesche per almeno 70,5 miliardi di euro. E poiché – come si dice in economia – “nessun pasto è gratis”, il costo di questo salvataggio si è riversato sulla popolazione, accusata a torto di aver vissuto al di sopra delle proprie possibilità, in termini di minori servizi sociali e di “manovre lacrime e sangue”.
Ora che gli speculatori internazionali e le banche tedesche e francesi sono rientrati, la Bce può pure chiudere i rubinetti del Quantitative Easing. E Berlino potrà anche ammonirci sul rispetto delle regole e sulla sua superiorità morale rispetto a quei paesi che pretendono ora di risarcire quella parte di popolazione che la crisi non l’ha provocata, ma ne ha scontato gli effetti.
Il salvataggio delle banche italiane (Banche Venete e Mps) è costato ai contribuenti italiani 6,3 miliardi di euro, escludendo quelli direttamente pagati dai risparmiatori truffati (il Codacons stima le perdite subite dai risparmiatori italiani, negli ultimi 15 anni, per crisi bancarie e crac finanziari in 44 miliardi di euro). I salvataggi di Veneto Banca, Popolare di Vicenza e Monte dei Paschi di Siena sono costati circa 662 euro per ogni famiglia italiana, e non mi pare di aver sentito la maggioranza dei mass media, schierati a favore dell’establishment, parlare di rischio per la tenuta dei conti.
Le risorse necessarie per l'avvio del reddito di cittadinanza e della pensione di cittadinanza ammontano a circa 9 – 10 miliardi di euro; tre o quattro miliardi in più di quanto è costato il salvataggio delle banche. Ma con la differenza che questa volta il provvedimento non riguarderà banche o confindustria, ma 6,5 milioni di persone che ora sono sotto la soglia di povertà. È dunque la diversa destinazione delle risorse che spinge Bruxelles a bocciare la manovra?
Siamo ancora entro i parametri di Maastricht (3%), ma questo non basta più. Non esiste soluzione di continuità tra l’ultima finanziaria di Padoan e quella dell’attuale governo, ma già si preannunciano scenari simili a quelli greco e argentino. E lo spread? Non ci vuole molto a capire che se il presidente della Commissione europea, il lussemburghese Jean-Claude Juncker, il suo vicepresidente, il lettone Valdis Dombrovskis, e il titolare dei conti pubblici, il francese Pierre Moscovici, sono concordi nell’esprimere preoccupazioni sulla tenuta dei conti italiani, questo abbia l’effetto immediato di infiammare lo spread tra Btp e Bund tedeschi. Queste non sono le dichiarazioni degli uscieri di Bruxelles, ma dei massimi vertici dell’Ue, che non possono non avere peso sulle decisioni degli investitori.
Ecco allora che tali dichiarazioni – se non sono il parto di mentecatti e irresponsabili – hanno una valenza politica indiscutibile: o l’Italia modifica la manovra, rigettandola, o – in caso contrario – subirà l’ira funesta dei mercati. Come nella nota favola del lupo e dell’agnello, la coerenza dei fatti nulla può contro chi ha deciso di fare un torto, in ragione del proprio personale tornaconto. Non c’è argomento giusto e fondato contro chi inventa pretesti per conservare la sua posizione di privilegio.
E se le cose stanno così non vedo perché mai i proletari di tutto il mondo non dovrebbero unirsi per cacciare – una volta per tutte – questi affamatori di popoli.
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