sabato 30 luglio 2016

CI SI PUO' DIFENDERE DAL TERRORISMO CON UNA GUERRA?

Se gli atti compiuti dai terroristi sono orribili e ingiustificabili, parlare di “guerra al terrorismo” è paradossale e surreale. Una guerra in senso proprio può aver luogo solo tra due Stati nazione; dietro ad un attacco terroristico non c’è uno Stato nazione, ma una rete internazionale che non ha una sede prestabilita. 

Un’organizzazione terroristica è sparsa in tutto il mondo e dichiarare guerra ad un organizzazione come Al Qaeda o l’IS equivale a dichiarare guerra ai trafficanti di droga o guerra ai mafiosi.

Al pari delle organizzazioni criminali, quelle terroristiche hanno dimensioni internazionali. E nessuno – sano di mente – penserebbe che si possa debellare la mafia in Sicilia o i cartelli colombiani invadendo e bombardando la regione o lo Stato che li ospita, per il semplice fatto che, anche quando l’invasione avesse successo, l’organizzazione criminale presente in quel territorio può sempre migrare altrove.

Il terrorismo non può essere sconfitto nello stesso modo in cui si può abbattere uno Stato o un regime. È un fatto che l’invasione dell’Afghanistan dei talebani e quella dell’Irak di Saddam Hussein, accusati di corresponsabilità con le organizzazioni del terrore, non abbiano dato i risultati attesi. 

Al contrario, hanno avuto come effetto quello di produrre una recrudescenza del fenomeno terroristico. In altri termini, le invasioni hanno innescato un circolo vizioso difficile oggi da neutralizzare: la guerra al terrorismo ha prodotto ancor più terrorismo, il quale a sua volta giustifica un rafforzamento del dispiegamento militare in quelle aree e così via. 

La condizione di uscita da questo schema non può verificarsi, usando la guerra come mezzo di contrasto, e a farne le spese ahimé sono soprattutto le vittime: civili innocenti ed estranei ad un conflitto, di cui ignorano la vera posta in gioco.

Ora, poiché non si dà che coloro che sono deputati alla strategia nazionale e globale, compresi i leader governativi, non sappiano queste cose assai elementari, si prospettano due possibilità: la prima è che il potere li renda folli; la seconda è che dietro la retorica dell’islamo-fascismo e del terrorismo si nascondano interessi inconfessabili.


In entrambi i casi è una sciagura per tutti noi!

venerdì 29 luglio 2016

QUESTA E' GUERRA, MA NON DI RELIGIONE

Le istanze di violenza sfrenata di aggressori squilibrati, come quelle recentemente consumatesi in Francia, Germania, Stati Uniti, vengono giudicate rapidamente opera di terroristi, anche quando l’evidenza che gli aggressori avessero legami diretti con i gruppi terroristici non è immediatamente riscontrata e soprattutto quando le modalità di questi killer sembrano più ricordare quelle dei «mass shooter» statunitensi piuttosto che quelle adottate da terroristi, che usano invece la violenza per far avanzare un determinato programma politico.

Se per terrorismo si intende l’uso della violenza, finalizzata a incutere terrore nei membri di una collettività organizzata, con l’obiettivo di destabilizzare l’ordine costituito e conseguire mutamenti radicali del quadro politico-istituzionale, personalmente non vedo alcun metodo terroristico nelle azioni criminali messe in atto dai recenti attentatori. Semmai mi sembrano più ascrivibili a spietati killer, mentalmente disturbati, che scelgono l’Islam radicale per giustificare la propria follia. 

Se così non fosse, dovremmo definire terroristi anche i due studenti della Columbine High School, Eric Harris e Dylan Klebold, che nel 1999, dopo essersi introdotti armati nell'edificio, aprirono il fuoco su numerosi compagni di scuola e insegnanti, provocando la morte di 12 studenti e un insegnante, e il ferimento di 24.

E allora perché siamo bombardati da urla mediatiche che ci dicono che siamo in guerra contro il terrorismo islamico?

Forse perché è il modo migliore per distrarci da quel che ci sta realmente accadendo. Distrarci dalla vera guerra che ci stanno facendo negli ultimi anni. Una guerra che non si combatte con armi o bombe; che non la combattono estremisti islamici col turbante, ma eleganti manager dell’alta finanza capaci di condizionare le politiche di qualsiasi governo grazie alla leva economica e finanziaria.

Da quando nel 1989 il socialismo reale è crollato, giorno dopo giorno, l’indirizzo perseguito dai governi di tutto il mondo è andato e sta andando nella direzione dello “Stato minimo”, con lo smantellamento graduale dello Stato sociale e la conseguente cessione ai privati di tutte le funzioni una volta svolte dal settore pubblico.

L’effetto si scorge nel depotenziamento dei sindacati e nella conseguente riduzione dei diritti e delle tutele dei lavoratori. I governi democraticamente eletti sono sempre meno attenti ai bisogni del popolo e più responsivi invece alla domanda proveniente dal mondo della finanza e della grande industria.

Mentre si mette in salvo la finanza col denaro pubblico, si sacrifica la spesa pubblica destinata alla sanità, alla previdenza, all’istruzione.

Chi sono allora i veri terroristi?

Se lo sono quelli che si fanno saltare in aria, lo sono allora anche i manager delle grandi corporation che, tirando i fili delle loro marionette nei parlamenti internazionali e nazionali, influiscono in maniera determinante sulle scelte sociali e politiche che vengono adottate nei rispettivi paesi. Col risultato, sotto gli occhi di tutti, che le politiche degli ultimi decenni hanno favorito e favoriscono una fascia sempre più ristretta di popolazione a scapito della restante, costretta in molti casi a vivere al limite della sussistenza.

Ha ragione Papa Francesco quando dice: “Questa è guerra ma non di religione”. La vera guerra è quella combattuta da questo 1% della popolazione contro il resto dell’Umanità. E come ci riescono?

Ci riescono perché sono compatti e organizzati rispetto al restante 99%, che si comportano invece come pecore nelle mani del pastore, convinte che l’erba nei prati cresca per volontà di quest’ultimo; ci riescono perché dispongono di risorse illimitate, grazie alle quali comprano la politica, l’informazione, le istituzioni sopra nazionali, gli organismi di controllo, la ricerca universitaria, la burocrazia a tutti i livelli.

Ma ci riescono soprattutto per l’adesione acritica del restante 99% a considerare il neoliberismo, sostenuto dall’1% dei super ricchi,  come unico pensiero, nonostante il suo fallimento storico appaia sempre più evidente. L’insanabile crisi economica, le disuguaglianze crescenti, l’instabilità dei sistemi politici, lo svuotamento della democrazia, le innumerevoli guerre che incendiano ogni parte del globo, i gravi squilibri ambientali, che minacciano seriamente la vita dell’uomo sul pianeta, sono tutti segnali dell’incapacità del neoliberismo di rispondere ai bisogni dell’uomo.


La libertà è sempre stata un anelito insito nell’uomo, ma nelle società capitalistiche contemporanee, espressioni e manifestazioni della forma razionale del  neoliberismo, sveliamo come tale pensiero unico stia diventando piuttosto strumento di dominio dell’uomo sull’uomo, restaurando il privilegio di pochi a detrimento di molti e confinando il dissenso e la ribellione a fenomeni di ordinaria follia o terrorismo. 

giovedì 28 luglio 2016

TERRORISMO, ARMA DI DISTRAZIONE DI MASSA

Dinanzi alla lunga scia di sangue lasciata dal terrorismo, alcuni dicono: basta con la moderazione, basta con le anime belle che predicano lo stupido buonismo, la finta integrazione e il dialogo codardo con l'Islam. L’Islam è “pericoloso”, non è una religione come le altre e non va trattato come le altre religioni. Nel nome dell’Islam loro sgozzano i nostri preti, profanano le nostre chiese, fanno strage nelle nostre città, massacrano i nostri amici, sparano ai nostri figli.

È ora di dire basta! Basta subire e porgere l’altra guancia, occorrono le maniere forti!

Siamo in guerra! Ripetono in coro i nostri governanti. 

Sì, ma contro chi? Ma, è ovvio, contro il terrorismo islamico. Una guerra che potremo vincere solo se sapremo essere determinati e spietati quanto loro.

Mi viene da pensare che il terrorismo sia una “manna dal cielo” per i nostri governanti: dalle pagine dei giornali e dalle testate giornalistiche televisive sono scomparse – come per magia – le notizie sui tassi di disoccupazione giovanile, quelle sui lavoratori poveri, ovvero quelli che, pur occupati, percepiscono un reddito troppo basso per garantire a sé e alla propria famiglia una vita dignitosa.

Sono scomparsi pure incredibilmente i dati sulla povertà assoluta in Italia, che nel 2015 non solo non è diminuita, ma è aumentata, coinvolgendo quasi 400 mila persone in più rispetto al 2014 e raggiungendo 4 milioni e 598 mila persone, pari al 7,6 per cento della popolazione.

Si sono spente anche le luci sul servizio sanitario pubblico, uno dei pochi fiori all'occhiello del sistema di welfare italiano, che non riesce più a garantire il fondamentale diritto alla salute.

Flavio Briatore, nel prendere le difese di Paolo Bonolis, finito nel tritacarne del web per una foto che lo vedeva in viaggio con la famiglia su un aereo privato, ha dichiarato che bisogna lasciare l'Italia: troppa invidia sociale!

Io vorrei tanto che persone come lui avessero abbastanza intelletto per capire che non è questione di “invidia” ma di giusta e sana “indignazione” di fronte alle ingiustizie.

Ad esempio, se a lui prude il prepuzio può ricoverarsi dieci minuti dopo nella più confortevole clinica svizzera, solo per palpare il culo all’infermiera; se al lavoratore a jobs act è stata diagnosticata invece un’epatite C, dovrà rassegnarsi a morire perché il costo dell’intera terapia va tra i 40 ed i 60 mila euro.


Questo è intollerabile! 

lunedì 18 luglio 2016

CRIMINI E MISFATTI DI ERDOGAN

Nel corso della notte del 15 luglio, una parte delle forze armate turche ha messo in atto un colpo di Stato per destituire il presidente Erdogan, democraticamente eletto. Il tentativo di rovesciamento del potere, che ha portato alla morte di 290 persone, al ferimento di altre 1440, all’arresto di 2893 golpisti e alla rimozione di 2745 giudici, è stato però sventato in poche ore.

Che cosa si nasconde dietro a un «golpe» durato appena quattro ore?

Quello cui abbiamo assistito in diretta sembra essere stato più uno scherzo, una tragica commedia, piuttosto che un golpe. Una cosa è certa, al di là delle valutazioni etiche, Erdogan è ora più forte di prima. In nome dell’emergenza e della sicurezza potrà ora fare piazza pulita di tutti i suoi oppositori, impadronendosi così di tutte le leve di comando.

Tutto ciò significa che in nome della democrazia e con la messa fuori gioco, con qualsiasi mezzo, di ogni forma non solo di opposizione, ma anche di dissenso, Erdogan diverrà in breve il “satrapo” di un governo rigido e centralizzato, con tutto il potere accentrato nelle sue mani e in quelle dei suoi familiari.

Ma chi è veramente Erdogan?

Sebbene sia stato eletto, il 10 agosto 2014,  con il 52% dei voti, Erdogan non brilla certo per “democraticità”. La vocazione a infierire su chi gli si oppone ha dato prova di se stessa contro i magistrati che hanno osato indagare sui traffici di famiglia di Erdogan. 

In particolare, il figlio del presidente, Bilal Erdogan è stato accusato dai parlamentari del partito socialista turco, all’opposizione, di smerciare petrolio acquistato dallo Stato Islamico, attraverso la Bmz Limited, compagnia marittima di import export di sua proprietà. 

Per non parlare delle incarcerazioni di giornalisti condannati a lunghe pene detentive. La Turchia detiene, infatti, il record mondiale di cronisti in galera: sono ben 76 quelli dietro le sbarre,  più che in Cina, Iran ed Eritrea, da sempre considerati stati molto repressivi verso la libertà di stampa.  

Che dire poi della misteriosa morte della giornalista britannica Jacky Sutton, trovata impiccata nella toilette dell’aeroporto di Istanbul?  

Secondo le fonti ufficiali turche, la giornalista si sarebbe uccisa per lo stress e la disperazione per aver perso la coincidenza che doveva portarla a Erbil, in Kurdistan, e per non essere riuscita a comprare un nuovo biglietto aereo. Ma molti colleghi e amici hanno messo in dubbio tale versione: non si può credere che un'inviata di guerra, con pluridecennale esperienza nella gestione di situazioni traumatiche, si tolga la vita per aver perso un volo.

L’ipotesi più convincente sembra essere invece che la giornalista sia stata fatta fuori dal governo di Erdogan per le indagini che stava conducendo sui possibili legami tra governo e Isis. 

Se poi riflettiamo sul fatto che il tentativo di golpe è stato motivato in parte dal forte malessere dell’esercito turco per la gestione, poco incisiva e lineare da parte di Erdogan, della guerra contro l’Isis in Siria, l’ipotesi diventa una quasi certezza.

Non dimentichiamo infine l’arroganza e l’irresponsabilità con cui Erdogan ha ordinato di colpire con un missile un aereo russo, nel tentativo, per fortuna non riuscito, di far schierare tutto l’Occidente al suo fianco contro la Russia, col rischio di trascinare il mondo in una terza guerra mondiale.

Questo è Erdogan. 

Un uomo affetto da delirio di onnipotenza, manie di grandezza, spregiudicato, paranoico forse sino al punto di suscitare un tentativo di golpe, che gli fornisse infine la giustificazione per fare tabula rasa dei suoi nemici.

domenica 17 luglio 2016

UNO SPETTRO SI AGGIRA PER L'EUROPA

Uno “spettro si aggira per l’Europa”, lo spettro del terrorismo!

Se il mondo intero fosse dominato più dalla ragione e meno dal sentimento, molti si accorgerebbero che le parole pronunciate dai leader politici, dopo le azioni terroristiche, non hanno alcun rapporto con la realtà. In gran parte sono parole improvvisate, poco utili, spesso insensate.

Da Spartaco alla Rivoluzione francese, a quella americana, a quella russa, ecc., prima che conquistassero il potere, i rivoltosi sono stati considerati barbari selvaggi dall'establishment. In tutti i casi le reazioni a quelle lotte sono state brutali. In molti casi, le rivolte sono state soffocate nel sangue e con metodi, a volte, più crudeli di quelli attribuiti ai rivoltosi.

La guerra d’Algeria, per esempio, costituì una tragedia, sia per il grande numero di morti, sia per il fatto che tali eventi toccarono indirettamente il cuore dell’Europa. 

Da una parte gli indipendentisti algerini, guidati dal Fronte di Liberazione Nazionale (FLN), dall’altra l’esercito francese teso a difendere il principio che l’Algeria fosse parte integrante della Francia.

Quando le parti che si contrappongono differiscono in modo significativo sul piano della forza militare, si parla di guerra asimmetrica. E il solo modo che ha la parte più debole dei belligeranti per combattere quella meglio equipaggiata è quello di impiegare mezzi e metodi differenti per perseguire il proprio scopo.

Così il FLN algerino per contrastare il più dotato esercito francese fece ricorso ai tanto esecrati attentati: bombe nei caffè, attacchi mirati contro installazioni militari, posti di polizia, sedi governative. Con lo scopo di estenuare i francesi e indurli alla ritorsione: in molte città non solo algerine, ma anche francesi, si scatenò la caccia all’arabo. Obbligando questo a schierarsi ovviamente dalla parte dei terroristi.

La risposta del governo francese al proliferare degli attentati fu l'invio del generale Massu, comandante della decima divisione paracadutisti, nella capitale algerina, con l’obiettivo di mettere fine agli attentati e annientare l'organizzazione politica del Fronte di liberazione nazionale. 

Dotato di ampi poteri, Massu ordinò all’esercito di assaltare e bombare i villaggi dove potevano annidarsi i terroristi. Oltre 2 milioni di algerini furono rastrellati e deportati in veri e propri campi di concentramento. 

In nove mesi, utilizzando tutti i mezzi, compresa la tortura, Massu ristabilì l'ordine. 

Paradossalmente, questo atteggiamento spregiudicato delle forze armate, che ricordava fortemente le tattiche usate dai nazisti durante la Resistenza, non solo legittimò ulteriormente la lotta del popolo algerino, ma si rivelò anche la causa principale di reclutamento di nuovi terroristi.

Fino a quando nel 1962 il presidente francese Charles De Gaulle, comprendendo che la partita in Algeria era perduta, fu costretto ad avviare contatti col Fronte di Liberazione Nazionale, che si conclusero nel marzo 1962, con la firma di un armistizio (armistizio di Evian) che portò al referendum del 1 luglio 1962.

Al referendum di autodeterminazione, il popolo algerino votò in massa (99,72 %) per l’indipendenza e per il FLN. Quindi il 3 luglio De Gaulle fu costretto a proclamare ufficialmente l’indipendenza dell’Algeria.

Morale: meglio studiare interventi che possano migliorare le condizioni di tutto il genere umano, finché possono essere attuati, e non solo dell’1% della popolazione mondiale, piuttosto che alzare la guardia delle misure di sicurezza, che hanno come unico effetto quello di segnare un’ulteriore escalation del terrore integralista.

Il terrorismo si nutre di “ineguaglianza” e il rischio che l'ineguaglianza eccessiva porti ad ulteriore instabilità politica e a reazioni turbolenti è un fatto ormai sotto gli occhi di tutti. Man mano che il divario tra ricchi e poveri si fa più grande, maggiore diventa la proliferazione del terrorismo nel mondo.


Lo studio OXFAM indica che dal 2015 l'1% più ricco della popolazione mondiale detiene un capitale maggiore di quello detenuto dal restante 99%. E il trend economico finanziario che porta al dilatarsi della forbice tra i molto ricchi e i molto poveri, stante le attuali politiche internazionali, è destinato a crescere, col risultato che molti uomini saranno messi di fronte a una scelta: o morire da martiri in nome di Allah, o di qualche altro Dio despota, o morire di fame e di stenti nell’assoluta indifferenza di quanti nel dolce farniente prendono il sole sulle spiagge sabbiose della Costa Azzurra, ignari della tragedia che si consuma quotidianamente intorno a loro.

giovedì 14 luglio 2016

IL PARADOSSO TUTTO ITALIANO

Sebbene la quantificazione esatta del costo del TAV sia incerta e non determinabile con precisione, nel 2014 la quota dell’Italia pari al 57,9% del totale era stimata in 12 miliardi di euro, è comunque un’opera il cui costo è altissimo.

Alla domanda se valga davvero la pena di spendere tanti miliardi di euro per la nuova linea ferroviaria Torino-Lione è difficile dare una risposta secca e definitiva: per i fautori del sì, il TAV serve a sanare un’anomalia del sistema di trasporto delle merci fra Italia e Francia rispetto agli altri contesti transalpini; per i fautori del no, le tendenze reali degli ultimi decenni mostrano una riduzione significativa del traffico merci da non giustificare un’opera dai costi faraonici.

Volendo pertanto sgombrare il tavolo dalle ragioni del sì e da quelle del no, resta la questione delle priorità.

Il disastro ferroviario in Puglia, due treni accartocciati in uno scontro frontale nelle campagne della Murgia, con un bilancio di 27 morti e oltre 50 feriti, mette in evidenza il quadro drammatico della viabilità ferroviaria dell’Italia, dove il 60% della rete ferroviaria è a binario unico e in caso di errore, umano o tecnico, lo scontro è quasi inevitabile.


L’incidente in Puglia, dove il 90% della rete ferroviaria è a binario unico e il sistema di controllo è affidato ancora al fallace blocco telefonico, ovvero allo scambio di messaggi fra i due capistazione della medesima tratta, fa emergere il paradosso tutto italiano di una classe governativa schizofrenica che pensa in grande e trascura colpevolmente il necessario.

mercoledì 13 luglio 2016

I BRITANNICI STANCHI DI ASPETTARE GODOT

Spesso le persone prendono decisioni sbagliate, non conformi al loro interesse; in altre parole, non fanno ciò che converrebbe loro davvero. Così secondo i “mercati”, i cittadini britannici con la brexit hanno fatto una pessima scelta, che avrà conseguenze drammatiche sul futuro economico della Gran Bretagna.

La verità forse più elementare è che è stata l'involuzione autoritaria della politica europea che ha spinto gli inglesi fuori dall'Unione. I popoli europei sono stati ingannati dai loro governi, che perpetuano una cattiva imitazione della democrazia. 

Il Parlamento europeo, unico organo che attualmente eleggiamo, conta davvero poco: il potere è saldamente in mano alla Commissione europea, la cui unica politica consiste nel richiedere agli Stati membri di ridurre gli alti debiti pubblici che molti di questi Stati hanno attraverso la riduzione della spesa sociale e l'aumento delle tasse.

La Grecia meglio rappresenta l'esito drammatico di queste politiche di austerità. Secondo l’ultimo rapporto della rivista di medicina Lancet, molte famiglie non hanno più nemmeno i soldi per curare i propri bambini. L’Italia dovrà recuperare 50 miliardi l'anno per circa 20 anni per portare il debito sotto il 60% del PIL. Questo significa incremento della disoccupazione, dismissione del patrimonio pubblico a prezzi da saldo nelle mani di pochi privati, riduzione degli investimenti pubblici nelle infrastrutture sociali, fisiche e immateriali, deflazione salariale per competere sui mercati esteri, senza considerare che se tutti i paesi adottano questa strategia, chi compra poi le merci che vengono prodotte?

È ormai evidente a tutti che le misure chieste dalla troika hanno avuto e hanno un effetto ulteriormente recessivo, determinando un incremento di 30 milioni di disoccupati in più (nei paesi occidentali), con un totale di 200 milioni di cui 75 sono giovani.

Dinanzi a questo scenario, quale causa di forza maggiore può essere invocata per giustificare un tale crimine scientemente perpetrato? A cosa serve centrare l’obiettivo del pareggio di bilancio se poi le società muoiono?

Stupirsi della scelta dei britannici è come stupirsi che uno che abbia le chiappe del sedere su un braciere ardente decida poi di alzarsi. Questo stupore, questo sdegno, condito dal solito ennesimo vituperio del populismo, nasconde un evidente disprezzo per il volgo, per la plebe, per la teppaglia sempre irrazionale, sempre bestiale, sempre preda dei demagoghi.

A chi non è sfuggito come i media ci abbiano mostrato i fautori del Remain (restare in Europa) come appartenenti alla categoria dei giovani, colti, agiati, mentre i fautori del Leave quali appartenenti ad una classe popolare di poveri, ignoranti e vecchi, spaventati dal futuro e insoddisfatta del proprio presente.


Questa narrazione vuole farci dimenticare che non è la Brexit che mette in crisi l'Unione europea, ma è la crisi di democrazia dell'Unione europea che ha motivato il proletariato inglese in massa a votare per la Brexit, stanca di aspettare Godot.

I BRITANNICI STANCHI DI ASPETTARE GODOT

Spesso le persone prendono decisioni sbagliate, non conformi al loro interesse; in altre parole, non fanno ciò che converrebbe loro davvero. Così secondo i “mercati”, i cittadini britannici con la brexit hanno fatto una pessima scelta, che avrà conseguenze drammatiche sul futuro economico della Gran Bretagna.

La verità forse più elementare è che è stata l'involuzione autoritaria della politica europea che ha spinto gli inglesi fuori dall'Unione. I popoli europei sono stati ingannati dai loro governi, che perpetuano una cattiva imitazione della democrazia. 

Il Parlamento europeo, unico organo che attualmente eleggiamo, conta davvero poco: il potere è saldamente in mano alla Commissione europea, la cui unica politica consiste nel richiedere agli Stati membri di ridurre gli alti debiti pubblici che molti di questi Stati hanno attraverso la riduzione della spesa sociale e l'aumento delle tasse.

La Grecia meglio rappresenta l'esito drammatico di queste politiche di austerità. Secondo l’ultimo rapporto della rivista di medicina Lancet, molte famiglie non hanno più nemmeno i soldi per curare i propri bambini. L’Italia dovrà recuperare 50 miliardi l'anno per circa 20 anni per portare il debito sotto il 60% del PIL. Questo significa incremento della disoccupazione, dismissione del patrimonio pubblico a prezzi da saldo nelle mani di pochi privati, riduzione degli investimenti pubblici nelle infrastrutture sociali, fisiche e immateriali, deflazione salariale per competere sui mercati esteri, senza considerare che se tutti i paesi adottano questa strategia, chi compra poi le merci che vengono prodotte?

È ormai evidente a tutti che le misure chieste dalla troika hanno avuto e hanno un effetto ulteriormente recessivo, determinando un incremento di 30 milioni di disoccupati in più (nei paesi occidentali), con un totale di 200 milioni di cui 75 sono giovani.

Dinanzi a questo scenario, quale causa di forza maggiore può essere invocata per giustificare un tale crimine scientemente perpetrato? A cosa serve centrare l’obiettivo del pareggio di bilancio se poi le società muoiono?

Stupirsi della scelta dei britannici è come stupirsi che uno che abbia le chiappe del sedere su un braciere ardente decida poi di alzarsi. Questo stupore, questo sdegno, condito dal solito ennesimo vituperio del populismo, nasconde un evidente disprezzo per il volgo, per la plebe, per la teppaglia sempre irrazionale, sempre bestiale, sempre preda dei demagoghi.

A chi non è sfuggito come i media ci abbiano mostrato i fautori del Remain (restare in Europa) come appartenenti alla categoria dei giovani, colti, agiati, mentre i fautori del Leave quali appartenenti ad una classe popolare di poveri, ignoranti e vecchi, spaventati dal futuro e insoddisfatta del proprio presente.


Questa narrazione vuole farci dimenticare che non è la Brexit che mette in crisi l'Unione europea, ma è la crisi di democrazia dell'Unione europea che ha motivato il proletariato inglese in massa a votare per la Brexit, stanca di aspettare Godot.

UN FUTURO INQUIETANTE

Coloro che ci governano ci prendono per fessi e la loro miopia appare sempre più preoccupante ed ingiustificata. Attingono denaro, nell'ombra, da gruppi d’interesse, e poi si presentano come dalla parte della «gente comune». Continuano a propinarci le loro ricette, nonostante i danni che queste procurano ai popoli, sostenendo che non ci sono alternative.

Il paradosso più vistoso che oggi contrassegna le nostre società occidentali è che sebbene la produzione di ricchezza abbia raggiunto livelli senza precedenti, tanti continuano a condurre una vita di miseria e di silenziosa disperazione, nutrendo la fallace speranza che domani sarà diverso e le cose si aggiusteranno.

Ma se è nel presente che sono riposti i semi del futuro, allora il futuro che ci attende è inquietante, lungi dall'essere un tempo e un luogo di pace. Semmai sarà il tempo e il luogo in cui lo sfruttamento dell’uomo sull'uomo e dell’uomo sull'ambiente si farà sempre più intensivo e feroce.

Quando poi l’esaurimento delle fonti che alimenta la nostra civiltà industriale diverrà più evidente, popolazioni affamate – senza null'altro da perdere che la propria vita – premeranno alle mura del potere per reclamare il loro diritto di esistere, una grande massa di uomini spinti dal dolore, spesso rifiutati o maltrattati irromperà nel “palazzo” devastando ogni cosa, si approprierà degli oggetti simbolo del potere e della ricchezza e quanti cercheranno di opporsi verranno scaraventati fuori dalle finestre.

Quando l’ira dei diseredati per lungo tempo oppressi esplode, nessuno è capace di fermarla. Come una valanga, imprevedibile potente e letale, sommerge senza pietà tutto quanto incontra sul suo cammino.


A questo futuro, con la nostra ignavia, consegniamo i nostri figli.