domenica 25 gennaio 2015

COME SI SMONTA UNA REPUBBLICA

Tappeto rosso in piazza della Signoria a Firenze per accogliere Angela Merkel che, dopo aver ringraziato il sindaco Nardella e il presidente del Consiglio Matteo Renzi per la «meravigliosa accoglienza», si è detta «tranquillizzata» dal percorso di riforme in corso in Italia e ha esortato a continuare sulla medesima strada: «il piano di riforme di Matteo Renzi è molto ambizioso e molto importante, un processo lungo che sono sicura porterà dei risultati».
Quali sono le importante riforme messe in campo da Renzi? Me ne vengono in mente tre: la riforma del lavoro, quella del senato e quella della legge elettorale. Dubito che queste riforme servano a favorire lo sviluppo economico e a invertire i dati sulla disoccupazione e sul debito pubblico di cui nessuno parla più, quasi che magicamente si sia fermato.
Sul fronte dell’occupazione, a novembre 2014 il tasso di disoccupazione ha raggiunto quota 13,4%, in aumento; quello giovanile è davvero allarmante: nella fascia di età tra i 15-24 anni il dato sale al 43,9%, in rialzo di 0,6 punti percentuali su ottobre.
Il debito pubblico in Italia – nonostante i tagli alla sanità, all’istruzione e alla cultura – non accenna a diminuire, ma cresce. Dal novembre 2011 in poi, con l’inaugurazione del “regime di austerità”, l’andamento della spesa pubblica italiana non ha accennato a deflettere verso il basso. Il governo Monti, in carica dal 16 novembre 2011 al 28 aprile 2013, ha generato un aumento di 128.904 miliardi, pari a circa 7,5 miliardi di aumento medio mensile: il peggior risultato rispetto a tutti i governi che l’hanno preceduto dal 1996. Al termine della “cura Monti” ciascun cittadino italiano, facendo pari a 59,6 milioni la popolazione complessiva, ha visto incrementare il proprio debito verso lo Stato di 2.163 euro. Pertanto, il debito a carico di ciascun cittadino italiano, al termine del governo Monti, è salito a 34.250 euro (neonati compresi).
Sempre sul fronte del debito pubblico, le cose sono andate meglio dopo? No. Il governo Letta, partito a fine aprile 2013, con un debito di 2.041,293 miliardi di euro, verso fine febbraio 2014 mette a segno un nuovo record, spostando l’asticella all’importo di 2.089,462 miliardi di euro, con un aumento dunque in 9 mesi di oltre 48 miliardi. Alla fine del governo Letta, il debito a carico di ciascun cittadino italiano è stato pari a 35.058 euro.
È il 22 febbraio 2014 quando a palazzo Chigi lo scettro passa a Matteo Renzi. Pensavamo che dopo Berlusconi ci saremmo liberati una volta per sempre dai leader piazzisti e venditori di tappeti: un’illusione troppo breve. Renzi da subito ci stupisce con i suoi “effetti speciali” (slide, twitter, ecc.), alimentando nei cittadini aspettative all’insegna del cambiamento: “il nuovo che avanza”, il “rottamatore”. Gli italiani, come già accaduto con Berlusconi, gli credono: “Renzi farà un sacco di cose”. Nell’attesa conferenza stampa del 12 marzo il nuovo presidente del Consiglio, Matteo Renzi, si presenta armato di slide da “televendita” e annuncia le sue misure: scuola, lavoro, riduzione delle tasse per 10 miliardi di euro, tagli alla spesa pubblica attraverso la spending review, scure sugli stipendi di dirigenti e manager pubblici, con un tetto di 240000 euro, riforma della giustizia, trasparenza sulle nomine e sulle spese della pubblica amministrazione, basta auto blu, i sottosegretari andranno a piedi.
Dopo il mercato delle promesse, il consuntivo di Matteo Renzi è molti proclami e parole, pochi fatti, salvo i mitici “80 euro” venduti come panacea di tutti i mali del paese ma in realtà mero provvedimento per una propaganda elettorale dal grande effetto, consentendo al Pd, quindi a Renzi, di ottenere il 40,8% dei voti sul territorio nazionale. Achille Lauro per diventare sindaco di Napoli regalò ai potenziali elettori una scarpa con la promessa di dare anche la seconda se fosse stato eletto; Berlusconi con la promessa della eliminazione dell'ICI e della social card vinse le elezioni del 2008. Renzi con i soldi dei contribuenti italiani ha siglato il suo successo elettorale. Questo accade in Italia, perché pare che la maggioranza degli italiani non abbiano la capacità di distinguere la verità dalla menzogna e di riconoscere gli onesti dai disonesti. Gli italiani ci cascano sempre; l'esperienza non li vaccina.
Il potere si serve della menzogna, delle omissioni, della disinformazione per raggiungere il suo scopo. Tanto più la realtà è falsificata dal capo, tanto più le masse sono disposte a credergli. E sei un capo proprio nella misura in cui riesci a far loro bere di tutto. Più è grande la menzogna, più verrà creduta: la verità fa male perché obbliga a interrogarsi, a fare una scelta e quindi ad assumersi le proprie responsabilità. Non ci sono scappatoie dinanzi alla propria coscienza che ci sbatte in faccia la voce imperiosa della verità. Di fronte ad essa ci sentiamo nudi, a disagio. È più facile allora disfarcene in favore di un qualunque Uomo della Provvidenza che si faccia carico della nostra inettitudine, della nostra viltà.
Siamo così bombardati da falsità e bugie che stentiamo a riconoscere la realtà che si svela davanti ai nostri occhi. E quando una voce libera ci prova, nel mezzo dell’ipocrisia dilagante, diventa essa stessa bugia, proprio perché è diversa dalla verità confezionata dal potere per le masse, che sono state vaccinate per ripudiare tutto ciò che non è conforme al sistema.
Ci siamo talmente assuefatti alla corruzione che possiamo persino giustificarla e tollerarla, quando addirittura esaltare certi comportamenti, perché probabilmente è quello che faremmo noi se ne avessimo l’occasione. Qualche ventennio fa assistemmo tutti al lancio delle monetine contro Craxi al grido di “Ladro”, “Vergogna” e “Bettino vuoi pure queste”. Oggi invece che i miasmi della corruzione lambiscono ogni settore della vita civile, sociale ed economica del nostro Paese nessun grido d’indignazione si leva. Corrotti, corruttori, evasori fiscali, frodatori, criminali non si vergognano più di niente, mancando dei più elementari criteri morali o valori di riferimento.
Anche con Renzi il debito pubblico italiano ha incontrato pochi ostacoli. Dal giorno del suo insediamento, il 22 febbraio 2014, il debito pubblico è salito con un ritmo che non si registrava dal 1994: + 141,20 euro pro capite ogni mese, con un totale di circa 36mila euro a testa. Ma la Merkel promuove la politica di Renzi.
Dobbiamo allora ragionevolmente dedurre che la riforma del Senato e la nuova legge elettorale, che di fatto vanificherà il voto dei cittadini e consegnerà il Paese all’arbitraria oligarchia del governo e del suo capo, siano le riforme tanto auspicate dalla Germania? Di Pietro direbbe che c’azzeccano le riforme istituzionali con le misure urgenti che invece avrebbe dovuto essere adottate per contenere l’alto debito pubblico e la disoccupazione crescente?
Perché Renzi ha dedicato un anno alle riforme istituzionali, trascurando le vere emergenze, quelle dell'economia e del lavoro? Forse perché le lobby di potere occulto, che gli dettano la lista delle cose da fare, sono interessate soprattutto a cancellare i diritti democratici garantiti dalla Costituzione. È comprensibile che ai fascisti e ai padroni la nostra Costituzione non piaccia: non è tollerabile l’uguaglianza dei cittadini in tema di diritti e di giustizia. Meno comprensibile che gli elettori del Pd – un tempo più scaltri ad annusare il pericolo – non si siano ancora accorti che il loro partito, con i voti di Berlusconi, intende smontare la Repubblica, consegnandola al potere padronale del capo dell’esecutivo. Insomma riforma della Costituzione in chiave P2 che prevede lo spostamento dei centri di potere reale dal Parlamento all’esecutivo.
Il fatto poi che pochissimi lo dicano non significa necessariamente che sia meno vero: Renzi è un usurpatore; l’attuale Parlamento, dopo la sentenza della Corte Costituzionale sul Porcellum, è occupato da una casta soggetti non legittimati dal popolo.
Renzi occupa la poltrona di premier abusivamente, in quanto non è passato dalle urne per chiedere il consenso. La sua investitura al potere non deriva dal popolo ma da Giorgio Napolitano. Se il Parlamento, come eminenti giuristi hanno dichiarato, non è “delegittimato” – in quanto neppure a Dio è concesso di cambiare il passato –, non è neppure legittimato a intervenire sulla Costituzione. Insomma, prendiamo atto che i figli nati da uno stupro non siano meno legittimi di quelli nati da un rapporto consensuale, ma questo non elimina il fatto che i primi siano l’esito di una violenza e i secondi di amore. Il fatto che Giorgio Napolitiano abbia sempre rifiutato l'interpretazione dell'illegittimità del Parlamento non ripristina di per se la verità, allo stesso modo che l’oste che dichiari vino l’acqua non trasforma di fatto l’acqua in vino. Il comportamento posto in essere da Giorgio Napolitano nel corso della sua presidenza si è rivelato spesso poco attento e sensibile al dettato costituzionale.
Ho sentito e sento spesso dire che Giorgio Napolitano ha salvato l’Italia dall’ingovernabilità e dallo tsunami dei mercati finanziari, ma il dovere del Presidente della Repubblica non è quello di scegliere questo o quel leader che piaccia o meno all’opposizione e non è neppure quello di anteporre alla fiducia del Parlamento quella della Banca Centrale o del Fondo Monetario. Il dovere del Presidente della Repubblica è quello di essere innanzitutto garante della Costituzione. Piero Calamandrei definì il presidente della Repubblica «vox Constitutionis». L’art. 1 della Costituzione stabilisce che la sovranità in Italia deve essere esercitata nelle forme e nei limiti della Costituzione e non affidata alla singola arbitrarietà di questa o quella figura istituzionale ancorché scaturita e giustificata dall’opportunità del momento storico. In particolare, i poteri e i limiti del Presidente della Repubblica sono chiaramente e rigidamente codificati nella Costituzione. E se l’ossequio alla Costituzione impone il ricorso alle urne, il dovere del Presidente è quello di indire nuove elezioni e non quello di stabilire l’indirizzo politico del Paese con la scelta di questo o quel leader.
Se in “democrazia” nessun potente è al di sopra della legge, guardando quel che accade, il dubbio che la “democrazia” abbia veramente attecchito nel nostro Paese è molto forte. Tutti si riempiono la bocca con la parola “democrazia”, dai partiti agli organi di stampa, dal presidente del Consiglio ai sottosegretari, dai portaborse agli uscieri comunali, dai magistrati ai poliziotti, ecc. ecc., poi però nessuno di questi degni signori si prende la briga di vigilare non solo sulla costituzionalità degli atti di governo, ma anche sull'obbedienza delle varie forze politiche alle regole liberali e democratiche del giuoco, e quindi a intervenire prontamente contro chi le infrange in difesa proprio dei principi democratici. Quali siano è presto detto: sovranità della legge, trasparenza, libertà di opinione e di informazione. Senza questi principi democratici, nemmeno il diritto di voto è dotato di senso democratico. Quando la maggioranza della stampa e dei mass media è concentrata nelle mani di una élite dominante, capace di formare e plasmare le opinioni e gli atteggiamenti della collettività, com’è possibile l’onesta misurazione del consenso e del dissenso?
Dunque, secondo il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, questo governo e questo Parlamento hanno mandato a modificare la Costituzione. Domanda: può un Parlamento illegittimo cambiare la Costituzione?
Sic stantibus rebus, la risposta – suggeritami dal buon senso e dalla logica – è no. Un Parlamento formato da una legge incostituzionale è esso stesso incostituzionale per derivazione e tutto può fare tranne che modificare la Costituzione, perché a distanza anch’essa potrebbe essere dichiarata incostituzionale. Un albero sorto su un terreno inquinato è esso stesso inquinato e lo saranno anche i suoi frutti. Dunque, nel pasticciaccio della situazione italiana è impossibile varare la riforma del Senato proprio in quanto riforma costituzionale da parte di un Parlamento incostituzionale. Peraltro tralasciando questo dettaglio, niente affatto trascurabile, lo stesso disegno di legge è ad altissimo rischio di bocciatura da parte della Corte Costituzionale.
Il Senato è su base elettiva ed è previsto dalla nostra Costituzione secondo un sistema bicamerale perfetto: ambedue le camere che formano il Parlamento hanno identici poteri. I disegni di legge approvati da uno dei due rami del parlamento, devono passare all'altro per essere approvati in via definitiva; in caso contrario il testo dovrà ritornare nuovamente al ramo del parlamento che lo ha esaminato per la prima volta. Non v’è dubbio che il procedimento legislativo con il sistema del bicameralismo perfetto è più complicato e lento, in quanto – in via teorica – ciascuno dei due rami del parlamento può continuare ad apportare modifiche al testo votato dall'altro ramo, allungando indefinitamente i tempi dell'approvazione della legge. Ma la riforma voluta da Renzi comporta uno sfregio delle garanzie democratiche, con l’obiettivo di dare al presidente del Consiglio “poteri padronali”, toglie voce a ogni opinione minoritaria. Un Senato di nominati, con la sola funzione essenziale di partecipare alle riforme costituzionali, unito ad uno spropositato premio di maggioranza – previsto dall’Italicum – finirebbe per sopraffare le attuali minoranze interne e le opposizioni esterne.  Sarebbe questa una gravissima limitazione della rappresentanza e quindi della democrazia.
Ecco perché non è possibile giudicare separatamente riforma del Senato e legge elettorale: l’una non può vivere senza l’altra.  La prima rafforza gli effetti della seconda nell’ottica di creare tutti i presupposti per una “svolta autoritaria” dell’esecutivo, che è un vecchio sogno della Loggia P2. La riforma del Senato voluta da Renzi consiste sostanzialmente nella trasformazione dall’attuale bicameralismo perfetto in un sostanziale monocameralismo su base maggioritaria. Insomma, un nuovo regime politico non molto dissimile da quello fascista. Tutto il potere all’esecutivo, un parlamento asservito al diktat del duce, le minoranze relegate al ruolo di comparse.
La posta in gioco è alta. Stiamo assistendo allo smontaggio sistematico della nostra Repubblica in chiave autoritaria con la complicità di quelli che un tempo sembravano i più fedeli assertori delle garanzie democratiche e dei principi costituzionali. È tempo di lanciare l’allarme!

sabato 10 gennaio 2015

L’IMPOVERIMENTO DELL’ESISTENZA UMANA E LA NECESSITÀ DI UN NEMICO 

Vediamo crescere ogni giorno di più il disagio dei giovani, dei vecchi, delle famiglie, dei lavoratori; il sintomo di un malessere generale permea ormai ogni aspetto della nostra società "occidentale". Un fenomeno questo che dovrebbe indurci a interrogarci su che cosa si basi la nostra società e su quali siano le cause delle paure che ci portano a rinchiuderci in noi stessi, ma troviamo più sensato scaricare sulla figura del nemico tutto il nostro malessere esistenziale profondo.

Per esempio, i problemi dei più giovani sono il segno più visibile della crisi della cultura occidentale fondata sulla promessa del futuro come redenzione laica, ma non vogliamo dircelo: ammetterlo significherebbe ammettere il fallimento dei valori sui quali è stata fondata la nostra società dominata dal modello consumistico del mercato, dove la nuova religione del dio denaro si è sostituita a Dio.
 
La nuova religione del capitalismo ha fatto strame dei diritti, della democrazia, della solidarietà; ha plasmato intere generazioni a collettività informi, dentro cui il senso di vulnerabilità sperimentato dal singolo è deriso e sottaciuto da una implicita spinta all'essere forti e sempre all'altezza: vietato essere timidi, vietato essere poeti! Al motto «è utile solo ciò che produce profitto» uccide quanto di più umano v’è nell’uomo, dimenticando o ignorando che eliminando la gratuità e l’inutile, difficilmente l’homo sapiens potrà rendere più umana l’umanità.

Il 7 gennaio scorso due uomini armati di fucili da guerra sono entrati nella redazione del settimanale satirico francese Charlie Hebdo, a Parigi, e hanno aperto il fuoco uccidendo dodici persone e ferendone undici, quattro in modo grave, dopo che il giornale aveva pubblicato una vignetta satirica su Maometto. 

L'opinione della maggioranza delle testate giornalistiche e televisive è che colpendo la redazione del settimanale satirico francese, i terroristi islamici hanno voluto attaccare i diritti e le libertà dei paesi democratici.
 
C’è qualcosa che non torna, devo aver perso qualche passaggio. Prima ancora dei terroristi, a mettere in ginocchio il sistema della tutela dei diritti democratici è stato il sistema finanziario e capitalistico che, allo scopo di massimizzare il valore estraibile dagli esseri umani, ci sta facendo arretrare tutti al tempo dei padroni delle “ferriere”.

Un documento di qualche mese fa della JP Morgan, una delle maggiori banche d’affari del mondo, affermò impunemente che le Carte fondamentali dei paesi del Sud Europa “mostrano una forte influenza delle idee socialiste” e impediscono di prendere i provvedimenti necessari, come eliminare le tutele dei lavoratori e “la licenza di protestare”. Ogni riferimento alla “Costituzione italiana” è puramente casuale.
 
Non ricordo o non so di alcun uomo politico, nessuna importante testata giornalistica o televisiva che abbia puntato l’indice contro un attacco così palese e sfrontato ai diritti e alle libertà dei paesi democratici da parte di un'importante istituzione bancaria e finanziaria che in fatto di affari non ha certo brillato per oculatezza e lungimiranza. Non credo proprio che un gruppetto di rampanti fighetti, che tra un cocktail party, una tartina ed una gita in yacht, farfugliano di costi del lavoro e di salari e che quando le cose van bene portano i loro guadagni nei paradisi fiscali e quando le cose van male spalmano le loro perdite sulla collettività, abbiano il diritto di parlare di democrazia e diritti. Essi guardano solo ai loro interessi e tutto il resto è relativo. 

La JP Morgan, già salvata dal fallimento negli anni 80, poco dopo lo scoppio della crisi ha ricevuto ben 25 miliardi di dollari dal governo americano. Quindi ha fatto tremare i mercati ammettendo una perdita di due miliardi di dollari causata dai traffici con gli strumenti derivati, sebbene molti analisti finanziari sospettino che le perdite reali nascoste nei suoi bilanci fossero molto più elevate. 

Ci si aspetterebbe che quei rampanti fighetti fossero almeno cacciati a calci nel culo, se non schiaffati in galera. No! Al contrario, ancora una volta, questi veri “terroristi”, hanno potuto contare sul sostegno della politica, che alacremente lavora perché i loro sogni diventino realtà.

Dicevo della necessità del nemico per dare un senso al nostro disagio esistenziale. Ebbene, cosa può esserci di più provvidenziale, in tempi difficili di depressione economica, dell'avere un nemico? 

La storia insegna che la figura del nemico è stata sempre funzionale a distrarre il popolo dalle colpe e dai problemi reali. 

Si comincia con i media che, in accordo con i governi, offrono un'immagine stereotipata, semplificata e negativa delle altre persone e degli altri gruppi, al fine di favorire nell'opinione pubblica il rafforzamento del noi (in chiave straordinariamente positiva) contrapposto a loro (in chiave fortemente negativa). 

Così, ancor prima di comprendere le ragioni da cui scaturisce il “terrorismo”, lo si condanna tout court, lo si connota di ogni negatività. E nel gioco dell’esclusione e dell’inclusione anziché favorire la pace si prepara la guerra dell’uno contro l’altro. Per combattere le attività terroristiche nel territorio si giustificano la violenza e si sovvertono la costituzione e i diritti. E se si osa criticarne i metodi, allora vuol dire che sei dalla parte dei terroristi e perciò senza neanche un mandato puoi essere messo sotto sorveglianza. Il mantenimento dell’ordine e della sicurezza divengono prevalenti alla libertà d’espressione e d’opinione.

E quando gli apparati dello stato e della polizia si focalizzeranno alla tutela degli interessi di un gruppo a scapito dell’altro, in nome della sopravvivenza della propria civiltà non esisterà limite umano alla violenza e alla degenerazione, perché tutto rientrerà nella disumanità dell’organizzazione posta in essere proprio per estirpare quel male, da cui neppure il gruppo tutelato sarà risparmiato, giacché quella stessa logica organizzativa per perpetuarsi non potrà che necessariamente produrre valori disumani.   

mercoledì 7 gennaio 2015

LA GUERRA INFINITA

Dopo l’Afghanistan fu la volta dell’Iraq. Molti avevano visto lungo e pronosticato che quelle avventure belliche avrebbero ben presto mostrato la nostra idiozia. Il rimedio si è rivelato peggiore del male che voleva estirpare: le guerre giustificate al fine di debellare il terrorismo internazionale lo hanno in realtà incubato e reso più virulento di prima. 

Allo stato delle cose è assai difficile sostenere che il coinvolgimento americano in Iraq, Afghanistan, Yemen, Libia, Siria o Ucraina abbia prodotto la “pace”. E tuttavia a dispetto dell’evidenza vari funzionari e pappagalli nazionali continuano ancora ad affermare che in qualche modo si sono evitati pericoli (completamente costruiti) peggiori, come le armi di distruzione di massa irachene.

Quello che in realtà hanno provocato è una guerra infinita finanziata da un debito galoppante che sta portando tutti alla rovina economica.

Appariva sempre più chiaro che tali scelte si sarebbero rivelate, presto o tardi, come un boomerang sui paesi occidentali. E nonostante tutto sono state portate avanti con stupida e pervicace ostinazione.

Dunque, sono veramente stupidi coloro che sono sul ponte di comando o, più verosimilmente, distillando paura, stanno approntando un nuovo ordine mondiale, complice l'ignoranza dei più, nel quale in nome della sicurezza si possa tranquillamente rinunciare alle libertà democratiche?

lunedì 5 gennaio 2015

IN NOME DELLA CRISI SI SVENDONO I DIRITTI

Chi sa cosa sia esattamente il TTIP?

TTIP è l’acronimo di Transatlantic Trade and Investment Partnership (Trattato Transatlantico per il commercio e gli investimenti); un enorme patto economico su cui stanno trattando da un anno e mezzo Europa e Stati Uniti per scambiarsi più merci, tra cui anche prodotti alimentari, e servizi e che dovrebbe concludersi proprio quest’anno, nel 2015. 

Gli industriali italiani lo considerano una grande opportunità: il TTIP potrebbe far nascere la più grande area di libero scambio del mondo; niente più dazi, niente più confini commerciali tra Europa e Usa. È stato calcolato che l’accordo produrrà un aumento delle esportazioni del 28%, con un aumento del PIL per l’Unione Europea dello 0,5% (120 miliardi l’anno) e dello 0,4% per gli Stati Uniti (90 miliardi). Confindustria prevede per l’Italia un aumento dell’export di 2 miliardi, con evidenti ripercussioni sull'occupazione. 

Gli scettici, invece, lo descrivono come un’apocalisse: tutto ciò rischia di avere un costo elevato sul piano dei diritti e della tutela dei consumatori. Insieme alle barriere tariffarie salterebbero anche una parte del sistema di tutele europee, leggi, controlli e standard minimi richiesti per la circolazione dei prodotti. Una misura che potrebbe avere ripercussioni enormi innanzitutto sul settore agroalimentare che gli Usa considerano strategico.

Un fatto però è certo, al momento nessuno sa bene cosa sia effettivamente il TTIP e sulle trattative in corso e gli accordi finora raggiunti vige la massima segretezza. 

Il negoziato TTIP, lanciato ufficialmente nel luglio 2013, è stato portato avanti in modo opaco e segreto dalla Commissione europea e dall’Amministrazione statunitense. Forse perché disegna un quadro di pesante deregolamentazione, dove l’obiettivo principale non saranno tanto le barriere tariffarie, già abbastanza basse, ma quelle non tariffarie, che riguardano proprio gli standard di sicurezza e di qualità, aspetti sostanziali della vita di tutti i cittadini? Insomma, forse perché è più prudente non anticipare alle vacche che saranno trasportate al macello?

Gli aspetti sostanziali della vita di ciascun cittadino riguardano l’alimentazione, l’istruzione e la cultura, i servizi sanitari, i servizi sociali, le tutele e la sicurezza sul lavoro, e con l’alibi di un’omogeneizzazione delle normative e la falsa illusione di risollevare l’economia dell’Europa dalla stagnazione, si assisterà ad una progressiva corsa verso il basso in cui saranno i cittadini e l’ambiente a farne principalmente le spese in un processo che porterà alla progressiva mercificazione di servizi pubblici e di beni comuni.

E, se così non fosse, perché allora tutto è stato tenuto sotto traccia? Perché le trattative sono state condotte a porte chiuse, sotto la forte pressione delle lobby delle industrie private senza un coinvolgimento efficace dei Parlamenti e del Congresso e senza che i cittadini fossero adeguatamente informati?

Non credo che la maggior parte degli europei e in particolare degli italiani sarebbero contenti di ignorare se il pollo sulle loro tavole è stato o meno igienizzato con il cloro, la bistecca succulenta nei loro piatti è stata trattata o meno con ormoni e antibiotici, se i prodotti geneticamente modificati entrano tranquillamente nella loro dieta quotidiana. E sebbene tutti i negoziatori europei al momento lo neghino, in pratica è questo il rischio che ciascuno di noi correrà con il TTIP. 

La posta in gioco per la nostra sicurezza è troppo alta e la pressione delle imprese per accelerare le cose è troppo forte per permettersi di non mantenere alta la guardia.
 
Ma il TTIP non riguarda solo il settore alimentare. Le conseguenze del TTPI riguardano anche il settore dei servizi pubblici (salute, scuola, acqua), con l'intento di immolarli sull’altare della competitività; dell’ambiente, in quanto rimuovendo il principio di precauzione, potrebbe facilitare l’eliminazione di regolamenti ambientali, promuovendo anche in Europa l’introduzione del fracking e l’uso di sostanze chimiche pericolose per le acque sotterranee finalizzato allo sfruttamento di gas e petrolio di scisto.

Sarebbe insomma il trionfo della liberalizzazione competitiva. Ogni settore dell’economia suscettibile di creare profitto sarebbe sotto attacco delle grandi imprese transnazionali: privatizzazione della sanità e dell’istruzione; privatizzazione dell’acqua. In particolare, le compagnie americane sono seriamente intenzionate a ottenere l’accesso ai sistemi sanitari pubblici europei, che si presentano come vasti mercati in attesa di essere sfruttati. I servizi sanitari, servizi medici (tra cui ostetricia e fisioterapia) e servizi odontoiatrici sono tutti inclusi nei negoziati TTIP. E, oltre alla prospettiva di consegnare i servizi pubblici a società con scopo di lucro, uno degli effetti più insidiosi degli accordi di libero scambio è che per i paesi diventa di fatto impossibile ripristinare i servizi pubblici una volta privatizzati, in quanto a vigilare sulla corretta applicazione del Trattato ci sarebbe un Arbitrato internazionale privato, le cui decisioni saranno prevalenti sulle leggi nazionali e, quindi, alle stesse sentenze dei tribunali.

Insomma le élite economiche mondiali agiscono sulle classi dirigenti politiche che governano l’Europa e gli Stati Uniti per erodere il funzionamento delle istituzioni democratiche e generare un nuovo mondo nel quale i privilegi delle multinazionali avrebbero forza di legge e legherebbero completamente le mani dei governanti. Infatti, il TTIP, impermeabile alle alternanze politiche e alle mobilitazioni popolari, si applicherebbe per amore o per forza, giacché le sue disposizioni potrebbero essere emendate solo con il consenso unanime di tutti i paesi firmatari.
 
Se la sinistra in Europa non si sveglierà, assisteremo presto alla nascita di un nuovo corso della storia, dominato da un impero economico capace di dettare le proprie condizioni anche al di fuori delle sue frontiere e di piegare la politica ai propri interessi a spese della stragrande maggioranza. E questo significherebbe la fine della democrazia e con essa la fine dei diritti.

domenica 4 gennaio 2015

MA RENZI DA CHE PARTE STA?

Non sta certamente dalla parte dei lavoratori, dei disoccupati, dei giovani, dei più deboli. Sta più verosimilmente dalla parte di Berlusconi e di Verdini, vedi Patto del Nazzareno; sta dalla parte della Confindustria, vedi “jobs act”. È contro la democrazia, vedi “italicum” e abolizione del Senato. È contro la Costituzione perché di fatto la stravolge, peraltro con un Parlamento delegittimato dalla sentenza della Corte costituzionale, con l’obiettivo di dare al presidente del Consiglio “poteri padronali”, dando così corpo a un vecchio sogno di Silvio Berlusconi. E quello che non riuscì a questo da destra sta riuscendo a quello da sinistra, a conferma della tesi che dal 1996 ad oggi la sinistra al potere è stata la vasellina per metterlo ben bene nel culo degli italiani. L’alternanza destra e sinistra è servita al solo scopo di far passare quelle riforme che la destra non avrebbe mai potuto concretizzare senza l’ausilio della sinistra. Secondo quel vecchio detto toscano, è ormai chiaro a coloro che non hanno gli occhi foderati di prosciutto che destra e sinistra al potere in Italia sono come i “ladri di Pisa”, che di giorno litigano e la notte vanno insieme a rubare.
Ad ennesima prova che Renzi sia il degno delfino di Berlusconi – vale ovviamente per coloro che si ostinano a credere ancora nell’esistenza di babbo natale – servano le cinque righe inserite a Natale da Palazzo Chigi, mentre gli italiani erano occupati a scartare i regali.
Ebbene, quelle cinque righe – inserite alla chetichelle mentre, ripeto, gli italiani erano in tutt'altre faccende affaccendati – non solo depenalizzano i reati tributari, ma “graziano” l’ex cavaliere, interdetto dopo la condanna Mediaset. Una manina di Palazzo Chigi – approfittando della distrazione delle vacanze natalizie – ha infilato il decreto.
Procediamo per ordine. 
Nell'agosto del 2013, Berlusconi è stato condannato a 4 anni per frode fiscale. Sebbene tale sentenza gli sia costata pochissimo sul piano penale, mezza giornata a settimana a Cesano Boscone per nove mesi, sul piano politico ne aveva decretato la fine: 2 anni di interdizione dai pubblici uffici, 6 anni di ineleggibilità e decadenza immediata da senatore in base alla legge Severino. Ma poiché – si sa – la provvidenza di manzoniana memoria opera sempre a favore dei poveri perseguitati, ecco farsi avanti un codicillo-colpo di spugna che fornisce il modo di spezzare il circolo che aggiunge male al male per il povero Berlusconi. Il codicillo in questione all’art. 19-bis dispone che i reati fiscali di evasione e frode sono depenalizzati se l’Iva o l’imposta sul reddito evasa non supera il 3% rispettivamente dell’imposta sul valore aggiunto o dell’imponibile dichiarato.
Ora, Berlusconi è stato condannato per aver frodato il fisco per 7,3 milioni, di cui 4,9 sul bilancio Mediaset del 2002 e 2,4 su quello del 2003. Mettiamo da parte la circostanza che la vera evasione ai danni del fisco italiano è ben più alta e ammonta a 368 milioni di dollari: una frode fiscale, perpetrata fra il 1995 e il 1998, attraverso film comprati dalle major americane a prezzi gonfiati e rimbalzati su una serie di società offshore occultamente controllate da Berlusconi e/o dai suoi prestanome, e caduta in prescrizione. Ma, a quanto pare, nonostante le leggi ad personam finalizzate a salvare l’ex cavaliera dalla mannaia della giustizia (falso in bilancio, condoni fiscali ed ex-Cirielli), sono rimasti gli ultimi scampoli degli effetti fiscali “spalmati” sugli ammortamenti delle due annualità contabili (2002 e 2003). 
Ora, poiché negli anni 2002 e 2003 Mediaset ha dichiarato un imponibile rispettivamente di 397 e di 312 milioni, ne consegue che la frode perpetrata di 4,9 e 2,4 milioni corrisponda all’1,2 e allo 0,7% dell’imponibile, ben al di sotto della soglia del 3% di non punibilità.
Il principio del “favor rei” (art. 2 CP) stabilisce che nessuno può essere assoggettato ad una sanzione per un fatto che, secondo una legge posteriore, non costituisce più una violazione punibile. È d’uopo precisare che prima del 1997 il principio del favor rei in materia fiscale e finanziaria non valeva (legge fascista 4/1929), con la norma fiscale n. 507/1999, il centrosinistra la cancellò. Grazie a tale norma illustri personaggi del calibro di Romiti, De Benedetti e Passera, condannati in via definitiva per falso in bilancio, dopo la depenalizzazione del “falso in bilancio” voluta da Berlusconi nel 2003, poterono avocarla a se e chiesero un “incidente di esecuzione” alla Corte d’appello, che non poté che revocare le loro condanne. Così quello che è valso per Romiti, De Benedetti e Passera non potrà non valere anche per Berlusconi che non potrà non ottenere la cancellazione della sua, per una frode che non è più reato.
Ergo, se evapora la condanna, spariscono anche la decadenza, l’ineleggibilità e l’interdizione. E questo significa che alle prossime elezioni Berlusconi potrà ricandidarsi, dopo essere stato mondato di tutti i suoi peccati.
Ah, dimenticavo. La provvidenziale manina è quella di Renzi: il decreto è passato al vaglio del dipartimento affari giuridici della Presidenza del Consiglio, guidato dalla renzianissima Antonella Manzione, ex capo dei vigili urbani di Firenze.
Quando si dice che la legge viene interpretata per gli amici e applicata per tutti gli altri coglioni.