domenica 30 ottobre 2016

LETTERA AGLI ABITANTI DI GORO E GORINO

Agli abitanti di Goro e Gorino, dico: bravi! La vostra protesta è la perfetta illustrazione di quel delitto ignobile che io chiamo guerra di poveri contro i più inermi tra i poveri; bravi! Avete fornito a tutti noi un chiaro esempio di inciviltà e di egoismo umano.

Con la miserabile immagine delle barricate alzate contro le dodici povere donne, scampate all’orrore della tratta di esseri umani, vi siete mostrati non meno crudeli di coloro che a quel destino infame le hanno consegnate.

Mi sono documentato sulla storia del vostro Paese e ho appreso che la storia di Goro è caratterizzata dalla continua lotta dell'uomo contro le acque del mare e del fiume. Il 12 novembre del 1958, all’una e venti, l’argine della marina davanti a Ca’ Romanina cedette, invadendo il Bonello appena bonificato e al mattino tutto il paese si trovò sommerso dall’acqua. Quando i goranti chiesero rifugio, trovarono tutte le porte aperte. Cosa avrebbero sentito nel loro cuore, i vostri nonni, se dopo essere stati già così duramente provati dalla calamità, avessero trovato anche lo sbarramento di inumani dementi a ostacolarli?

E dunque proprio voi che nella vostra storia avete scolpito la sofferenza della lotta contro le avversità, vi siete mostrati incapaci di un atto di umanità, di pietà verso chi è stato spogliato di tutto e non ha da offrire che la propria martoriata fragile esistenza? E voi, quel dono prezioso e unico, l’avete gettato via come si getta via un panno sporco! 

Chi, se non voi, poteva capire meglio di chiunque altro cosa vuol dire vivere da sfollati, da reietti? Chi, se non voi, poteva conoscere l’importanza di una parola di conforto, di un atto di accoglienza verso coloro che, essendo stati privati di tutto dalla vita, si affidavano a voi in tutta la propria disarmante fragilità? Ma voi avete eretto una barricata e voltato lo sguardo da un’altra parte per non vedere la paura e la sofferenza nei loro occhi, perché non vi contagiasse. 

Eppure, accogliere quelle donne sarebbe stato solo un gesto umano, niente di straordinario. Non si chiedeva che le ospitaste in casa vostra; non avreste dovuto dividere il vostro cibo e il vostro letto con loro. Si trattava solo di ordinaria ospitalità, nulla di eccezionale!

Poteva essere una festa, un’occasione per dare un poco di calore a gente che ha tanto sofferto, ma l’avete trasformata nella giornata della vergogna, elevando una barricata!

Le avete scacciate via come cani rognosi, fregandovene dell’immane tragedia che ogni giorno si consuma fuori dagli angusti confini del vostro paesello.

È possibile che siate così stupidi e disinformati da non porvi la più semplice delle domande: cosa può indurre una massa di uomini a scavalcare le frontiere, mettendo a repentaglio la propria vita e quella dei propri cari, se non la spinta della violenza e della guerra che sono costretti a subire, senza averle provocate, se non la spinta della miseria e la legittima speranza di un’esistenza più sopportabile? 

Ma, secondo voi, essi non hanno alcun diritto di arrivare sotto le finestre delle vostre casa e turbare la vostra tranquillità fatta di casette pulite e ben curate, di serie televisive, di elettrodomestici al loro posto, di auto lucidate la domenica mattina, ecc. ecc.  

Chiusi nel ristretto e angusto orizzonte del vostro borgo, vi siete mobilitati perché preoccupati che l’unico bar del posto “non possono togliervelo” per dare posto a 12 donne scappate dalla fame.

Pensare che questa possa essere una ragione, non fa onore né alla vostra sensibilità né alla vostra intelligenza. Dite che il razzismo non c'entra, ma una signora intervistata ha dichiarato: “Qui no, perché dietro a quelle donne ci sono i loro uomini. Noi qui passiamo intere giornate senza i nostri mariti in casa e con quello che si sente dire in giro abbiamo paura”. Quindi, un giovane ha fatto eco irritato: “Il razzismo non c’entra, ma le piazze insegnano che dove c'è immigrazione ci sono problemi. E a noi bastano i nostri”. 

E dite di non essere razzisti? Ma, vi sareste comportati nello stesso modo se quell’ostello fosse stato destinato dal prefetto ad accogliere i terremotati di Amatrice? Suppongo di no.

Chiunque si occupi di razzismo vi dimostrerà che quando si giudichi “a priori” qualcuno in base alla religione o al coloro della sua pelle, si è razzisti senza se e senza ma. Il razzismo nelle sue varie forme fa sempre riferimento al presupposto che, nell’insieme degli esseri umani, in base al colore della pelle o all’etnia di appartenenza è possibile stabilire chi sia malvagio e stupratore da chi non lo sia. E questo a prescindere da qualunque dato scientifico contrario.

L’uso di stereotipi e in genere le pregiudizievoli concezioni sulla superiorità e inferiorità delle razze sono alla base del razzismo e spesso lo precedono. L’olocausto non avrebbe potuto essere realizzato senza l’appoggio di “brava gente” come voi!

Dunque bene ha fatto Vauro a commentare a modo suo la vicenda che vi riguarda. E lo ha fatto con una vignetta che mostra un uomo che cerca la strada per Gorino. Nella didascalia che introduce la “vignetta” v’è scritto: “Migranti, Gorino chiusa”. In basso è riportata l'indicazione stradale per Gorino. Quindi il passante esclama: “Chiudetela meglio che arriva ancora puzza di merda”. 

Lo so, è una frase forte che di certo non farà piacere a chi di voi è sceso in strada per dire no all'arrivo dei migranti, ma in modo chiaro ed efficace dice di quale sostanza siete fatti. 

Il netto giudizio assolutorio della Lega e di alcuni giornali di destra lo trovo poi di un cinismo e di un opportunismo indecente. Sul piano umano e su quello politico – mi dispiace – la vostra contestazione non trova giustificazione alcuna.

Le barricate nel mio immaginario si associano sempre a rivolte contro gli oppressori e i despoti, alle lotte per nobili ideali e conquiste sociali. Ma a Gorino il quadro si è invertito come nella poesia di Pasolini: i giusti, gli umiliati, erano dalla parte sbagliata delle barricate.

Avrei preferito che ad innalzare quelle barricate per fermare il convoglio delle donne africane fossero stati skin-heads o teppisti o black-block. Il sadismo, la necrofilia, la guerra tanto connaturati a questa teppaglia avrebbe almeno dato ragione di un gesto così vile e ignobile. No, solo gente comune!

Gente che la mattina si alza presto per condurre i figli a scuola e che poi va a lavoro. Gente che incontri al bar e con la quale scambi volentieri quattro chiacchiere. Padri e madri che si addolorano se il loro figlio ha un banale mal di pancia. Eppure senza cuore nei confronti di tutti gli altri che non appartengono alla stretta cerchia dei propri affetti; incapace di solidarietà e altruismo, quando non sono i propri cari o le proprie cose a essere in pericolo; egoista e aggrappata al loro piccolo possesso; sicura di poter fare a meno degli altri, di bastare a se stessa e di non dovere perciò nulla a nessuno.

A voi dico che ciò che ci rende umani è la solidarietà, la speranza, l'amicizia. Senza siamo solo carne umana travolta dalla nuda necessità di sopravvivere, in cui vale l’unica regola ferrea: solo i forti ce la fanno! Chi non ce la fa resta annientato sul campo.

A questo futuro preparate i vostri figli? Un mondo nel quale gli uomini, soggiogati dall’egoismo, si combattono l’un l’altro per sopravvivere. In cui tutto è degradazione e brutalità, sfruttamento dell’essere umano sull’essere umano. Un mondo in cui, pur testimoni di atrocità e orrori, non si faccia nulla per impedirli? Un mondo all’insegna del motto “mors tua vita mea”? E nel quale il fallimento di uno costituisce requisito indispensabile per il successo di un altro? 

E tutto questo per che cosa? 

Per il godimento e il possesso di beni tanto ingannevoli quanto effimeri: la casa, l’auto, il motorino, il cellulare, il televisore 65 pollici, l’impianto Hi Fi, il computer?

Se questo è ciò in cui credete, se questa è la normalità del vostro mondo, valga per voi il monito di Primo Levi: “I vostri nati torcano il viso da voi”. Perché sappiatelo: è da gente come voi che sono state lastricate le strade che portano ai lager. 

sabato 22 ottobre 2016

PER IL FISCO ITALIANO I PARADISI FISCALI NON ESISTONO PIÙ

I paradisi fiscali sono Paesi aventi un regime fiscale particolarmente favorevole per persone fisiche ed imprese. In questi Paesi i livelli di tassazione sono così scandalosamente bassi da generare il paradosso che il fornaio sotto casa paghi più tasse di quanto ne paghi un colosso globale come la Apple. Per intenderci, quella che produce i tanto ambiti iPhone e iPad, per il cui possesso molti – stolti – sono anche disposti a trascorrere notti insonni davanti ai magazzini pur di accaparrarsi l’ultimo modello a prezzi di lancio.

Bene, la Apple – grazie a persone dentro l’esecutivo comunitario ispirate ancora da senso di giustizia – è stata condannata dalla Commissione europea a risarcire 13 miliardi di euro per vantaggi fiscali illegali ottenuti in Irlanda. Laddove la normale aliquota fiscale è del 12,5%, alla Apple il governo irlandese consentiva di pagare un’aliquota dello 0,005%. La ragione è ovvia: gli Stati membri dell’Europa non possono aiutare alcune imprese a danno di altre, senza generare distorsioni alla libera concorrenza.

Ora, sebbene l’ammontare di 13 miliardi di euro appaia una cifra enorme – è il vantaggio fiscale goduto dalla Apple per oltre due decenni –, occorre sapere che essa rappresenta per il gigante americano appena il 6% della sua liquidità.

Il Dipartimento al Tesoro di Washington ha criticato duramente le autorità comunitarie, accusandole di prendere di mira le società americane in modo ingiusto. E questo la dice lunga sull’apertura del mercato statunitense alle imprese europee, oggetto del TTIP, l’accordo commerciale tra Usa e Ue, volto a favorire scambi e investimenti. L’arroganza americana non solo aprirebbe a interferenze nella sicurezza alimentare in Europa, ma avrebbe anche effetti negativi in materia di sovranità popolare.
Nell’ambito dei paradisi fiscali vengono inclusi anche i cosiddetti paradisi bancari e i cosiddetti paradisi societari. I primi sono paesi in cui esiste un’elevata tutela del segreto bancario e che garantiscono l’anonimato ai soggetti che compiono operazioni finanziarie; i secondi sono paesi in cui la normativa societaria relativa alla costituzione e all’amministrazione delle imprese è caratterizzata da pochissimi adempimenti e formalità, anche a livello contabile. Per queste caratteristiche, i paradisi fiscali si rivelano strumenti ottimali per porre in essere strategie di elusione ed evasione fiscale internazionale.

In ragione di ciò, nell’ambito del contrasto all’evasione fiscale e al fine di evitare abusi di questo genere, diversi Stati, tra cui l’Italia, ed organizzazioni internazionali, hanno stilato apposite black list, contenenti l’elenco dei paesi catalogati come “paradisi fiscali” e opportunamente inseriti nel database dell’anagrafe tributaria.

In Italia, dopo il redditometro introdotto nel 2010 e lo spesometro nel 2011, è stata messa a punto un’applicazione della SOGEI, società di informatica passata da Telecom Italia al Ministero dell’Economia nel 2001, denominata SERPICO. Un sistema informatico dotato di duemila server capace di gestire tutti i dati riguardanti conti correnti bancari, movimenti sopra i tremila euro (prima mille euro) e le altre operazioni. Eppure, nonostante il megacomputer, costato milioni di euro ai contribuenti e in grado di processare 22.200 informazioni al secondo, il fisco ripesca solo il 4% dei soldi che gli spetterebbero. La conseguenza immediata è una pressione fiscale intollerabile, giunta a quota 53%, su quanti non possono sottrarsi al maglio del fisco. E non si dica, come vogliono farci credere, che la causa è la mancata emissione di scontrini e fatture. A leggere le cifre dell’evasione fiscale che stanno dietro ai Panama Papers, l’indagine sui capitali occultati nelle società offshore dei paradisi fiscali da vip e potenti, si scopre che le somme sottratte al fisco dalle piccole imprese e dai lavoratori autonomi, spesso rimproverati di eludere l’emissione di scontrini e fatture, sono minime rispetto a quanto sparisce a causa dell’evasione di altri soggetti economici.

Una ricerca condotta dalla Krls Network of Business Ethics, effettuata per conto dell’Associazione Contribuenti Italiani, evidenza come al primo posto tra gli evasori ci sono gli industriali (34,2%), seguiti da bancari e assicurativi (31,7%), commercianti (11,8%), artigiani (9,4%), professionisti (6,5%) e lavoratori dipendenti (6,4%). Forse questa classifica rende ragione del perché oggi come ieri il contrasto all’evasione fiscale non sia quasi mai stata affrontato davvero come un'emergenza nazionale.

Eppure, sebbene il super computer SERPICO sia stato programmato per stanare i furbetti delle tasse (schiere di nullatenenti o presunti tali con intestate case di ogni tipo, yacht, aerei e altro), non accade nulla! Evidentemente qualcuno fa finta di non vedere il Led che si illumina su questo o quell'intoccabile.

Ma i veri evasori in Italia possono tornare a dormire sonni tranquilli: quel Led che almeno si accendeva, dal gennaio 2016 non si accende più quando nell'incrociare milioni di dichiarazioni di redditi d’impresa dovesse comparire un paese delle Black List. Questo perché per il fisco italiano i paradisi fiscali non esistono più!

La lista dei paesi a fiscalità “privilegiata”, contenuta in un decreto ministeriale del 23 gennaio 2002 e costantemente aggiornata fino all’anno scorso, è stata cancellata. Con i commi 142-144, la disciplina sulla deducibilità dei costi connessi a operazioni con Paesi rientranti nella cosiddetta Black List è stata modificata e la novità si applica dal periodo d’imposta successivo al 2015. Pertanto, dal 2016 saranno deducibili dall’imponibile secondo le regole ordinarie anche le operazioni commerciali intercorse con soggetti operanti in Paesi o Stati considerati “paradisi fiscali”.

La disciplina precedente prevedeva – per mettere almeno un freno all’evasione, alle frodi e alle fughe di capitali –, la non deducibilità di spese e altre componenti negative di reddito derivanti da operazioni intercorse con fornitori di beni e di servizi residenti o anche solo localizzati in territori o Paesi Black List (extra-Ue), a meno che non fosse stato provato che le operazioni compiute rispondessero ad operazioni commerciali concretamente eseguite. Insomma, con la nuova normativa, non sarà più necessario indicare separatamente in dichiarazione i costi considerati fino all'anno scorso in “Black List”; si potrà commerciare liberamente con qualsiasi società offshore e perfino scaricarsi le spese e i pagamenti effettuati dalla dichiarazione dei redditi senza giustificazioni. 

Lo scenario sarà che le “frodi carosello”, frutto dell’emissione ed uso di fatture false, aumenteranno; così come aumenterà pure il riciclaggio di denaro sporco. Sarà anche possibile aprire una società in uno dei paesi della Black List e con il sistema della sovra e sottofatturazione drenare fondi da occultare facilmente al fisco.

E tutto questo proprio quando da un’inchiesta giornalistica internazionale si scopre come migliaia di società anonime spostano profitti e patrimoni nei paradisi fiscali per sottrarli alla fiscalità generale. E il settimanale L’Espresso pubblica la lista completa di 280 nostri eccellenti connazionali che hanno portato il loro denaro nel Paese centramericano di Panama per sottrarlo al fisco. Quindi 417 file, scoperti nel database di Bahamas Leaks, riconducibili a banchieri, industriali, nobili, finanzieri, avvocati, commercialisti. Italiani facenti parte dell’internazionale dei ricchi che non solo si fanno beffa di quanti pagano le tasse sino all'ultimo centesimo, ma se ti permettessi di chiamarli ladri ed evasori rischieresti pure di beccarti una querela milionaria.

Di fronte a tanta arroganza e cinismo era proprio il caso di rendergli la vita ancora più facile, innalzando il tetto del contante a tremila euro e modificando la normativa sulla deducibilità dei costi connessi a operazioni con Paesi Black List, col dissimulato obiettivo di favorire l’attività economica e commerciale transfrontaliera delle nostre imprese?

Secondo i dati più ottimisti l’evasione fiscale e contributiva nel nostro Paese ammonterebbe a circa 122,2 miliardi di euro all’anno, pari al 7,5% del PIL. Ma secondo un'indagine, datata 2016, dell'istituto di ricerca di Eurispes l’economia sommersa in Italia è pari a 540 miliardi. Una cifra enorme se si tiene conto che il PIL ufficiale ammonta a 1.500 miliardi di euro. A questa – sempre secondo l’Eurispes – vanno aggiunti ulteriori 200 miliardi derivanti dall’economia criminale. Dunque 740 miliardi in totale! Considerando pertanto un livello di tassazione del 50%, l’evasione fiscale (da sola) vale 270 miliardi, pari al 18% del PIL. Ma se si tiene conto del sommerso in generale si sale al 35%. Un dato decisamente molto più elevato rispetto a quello pubblicato dall'Istat. Secondo la quale, l’economia sommersa in Italia, vale a dire l'insieme di tutte le attività economiche che contribuiscono al PIL ufficialmente osservato, ma che non sono né registrate né tassate equivarrebbe a circa il 17-18% del PIL. 

Comunque sia resta pur sempre un dato preoccupante, sia che si prendano i dati Eurispes sia che si prendano quelli dell'Istat. E forse questo spiega perché in Italia, nonostante le statistiche sull’occupazione mostrino un Paese sull’orlo del collasso, da “primavera araba”, si continui a rimanere a galla e nessuno è pronto a fare le barricate. Molte attività sono svolte al nero, con la conseguenza che le imprese oneste che contribuiscono allo sviluppo dell’economia italiana e a mantenere le famiglie dei propri dipendenti sono destinate presto o tardi a chiudere, mentre quelle che evadono il fisco diventano sempre più floride.

Se poi le politiche fiscali, economiche e finanziarie di questo Paese, anziché ingaggiare una seria lotta all'evasione fiscale, vanno pure nella direzione di assecondare i desiderata dei tanti evasori, non dovremmo sorprenderci se la criminalità organizzata pasce. Oggi la cancellazione delle Black List, domani si deciderà di legalizzare anche la mafia, con l’obiettivo di superare questa crisi senza fine.

Ah, dimenticavo! Pare che l’idea di far sparire la “Black List” dal nostro ordinamento fiscale sia venuta proprio al premier Mattero Renzi, dopo l’imbarazzante incontro col sultano dell’Oman. Il Paese, posto nella parte sud-orientale della penisola arabica, è considerato la Svizzera d’Arabia e perciò inserito nell’elenco degli Stati considerati dall’Italia paradisi fiscali. Sembra che il sultano dell’Oman non abbia proprio gradito la cosa. Così Renzi per non offenderlo ha ritenuto opportuno depennarlo dalla lista. Ma poiché non poteva fare un favore a uno senza che gli altri si sentissero parimenti offesi, ha deciso coraggiosamente di cancellarli tutti dalla lista.

Di conseguenza dal gennaio 2016 l’impresa del sig. Rossi potrà scambiare parcelle e fatture con un qualsiasi paese offshore, che finiranno anonimamente nel guazzabuglio dei bilanci contabili, senza che queste operazioni facciano scattare la benché minima probabilità di una proceduta di controllo da parte della Guardia di finanza.

giovedì 20 ottobre 2016

L’ENDORSEMENT DI OBAMA A RENZI

Che il presidente uscente Barack Obama abbia detto che le riforme che il primo ministro Renzi ha perseguito sinora sono ambiziose e importanti, mi lascia incredulo;  che le abbia poi definite “giuste” e “coraggiose”, mi lascia sconcertato; che affermi infine che il “Sì” al referendum costituzionale aiuterà l’Italia ad uscire dalla crisi, mi lascia sbigottito.

Non si è mai assistito ad una sponsorizzazione così pacchiana e stucchevole da parte di un capo di stato, figuriamoci dal presidente americano, su un tema che riguarda specificatamente la cultura, le tradizioni e la storia di un popolo. È un’interferenza non solo di cattivo gusto ma anche indebita negli affari di un altro Paese.

È legittimo che il presidente americano metta il naso in questioni che riguardano la forma stesso dello Stato che i cittadini di una nazione vogliono darsi, senza dover essere esposti sempre al ricatto di un ipotetico interesse dei mercati? Cosa può e deve interessare ai mercati se l’Italia vuole un sistema monocamerale o bicamerale? Occorre dunque riscrivere l’art. 1 della nostra Costituzione sulla sovranità popolare declinandola a favore dei mercati? E, ancora, in tema di interferenze, cosa penserebbero gli americani se il governo italiano suggerisse le revisioni e le riforme da apportare alla Costituzione americana che dura dal 1789 e che rispetto a quella italiana, meno datata (1948), forse di qualche ammodernamento avrebbe pur bisogno?

Ma il Presidente americano invita al Sì ed esalta le “riforme” italiane fin qui fatte dal garzone dei poteri forti Matteo Renzi. Tutto questo mentre l’Inps certifica i disastri del Jobs Act, gli evasori fiscali aumentano insieme al debito pubblico e alla povertà assoluta, la forbice tra ricchi e poveri si allarga sempre di più, undici milioni di italiani rinunciano a curarsi a causa di difficoltà economiche, i crediti in sofferenza del sistema bancario italiano ammontano a circa 200 miliardi di euro, onesti risparmiatori hanno visto vaporizzarsi i risparmi di una vita grazie alla complicità del governo con i truffatori dal colletto bianco, che sono ancora lì al loro posto, ecc. ecc.

Dunque, quale film ha visto Barack Obama per elogiare tanto le riforme del suo amico Matteo?

Ora, poiché non credo che il potere lo abbia tanto logorato da renderlo un perfetto cretino, mi domando la ragione dell’idillio con Renzi, che gli somiglia tanto. 

Barack Obama è infatti il presidente americano che ha impersonato il massimo dell’ipocrisia con la retorica dei “diritti umani”, mentre si abbracciava con i monarchi sauditi, il migliore alleato USA in Medio Oriente, sponsorizzava i gruppi terroristi di Al Qaeda come strumento geopolitico per arrivare ai suoi obiettivi. Nel 2009 è stato insignito del Premio Nobel per la pace «per i suoi sforzi straordinari volti a rafforzare la diplomazia internazionale e la cooperazione tra i popoli», ma è lo stesso che ha provocato ben sette conflitti nel mondo e che ha diretto la sobillazione e il colpo di Stato nell’Ucraina.

Cosa deve aver dunque chiesto il “doppio-giochista” Obama al “doppio-giochista” Renzi per offrirgli la sua sponsorizzazione? Forse un impegno maggiore di Renzi a superare le resistenze in Europa all’approvazione del TTIP, il micidiale trattato commerciale che aprendo le porte dell’Europa alle grandi “Corporations” USA, abolirebbe di fatto ogni sovranità residua degli Stati europei di fronte ai Tribunali privati del business?

Fortunatamente le forti proteste popolari in Francia e Germania al suicidio del TTIP hanno costretto i rispettivi governi a sospendere il negoziato ed il trattato è rimasto così incagliato. Dunque, quale miglior regalo per Obama la sottoscrizione anticipata dell’Italia al TTIP da sbattere poi in faccia ai tedeschi e francesi? 

Se Obama alla fine della sua presidenza ci riuscirà, in cambio dei servigi resi, potrà contare su lucrosi contratti di consulenza e conferenze ben pagate dalle stesse Corporations, ansiose di ottenere la firma del trattato.

Peraltro, come non poteva Obama ringraziare Renzi per il suo impegno a fornire altre truppe italiane in funzione anti russa, anti iraniana, anti siriana: “Dove più sarà utile”, ha dichiarato Renzi, “le truppe italiane andranno a posizionarsi in difesa della democrazia, della libertà e degli interessi del nostro grande alleato, a conferma della nostra lealtà e collaborazione”.


La solita retorica delle stronzate sempre buona per accalappiare i cretini di ogni età. 

martedì 18 ottobre 2016

LA FINANZIARIA ELETTORALE DI RENZI

Il predicatore e teologo statunitense James Freeman Clarke (1810-1888) disse: «Un politico pensa alle prossime elezioni, uno statista alla prossima generazione. Un politico cerca il successo del suo partito, un uomo di stato quello del proprio paese». 

L’orizzonte temporale dei nostri leader, e Matteo Renzi non fa eccezione, non va mai al di là del prossimo appuntamento elettorale. E forse questa è la cagione che i mali che abbiamo, più che giungere a soluzione, si aggravano giorno dopo giorno.

La manovra finanziaria di Renzi vale 27 miliardi e appare scritta per raccogliere il voto della palude degli indecisi sul Sì al referendum costituzionale previsto per il prossimo 4 dicembre.

D’altronde non è una novità per Renzi ricorrere alle mance elettorali per comprare il consenso, sprecando purtroppo occasioni per rilanciare l’economia e creare veri posti di lavoro.

Lo ha fatto in occasione delle elezioni europee del 2014, raggiungendo il 40,8% dei voti, grazie al bonus degli 80 euro erogati a coloro percepivano un reddito complessivo compreso tra gli 8.000 e i 26.000 euro lordi annui. Salvo poi scoprire che la platea dei beneficiari in molti casi era sbagliata e ingiusta, e che il tanto atteso aumento della spesa per consumi finali, cioè la cosiddetta “domanda interna”, è stato pari a Zero. 

Con la somma spesa per il bonus da 80 euro (circa dieci miliardi di euro per anno) si sarebbe potuta azzerare la povertà assoluta in Italia, consentendo un livello di consumi più dignitoso a quanti hanno redditi al di sotto degli 8000 euro lordi annui, e per di più gli effetti in termini di crescita della domanda interna sarebbero stati più evidenti, giacché i poveri, per definizione, non possono risparmiare. 

Renzi e Padoan scelsero però un’altra strada, pur sapendo che era sbagliata, per puro calcolo: l’impatto politico, in termini di consenso elettorale, sarebbe stato minore. E così 6,9 miliardi nel 2014, 10 miliardi nel 2015 e circa 7,5 miliardi nel 2016 sono finiti nel cesso, senza alcun ritorno economico.

E ora ci risiamo con il prossimo appuntamento elettorale: concentrare le poche risorse disponibili e riversare tutta la residua credibilità internazionale del paese per ottenere margini ulteriori di flessibilità (cioè per poter fare ulteriore debito) a fini elettorali è irresponsabile e miope. 

Una manovra che regala tantissimo agli industriali, schierati già per il Sì, e qualcosina ai pensionati per ottenerne il consenso è quanto di più fosco possa esservi in un paese democratico civile e maturo. Se quei lavoratori, quei cittadini, quei pensionati si sfregano già le mani per la distribuzione di bonus, sappiano che i  i ricchi si salvano sempre e spesso ci guadagnano. A noi invece del popolo tocca sempre, presto o tardi, pagare il conto dei debiti prodotti dalle scelleratezze altrui.

Grecia docet!

martedì 11 ottobre 2016

DITE A RENZI DOVE SONO I GUFI

Matteo Renzi classifica chi lo critica in gufi. Il significato gergale della parola “gufo” rimanda a “gufare”, ovvero fare discorsi di malaugurio, portare sfortuna. Dunque, se le cose vanno male in Italia è perché ci sono troppi gufi a portare iella. 

Dimentica l’insegnamento di Gramsci, secondo il quale al pessimismo della ragione, che deve tener conto necessariamente della realtà e di tutti i suoi possibili scenari (positivi e negativi), occorre l’ottimismo della volontà, ovvero l’impegno e la capacità di incidere sui processi reali del mondo, senza affidarsi agli aruspici.

Lo stile di Renzi, e di conseguenza del suo governo, invece è molto simile alla scena della “psicocena” rappresentata da Renato Pozzetto e Carlo Verdone nel film “7 chili in 7 giorni”. Nella quale i ricoverati di una clinica dimagrante si trovano davanti a un tavolo apparecchiato con piatti e zuppiere completamente vuoti. E Renato Pozzetto (alias Matteo Renzi) spiega loro che con la fantasia ci si può nutrire a sazietà. Basta immaginare che quei piatti siano colmi di cibo squisito e d’improvviso il profumo inonderà tutta la stanza. E, quando apriranno gli occhi, vedranno finalmente concretizzarsi sublimi squisitezze nei loro piatti.

Purtroppo la realtà non si piega alle fantasticherie e alle fanfaluche. E lo sanno bene i gufi del Ministero dell’Economia e delle Finanze, presieduto da Pier Carlo Padoan. Il quale se da una parte ci rassicura con il suo ottimismo che il Pil è in crescita, nonostante la crescita zero nel II° trimestre, dall’altra il Dipartimento del Tesoro, il cui Direttore Generale è nominato dal Governo su proposta del Ministro dell’Economia e delle Finanze, scommette invece che le condizioni finanziarie italiane rimarranno drasticamente peggiori di quelle francesi o belghe per i prossimi cinquant'anni ancora.

La settimana scorsa,  il Ministero dell’Economia e delle Finanze ha infatti emesso, per un controvalore di 3 miliardi di euro, il suo primo buono poliennale nominale a tasso fisso con scadenza al 1° marzo 2067, cioè fra cinquant'anni.  

La cosa ha fatto notizia e la domanda, in particolare dai gestori dei fondi, non si è fatta attendere: la richiesta è stata talmente alta che il Tesoro ha dovuto alzare l’emissione, da 3 a 5 miliardi di euro.

Ora, se l'iniziativa è senz'altro interessante per gli investitori, in un’epoca dei tassi a zero, lo sarà meno per i contribuenti italiani. Il tasso d'interesse sui “matusalem bond”  è stato fissato infatti al 2,85% che è all'incirca un punto e mezzo in più di quanto oggi paga sulla stessa scadenza la Francia e 1,4 punti in più rispetto al Belgio. Questo vuol dire che l’Italia per ottenere un prestito di 5 miliardi di euro pagherà 3,750 miliardi di interesse in più di quanto costi alla Francia e circa 3 miliardi in più di quanto costi al Belgio.

Definire pertanto un successo l’asta dei “matusalem bond” è come dire di aver fatto un buon affare nell’aver acquistato a molto quello che gli altri hanno pagato a meno. Parafrasando Margherita Hack, potremmo dire che se coloro che ci governano gestissero i propri affari come gestiscono quelli pubblici, sarebbero finiti da un pezzo a dormire sotto i ponti.

Vale la pena ricordare che le obbligazioni a lunghissima scadenza e a tasso fisso sono fortemente esposte al rischio di tasso d'interesse. Mostrarsi ben felici di indebitarsi a tassi così vantaggiosi per banche e assicurazioni e per così tanti decenni, vuol dire che il Tesoro italiano ha scommesso che le condizioni finanziarie in Italia rimarranno drasticamente peggiori di quelle francesi o belghe ancora per i prossimi cinquant'anni.


Pertanto, se Renzi è a caccia di gufi, occorrerebbe dirgli che li può trovare al Ministero dell’Economia e delle Finanze, che pare dubitino anche loro dell'efficacia delle sue riforme di questi anni.

venerdì 7 ottobre 2016

LO SPOT DEL QUESITO REFERENDARIO

Una delle lezioni meno equivoche che l’eclissi della politica ci sta offrendo è l’uso del linguaggio pubblicitario per influire sull’opinione pubblica e orientarla verso determinate scelte. Se gli spot pubblicitari si mostrano in grado, attraverso sofisticatissime tecniche di persuasione, di convincere il consumatore ad acquistare anche un bene di cui non ha affatto bisogno, perché non adottarli anche per attrarre attorno a un leader, un’opinione, un’ideologia la fiducia delle masse?

Le tecniche pubblicitarie, è noto, non si rivolgono tanto alla ragione del consumatore, quanto al suo inconscio, alla sua parte irrazionale, e al suo servizio sono perciò psicologia, sociologia, psicologia delle masse ecc., che elaborano opportunamente strategie, tattiche, metodi per attirare la sua attenzione e quindi manipolare i suoi comportamenti. A un primo sguardo, disattento e superficiale, il messaggio pubblicitario potrà apparire innocuo, innocente. In realtà è un veicolo di manipolazione che, utilizzando un linguaggio razionale, cattura l'attenzione dello spettatore e lo coinvolge soprattutto sul piano emotivo, al fine di abbatterne le resistenze e ottenere la sua completa adesione.

Un soggetto che osserva la pubblicità di un’acqua minerale che afferma non contenere sodio, felicemente bevuta da una donna perfettamente in forma, si convince che il sodio fa male e acquista solo acqua minerale priva di sodio o a bassissima concentrazione. Eppure è noto che il sodio non è così "infame" come la pubblicità vuole far credere. Ogni persona che sia stata in ospedale a trovare parenti o amici, sa che il sodio è contenuto nelle soluzioni fisiologiche usate frequentemente per terapie intravenose in soggetti che non possono assumere fluidi oralmente e sono affetti da una disidratazione acuta. Se a quel soggetto mostrassimo, con tanto di evidenza scientifica, che un po’ di sodio è altrettanto importante per l’organismo quanto altri sali minerali, egli continuerà a privilegiare l’acqua povera di sodio, in quando il messaggio pubblicitario, rispetto al linguaggio scientifico, si basa su un processo di pensiero semplificato, e pertanto più comprensibile. Ma va da sé che non si può rendere semplice ciò che per sua natura è complesso e richiede impegno.

Credere che ci si possa disinteressare della dimensione pubblica senza pagare pegno è quanto di più stolto possa esservi. Ripiegarsi nel proprio privato, piuttosto che promuovere la partecipazione attiva, in mancanza di un ritorno pratico evidente ed immediato, significa essere complici di un sistema che moltiplica l'ingiustizia e la profonda immoralità derivante dalle contraddizioni di questo modello economico, che vuole togliere ai cittadini anche quel poco che resta della possibilità influenzare le decisioni politiche e sociali, che, nell'interesse di pochi, governano e addomesticano il consenso senza alcun riguardo per le conseguenze disastrose di una simile politica.

Renzi, da grande furbacchione che è, vede gli italiani come consumatori, e in tale ottica si situa il suo linguaggio politico teso a instaurare e mantenere un rapporto fiduciario intenso e interattivo con il suo uditorio. Il destinatario del messaggio viene considerato alla stregua di un vero e proprio consumatore. Con l’apparente franchezza e trasparenza ne esplora il livello, le preferenze, le aspettative. Si fa garante della verità delle proprie parole, a prescindere dall’effettiva validità e verificabilità dei contenuti, per orientarlo nel modo più efficace dalla sua parte. Sarebbe stato un ottimo venditore di macchine usate.

La comunicazione persuasiva di Renzi non poteva fare difetto nella formulazione del quesito referendario, adeguandone la complessità al linguaggio semplice del destinatario, proprio come fa la pubblicità. Speculando sulla presunta credulità dei cittadini, veicola nell’opinione pubblica un messaggio tendenzioso e demagogico, politicamente scorretto, al solo scopo di vellicarne le pulsioni populistiche che si aggirano nel Paese.

Tralasciando il primo punto sul superamento del bicameralismo paritario, del quale vi sarebbe molto da dire, chi non vorrebbe la riduzione del numero dei parlamentari e il contenimento dei costi di funzionamento delle istituzioni? 

Peccato che le cose non stiano proprio così, ma il messaggio non è solo sbagliato nel merito, ma porta con sé l’aggravante di una presentazione sotto mentite spoglie del superamento del bicameralismo paritario che è solo parzialmente vero. E, per quanto riguarda il contenimento dei costi di funzionamento delle istituzioni, non si dice che è irrisorio (circa 40 mln. dalla riduzione del numero dei senatori, e circa 9 ml. dall’abolizione del CNEL).

Enfatizzare il testo della scheda referendaria, come fa Renzi, dicendo che lo stesso è passato in parlamento senza che le opposizioni facessero una piega, non farebbe onore ad una persona onesta. Come dire che è onesto quel venditore cui riporto la macchina usata appena acquistata, perché scopro che il motore ha un difetto, che non mi era stato fatto presente, e si rifiutasse di sostituirmela, opponendo la ragione che avrei dovuto stare più attento al momento della conclusione dell'affare: "chi ha avuto, ha avuto; chi ha dato, ha dato ... scurdámmoce 'o passat ...".  Tutti concorderebbero nel dire che un tale venditore è un uomo disonesto e niente affatto affidabile: il suo agire è fondato sull'inganno verso il prossimo per il proprio tornaconto. 

Comunque quello che è grave e stupisce è che il quesito sia stato ammesso dalla Cassazione così come formulato. E' possibile che la Cassazione non abbia fatto la distinzione necessaria tra richiesta referendaria, normata dall'art 4 della legge 352 del 1970, e scheda referendaria, normata invece dall'art. 16 della stessa legge 352-1970?

Se per la richiesta referendaria basta “l’indicazione della legge di revisione”, la scheda referendaria deve invece contenere l’elencazione “degli articoli” revisionati e di ciò che essi “concernono”, vale a dire della materia effettivamente revisionata.

Che la la nostra Costituzione, a quasi settant’anni dalla sua entrata in vigore, necessiti di aggiornamento, non è in discussione. Ma dire che la riforma Boschi-Renzi rappresenta un'occasione difficilmente ripetibile di emancipazione del Paese, è come dire che il mostro generato dal dottor Frankestein è simile al discobolo di Mirone per grazia e armonia delle forme. E se queste sono le uniche riforme che è capace di fare, dovremmo dirgli di cambiare mestiere, confidando che gli italiani non siano tanto fessi come lui invece crede siano. Ma che siano invece capaci di esprimere un sonoro “NO”!

mercoledì 5 ottobre 2016

ITALICUM, OVVERO COME SI DISTRUGGE UNA DEMOCRAZIA

Il 1° luglio 2016 è entrato in vigore il nuovo sistema elettorale per la Camera dei deputati, comunemente noto come Italicum: il rischio in Italia di una deriva autoritaria, per l’effetto combinato della riforma costituzionale, è assai alto. Nelle mani del leader del partito vincente (anche con pochi voti) nella competizione elettorale, grazie al premio di maggioranza e ai capilista nominati, potrà decidere senza difficoltà a maggioranza in nome della governabilità. 

L’idea largamente diffusa tanto tra i cittadini quanto tra i media è che la politica italiana sia una palude incapace di decidere. Ma, a giudizio dei fatti, la storia della Seconda Repubblica è al contrario, ricca di “riforme”: riforme del lavoro, della scuola, della sanità, del federalismo, delle pensioni. E, aggiungiamo, non sempre gradite e a vantaggio del “popolo sovrano”, ma senza alcun dubbio favorevoli a un certo establishment finanziario e industriale. 

L’Italia, con i sistemi elettorali adottati sino alla XVII legislatura (sia nella versione del Mattarellum, sia in quella del Porcellum), non ha sofferto per mancanza di riforme, ma piuttosto per una bulimia di riforme. 

Le riforme del lavoro sono state ben cinque: nel 1997 abbiamo avuto la legge 24 giugno 1997, n. 196, più nota come pacchetto Treu, che inaugurò la flessibilità del lavoro; nel 2003 è la volta della Legge Biagi, che impose ben 46 configurazioni contrattuali di lavoro; nel 2012 fa il suo ingresso la riforma Fornero che apporta le prime modifiche allo Statuto dei lavoratori, al fine di rendere più facili i licenziamenti individuali per motivi economici; quindi il decreto Poletti e infine il Jobs Act che ha cancellato del tutto l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Tutte queste riforme non hanno ridotto l'elevatissima disoccupazione giovanile e neppure il tasso generale di occupazione, in compenso hanno determinato riduzione delle protezioni e delle tutele dei lavoratori, e una crescente precarizzazione del lavoro.

Di riforme delle pensioni ne abbiamo avute ben tre: la prima riforma economico-sociale radicale è la riforma Dini del 1995, che introdusse i nuovi requisiti di anzianità contributiva e di età; nel 2010, la riforma Sacconi ha innalzato l’età per il pensionamento sia di vecchiaia che di anzianità; infine, nel 2011 la riforma Fornero, dopo aver creato gli esodati, ha esteso il metodo contributivo anche a quelli che erano precedentemente esclusi dalla Riforma Dini. 

Ho parlato delle due riforme più importanti, ma si può dire lo stesso delle altre, per far osservare che quelle riforme hanno colpito le fasce meno responsabili dell'attuale crisi, eppure chiamate - non si sa perché - a pagare il prezzo più alto. Peraltro, come si può notare, in entrambi i casi il limite principale di tali riforme sta non tanto nel metodo elettorale adottato, quanto nella loro inefficacia a curare i mali del Paese.

Avevamo dunque veramente bisogno di un ulteriore sistema elettorale (peggiore del Porcellum), che, abolendo di fatto la normale dialettica democratica, consegnasse il Paese a una forma di “premierato assoluto” per assicurare la governabilità? E ancora, è normale un Paese nel quale un parlamento delegittimato dal pronunciamento della corte costituzionale sulla legge elettorale dalla quale è nato, con un presidente del consiglio insignito e non eletto dai cittadini, si sia occupato di legge elettorale e riforma costituzionale?  

Un Parlamento che avrebbe dovuto al massimo garantire una continuità di tre mesi e non oltre, per le questioni ordinarie, ha cambiato e sta cambiando non solo la forma di governo, ma anche quella dello Stato! 

“Quelli che, peggio che da noi solo in Uganda” – cantava Giorgio Gaber –, l’han fatto nel disprezzo totale di quel Popolo che indegnamente si vantano di rappresentare, approvando non solo la peggiore legge elettorale che sia stata mai formulata, ma anche la più sgrammaticata, sgangherata e regressiva riforma costituzionale che sia mai stata concepita. 

E l’han fatto non di propria sponte, ma su iniziativa e per conto del governo, che ha scandalosamente avocato a sé una materia, come quella costituzionale, che per competenza spettava solo al parlamento.

Un premierato assoluto, senza contrappesi e senza controlli, che affida le sorti della democrazia all’arbitrio di una minoranza e del suo capo è quanto di più stridente possa esservi con la separazione dei poteri disegnata nella nostra Costituzione. 

La separazione dei poteri è l’ABC di uno Stato di diritto. Costringere l’esecutivo ad esercitare il potere solo nell’ambito di leggi di cui non dispone, perché affidate al potere legislativo è una garanzia di democrazia; costringere chi dispone del diritto di punire i trasgressori (il giudiziario) a non stabilirne le norme, è garanzia dello Stato di diritto, dimodoché il cittadino sappia in anticipo e con chiarezza cosa gli è lecito fare e cosa no. 

Consegnare a un solo partito e al suo capo tutti i poteri, rappresenta un processo regressivo dal punto di vista democratico, che consentirà al governo di attuare – senza difficoltà alcuna – il suo iniziale e ancora non terminato progetto di privatizzazione dei beni e dei servizi pubblici e di impoverimento ulteriore della sfera sociale. 


Ora, se i detentori del potere fossero di norma responsabili verso la comunità, in nome di una presunta "governabilità" potremmo anche provare a vedere cosa succede. Ma l'esperienza ci insegna quanto questa fiducia sia mal riposta. Solo i bambini non lo sanno, ma gli adulti sanno che in molti casi i fini per i quali il potere viene ricercato sono ampiamente e accuratamente nascosti mediante abili menzogne. Ne consegue che mantenere quei meccanismi costituzionali che di fatto limitano il potere dell'esecutivo non sono affatto di trascurabile importanza. Al contrario, occorre sempre restare vigili e attenti perché il potere si trovi nelle mani giuste e non in quelle di chi, in nome di inconfessabili interessi, lo esercita in nome e in barba al popolo.

Quando il potere dell’esecutivo debordasse in quello legislativo e giudiziario, salterebbero tutte le certezze democratiche e dello Stato di diritto, aprendo la strada all’arbitrio di una oligarchia. E la storia ci insegna che tornare indietro non è affatto facile, come qualcuno vorrebbe farci credere.

sabato 1 ottobre 2016

LA CONTRORIFORMA COSTITUZIONALE DI RENZI

Per comprendere le ragioni della riforma costituzionale – ma sarebbe più esatto parlare di controriforma, perché di fatto, se dovesse passare, segnerebbe la fine di quello scampolo di democrazia che ci resta – occorre riportare le lancette del tempo al 2013, quando Napolitano non era ancora presidente e la J.P. Morgan, una società leader nei servizi finanziari globali e che fa parte del club dei veri padroni del “nuovo ordine mondiale”, indicò – in nome del capitalismo vincente – i quattro difetti della nostra Costituzione nata dall'immane tragedia del nazifascismo in Europa, col fine di impedire che un simile scenario storico dovesse ripetersi. 

I quattro difetti evidenziati dalla J.P. Morgan erano: 1) una debolezza degli esecutivi nei confronti dei Parlamenti; 2) un’eccessiva capacità di decisione delle Regioni nei confronti dello Stato; 3) la tutela costituzionale del diritto del lavoro; 4) la libertà di protestare contro le scelte non gradite del potere.

Guarda caso la controriforma costituzionale di Renzi e le leggi emanate sul jobs act rispondono puntualmente a tutte e quattro le necessità individuate da J.P. Morgan.

Perché le grandi Corporation la vogliono? La vogliono perché la presenza di elementi di “socialismo” nella nostra Costituzione, quali il diritto all'istruzione, a un lavoro dignitoso, all'assistenza sanitaria, rappresentano un intralcio alla loro smania di potere: il “sì” spianerebbe loro la strada; il “no” farebbe resistenza all'egemonia culturale del grande capitalismo vincente. La vogliono perché tutte quelle Costituzioni che parlano di rispetto della dignità umana e di inviolabilità della persona umana, confliggono insanabilmente con lo sfruttamento sempre più evidente e feroce di una parte di umanità (gli oppressori) contro la restante parte (gli oppressi). 

Di questa controriforma non ne ha bisogno il Popolo (gli oppressi) e non la vuole Renzi – in cuor suo – perché sa che non sposterà di un millimetro la situazione di crisi in cui il nostro Paese e gli altri dell’area euro sono stati precipitati dalla rapacità e dall'avidità delle grandi Corporation che controllano di fatto il mondo, tanto è vero che sono scesi in campo i grandi giornali che li rappresentano: il Financial Times ed il Wall Street Journal. I quali dicono che il No al referendum sarebbe una catastrofe come il Brexit inglese. E, come se non bastasse, dalla parte del SI è schierato lo stesso ambasciatore americano in Italia, che ha detto che se vincesse il NO, gli investimenti prenderanno un’altra strada - la paura resta l'arma più efficace per indurre il Popolo a fare quello che non gli conviene. 

Dicevo, non la vuole Renzi perché sa – in qualche recondita piega della sua anima non ancora del tutto venduta a Mefistofele – che questa riforma è una boiata pazzesca e che di fatto cancella quell'ultimo scampolo di democrazia che ancora resta. Ma da bravo garzone-piazzista vuole guadagnarsi la benevolenza dei nuovi padroni, nello stesso modo in cui gli impiegati di banca Etruria, su ordine dei vertici, rifilavano agli ignari risparmiatori le obbligazioni spazzatura per dimostrare quanto fossero bravi e sperare così di far carriera.

Vediamo in sintesi le ragioni portate da Renzi alla sua controriforma.

Con la sua controriforma ci sarà un risparmio di 500 milioni di euro l’anno (nell’aprile 2014, Renzi parlava di 1 miliardo).

Falso! il Senato, con la sua controriforma, non viene abolito ma resta in piedi ed è composto dai consiglieri regionali e sindaci che, pur non essendo stati eletti a questo incarico dal popolo, godranno al pari degli altri parlamentari dell’immunità. Considerato che, dal bilancio di previsione 2016, il Senato ha un costo di 540 milioni l’anno, di cui solo 79,5 milioni lordi finiscono nelle tasche degli attuali 315 senatori, ne consegue che la minore spesa derivante dalla riduzione dei senatori è stimabile in circa 49 milioni di euro, mentre la soppressione del CNEL (Consiglio Nazionale dell'Economia e del Lavoro) produrrebbe un risparmio di 8,7 milioni di euro l’anno. Dunque, se la matematica non è un’opinione, il risparmio effettivo derivante dalla sua controriforma non è di 500 milioni di euro l’anno, ma di soli 58 milioni di euro l’anno. Se davvero si intendevano ridurre i “costi della politica”, bastava ridurre il numero complessivo dei parlamentari e dei loro maxi stipendi ed emolumenti, considerato che hanno assunto dimensioni la cui legittimazione è oggettivamente difficile da darsi e che sono più pagati dei loro colleghi tedeschi, francesi, inglesi, spagnoli, americani. Peraltro, a fronte di un rendimento decisamente scadente.

Con la sua controriforma finalmente l’Italia cesserà di essere l’unico paese europeo in cui il Parlamento è composto da due camere eguali, con gli stessi poteri e praticamente la stessa composizione.

Falso! Nelle più avanzate e popolose democrazie del mondo (Stati Uniti, Francia, Canada, Australia, ecc.) qualsiasi legge per diventare tale deve essere approvata da entrambe le Camere, in quanto si ritiene che il sistema bicamerale serva per migliorare la qualità della legislazione e porre rimedio all'errore di una delle due Camere. Insomma, due piloti alla guida di un aereo garantiscono meglio i passeggeri a bordo.

Con la sua controriforma finalmente i cittadini che hanno atteso per anni riforme e risposte concrete, avranno risposte più tempestive.

Falso! L’iter legislativo riguardante le leggi ad personam e a favore di Berlusconi hanno avuto iter fulminei. La Legge Cirami del 2002, riguardante il legittimo sospetto e il cui unico scopo era quello di impedire il regolare svolgimento dei processi a carico di Silvio Berlusconi, passò in 119 giorni; il “lodo Schifani” del 2003, emanato allo scopo non dichiarato di sollevare l'allora Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi dalle accuse imputategli nel processo SME e dichiarato poi illegittimo dalla Corte Costituzionale con sentenza 24/2004, passò in 69 giorni; il “lodo Alfano” del 2008, emanato in concomitanza della conclusione del  processo a Milano sulla corruzione in atti giudiziari dell'avvocato inglese David Mills (condannato in primo grado a 4 anni e 6 mesi di reclusione) e che vedeva come coimputato il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, passò addirittura in 25 giorni. Infine, per approvare la riforma Fornero, che il Paese non voleva, il Parlamento ha impiegato solo 19 giorni; per approvare la legge Boccadutri, riguardante il finanziamento pubblico ai partiti, il Parlamento ha impiegato poco più di un mese. Quindi tempi rapidi per il Jobs Act e per tutte quelle leggi che servono all'establishment, ma non al Popolo. Peraltro, a dispetto della rapidità e della semplificazione, l’articolo 10 – secondo comma – della nuova legge costituzionale, sebbene disponga che leggi siano approvate dalla Camera dei deputati, di fatto introduce molteplici varianti che richiedono l’approvazione sia del Senato sia della Camera, tra queste: le leggi di revisione della Costituzione e le altre leggi costituzionali; quelle che determinano l’ordinamento, la legislazione elettorale, gli organi di governo, le funzioni fondamentali dei Comuni e delle Città metropolitane. Quindi su altre materie il Senato potrà proporre modifiche, con tempistiche differenziate a seconda dei temi, con il rischio di generare conflitti di competenze tra le due Camere, in un intrico di rimpalli tra la Camera e il Senato. Altro che semplificazione e tempestività!

Con la controriforma costituzionale finalmente ci sarà più democrazia.
Falso! La controriforma costituzionale unitamente all’Italicum consegna di fatto il nostro Paese ad un’oligarchia di potere. La miscela riforma del Senato e riforma della legge elettorale, di cui è corollario, è tossica per la dialettica democratica e trasformerà il leader del partito che vincerà le prossime elezioni in arbitro indiscusso del sistema, che potrà avocare a sé il potere esecutivo, quello legislativo e quello giudiziario. E quindi meglio rispondere ai diktat della élite economica e finanziaria.


Renzi gioca con le parole per truffare i cittadini. Si vuole il superamento del bicameralismo perfetto? Bene, ma a condizione di mantenere la Camera su base squisitamente proporzionale, dimodoché i parlamentari eletti rispondano agli elettori e non al Capobastone di turno: la separazione dei poteri è uno dei principi fondamentali dello stato di diritto, altrimenti v’è solo la tirannia.