Io non voto perché la democrazia è un corpo agonizzante e
straziato; la democrazia non esiste: è un inganno! Gli sviluppi politici
successivi al referendum costituzionale del 4 dicembre 2016 sono l’ennesima
prova dell’inutilità della partecipazione democratica dei cittadini attraverso
il voto. Nessun esito elettorale sarà mai in grado di influenzare le scelte e
le decisioni politiche, che sono già prese e calano sempre dall’alto verso il
basso. Se a qualcosa servono ancora le elezioni, siamo costretti a riconoscere
che esse servono soltanto a perpetuare l’inganno di una democrazia, ormai
logora e stanca. Dinanzi a una tale evidenza non resta che l’astensionismo
consapevole, in cui il non-voto resta l’unica espressione politica; in cui disertare
le urne diviene l’unica forma possibile di protesta e di ribellione contro un
sistema cachistocratico, che premia solo i peggiori.
Cosa ci saremmo attesi come cittadini di uno stato veramente
democratico il giorno successivo a quello delle elezioni referendarie? Non ci
saremmo certo attesi (dopo che il 68,48% degli italiani s’erano recati alle
urne a votare per il referendum costituzionale e dopo che la vittoria dei No è
stata così schiacciante da non lasciare possibilità di appello) l’entrata in
scena di un nuovo governo, fotocopia del precedente, guidato da Paolo Gentiloni.
Il governo Gentiloni è stato lo sberleffo, la derisione del
potere a quei venti milioni di italiani che hanno votato NO! Un Gentiloni che
neppure la decenza gli ha impedito di promuovere Maria Elena Boschi, la madrina
della riforma, al ruolo di Sottosegretario di Stato alla Presidenza del
Consiglio; mentre Anna Finocchiaro, coautrice e relatrice della riforma
bocciata, è diventata ministro per i rapporti con il Parlamento. L’unica novità
del governo Gentiloni è stata la nomina a Ministro dell’Istruzione della
signora Valeria Fedeli, in luogo della Stefania Giannini. Una scelta – quella
di Gentiloni – che la dice lunga sulla considerazione che ha del popolo
italiano, mettendo a dirigere scuola e università una persona che ha millantato
una laurea che non ha. Si dirà poi che anche Benedetto Croce ha fatto il
ministro dell’Istruzione senza avere una laurea. Ma questi, a differenza della
sig.ra Fedeli, ebbe almeno la decenza di non spacciare per veri titoli che non
aveva; e poi già al suo tempo era considerato uno dei più eminenti filosofi. Per
il resto, Gentiloni ha confermato i precedenti ministri del governo Renzi,
salvo qualche scambio di posti. Insomma, un governo Gentiloni utile per assicurare
la continuità nella gestione del potere, ad onta di quei venti milioni di
italiani che volevano voltare pagina con l’eredità renziana.
E che dire del “Rosatellum”? Dopo l’aborto dell’Italicum, l’obbrobrio
del Rosatellum che, partorito a pochi mesi dal voto a suon di fiducia per
impedire al M5S di pretendere incarichi di governo, garantisce non solo
l’ingovernabilità, ma consente ancora una volta al partito di Renzi e a quello
di Berlusconi di continuare a prendere per i fondelli gli italiani.
E dire che
lo stesso Renzi, con la riforma referendaria e l’Italicum, voleva una legge
elettorale che assicurasse governabilità. Non c’è che dire: un cambio di rotta
di 180 gradi.
E che dire della lista dei prossimi aspiranti deputati e
senatori? Collegi blindati in cui ci sono gli esponenti politici nominati dai
segretari di partito.
Maria Elena Boschi, caso non solo emblematico ma anche clamoroso,
non viene presentata in Toscana, dove le ferite inferte ai risparmiatori
dell’ex Banca Etruria sono ancora aperte, ma viene paracadutata non solo nella città
di Bolzano, ma, dopo le varie modifiche apportate da Matteo Renzi e Lorenzo
Guerini alle liste, per assicurarle il posto, è comparsa anche nei listini del
Lazio, della Lombardia (Cremona) e della Sicilia (il collegio che insiste su
Taormina).
Ecco perché non intendo votare. Sono stanco di essere preso per
i fondelli da questi cialtroni. Politici di destra, politici di sinistra, tutti
percorrono la stessa strada: blandire il popolo, per poi ingannarlo e tiranneggiarlo.
Astenendomi dal voto – per la prima volta – rifiuto di subire oltre l’inganno sin
qui consumato; elezioni: trappole in cui questi lestofanti ci attirano per perpetuare
da sempre il dominio dei pochi ricchi sulla moltitudine dei poveri.
La verità è che un governo osceno incombe su tutti noi. Un
potere che da dietro le quinte si serve di questi lazzaroni per promuovere i
suoi biechi interessi. Un potere formato da uomini che nessuno di noi ha
eletto; che nessuna votazione democratica ha legittimato. E tuttavia sono più
potenti di quelli che noi abbiamo investiti di potere a rappresentarci.
Dietro le colorite e folcloristiche apparenze dei riti e
delle cerimonie che accompagnano le campagne elettorali, buone soltanto a
distrarre e ad ammaliare gli elettori, si cela il “vero potere” che finisce
sempre per attrarre e corrompere quegli stessi politici che noi – poveri illusi
– crediamo soddisferanno, una volta giunti al potere, le nostre domande sociali
di libertà, eguaglianza, giustizia.
Se la democrazia fosse stata, non dico pienamente
realizzata, almeno abbozzata, e non fosse solo un abbaglio, dovremmo chiederci come
mai, proprie nelle società a regime democratico, il solco tra ricchi e poveri
si allarga sempre di più? Come mai i poveri – che sono la maggioranza –
patiscono l’arroganza e l’ingiuria dei ricchi? Come mai le leggi sembrano
scritte più a vantaggio dei ricchi che dei poveri? Come mai il sistema di
sfruttamento e rapina dei ricchi a danno dei poveri resta impunito, mentre l’affamato
che ruba una scatoletta di tonno al supermercato viene processato per
direttissima e schiaffato in galera? Forse perché i ricchi sono sempre brave
persone, mentre i poveri non lo sono? Bisognerebbe raccontarlo a quei tanti
onesti lavoratori che, dalla sera alla mattina, sono stati derubati dei
risparmi di una vita da quelle stesse banche cui avevano affidato il loro futuro.
La democrazia è tolleranza e garanzia del diritto di ogni
individuo alla libertà, nei limiti più ampi del possibile. Ma come potrà mai
esservi vera libertà se ciascuno di noi è già costretto a prostituirsi per un
lavoro, spesso sfruttato e mal pagato? Senza tutele, senza diritti ciascun
lavoratore è alla mercé dei capricci del suo datore di lavoro. Dalla grande
mobilitazione del '68-69, che sembrò annunciare la rivoluzione mondiale degli
oppressi contro gli oppressori, siamo via via passati, attraverso un processo
lento e graduale, quasi impercettibile, alla massiccia immissione della
flessibilità e della precarietà nel mercato del lavoro. E con essa allo
smantellamento di tutele e diritti, tanto che oggi la questione del lavoro in
Italia come altrove è tornata ad essere una questione di rapporti di forza tra
sfruttati e sfruttatori, tra oppressi e oppressori. E la cosa che sconcerta di
più è che sembra non si possa fare altro che subire, nonostante la ricchezza
mondiale sia cresciuta, e questa si concentra sempre di più nelle mani di
pochi. Invece io credo che qualcosa la politica poteva fare e può fare. A
condizione però di liberarsi dai ricatti del grande capitalismo e di alzare la
testa, opponendosi allo sfruttamento e all’imbarbarimento delle relazioni
industriali. Ma se le persone che ci governano facessero questo, come
potrebbero domani sperare di occupare un qualche posto di prestigio in una
delle tre grandi banche mondiali?
Senza libertà dal bisogno, non potrà mai esservi vera
libertà. Come ebbe a dire Delano Roosevelt: senza la libertà dal bisogno tutte
le altre sono precarie. E libertà dal bisogno significa soprattutto garantire a
tutti un lavoro dignitoso, ovvero un lavoro capace di garantire una remunerazione
equa e soddisfacente che assicuri un’esistenza conforme alla dignità umana. D'altronde
è l’art. 36 della Costituzione italiana che dispone che «Il lavoratore ha
diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo
lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia
un'esistenza libera e dignitosa».
Io non voterò perché se mi guardo attorno – dopo i tanti
anni in cui puntualmente ho compiuto il diritto dovere di votare – non vedo i
frutti della democrazia, ma quelli del fascismo; io non vedo intorno a me un
edificio di valori degno dell’uomo, ma l’affermazione più bieca del profitto,
in nome del quale è lecito usare l’uomo come mezzo e non come fine; io non vedo
intorno a me lavoratori che hanno il tempo sufficiente per ritrovare le proprie
radici a livello personale, familiare e spirituale, ma solo una massa di
individui senz’anima sfruttati e mal pagati; io non vedo intorno a me un lavoro
che assicuri ai lavoratori giunti alla pensione una condizione dignitosa di
esistenza, ma vecchi che rovistano nei cassonetti alla ricerca di qualcosa da
mangiare o da indossare; non vedo un’assistenza sanitaria che assicura tanto al
ricco quanto al povero il diritto alla salute; non ho visto il ricco scendere e
il povero salire di un gradino, al contrario vedo che i poveri assoluti aumentano anno dopo anno.
Ho visto invece governi eletti dal popolo esautorati e
sostituiti, senza un gemito, da emissari dei mercati. Ho visto la politica assoggettarsi
sempre di più agli imperativi del mercato, dando per scontato l’aumento della
diseguaglianza sociale.
Se questa è – come qualcuno si ostina ancora così a
chiamarla – la democrazia, allora è pur vero che una vacca può essere un
caprone, e viceversa! La realtà però ci dice che non è cambiando nome alla
vacca che questa magicamente diventa un caprone: essa resta ancora una vacca.
Cosicché se il fascismo lo chiami democrazia, non per questo diventa democrazia.
Impacchettare il fascismo nella scatola del parlamento e delle istituzioni
democratiche, non lo rende meno fascismo.
Il vero fascismo non è, come vorrebbero farci credere, l’accozzaglia
di idioti fanatici che inneggiano a Dio, alla patria, alla famiglia, alla
purezza della razza. Si è rivelato sempre molto utile al potere mettere un
gruppo contro l’altro: fascisti contro antifascisti, destra contro sinistra,
laziali contro romanisti, musulmani contro induisti. Gli inglesi, per esempio, al
culmine della loro potenza in India, disponevano di soli 150.000 uomini per
controllare tutta l’India. Questo era per loro possibile sfruttando a proprio vantaggio
i conflitti tra i gruppi locali: il 90% delle forze usate dagli inglesi per
controllare l’India era infatti costituito da indiani. È uno schema tipico
degli invasori: utilizzare abilmente le rivalità e le ostilità esistenti per
mettere un gruppo contro l’altro, cosicché non intravedano il vero nemico da
combattere. I rappresentanti del vero
fascismo indossano abiti di armani ed esercitano il potere in maniera rigorosa
dall’alto verso il basso.
Il recente caso Embraco, che ha deciso di licenziare 500
persone nel suo stabilimento a Riva di Chieri (Torino) e di trasferire la
produzione di compressori per frigoriferi in Slovacchia, è un esempio emblematico
di autentico e vero fascismo. La decisione di chiudere è partita dal consiglio
di amministrazione ai manager, da questi ai manager di grado inferiore e infine
è calata come una clava sugli operai.
Uno stato è fascista nella misura in cui è del tutto assente
un flusso inverso di capacità decisionale, ovvero quello che dal basso va verso
l’alto. Gli idioti fanatici fascisti possono, all’occorrenza, rivelarsi utili a
convincere i riottosi, quando non si persuadono con le buone. Ecco perché per i
veri detentori del potere è bene tenerli da conto, anziché sbatterli in galera
come sarebbe più sensato fare, se fossimo in una vera democrazia.
Uno stato è fascista nella misura in cui rinuncia alla
tolleranza e al dialogo; la democrazia, al contrario, è accettazione piena della
tolleranza e del dialogo, quali strumenti di progresso sociale. Tolleranza,
perché parte dall’assunto che nessuno è depositario di una verità assoluta e,
pertanto, tutte le fedi ed opinioni devono essere accolte sullo stesso piano,
quando non confliggono con i diritti inalienabili dell’individuo. Dialogo,
perché porsi in discussione, manifestare le proprie convinzioni, è il miglior
modo per progredire sulla via della conoscenza. Ma dialogo non è sopraffazione:
quello dei politici, invitati nei talk show televisivi, è un esempio di
sopraffazione e non di dialogo; ciascuno tende a prevaricare sull’altro. Il
dialogo, al contrario, implica la disposizione a lasciarsi convincere dall’avversario,
quando questi pone tesi autenticamente vere. Il dialogo è più simile ad un
ballo che ad un incontro di boxe.
Uno stato fascista è uno stato nel quale un pugno di
individui hanno la presunzione di essere i soli depositari di valori assoluti,
che vanno imposti, anche con la forza, per l’altrui salvezza. Il neoliberismo è
a tutti gli effetti un chiaro esempio di pensiero fascista: nonostante i guasti
che ha e sta provocando, continua imperterrito – con la complicità di politici
ed intellettuali al servizio – nella sua metodica e sistematica azione di “macelleria
sociale”.
Se non si hanno gli occhi foderati di prosciutto, se volgiamo
lo sguardo intorno a noi, possiamo veramente dire di assistere all’affermazione
della democrazia o piuttosto a quella del fascismo?
Quando i processi di espropriazione del potere democratico
dei cittadini risaltano così netti e irrefutabili, non resta allora che l’unica scelta
di rinunciare “consapevolmente” a un diritto già spogliato di ogni valenza dalla
farsa democratica delle elezioni, utili e vantaggiose solo per dare un effetto
legittimante a decisioni, già stabilite altrove.