Il 2 giugno del 1946 venticinque milioni di italiani,
emozionati e in paziente attesa, si misero in fila davanti ai seggi elettorali per
esprimere il proprio voto e decidere sull'assetto istituzionale e sul futuro
dell'Italia: monarchia o repubblica?
Il referendum del 2 giugno sancì, come è
noto, la nascita della nostra Repubblica; con 2milioni di voti di scarto, l'Italia diventò una repubblica e i monarchi di casa Savoia furono costretti
all’esilio, rei di aver avallato il fascismo e le sue leggi razziali. Se la
monarchia, nell’ottobre del 1922, avesse firmato lo stato d'assedio e non
avesse permesso a Mussolini di prendere il potere, l’Italia si sarebbe
risparmiata il ventennio fascista e tutte le sciagure che comportò per il suo popolo:
la guerra, la miseria, la vergogna.
Pochi giorni dopo la proclamazione della Repubblica, il 25
giugno 1946, si aprirono i lavori dell'Assemblea Costituente, eletta da
milioni di italiani e italiane, che dopo un anno e mezzo generò la nostra Carta
costituzionale: testamento e testimonianza di “tutta la nostra storia, tutto il
nostro passato, tutti i nostri dolori, le nostre sciagure, le nostre glorie” (P. Calamandrei).
Ma già da subito in questa Costituzione, scritta col sangue di
quanti dettero la vita, ispirata ai più puri ideali di libertà e di giustizia, gli
uomini di “potere” videro una minaccia alla loro ancora intatta arroganza e ai
loro tanti privilegi, tanto da usare ogni strumento a loro disposizione per impedirne
l’attuazione o quanto meno limitarne gli effetti nella società civile.
La promessa di libertà, e di liberazione, racchiusa in quegli
smilzi articoletti, ispirò la rivolta dei contadini calabresi nell'ottobre del
1949, quando marciarono sui latifondi delle terre lasciate incolte dalla
maggioranza dei proprietari terrieri, impossessandosi delle terre abbandonate.
Essi chiedevano con forza il rispetto della riforma agraria, solennemente
iscritta nella Costituzione all'art. 44. La storia è nota: i parlamentari
calabresi della Democrazia Cristiana, paladini degli interessi dei grandi
proprietari terrieri, si recarono a Roma per chiedere l’intervento della
polizia al Ministro dell’Interno Mario Scelba, il quale spedì i celerini armati
di mitraglia. Sulle terre del Barone Breviglieri, tre braccianti (Francesco
Nigro, Giovanni Zito e Angelina Mauro) furono stroncati dal fuoco delle
mitraglie, in difesa della proprietà, considerata più sacra della vita. L’episodio
passò alla storia come la strage di Melissa o eccidio di Fragalà.
Ispirò i sindacalisti nei luoghi di lavoro, cui la Fiat
negli anni cinquanta, quella di Vittorio Valletta, che la diresse per
vent'anni, dal 1946 al 1966, rispose con l’istituzione dei reparti-confino per
isolarli.
Ispirò in Italia il movimento evangelico pentecostale, che
fu praticamente fuorilegge fino al 1959 perché professava un culto diverso da
quello cattolico.
Ispirò il cinema e il teatro, contro cui furono spiegati l’intervento
censorio dello Stato e della Chiesa. Nel 1952 Andreotti accusava l’Umberto D, girato
da Vittorio De Sica, di fomentare sentimenti negativi nel Paese.
Ispirò il grande Partito Comunista Italiano, cui il sistema
reagì impedendo che quelli di fede comunista potessero entrare nelle forze di
polizia e in altre sensibili strutture pubbliche.
Prima che le riforme annunciate dai costituenti (la sanità,
la scuola, l’amministrazione) fossero pienamente realizzate si dovette attendere gli anni
settanta. Fino ad allora esse rimasero allo stato di progetti. L’istituzione delle regioni trovò per esempio molti ostacoli lungo il
cammino: le autorità di governo temevano che la loro istituzione avrebbe
schiuso varchi di potere al Pci, soprattutto nell’Italia centrale, dov’era più
consolidato.
Sebbene Mario Scelba definisse la Costituzione «una
trappola» per la Dc, i semi erano stati piantati nel terreno e i frutti non
tardarono: nell’aprile del 1955 venne eletto presidente della Repubblica Gronchi
e nel suo discorso d’insediamento, davanti alle Camere riunite, puntò l’indice
sulle troppe norme costituzionali ancora inevase.
Piero Calamandrei, uno dei
padri costituenti, prendendo le mosse dal messaggio al popolo italiano del
neopresidente Giovanni Gronchi, disse: «Chi, dopo aver letto il messaggio del
nuovo presidente della Repubblica al popolo italiano, se n’è allarmato come di
uno straripamento dai limiti delle attribuzioni presidenziali e come di
un’invasione delle attribuzioni di indirizzo politico riservate al governo, ha
dimostrato con ciò di non essersi reso conto né di quelle che sono in realtà le
funzioni presidenziali nella nostra Costituzione, né del momento di vera e
propria “emergenza costituzionale” in cui il messaggio è stato lanciato, come
un appello di sos destinato a richiamare l’attenzione di tutti gli italiani sul
naufragio che attende la nostra democrazia se continua a navigare con questi
dissennati piloti».
Nel 1956 la Consulta tenne infatti la sua prima udienza e nel 1957
venne istituito il Consiglio nazionale dell'economia e del lavoro (CNEL), previsto
dall'articolo 99 della Costituzione, col compito di promuovere iniziative
legislative in campo economico e sociale. Non era certo quello prefigurato e
progettato dall’Assemblea costituente ma almeno il solco sembrava tracciato
nella direzione di coniugare crescita economica e stato sociale.
Nel 1958 venne quindi istituito il Consiglio superiore della
magistratura, con lo scopo di garantire l'autonomia e l'indipendenza della
magistratura dagli altri poteri dello Stato e, in particolare, da quello
esecutivo, secondo il principio di separazione dei poteri espresso nella
Costituzione.
Nel 1963 nasceva il primo governo di centro-sinistra con la
partecipazione organica dei socialisti nell'esecutivo. Grazie ai governi di
centro-sinistra che dal 1963 in poi s’alternarono alla guida del Paese, furono
varate la riforma della scuola media unificata, che innalzò a 14 anni l’obbligo
scolastico, come chiedeva l’articolo 34 della Costituzione; la
nazionalizzazione delle industrie elettriche (articolo 43); la legge sulla
«giusta causa» per i licenziamenti (articolo 35); la programmazione economica
(articolo 41).
Negli anni Settanta, nell’arco di un solo decennio, trovarono
attuazione lo statuto dei lavoratori, destinato a tutelare la libertà e la dignità
dei lavoratori nei luoghi di lavoro, e nuove norme sulla parità di trattamento
fra uomini e donne nel lavoro; la riforma sanitaria che, rifacendosi all’art.
32 della Costituzione, che tutela il diritto alla salute, come fondamentale per
l’individuo e l’interesse della collettività, estendeva a tutti i cittadini l’assistenza
sanitaria. È del 1974
il referendum sul divorzio: oltre 19 milioni di italiani dissero "no"
all'abrogazione della legge, confermando quindi l’introduzione dell’istituto
del divorzio in Italia. Il 22 maggio 1978 fu approvata la legge 194, che depenalizzava
l’aborto e riconosceva il diritto della donna ad interrompere, gratuitamente e
nelle strutture pubbliche, la gravidanza indesiderata. Fu introdotto il nuovo
diritto di famiglia con l’assoluta parità giuridica del marito e della moglie.
La legge Basaglia del 1978 impose la chiusura dei manicomi e regolamentò il
trattamento sanitario obbligatorio.
Se si può ben dire che gli anni Settanta furono la stagione dei
diritti e delle libertà civili, furono anche gli anni di piombo e del terrorismo
politico che sporcarono di sangue quel periodo, tanto da indurre a credere che
forse tra la positiva spinta al rinnovamento e l’esplosione di violenza, che
voleva paralizzare il Paese, vi sia un nesso.
All’estate degli anni Settanta seguì l’autunno degli anni
Ottanta: il fermento dell’impegno civile e sociale che aveva innervato la
politica, sulla fine degli anni ‘70 tese a indebolirsi, perdendo sempre più
visibilità e forza.
È
l’Italia spensierata degli anni Ottanta nella quale ognuno, povero e ricco, ha
ricevuto la sua piccola o grande fetta di torta. L’hanno avuta gli operai e i
lavoratori con il miglioramento delle condizioni di lavoro e salariali, che
hanno potuto così comprarsi la casa, la macchina, la lavatrice, il frigorifero e possono permettersi anche di andare in ferie.
La grande fabbrica, quale centro della solidarietà interna al processo di
lavoro, e il quartiere operaio, centro della solidarietà extra lavorativa, che
si erano rivelati della massima importanza nella costruzione di quel senso di
appartenenza, che aveva sostanziato l’identità del movimento dei lavoratori,
quale massa critica per il successo delle lotte operaie, cede il posto al
divano di casa propria a guardare “Domenica in”, agli autogrill nei giorni di
esodo vacanziero.
Sono gli anni della “Milano da bere”: ovunque regna l'ottimismo e la fiducia in una sorta di benessere duraturo
ed esponenziale.
Difficile riconoscere nell’Italia degli anni 80 quella dei
Cinquanta. Quella della ricostruzione: semplice, povera, ma felice; che
guardava al futuro con grandi speranze!
Ma dallo spalto cui la Storia ci ha assegnato possiamo ora ben
vedere quanto la leggerezza di quegli anni Ottanta fosse infida: in realtà è
proprio negli anni ’80 che si andava allestendo il palcoscenico di un nuovo ordine mondiale destinato a fagocitare
le conquiste civili e sociali degli anni Settanta: il matrimonio politico Thatcher-Reagan, che segnò quegli anni, cambiò il mondo e gli effetti li stiamo ancora sperimentando.
Dagli anni Ottanta comincia il lento, inesorabile declino dell'Italia,
attraverso una nuova fase fatta di crisi di legalità, di storie «oscene» (loggia P2), di un
sistema pervasivo di corruzione, che attendeva solo di essere scoperchiato con l'arresto
in flagrante di Mario Chiesa e che darà inizio alla stagione di Mani pulite.
Sono passati più di vent'anni da quel 17 febbraio 1992, ma l’erosione
del nostro ordinamento e dell’ordine stesso delle nostre relazioni non ha
conosciuto battute d’arresto: il cancro della corruzione e dell’idolatria del
denaro aveva messo ormai radici troppo profonde per pensare di poterlo estirpare con
un solo colpo di bisturi.
La società si è incanaglita e un sedimento di inciviltà deturpa ormai ogni aspetto della vita pubblica e sociale; la cultura dei diritti è stata oscurata dal trionfo
degli egoismi collettivi, che per godersi una vita agiata o per garantirsi un
confortevole futuro sono disposti a qualunque nefandezza. Politici e funzionari pubblici, come ha affermato il
presidente dell’ANM Piercamillo Davigo, «Non hanno smesso di rubare; hanno
smesso di vergognarsi. Rivendicano con sfrontatezza quel che prima facevano di
nascosto». Il trasformismo ha preso in ostaggio le nostre istituzioni, rendendo
i governi ancora più precari, nonostante le promesse di stabilità della seconda
Repubblica.
E, secondo alcuni, la causa di tutto ciò non sta nella volgarità, nella
disonestà, nel cinismo di una classe dirigente pubblica, ma nella nostra
Costituzione, diventata bersaglio e causa di tutte le sciagure che funestano il
nostro Paese.
Così proprio l’incolpevole Costituzione è divenuta per bocca di mediocri
e furbi politici una zavorra da buttare via. E allora eccoci qui chiamati al
referendum d’ottobre per esprimerci se mettere o meno in soffitta la nostra
Costituzione, dimenticando che se gli anni Settanta furono un tempo di vera
rivoluzione dei diritti civili, politici e sociali, quel rinnovamento avvenne
basandosi proprio sulla Costituzione che qualcuno ha deciso senza un fremito di mandare in pensione.