giovedì 29 giugno 2017

IL DITO, LA LUNA E LO STOLTO

Un proverbio cinese recita: “Quando il dito indica la luna lo stolto guarda il dito”. Parimenti in Italia quando un magistrato ha la perseveranza e soprattutto il coraggio di scoperchiare la cloaca della corruzione nazionale, chi comanda non plaude chi tra mille difficoltà e ostacoli, mostrando di fare il proprio dovere, scova i colpevoli e li assicura alla giustizia.

No! In Italia, chi comanda davvero opera dietro le quinte perché la verità non venga alla luce e giustizia non sia fatta. E, si badi bene, non perché l’indagine è lacunosa, ma perché i suoi comportamenti sono stravaganti: indossa calzini turchesi o non l’indossa affatto. O perché il fatto sussiste ma sono state fatte troppe intercettazioni o i tabulati telefonici sono stati acquisiti in modo illegittimo.

Emblematico il caso De Magistris e l’inchiesta Why Not, che riguardava una presunta loggia massonica e l’influenza esercitata sulle scelte di amministrazioni pubbliche per l'utilizzo di finanziamenti e l'assegnazione di appalti. Il 21 gennaio 2012 il GUP di Roma Barbara Callari rinvia a giudizio Luigi De Magistris e Gioacchino Genchi con l'accusa di aver acquisito in modo illegittimo i tabulati telefonici di alcuni parlamentari. Sebbene De Magistris avesse da subito definita l'inchiesta “infondata”, il 25 settembre 2014 venne condannato, insieme a Gioacchino Genchi, dal Tribunale di Roma a un anno e tre mesi per abuso d'ufficio non patrimoniale. De Magistris nel 2016 sarà poi assolto in appello, insieme a tutti gli altri imputati, dal Tribunale di Salerno. Ma intanto le faine erano scappate dal pollaio!

E ora è la volta di Henry John Woodcock, che ha aperto l'indagine Consip. Accusato dalla Procura di Roma per violazione del segreto d'ufficio nell'ambito dell'inchiesta: avrebbe passato al giornalista de “Il Fatto Quotidiano”, Marco Lillo, le “sommarie informazioni testimoniali” rese dall’amministratore delegato, Luigi Marroni, e dal presidente della Consip, Luigi Ferrara. Nonchè l’avvenuta iscrizione nel registro degli indagati del comandante dei carabinieri Tullio Del Sette e del ministro dello Sport Luca Lotti, per le presunte soffiate sull’esistenza di indagini in corso sugli appalti della centrale acquisti.

Soffiate che hanno trovato riscontro nelle dichiarazioni rese dallo stesso Ad – Luigi Marroni – ai Pm: la bonifica degli uffici dalle microspie era stata disposta su segnalazione di Luca Lotti; interrotta sul più bello dall’arrivo dei carabinieri del Noe.

Per quanto alcuni cerchino di intorbidire le acque e di declinare ogni responsabilità, restano i fatti.

Al centro di tutto v’è una gara d'appalto, la Facility Management (FM4), che si occupa della fornitura di servizi (come la pulizia e la manutenzione) per gli uffici della pubblica amministrazione, il cui valore complessivo ammonta a circa 2,7 miliardi di euro.
L'imprenditore campano Alfredo Romeo è agli arresti per corruzione e nel corso dell'interrogatorio di garanzia si è avvalso della facoltà di non rispondere.
Marco Gasparri, dirigente di Consip e indagato anch’esso per corruzione, ha ammesso di aver ricevuto denaro da Alfredo Romeo per passargli “dritte” sugli appalti.
Luigi Marroni, amministratore delegato di Consip, in qualità di teste ha ammesso di aver fatto rimuovere le “cimici” piazzate dai Pm negli uffici Consip, su segnalazione di Lotti o di un suo stretto collaboratore. Ma Luca Lotti sostiene che è tutto falso, che lui nulla sapeva dell’inchiesta Consip e che quindi non avrebbe potuto riferire alcunché in merito.
Filippo Vannoni, presidente di Publiacqua vicino a Renzi e Lotti, ai Pm di Napoli ha detto che Matteo Renzi sapeva dell’esistenza dell’inchiesta.


In fatto di corruzione, l’Italia resta tra i paesi peggiori, insieme a Bulgaria, Romania e Grecia. Abbiamo il più alto debito pubblico, che costa lacrime e sangue per molti. Gli effetti della corruzione – come ha denunciato la Corte dei Conti – sull’economia del Paese  è “devastante”. Dalla spending review, tanto sventolata dal “rottamatore”, non arrivano risultati. E i nostri comandanti continuano a guardare il dito e non la luna!

domenica 11 giugno 2017

LA FALSA SICUREZZA DELL’APPARTENENZA

L’ego, o Io, dal punto di vista psicologico, rappresenta la struttura psichica deputata al contatto ed ai rapporti con la realtà, sia interna che esterna. Tanto più è organizzato e relativamente stabile, tanto più siamo in grado di effettuare un opportuno esame di realtà, in quanto ciò che percepiamo è coerente con la realtà esterna e la relazione che stabiliamo con essa è corretta. In mancanza di un Ego organizzato saremmo in balia delle forze impetuose dell'oceano dell'inconscio. E tuttavia esso è una condizione necessaria ma non sufficiente al benessere dell’uomo. Se così non fosse non capiremmo altrimenti perché mai chi ha raggiunto l’apice del successo, chi ha soddisfatto la gran parte dei desideri, che un uomo può soddisfare nel corso della sua esistenza, possa cadere in una depressione grave e decidere di suicidarsi. Forse perché se l’Ego è importante e fondamentale per raggiungere i nostri obiettivi nella vita, esso tuttavia non è in grado di dare un senso all’insufficienza esistenziale dell’uomo, contrassegnata sempre da un insieme di possibilità che lo pongono urgentemente di fronte a una scelta assoluta; senza possibilità alcuna che sia data una seconda possibilità. Essa è presa e data una volta per tutte.

Ora, se la categoria fondamentale dell’Ego è la razionalità e la necessità, quella dell’esistente è la possibilità, che può rivelarsi causa di ogni gioia o, al contrario, causa di ogni sciagura. E poiché la realtà non è soltanto un processo razionale unico, ma un complesso di infinite possibilità, innanzi alle possibilità contraddittorie che si aprono al singolo individuo, la paura di fare la scelta sbagliata, da cui dipende il suo destino, lo pone in una situazione di perenne instabilità, indecisione tra le alternative possibili, in cui intravede anche la possibilità della propria fine, del proprio nulla. A questo sentimento di angoscia, che si trova al fondo di ogni essere umano, ciascuna persona può dare una risposta autentica ovvero cercare sicurezza in illusioni.

L’Ego è fragile di fronte al mistero in cui è immersa la propria esistenza come singolo. Alle domande chi sono, donde vengo, che ci faccio gettato su questa Terra, non v’è una risposta valida. E allora il singolo individuo cerca sicurezza in qualcosa: nella religione, nell’appartenenza a questo o a quel gruppo. Senza rendersi conto che tale soluzione non è la risposta, allo stesso modo in cui una terapia basata su una diagnosi sbagliata non porta a guarigione. Alla fine i conflitti e le paure da cui si fugge sono ancora lì ad attenderci.

Una di queste false sicurezze sono i gruppi di appartenenza; l’identificazione nei gruppi di appartenenza. E questo non vuol dire abolire le varie espressioni di cultura e civiltà che si sono strutturate nel corso del tempo, ma mettere bene in luce quali sono i problemi che sorgono da un’eccessiva identificazione personale con una cultura, un’idea, una particolare visione del mondo, che porta necessariamente a una definizione dell’altro come qualcuno o qualcosa di irrimediabilmente diverso da me.

Prima dell’appartenenza a questo o a quel gruppo, occorrerebbe realizzare la consapevolezza che ognuno di noi è prima di tutto umanità. La pericolosità dell’identificazione nei gruppi di appartenenza sta soprattutto nel fatto che ogni qualvolta ci identifichiamo con un gruppo che sente di avere la saggezza, che sente di avere una qualche verità in mano, in realtà ci stiamo dividendo dal resto dell'umanità che ovviamente ha opinioni e credenze diverse. Basti pensare a quello che è accaduto nel corso della storia, quando l’appartenenza fanatica ai gruppi ha causato episodi gravissimi di violenza di intolleranza.

La divisione genera conflitto e questo genera violenza. Questa è una legge al pari della legge di gravità: dove c'è divisione c'è conflitto!

Incontrare l’altro come essere umano è qualcosa di completamente diverso dall’incontrarlo come appartenente a questo o a quel gruppo. Insomma, il vedere l'altro prima di tutto come essere umano è l’unica modalità per ridurre e risolvere con successo i conflitti interpersonali. Fermo restando che è ben difficile trovare una qualche forma di comunicazione con una persona totalmente fanatica e cieca. Di fronte a certi fanatici religiosi o politici, sorge perfino il dubbio se questi appartengano ancora al genere umano. Ma, per fortuna, nella quasi totalità dei casi l'essere umano è complessità per eccellenza, nel quale i neuroni si ricalibrano e si ricombinano per creare sempre nuove connessioni; un fanatico, al contrario, ha un modo di vedere e pensare le cose che tende alla semplicità esagerata e alla semplificazione della realtà. E questo suo modo d’essere non rende giustizia all’essere umano, perché nulla può essere semplificato senza essere snaturato.


Comprendere dunque che è il senso di fragilità del nostro Ego, che abbiamo in comune con gli altri esseri umani e che ci porta, invece che ad essere solidali, a creare gruppi di appartenenza che entrano in conflitto gli uni con gli altri, a generare violenza, è il primo passo. Solo abbattendo i muri e le barriere dell’appartenenza, sarà possibile scoprire una nuova modalità di stare insieme, non basata sulla competitività, ovvero la lotta di tutti contro tutti, tanto cara alle imprese di mercato e alla loro organizzazione del lavoro, ma sulla collaborazione reciproca. E forse scopriremmo che una società di esseri collaborativi ci renderebbe meno tristi, meno depressi e – perché no – più felici.

domenica 4 giugno 2017

LA SEDUZIONE DEL GRANDE INQUISITORE

Il cardine di ogni rivoluzione nella storia è stato sempre abbattere i tiranni in nome della libertà. Se aprissimo gli occhi, se strappassimo il velo di illusione che ci impedisce di scorgere la realtà, scopriremmo allora che pochi di noi sono veramente liberi da qualsiasi genere di autorità, vuoi politica, religiosa, psicologica, sociale. E nella misura in cui tolleriamo questo stato di cose, nella misura in cui ci consegniamo spontaneamente nelle braccia del “Grande Inquisitore”, dobbiamo concludere che la grande maggioranza degli uomini non vuole la libertà e tantomeno è disposta a lottare per essa. Al pesante fardello della libertà, preferiscono la levigata e confortevole falsa sicurezza ispirata dal “Grande Inquisitore”.

Il “Grande Inquisitore” è il potere così come noi lo conosciamo. È l’uomo che appartiene ai più alti gradi gerarchici della chiesa, dello stato, dell’economia e della finanza, e che si presenta alla maggioranza degli uomini come unico depositario e dispensatore del messaggio della salvezza: “se crederete in me, se farete tutto quello che io vi dico di fare … avrete la salvezza”. Sa perfettamente che si tratta di una menzogna, ma sarà stato comunque capace di regalare agli uomini quell’illusoria sicurezza di cui hanno bisogno, invece della libertà, fatta di angoscia, incertezza, tormento.

Il film distopico Matrix è un vero compendio del modo di agire del “Grande Inquisitore”, del potere declinato in tutte le sue più svariate forme. L’intero genere umano è soggiogato da un super computer, che si avvale dell’energia prodotta dai corpi per sopravvivere. A questo scopo gli uomini sono incatenati alle macchine, ma non hanno alcuna percezione di questa loro condizione, perché le immagini virtuali che il super computer invia ai loro cervelli li rinvia a una realtà fittizia, artificiale dentro la quale ciascuno conserva la sensazione di condurre un’esistenza normale. Ma gli amici, gli amori, le case, le strade non sono altro che immagini virtuali sapientemente generate nei loro cervelli dal super computer. Il mondo intero è solo un software (Matrix per l’appunto) destinato a perpetrare l’inganno ordito dalle macchine al solo scopo di mantenersi in vita.

Il protagonista Neo appartiene a quella élite di uomini – i migliori – che vuole la verità: cerca la verità. Vuole uscire dalla zona grigia dove abita la grande maggioranza degli uomini e si avventura nel territorio incerto delle domande. Da qualche tempo Neo vive assillato da interrogativi cui non riesce a dare risposte che lo soddisfino. È come se avvertisse che in quella realtà che lo circonda c’è qualcosa che non quadra. Verrà quindi contattato da Morpheus, quello che noi definiremmo un terrorista ricercato dalle autorità, che gli svelerà il dramma che affligge l’intera umanità.

Morpheus: Ti interessa sapere di che si tratta, che cos'è? Matrix è ovunque, è intorno a noi, anche adesso nella stanza in cui siamo. È quello che vedi quando ti affacci alla finestra o quando accendi il televisore. L'avverti quando vai al lavoro, quando vai in chiesa, quando paghi le tasse. È il mondo che ti è stato messo dinanzi agli occhi, per nasconderti la verità.

Neo: Quale verità?

Morpheus: Che tu sei uno schiavo. Come tutti gli altri sei nato in catene, sei nato in una prigione che non ha sbarre, che non ha mura, che non ha odore, una prigione per la tua mente. Nessuno di noi è in grado purtroppo di descrivere Matrix agli altri. Dovrai scoprire con i tuoi occhi che cos'è. È la tua ultima occasione: se rinunci, non ne avrai altre. Pillola azzurra: fine della storia. Domani ti sveglierai in camera tua e crederai a quello che vorrai. Pillola rossa: resti nel paese delle meraviglie e vedrai quanto è profonda la tana del Bianconiglio. Ti sto offrendo solo la verità, ricordalo. Niente di più.


Come dimostra il film, il male è un lucido conoscitore degli uomini e fonda il suo regno sulla capacità di coltivarne le debolezze. Significativa a tale riguardo la scena al ristorante con l'Agente Smith in cui Cypher, uno dei ribelli, nel tradire i propri compagni dice: “Vede, io so che questa bistecca non esiste. So che quando la infilerò in bocca Matrix suggerirà al mio cervello che è succosa e deliziosa. Dopo nove anni sa che cosa ho capito? Che l'ignoranza è un bene.”