giovedì 29 novembre 2018

METODO DI BELLA: PERCHÉ È UN BLUFF


Alla fine degli anni Novanta, un medico modenese, Luigi Di Bella, sostenne di aver ideato un “metodo” per curare tutti i tumori e anche molte altre malattie. La cura consisteva nel somministrare  un cocktail di farmaci: somatostatina (3 mg) (o Octreotide, un peptide con struttura analoga), bromocriptina (2,5 mg), un alcaloide derivato dall'ergotamina, ciclofosfamide, un chemioterapico usato in molte terapie anti-tumorali, alla dose giornaliere di 50 mg (sostituito dall'Idrossiurea nel trattamento del glioblastoma), melatonina (20 mg) unita all’adenosina e, infine, un complesso vitaminico costituito da una soluzione di retinoidi (7 g), vitamine E, C e D.

Luigi Di Bella aveva iniziato le sue ricerche sul cancro sin dal 1963. E nel 1967 cominciò la sperimentazione su alcuni pazienti. Quindi nel 1977 introdusse nella sua multiterapia l'uso della somatostatina, allo scopo da curare anche i cosiddetti “tumori solidi”.

La notizia della guarigione di alcuni malati di cancro guariti con il metodo di Bella fece ben presto clamore, e attirò l’attenzione dei media, che si tuffarono a capofitto nella vicenda. La pressione mediatica, da una parte, e la conseguente spinta popolare, dall’altra, indussero l’allora Ministro della sanità Rosy Bindi ad avviare un trial clinico allo scopo di saggiare la reale efficacia della cura nei confronti del cancro. Furono quindi allestite due sperimentazioni: una nazionale, affidata a vari ospedali italiani, e una regionale in Lombardia. E tutte le cartelle e i documenti in possesso del prof. Luigi Di Bella furono passate al vaglio per accertare che le ipotesi scientifiche alla base del trattamento e gli studi clinici erano stati condotti in condizioni sperimentali corrette e controllati in doppio cieco.

Il trial clinico si rivelò un fallimento: su base nazionale, dei 1155 pazienti sui quali era stato testato il Metodo Di Bella (MDB) nessuno ebbe un risultato clinicamente rilevante. Risultato analogo si ebbe nella sperimentazione su base regionale (Lombardia): nessuna guarigione né miglioramento significativo. Peraltro, l’analisi dell’archivio personale di Di Bella, che dichiarava più di 20.000 casi trattati, mostrò che, in realtà, quelli catalogati erano soltanto 3076 e di questi: solo 248 erano leggibili o con elementi sufficienti per giudicare gli effetti del “metodo”. I pazienti, a due anni dalla diagnosi, erano tutti deceduti tranne uno. I risultati clinici di chi si era sottoposto alla presunta cura erano nulli, paragonabili alla sopravvivenza dei pazienti in assenza di cure.

In conclusione, dal punto di vista scientifico, le sperimentazioni effettuate smentirono al di là di ogni ragionevole dubbio la validità del MDB nella cura del cancro. E i casi riguardanti soggetti che avevano tratto benefici dal trattamento facevano tutti riferimento ai dati pubblicati dallo staff di Di Bella o da suoi collaboratori. Insomma, ad oggi nessuno studio indipendente mostra un effetto curativo di questo “metodo”.

Dal siero Bonifacio, che sull’idea che le capre non hanno mai il cancro, inventò una sorta di “estratto biologico”, composto da feci di capra mescolate ad urina ed acqua, alla presunta azione anticancro del bicarbonato di sodio, basata sull’idea che il tumore può creare intorno a sé un ambiente acido; dal metodo Di Bella, che sull’idea che alcune sostanze chimiche singolarmente prese possono avere un’azione protettiva o antagonista allo sviluppo dei tumori, alla medicina di Hamer, che sull’idea che traumi o conflitti irrisolti a livello psicologico sono la genesi di ogni patologia. Il mondo della medicina è costellato di soggetti che vantano poteri di guarire mali, che inutilmente la scienza medica cerca di sanare. Quanto più i rimedi della scienza medica si dimostrano insufficienti o incapaci a debellare il male, tanto più emergono soggetti che promettono cure miracolose. E come in tutte le cure alternative per il cancro, per le malattie neurodegenerative, ecc.  si crea, nei confronti di costoro, una sorta di “culto della personalità”. 

È successo per il metodo Stamina, un trattamento a base di staminali ideato dallo psicologo Davide Vannoni, che sosteneva di poter curare non solo ictus, lesioni spinali, malattie degenerative del sistema nervoso come Parkinson, sclerosi multipla, Sla, ma anche rare patologie infantili come la leucodistrofia metacromatica, per le quali la scienza non ha ancora trovato un rimedio. Ed è successo anche per il metodo Di Bella, per il quale sono nati gruppi di sostegno, pagine internet e appassionati che non solo ne diffondono le teorie, ma ne esaltano l’efficacia. Così, grazie a testimonianze personali costruite ad hoc, il grande bluff che illude i malati e incanta l’opinione pubblica può accrescersi indisturbato. E prima ancora d’essere arrestati – in quest’opera di proselitismo – dalle inchieste della magistratura, spesso soggetti senza scrupoli hanno pure tutto il tempo di costruirsi il loro cospicuo tesoretto.

È del tutto comprensibile che quando soffriamo o siamo afflitti da un qualunque male, tendiamo a credere all'incredibile, pur di non soffrire e nella speranza di guarire. Nessun uomo sfugge a questo dettato; anche il più coraggioso e serio intellettualmente. Qualunque rimedio prometta la guarigione dalla malattia, attira l’uomo dolorante a tentare l’esperimento su di sé.

È umano, anzi fin troppo umano. Così si ricorre alle fattucchiere nelle campagne, agli uomini che millantano poteri guaritivi di ogni genere, ai geni incompresi e bistrattati dal mondo accademico della medicina, ai santuari più accreditati e alle madonne più miracolose.

Il fatto che a seguito di un pellegrinaggio svolto a Lourdes la Madonna abbia concesso 70 miracoli, riconosciuti ufficialmente dalla Chiesa, non depone per l’efficacia terapeutica di un tale trattamento. Senza voler né svalutare, né screditare, né sminuire i miracoli avvenuti a Lourdes, di guarigioni che restano inspiegabile allo stato attuale delle conoscenze scientifiche, da un punto di vista statistico, ve ne sono di più restando comodamente a casa che andando in pellegrinaggio: su una quantità di oltre 100 milioni di pellegrini in 150 anni, la media è inferiore a 1 su 1 milione, di gran lunga più bassa della percentuale di remissioni spontanee di tumori, che è dell’ordine di 1 su 10 mila.

Nella ricerca scientifica, i miracoli, le testimonianze personali, soprattutto quando provengono da fonti non controllate o non controllabili – come social network, internet, ecc. – hanno un valore relativo. La scienza si basa su fatti verificabili, ed è una regola che non fa eccezione in nessuno caso. Se una persona, anche con il conforto di un testimone e di una prova fotografica, dichiara di far levitare il tavolo della sua cucina violando le leggi della gravità, ma poi in condizioni sperimentali di laboratorio non è in grado di ripetere l’evento, il fatto – sia pure sorprendente – non è oggetto di ricerca scientifica.

Per questo motivo non c’è nessun interesse clinico nel considerare attendibili i casi di soggetti che dichiarano di essere guariti dal cancro grazie al “metodo Di Bella”. In molti di questi casi i pazienti hanno effettuato varie cure alternative a quelle standard, spesso in contemporanea. Il dato incontrovertibile è che, alla luce delle sperimentazioni scientifiche e delle attuali conoscenze mediche, non vi è alcun elemento che mostri l’efficacia antitumorale del cosiddetto “metodo Di Bella”.

Peraltro, tra i farmaci usati da Di Bella c’è un chemioterapico, la ciclofosfamide, che è largamente impiegato nel trattamento di alcuni tumori quali il linfoma maligno, la leucemia linfocitica cronica, l’adenocarcinoma ovarico, il mieloma multiplo, il cancro della mammella, del cervello e della vescica. Pertanto, ascrivere, in modo volutamente semplicistico, al  “metodo Di Bella” la scarsissima percentuale di casi di guarigione, sarebbe come ascrivere al succo d’arancia, nel quale è stata disciolta dell’aspirina, il potere di diminuire la febbre.



domenica 25 novembre 2018

I PADRONI DELLA CRISI

Mentre i mass media tutti i giorni lanciano segnali di allarme da “spread”, Bankitalia ci ricorda che il contenzioso con Bruxelles in queste ultime settimane è costato qualcosa come 85 miliardi di ricchezza finanziaria. E ammonisce: serve arrivare subito a un'intesa, per evitare conseguenze pesanti per l’Italia.


Lo “spread” è ormai un incubo. Da una parte Bruxelles che non fa sconti all’Italia e dall’altra i media che ripetono come un mantra la sciagura che presto si abbatterà su di noi se dovessimo continuare a respingere al mittente le raccomandazioni che il governo si ostina ad ignorare, almeno per il momento.

La domanda che mi pongo allora è: i media registrano un dato di fatto che per dovere di cronaca devono divulgare o, al contrario, ingrassano la nostra paura per piegarci al ricatto della Commissione Europea, cui non piace la manovra in deficit presentata dall'Italia?

In entrambi i casi l’Europa, questa Europa, allo Stato democratico di diritto antepone la tirannia della finanza.  Anziché combattere le diseguaglianze che emergono sempre con maggiore forza nei paesi occidentali, mira a subordinare l’organizzazione politica dello Stato alle esigenze dell’economia di mercato. Così negando la logica della democrazia, nega anche quella dello stesso liberalismo, che esige che i diritti civili e politici dell’individuo siano garantiti uber alles.

In un contesto drammatico come quello attuale, in cui le proteste anti-austerity dei gilet gialli contro il governo Macron eterodiretto da Bruxelles rischiano di infiammare le piazze di tutta l’Europa, i tecnocrati della Commissione Europea dovrebbero fare un passo indietro. E rendersi conto che la corda troppo tesa delle politiche di rigore economico sin qui adottate si sono dimostrate non solo fallimentari, ma corrono il rischio di far risorgere gli antichi e mai sopiti nazionalismi, che porteranno alla deflagrazione dell’intera Europa.

L’odierno ritorno dei nazionalismi è un fenomeno più comprensibile se si considera che l’Unione Europea, che nell’immaginario collettivo doveva essere la terra del latte e del miele, si è di fatto trasformata, dalla crisi esplosa nel 2008, in matrigna per gran parte dei paesi dell’Eurozona, i cui popoli, oramai prostrati da una recessione che sembra non avere mai fine, sono colmi di un senso di sfiducia e di frustrazione, che alimenta l’euroscetticismo. Lo squilibrato rapporto determinatosi fra rigorismo finanziario e crescita economica, che ha determinato una crescente disoccupazione e forti sofferenze sociali, è l’humus sul quale empiti e rigurgiti nazionalistici stanno prendendo piede. Una politica economica di austerità, declinata in modo da ostacolare un’effettiva ripresa dell’economia reale, non poteva che produrre questo frutto avvelenato, che rischia di avvelenare ciò che resta della già logora tela delle istituzioni democratiche. E contro un tale rischio i tecnocrati di Bruxelles stanno mostrando tutta la loro ignoranza e chiusura: forti della presunta superiorità del loro pensiero, che ha strabordato gli originari argini economici fino a divenire una teoria del tutto, pervasivo e immanente come una religione, hanno reso la democrazia una parola vuota. E svuotandola, come nella Repubblica di Weimar, stanno preparando l’avvento di una inedita nuova dittatura fascista.

Come ieri con la Grecia, oggi è la volta dell'Italia, costretta a passare sotto la grave umiliazione delle forche caudine dei diktat della Commissione Europea. Lo strumento per castigarla, per aver osato mettere in discussione i suoi inappellabili dogmi, è lo spread. È innegabile che le dichiarazioni di certi esponenti “europei” (Moscovici in testa) non abbiano come effetto quello di far salire lo spread, confidando nel fatto che la pressione dei mercati finanziari potrebbe indurre un Paese molto indebitato come il nostro a cedere.

Ma umiliare, mortificare i popoli non è mai un esercizio privo di conseguenze. A volte i popoli si ribellano e possono scegliere al purgatorio della vuota e inutile democrazia impostaci da Bruxelles, l’inferno della ribellione. All’agonia di una morte lenta, il suicidio.

Rebus sic stantibus, ovvero stando così le cose, cosa dovrebbe fare il Governo italiano? Subire il ricatto e ritirarsi in buon ordine, ammettendo che, a prescindere dalla volontà dei cittadini registrata attraverso le elezioni, senza il consenso di Bruxelles non si va da nessuna parte? Oppure affermare la propria diversa visione di quel che è necessario fare per uscire dalla crisi, sapendo già che uno “spread” a livelli insostenibili finirà per far abortire in partenza tale intento? Com’è possibile, infatti, rilanciare la crescita attraverso la domanda, se i mercati finanziari fanno quadrato intorno al «partito unico del rigore» che regna ormai, incontrastato, in Europa?

Se non è questo un vero e proprio ricatto con l’obiettivo di affermare chi comanda davvero in Europa, mi si dica allora cos’è. All’Italia non sono state date vie d’uscita diverse dal ritiro della manovra e dal rispetto delle regole. E questo ricatto, mi pare, viene perseguito in modo neanche troppo dissimulato da Bruxelles.

Deve allora l’Italia subire l’umiliazione per evitare il peggio, o affermare il valore prioritario della propria autonomia democratica? È questa la domanda radicale cui – come cittadini – siamo costretti a dare una risposta. Se dovessimo ammettere che, chiunque risulti eletto, dovrà attenersi poi ai dettami della Commissione Europea, dovremmo chiederci a che cosa servono le elezioni, a che cosa servono i rappresentanti, a che cosa servono i partiti, a che cosa serve la partecipazione? Se non saranno i rappresentanti eletti a decidere sulle questioni di fondo, come quelle relative alla composizione delle entrate e alle destinazioni delle spese dello Stato. Se si sa fin dall’inizio, a prescindere dalla volontà dei cittadini, lo spettacolo che andrà in scena, allora questa Europa, già in agonia, decreta la sua fine.

domenica 18 novembre 2018

CHI HA POCO, NON SPRECHI


I mass media ci dicono che il 60% degli italiani sarebbe a favore della TAV, il progetto dell'alta velocità ferroviaria che dovrebbe collegare Lione con Torino. Mi piacerebbe chiedere a quel 60% degli italiani se hanno un’idea, anche approssimata, dei fatti o sono sotto l’influenza di slogan e artifici retorici sapientemente messi in atto su un’opera che rischia non soltanto di essere inutile, ma anche dannosa dal punto di vista paesaggistico e ambientale.

È abbastanza frequente osservare come le persone, anziché mettere in funzione il loro spirito critico, sposano a tal punto la verità cosiddetta “ufficiale” da abdicare alla propria intelligenza in favore della superiore autorità. Così il paziente si affida anima e corpo alla superiore autorità del medico, l’imputato all’indiscussa sagacia del proprio avvocato, i cittadini all’indiscussa saggezza dei politici. Salvo poi scoprire che, sulla base anche di una qualche verità, il loro intento è operare il massimo vantaggio per sé stessi, più che quello dello sventurato che a loro si è ciecamente affidato.

Personalmente non sono né a favore né contrario alle grandi opere. Non dovrebbe esistere un movimento di pensiero o un partito a favore o contrario alla realizzazione di grandi infrastrutture. O queste sono necessarie allo sviluppo di un Paese, o non lo sono. Su questioni del genere non dovrebbero esserci partigianerie del tipo Guelfi contro Ghibellini. È questa una concezione vetusta della politica che non mi appassiona per niente.

Mi pongo solo una domanda: ma vale davvero la pena di spendere un numero imprecisato di miliardi di euro per la nuova linea ferroviaria Torino-Lione? E vado ai fatti.

Per i fautori, la TAV serve a sanare un’anomalia del sistema di trasporto delle merci fra Italia e Francia. Verso la Francia, che significa anche Spagna e Inghilterra, l’Italia ha un interscambio commerciale di circa 150 miliardi di euro. Attualmente il sistema di trasporto è per il 90% rappresentato da autotreni e, pertanto altamente inquinante. Questo perché il tunnel del Frejus, risalente ai tempi di Cavour, ha una sagoma così piccola da non consentire ai containers oggi più usati di attraversarlo. Poi c’è la questione della pendenza eccessiva della salita. La mancanza di infrastrutture di trasporto adeguate e moderne determina che una parte significativa del trasporto internazionale di merci in transito tra il nord e il sud dell'Europa si sia spostato verso i valichi alpini svizzeri, dove il trasporto merci avviene principalmente su rotaia ed ha un costo del 30% in meno.

Per i contrari, la TAV ha un costo eccessivo rispetto alla sua reale utilità, e c’è pure la questione non trascurabile dell'impatto ambientale e dei danni sulla salute umana nei luoghi coinvolti dalle costruzioni. Peraltro, essendo l’Italia fortemente interessata dal costume della corruzione e dalla presenza di organizzazioni di tipo mafioso, le ragioni della TAV vanno individuate non tanto nella sua utilità quanto nell’opportunità che questa diventi il banchetto per la grande abbuffata dei partiti. Da un punto di vista economico, le ipotesi di crescita del traffico passeggeri e merci, adottate per la valutazione di quest’opera, mostrano quanto siano state assai ottimistiche rispetto al trend storico di lungo periodo. Si è poi volutamente ignorata la forte contrazione dei flussi registrata nei sette anni precedenti. Dimenticanza o calcolo?! Il risultato dell’analisi, fatto dai più apprezzati economisti, è fortemente negativo: il valore attuale netto del progetto è di 4,24 miliardi di euro in perdita e il rapporto benefici/costi è assai basso, stimato a 0,33. Peraltro, i benefici ambientali nell’arco di trent’anni sono assai scarsi: ammontano a circa 300 milioni, ossia circa il 5% del costo dell’investimento. E anche – a parere degli economisti non di parrocchia – qualora si adottassero ipotesi ancor più ottimistiche sia sul versante dei costi sia su quello dell’evoluzione dei traffici, il bilancio rimarrebbe nettamente negativo.

Ora, sulla base di questi pochi e sintetici elementi, la questione può essere ridotta ad una sola: possiamo permettercela in un momento in cui i soldi pubblici sono così scarsi da richiamare l’ira dei mercati per aver osato varare il reddito di cittadinanza, a mio parere più utile e necessario della TAV? Dunque, il problema non è dire se serve o non serve, ma – come in ogni famiglia che si rispetti – c’è la questione delle priorità. Nessun padre di famiglia deciderebbe di acquistare una ferrari per attirare l’invidia dei suoi vicini, quando in casa il tetto è pericolante e i figli non hanno di che mangiare e vestirsi.

Mettiamo in sicurezza la rete ferroviaria che collega i tanti piccoli centri abitati con le città metropolitane, alzandone la velocità media su tutto il territorio nazionale; mettiamo in sicurezza i tetti delle scuole, che rischiano di cadere sulle teste dei nostri figli; mettiamo in sicurezza i ponti che crollano, mietendo vittime; mettiamo in sicurezza gli argini dei fiumi, che devastano paesi e città. E poi, se avanza, facciamo pure le grandi opere, quando sono utili a tutti e non alle poche sanguisughe.

domenica 11 novembre 2018

VIETATO DORMIRE SOTTO I PONTI

Allo stato attuale, il diritto d’asilo, in Italia, è garantito da tre forme giuridiche inserite nella normativa Testo unico sull’immigrazione del 1998: status di rifugiato, protezione sussidiaria e protezione umanitaria. Le prime due forme hanno origine dal diritto internazionale e dell’Unione europea (status di rifugiato e protezione sussidiaria) mentre la terza (protezione umanitaria) è italiana, ma tutti i Paesi in Ue la adottano, con nomi diversi.

Lo status di rifugiato viene concesso allo straniero perseguitato nel suo Paese d’origine per motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza ad un determinato gruppo sociale o opinione politica. La protezione sussidiaria viene accordata ai migranti che non possano dimostrare di aver subito una persecuzione personale, ma che tuttavia dimostrino che esiste il rischio di subire un danno grave se dovessero fare ritorno al Paese d’origine. E, infine, la protezione umanitaria che viene rilasciato nel caso in cui non sussistano né i requisiti per l’asilo politico né quelli per la protezione sussidiaria, ma “seri motivi, in particolare di salute o vulnerabilità. Il diritto a questo tipo di protezione discende direttamente dagli obblighi costituzionali cui ogni legge deve conformarsi. 

Il Decreto Salvini al primo titolo si occupa di riforma del diritto d’asilo e di cittadinanza. Negli altri due di sicurezza pubblica, prevenzione e contrasto della criminalità organizzata, amministrazione e gestione dei beni sequestrati e confiscati alla mafia.

L’accostamento del fenomeno immigratorio alla sicurezza pubblica e alla criminalità è già di per sé infelice e alquanto malizioso. Rivela una pigrizia intellettuale e una mentalità complessivamente provincialista, peraltro sapientemente alimentata dai mass media, che alla complessità del fenomeno preferisce dare in pasto alla gente l'illusoria sicurezza di un'ottica angusta e manicheistica: migrante uguale parassita e fonte di disturbo e di insicurezza per la comunità. E questo nonostante i dati ufficiali non mettano affatto in relazione la criminalità al fenomeno migratorio, e neppure risulta che gli stranieri in questo Paese vivano a sbafo degli italiani che lavorano. Al contrario, gli immigrati in Italia producono il 9% del Pil (fonte “Il Sole 24 ore”).

Ma, torniamo al Decreto Salvini, che porta a compimento quanto già iniziato dal ministro Minniti, uomo di sinistra e del Pd, in tema di discriminazione. 

Il Decreto Sicurezza Minniti emanato dal governo Pd all’inizio così recitava:

“Ai fini del presente decreto, si intende per sicurezza urbana il bene pubblico che afferisce alla vivibilità e al decoro delle città, da perseguire anche attraverso l’eliminazione dei fattori di marginalità e di esclusione sociale”.

Quindi proseguiva dicendo che:

“I patti per la sicurezza urbana perseguono, prioritariamente, i seguenti obiettivi: […] b) promozione del rispetto della legalità, anche mediante mirate iniziative di dissuasione di ogni forma di condotta illecita, comprese l’occupazione arbitraria di immobili […] nonché la prevenzione di altri fenomeni che comunque comportino turbativa del libero utilizzo degli spazi pubblici.
[…]

Chiunque ponga in essere condotte che limitano la libera accessibilità e fruizione [dei predetti spazi pubblici], […] è soggetto alla sanzione amministrativa del pagamento di una somma da euro 100 a euro 300. Contestualmente alla rilevazione della condotta illecita, al trasgressore viene ordinato […] l’allontanamento dal luogo in cui è stato commesso il fatto”.

Leggendo l’incipit, mi è venuto in mente quanto diceva lo scrittore francese, premio Nobel nel 1921, Anatole France: “La legge, nella sua maestosa equità, proibisce tanto ai ricchi quanto ai poveri di dormire sotto i ponti”. 

Proprio una bella equità del cazzo! 

I primi vivono e dormono in sontuose dimore, i secondi non hanno spesso neppure una coperta per proteggersi dall’inclemenza del tempo. E come se non bastasse: “minacciano il decoro delle città”.

Questo decreto, spazzando via anche quel po’ di dignità, affidata solo all’umanità di poche persone, che offrono a questi sventurati del cibo e qualche volta anche un riparo, avrebbe dovuto interrogare il senso di giustizia di un partito che continua a proclamarsi, a dispetto di ogni evidenza, di sinistra.

Ma, come si dice, taluni hanno la faccia come il culo!

Il Decreto Salvini, per la parte relativa al diritto d’asilo e cittadinanza, prevede l’abolizione della protezione umanitaria, l’estensione del trattenimento nei C.P.R (Centri di Permanenza per i Rimpatri), il trattenimento dei richiedenti asilo e degli irregolari ai valichi di frontiera, la revoca o il diniego della protezione internazionale e dello status di rifugiato per reati commessi nel territorio del paese di accoglienza, la restrizione del sistema di accoglienza, l’esclusione dal registro anagrafico dei richiedenti asilo, la riforma della concessione della cittadinanza italiana

Il permesso di soggiorno per motivi umanitari, che era invece previsto dal Testo unico sull’immigrazione, viene abrogato e al suo posto vengono individuate “ipotesi eccezionali” di tutela dello straniero (le cosiddette “tipizzazione delle tipologie di tutela complementare”), solo per dare una parvenza di legalità al provvedimento. Un provvedimento di espulsione hic et nunc, senza la maschera del lecito, violerebbe i principi fondamentali dell’ordinamento italiano e internazionale. 

Quali sono queste “ipotesi eccezionali”? Tra queste, vengono citate: condizioni di salute di eccezionale gravità, situazioni contingenti di calamità naturale nel Paese di origine, che impediscono temporaneamente il rientro dello straniero in condizioni di sicurezza. A queste si aggiunge poi un’ipotesi con finalità premiale per il cittadino straniero che abbia compiuto atti di particolare valore civile: a uno straniero che, con disprezzo del pericolo, si tuffa nelle acque gelide del Po per trarre in salvo un bambino padano, gli danno in premio il permesso di soggiorno. 

Verrà istituita una Commissione nazionale per il diritto d’asilo, che redigerà una lista di paesi di origine sicuri, per discriminare subito quelli che hanno diritto all’asilo da quelli che non l’hanno. Pertanto, il richiedente asilo che provenga da uno dei paesi della lista dovrà dimostrare di avere gravi motivi che giustifichino la sua richiesta di asilo. 

Quindi l’articolo 7 bis del Decreto introduce il concetto di “aree interne sicure”. Cosa sono? Sono quelle zone sicure all’interno di un paese che non è nella lista dei paesi di origine sicuri. Da ciò ne consegue che se un cittadino straniero scappa da un paese teatro di guerra, ma si accerta che all’interno di quel paese esiste un’area dove non sussistono rischi di persecuzione, la domanda di protezione internazionale viene rigettata, e il richiedente asilo rimpatriato (“volo interno”).

Se con l’attuale legge gli stranieri che sono trattenuti nei Centri di Permanenza per il Rimpatrio (CPR), in attesa di essere rimpatriati, possono essere trattenuti al massimo per 90 giorni, con il decreto Salvini (all’art. 2) il limite si sposta a 180 giorni.

L’articolo 3 del decreto prevede inoltre che i richiedenti asilo possano essere trattenuti per un periodo massimo di trenta giorni nei cosiddetti hotspot per accertarne l’identità e la cittadinanza. E l’art. 4 dispone che, qualora non ci sia disponibilità di posti nei CPR, gli irregolari possano essere trattenuti negli uffici di frontiera. Lascio immaginare a chi mi legge quale situazione si verificherà negli uffici di frontiera: migliaia di richiedenti asilo ammassati in centri chiusi.

Se nel Decreto da una parte (art. 6) è previsto lo stanziamento di più fondi per i rimpatri (500mila euro nel 2018, un milione e mezzo di euro nel 2019 e un altro milione e mezzo nel 2020), dall’altra si tagliano i fondi per l'integrazione dei migranti. Appare ovvio che un sistema di accoglienza senza strategie di inclusione finirà presto o tardi per creare grossi problemi sociali, soprattutto in un paese di frontiera come l’Italia. Ma dopo tutto è quello che l’opinione pubblica chiede. Chiamata a scegliere tra Barabba e Gesù, sceglierà sempre Barabba! Essa è ingenuamente e stupidamente convinta che l’immigrazione si possa semplicemente bloccare con la forza e con le maniere dure. Non immagina neppure che un’immigrazione ben gestita, nell’osservanza di norme umanitarie, può essere occasione di sviluppo economico e civiltà.

Se invece di foraggiare la Turchia e la Libia per assicurarci la riduzione dei flussi migratori, fingendo di non sapere a quale inferno condanniamo poi questi migranti, facessimo noi l’accoglienza, l’Europa verserebbe a noi i 3 miliardi di euro che elargisce ogni anno al governo di Ankara, perché quest’ultimo tenga chiusa la rotta dei Balcani e non lasci passare i migranti diretti dal Medio Oriente verso l’Europa. In fondo saremmo ben più autorevoli e ben più attendibili della Turchia e della Libia. 

L’immenso patrimonio delle caserme vuote, gli ex ospedali, i grandi ed eleganti complessi turistici confiscati alle mafie, potrebbero diventare luoghi di accoglienza. Se mettessimo in piedi un’organizzazione così, i vantaggi sarebbero assai maggiori. 

In primo luogo la maggiore percezione di sicurezza porterebbe ad una maggiore disponibilità sociale nei confronti dei migranti, visti non più come nemici ma come risorse. In secondo luogo sarebbe lavoro per l’edilizia e i nostri insegnanti, formatori, medici.

L’Europa ci metterebbe i soldi e si prenderebbe poi le sue quote, perché già formate e identificate. 

L’Italia, che spende circa 5 miliardi per il soccorso e l’accoglienza dei migranti in Italia, decurterebbe tale spesa sino a compensarla e in più guadagnerebbe in termini di riconoscibilità da parte di tutti gli altri Stati membri che, non avendo più bisogno di spendere soldi in tutto questo processo, guarderebbero l’Italia sotto un’altra luce.

Ma l’alito di cattiveria, che aleggia fetido sulla nostra penisola, è il principale ostacolo alla soluzione umana del fenomeno migratorio, penalizzando anche quelle piccole e virtuose realtà, capaci di coniugare accoglienza e dignità. Si pensi al modello di accoglienza realizzato a Riace dal sindaco Domenico Lucano (detto Mimmo), finito agli arresti lo scorso 2 ottobre per aver organizzato un matrimonio “di comodo” tra un’immigrata e un cittadino italiano, e per l’affidamento diretto di appalti per la raccolta porta a porta e il trasporto dei rifiuti senza che fosse indetta una gara d’appalto. Un impianto accusatorio che rimanda alla famosa parabola del “filtrare il moscerino e ingoiare il cammello”. Lucano ha visto nei profughi degli alleati per riaprire degli spazi di vivibilità e di accoglienza per tutti, ma la legge è legge!

E, dulcis in fundo, la riforma della cittadinanza. 

La domanda per l’acquisizione della cittadinanza potrà essere rigettata anche se è stata presentata da chi ha sposato un cittadino o una cittadina italiana. Il termine per la concessione della cittadinanza è prolungato fino a 48 mesi, portando a quattro gli anni richiesti dall’amministrazione per dare una risposta alla richiesta di cittadinanza presentata da una persona che nei precedenti dieci anni aveva già dimostrato di essere nelle condizioni richieste dalla legge. Scaricando di fatto su persone che peraltro lavorano e pagano le tasse, come tutti gli altri cittadini, le disfunzioni della pubblica amministrazione.

Il testo del Decreto Sicurezza è anticostituzionale perché presenta elementi di discriminazione sulla base della provenienza, violazione del principio di uguaglianza e del diritto alla difesa. 

È discrezionale nella parte in cui è affidata ad una Commissione nazionale la lista dei paesi di origine sicuri e le aree interne sicure, limitando di fatto le possibilità di protezione per i richiedenti asilo. Non è in linea di sicuro con l’articolo 10 della costituzione, che rimanda ad una nozione di asilo molto diversa.

È incostituzionale in quanto contrario ad ogni principio umanitario che vuole che ogni essere umano sia titolare di diritti, a prescindere dalla sua nazionalità. 

È illegittimo perché non sussistono i presupposti di necessità di cui agli artt. 72 e 77 della Costituzione. Non si comprende infatti la necessità del ricorso alla decretazione d'urgenza, specie in una fase come quella attuale, in cui il numero delle persone straniere che giungono in Italia è talmente ridotta da non comportare alcuna forma di allarme sociale.

È discriminatorio perché implica il chiaro intento da parte del governo di mostrare il migrante come una sorta di nemico della pace e della sicurezza sociale.

È anticostituzionale perché viola gli articoli 2, 3 e 10 della Costituzione, che tutelano i diritti fondamentali della persona, tra cui vi è appunto il diritto d'asilo. Ci sono ben tre convenzioni internazionali, ratificate con leggi dall'Italia, che hanno come principio base comune quello che va salvata la vita delle persone e che queste vanno portate in un luogo sicuro. I respingimento in Libia sono una violazione delle convenzioni.

Il trattenimento dei richiedenti asilo, giustificato al fine di determinare la loro identità, viola l’articolo 31 della Convenzione di Ginevra sullo status di rifugiato, “poiché di fatto sanziona con la privazione della libertà personale il richiedente asilo sprovvisto di documenti di viaggio, il che è un dato comune in tutto il mondo per coloro che fuggono da ogni forma di conflitto o di persecuzione”.

Illegittima anche la parte che riguarda eventuali procedimenti penali: in Italia vige il principio della presunzione di innocenza fino alla condanna definitiva, per cui nessuno potrebbe in teoria vedersi sospesa la sua domanda di asilo. Ma il diniego della protezione può avvenire anche dopo una condanna di primo grado. Questo viola non solo la presunzione di innocenza, ma è anche una violazione del diritto alla difesa, sancito dall’articolo 24 della Costituzione. L’essere espulsi rende praticamente impossibile la possibilità di difendersi in tribunale. Questa disposizione, a pensarci bene, rappresenta una vera e propria forma di discriminazione, e quindi una violazione del principio di uguaglianza: la presunzione di innocenza viene fatta valere per una categoria di persone, e per un’altra meno.

È illegittimo nella parte in cui si dice che la stessa cittadinanza può essere revocata anche per reati non necessariamente gravi. Questo è chiaramente incostituzionale: nel momento in cui uno straniero acquista la cittadinanza è cittadino italiano come gli altri. Invece questo decreto è come se gli attribuisse un vizio di origine. Prevede che alcune categorie e solo loro possono perdere la cittadinanza. Questo è incostituzionale per violazione del principio di uguaglianza. 

Il prolungamento fino a 180 giorni della detenzione amministrativa in luoghi in cui spesso non viene garantito un trattamento rispettoso e umano è anticostituzionale. La nostra Costituzione impone il rispetto della persona: la dignità umana è il suo cuore. Anche una persona sottoposta a limitazione della libertà deve avere garantito un trattamento dignitoso, a maggior ragione chi non sta scontando alcuna pena. La dignità è un diritto universale; la nostra Costituzione non fa distinzione tra cittadini italiani e stranieri.

Chiudere gli occhi dinanzi a tutto ciò significa condannarsi alla stupidità per non voler affrontare la complessità del problema. Confondere la vittima col carnefice è non solo stupido, ma contribuisce anche ad alimentare la violenza, costringendo la natura umana ad una condizione immodificabile e a un destino altrettanto immutabile.

domenica 28 ottobre 2018

NON MI UCCISE LA MORTE, MA DUE GUARDIE BIGOTTE, MI CERCARONO L'ANIMA A FORZA DI BOTTE

Qualcuno mi ha chiesto di esprimere la mia opinione sulla morte di Stefano Cucchi. 

Dico subito che chiunque fosse stato Stefano, prima di quella tragica notte tra il 15 e il 16 ottobre 2009, conta zero: la sua morte è senza alcuna ombra di dubbio un “delitto di Stato”, indipendentemente dalle responsabilità dei singoli, che stanno emergendo copiose ed incontrovertibili. È soprattutto un delitto di Stato perché Stefano Cucchi è morto mentre era in custodia delle istituzioni e dei suoi rappresentanti.

Dal momento in cui era uscito di casa, con le manette ai polsi, il responsabile del suo destino era diventato lo Stato. E non è ammissibile che lo Stato, che si fonda sul diritto e non sulla brutalità, possa macchiarsi di un crimine così abominevole come il pestaggio in gruppo. 

Lo hanno pestato a sangue sino a provocarne la morte, e quindi se ne sono vantati. 

Un tale trattamento di vera e propria vessazione e tortura è più ascrivibile a membri della peggiore banda criminale, che a uomini dell’arma dei carabinieri, che vanta una lunga tradizione di rispetto dei valori della legittimità e della legalità. 

La notte del pestaggio questi valori furono a quanto pare sospesi per dare corso agli istinti più bestiali di autentica violenza fascista. Quelli che dovevano essere i tutori dell’ordine, chissà per quale alchimia scattata nel loro cervello, si trasformarono in seviziatori; smisero la divisa dei carabinieri e indossarono la camicia nera delle squadracce fasciste. 

Vigliaccamente protetti da una vernice di legalità, sfogarono la propria frustrazione e rabbia, probabilmente frutto di un’infanzia violentata, su un bersaglio facile: quello di Stefano Cucchi, 43 chilogrammi di peso distribuiti su 162 cm di altezza.

Quale motivo, altrimenti dettato da ragioni di sicurezza, può giustificare un tale massacro, se non la gratuità della crudeltà fine a sé stessa?

Nelle foto scattate dopo l'autopsia si vede un ragazzo che pesa 37 chili, con il volto devastato, l'occhio destro rientrato nell'orbita, l'arcata sopraccigliare sinistra gonfia e la mascella destra con un solco verticale, segno di una frattura.

Dinanzi a tali immagini, la simpatia tributata da alcuni agli assassini di Stefano Cucchi è un fatto assolutamente vergognoso e riprovevole, che non solo dimostra la scarsa attitudine al senso di compassione, che quando cede alla violenza bruta avvilisce l’essere umano, ma anche la scarsa propensione a comprendere i concetti di diritto e legalità, facendoci arretrare sulla via della barbarie anziché progredire su quella della civiltà.

E se questo non bastasse, un tale atteggiamento di comprensione, per l’atto di crudeltà perpetrato da uomini che indegnamente indossano la divisa dei carabinieri, getta discredito e ignominia anche su quella parte di poliziotti e carabinieri che compiono il loro dovere in modo assolutamente rispettabile e normale. Un tumore è un grumo di cellule che va estirpato, anche se fa parte del nostro stesso organismo.

La storia di Stefano Cucchi è una storia simile a quella di tanti tossicodipendenti, con difficoltà psicologiche e comportamentali che si scaricano sulla famiglia, i cui tentativi maldestri di tirar fuori il proprio figlio o il proprio fratello dalla dipendenza della droga è spesso costellata di insuccessi e di vani successi. Sicuramente essere genitori di tali figli implica sempre e comunque un amore e una forza fuori del comune. Sempre in bilico tra il desiderio di mollarlo e l’istinto di aiutarlo nei modi a loro possibili. È quello che hanno fatto il padre e la madre di Stefano Cucchi, sostenendolo nel periodo della riabilitazione, spingendolo a prendere il diploma di geometra, che gli avrebbe consentito di lavorare nello studio del padre. Con la speranza che il lavoro e le responsabilità che questo comporta l’avrebbero aiutato ad uscire dalla morsa della tossicodipendenza. Insomma, una storia di disagio come tante altre. 

Stefano Cucchi non era lo spacciatore che si vede nelle serie televisive tipo Gomorra: non guidava auto di lusso, non frequentava night, non possedeva donne a comando. Lo spaccio di hashish, marjuana e cocaina gli serviva per procacciarsela a sua volta. Certo, questa non è un’attenuante e per questo avrebbe pagato la sua pena in carcere. Avrebbe pagato la sua pena perché trovato in possesso di 20 grammi di hashish e di alcune pastiglie contro l’epilessia di cui soffriva. 

Si dice infatti che a far scattare l’ira dei carabinieri, che lo hanno pestato, sia proprio l’esiguità della droga trovata in suo possesso; mentre il movente del pestaggio sia da ricercare nella delusione dei militari per non aver trovato la grande quantità di droga che si aspettavano. 

Molti che puntano il dito contro gli Stefano Cucchi ricordano i Farisei, spesso oggetto di scherno nelle parabole di Gesù, che guardano la pagliuzza e non si accorgono della trave. 

L’industria del narcotraffico non conosce recessione ed è sempre più florida. Imperi industriali sono stati travolti dalla crisi e finiti alla bancarotta, ma quella del narcotraffico, con un volume di denaro stimato all'incirca in 500 miliardi di dollari ed equivalente all'intero fatturato delle sette case automobilistiche più grandi del pianeta, non ha conosciuto e non conosce battute di arresto. È questo il business che produce morti, violenza, corruzione e anche connivenza da parte dei governi. Per soddisfare questo volume d’affari, l’eroina e la polvere bianca non arrivano dall’Afganistan, dalla Colombia, dal Venezuela, dal Brasile e dal Messico nascoste negli anfratti delle autovetture o nella vagina o nel retto del corriere. Viene fatta arrivare nell’Africa occidentale soprattutto per mare. In genere vengono utilizzate navi portacontainer e grosse barche, tipo yacht e motoscafi. Una parte minore, intorno al 20%, viaggia invece in piccoli aerei privati. E la sua penetrazione nella società – alla luce del sole – non potrebbe avvenire senza una qualche forza di legittimazione del potere pubblico. In Italia, secondo i dati del Ministero dell’Interno, a muovere tutto sarebbero almeno 155 clan locali che affiliano circa 6mila persone, legate spesso tra di loro da vincoli familiari. Queste cosche operano in piena tranquillità grazie al loro potere intimidatorio poco visibili ma senz’altro efficace. 

Se nella caserma dei carabinieri ci fosse stata una di quelle seimila persone, dubito che gli avrebbero riservato lo stesso pestaggio. Gli Stefano Cucchi – vittime a loro volta – sono soltanto i pesci piccoli, utili a dare la parvenza che sul piano del contrasto alla droga qualcosa lo Stato fa. 

Dunque la storia di Stefano non è la storia di un eroe o di un martire. È l’aver occultato gli eccessi ingiustificabili, l’aver avvelenato con bugie, depistaggi, verità di comodo, che la rende emblematica del marcio che v’è tra le forze dell’ordine. E il marcio non va nascosto, ma individuato e allontanato proprio per salvare il resto del corpo. Poliziotti e carabinieri che massacrano le persone in loro custodia non sono degni di stare assieme ad altri poliziotti e carabinieri che con senso del dovere garantiscono la nostra sicurezza e incolumità.

sabato 13 ottobre 2018

IL REDDITO DI CITTADINANZA NON È LA SOLUZIONE

Sento dire da più parti che il “reddito di cittadinanza” non è la risposta alla disoccupazione e non guarisce i mali del Paese. Sono d’accordo anch’io! Ma è altrettanto vero che il tasso di disoccupazione, soprattutto nelle regioni del Sud, ha raggiunto livelli di guardia tali da costituire una vera e propria emergenza sociale, cui la politica deve comunque dare una risposta. 

Non è ammissibile né sul piano civile né su quello sociale e neppure su quello economico che vi siano intere generazioni di cittadini destinate a restare marginalizzate economicamente e socialmente. Il reddito di cittadinanza non è forse la risposta migliore, ma è almeno un tentativo di porre rimedio a politiche sin qui condotte, che hanno avuto il solo merito di avvantaggiare i pochi ricchi e scavare un abisso sempre più profondo che separa i poveri, sempre più immiseriti, depressi e privi di ogni prospettiva, dai benestanti, al contrario sempre più ottimisti, fiduciosi e chiassosi nei prodigi della finanza, dei mercati e delle politiche sin qui perseguite. 

Se fossero state adottate politiche di più equa distribuzione della ricchezza, non saremmo a questo punto. I governi dei paesi europei avrebbero potuto ugualmente perseguire politiche di messa in sicurezza dei conti pubblici e riduzioni del debito pubblico, senza deprimere eccessivamente l’economia e il benessere di quote sempre maggiori di popolazione. 

Ma si è scelto, con ostinata persistenza, di far gravare tutto il peso della crisi proprio sui lavoratori dipendenti, che al festino della speculazione finanziaria non hanno partecipato e a cui è stato presentato, alla fine del banchetto, il salato conto da pagare. 

Non potevano tali iniqui politiche non produrre consistenti sacche di povertà che, come spazzatura ammassata nelle strade, reclamano ora una qualche forma di “smaltimento”.

Quando tonnellate di sacchi neri sono ammassate nelle strade, le soluzioni possibili sono soltanto due: individuare siti dove scaricare i rifiuti, mettere a pieno regime gli inceneritori, nonostante le proteste della gente e le giaculatorie degli ambientalisti. La politica dell’emergenza non consente programmazione e cooperazione; le cose vanno fatte per uscire dalle difficoltà. 

Semmai occorrerebbe individuare le responsabilità di quanti, condannandoci a vivere perennemente nella logica dell’emergenza, continuano a pontificare dai loro scranni parlamentari, come se non fossero stati, essi stessi, gli attori del degrado politico ed economico del nostro Paese.

Così se sono state perseguite politiche che hanno favorito il profitto individuale, secondo la summa teologica che questo è il meccanismo migliore per il perseguimento del bene comune, la colpa non è del M5S che, proponendo il reddito di cittadinanza, intende oggi ovviare all’ampliamento delle disparità di reddito che si sono prodotte proprio a causa di politiche scellerate, che hanno abbracciato come un dogma la tesi secondo la quale la ricchezza accumulata al vertice della società filtra verso il basso. 

Nonostante la fin troppo evidenza che questo non è mai accaduto nella storia umana, si è voluto tuttavia mettere in atto le criminali politiche reaganiane e thatcheriane, calandole sulla carne viva delle persone. E questo è quello che oggi raccogliamo: depressione economica, crescente disoccupazione e disuguaglianza sempre più estesa e accelerata.

Che il reddito di cittadinanza sia una misura assistenziale finanziata col debito pubblico, è fuori dubbio. Ma, nell’immediato, quale risposta possiamo dare agli oltre cinque milioni di italiani che vivono in povertà assoluta? Pensiamo di risolvere tale problema avviandoli nelle camere a gas?

E se invece di fare deficit, con il conseguente aumento del debito pubblico e il maggior onere degli interessi, che già oggi corrisponde a quanto il nostro Stato spende per l’istruzione pubblica, finanziassimo il reddito di cittadinanza prendendo i soldi che occorrono da quelli che ne hanno tanti, e che grazie a sofisticati sistemi elusivi non pagano allo Stato quanto dovrebbero? Perché non tassare pesantemente la ricchezza ed il patrimonio degli italiani?

Contro la maggioranza degli italiani e dei lavoratori dipendenti che fanno fatica a mettere insieme il pranzo con la cena, c’è un’esigua minoranza che ha oltre 4 mila miliardi di euro investiti e proprietà immobiliari pari al 248% del Pil. 

Perché allora non fare appello al loro senso patriottico per abbattere una buona percentuale del debito? Perché invece del condono fiscale, questo governo non prepara una bella “mazzata fiscale” che si abbatta su questo 10% della popolazione italiana, costringendoli una buona volta a fare i conti con il fisco? 

Assai probabilmente scapperebbero con i loro soldi dall’Italia, come ha fatto Gérard Depardieu, ma non potrebbero portare con sé l’ingente patrimonio immobiliare, che lo Stato metterà a disposizione dei senza tetto e sul mercato per ricavare quanto serve per le riforme che intende varare.

Sarebbe questa una vera rivoluzione senza spargimenti di sangue. Condotta con l’unica arma del fisco per creare un po’ di equità e giustizia. 

Sarebbe allora interessante vedere l’effetto che fa: anche questa volta i poteri forti di Bruxelles proverebbero a bocciare la nostra manovra fiscale? 

In fondo si tratterebbe di una manovra in linea con i principi dell’austerità e fatta per rimanere nell’euro. 

Cambierebbe solo la categoria di chi paga: per la prima volta, i ricchi invece del popolo. 

domenica 7 ottobre 2018

SE NON È LOTTA DI CLASSE, ALLORA COS’È?

Sulla matrice classista di questa Europa non dovrebbero esserci più dubbi, le reazioni dell’establishment liberal-europeista di fronte ai provvedimenti del governo gialloverde sono la dimostrazione lampante che, come diceva Marx, la storia di ogni società sinora esistita è storia di lotte di classi. Padroni contro garzoni, ricchi contro poveri, privilegiati contro svantaggiati. Insomma, da sempre gli oppressori soffocano gli oppressi per impedirne l’emancipazione sul piano economico ed umano. E chi ancora afferma che le classi sociali non esistono più, se è “intellettualmente onesto”, dovrebbe fare ammenda e riconoscere che la lotta di classe esiste.

La prova indiretta di questa lotta di classe, condotta in modo silente e nascosto, sono le politiche sinora perseguite che hanno prodotto disparità di reddito scandalose, affamato i popoli e reso difficile per i poveri uscire dalla loro condizione di povertà. Le politiche distintive del neoliberismo – fortemente sostenute dalla cosiddetta Troika – hanno sortito effetti così devastanti sul piano delle disuguaglianze e su quello della crescita economica, che solo i pazzi e coloro che nella piramide sociale occupano la posizione più alta, secondo il principio del personale tornaconto, possono continuare a giustificare.

La Grecia in ginocchio, stremata dall’austerity dell’Unione Europea e strozzata dalla Troika, con il suo esercito di disoccupati, privatizzazioni, vendite di demanio pubblico e riforme costituzionali, con il conclamato peggioramento del suo stato di salute, dimostra la totale inefficacia delle terapie imposte, in più riprese, dal Fmi, dalla Banca mondiale e dall'Ue.

Ma l'Europa dei banchieri, testardamente e ingiustificatamente, boccia la manovra economica del governo Lega-M5S agitando ora lo spettro dello spread e della Troika, ora la minaccia che, se continua la sfida sui conti, l'Italia andrà verso una dolorosa ristrutturazione del suo debito sovrano. E questa significa il default del sistema creditizio italiano che, perdendo l'accesso ai mercati e la fiducia degli investitori per anni interminabili, si avvierebbe verso una condizione non diversa da quella che si verificò in Argentina tra la fine degli anni novanta e l'inizio del decennio successivo, quando la gente, temendo per i propri risparmi, scatenò una corsa agli sportelli. Ritirò grosse somme di denaro dai propri conti correnti bancari per convertirli in dollari e mandarli all'estero; il governo, per arginare la fuga dei capitali, fu costretto allora a congelare tutti i conti bancari per dodici mesi, permettendo solo prelievi di piccole somme di denaro.

Il messaggio è chiaro e forte: chi osa sfidare le regole dell'Unione europea rischia di pagare un conto assai salato. E se questo è solo il frutto delle leggi implacabili dell’economia, allora io sono paperino. Questo è il risultato della più bieca politica classista posta in essere dalla minoranza benestante a danno della maggioranza: quando nulla può la persuasione, si passa alle maniere brute.

I dati storici sono lì a dichiararlo senza ombra di dubbio: il deficit al 2,4% si inserisce in perfetta continuità con la dinamica degli ultimi dieci anni, risultando addirittura inferiore alle performance del governo Monti, chiamato a salvare l’Italia dal baratro. All’epoca il deficit era attestato al 3%, e così è stato sino a tutto il 2014. Quindi con il governo Renzi si è stabilmente mantenuto a livelli superiori al 2,4%. E dunque donde deriva la preoccupazione dei vertici dell'Unione europea per la manovra finanziaria tracciata dal governo gialloverde? Forse perché per la prima volta accanto alla parola “manovra” compare l’aggettivo “popolare”? Ed è assai nota l’idiosincrasia che i pochi ricchi hanno per il termine “popolare”.

Quando si è trattato di dare soldi alle banche, che hanno prodotto la crisi e che il popolo ha pagato e continua a pagare, non un gemito di avversione. Nessuno dei vertici di Bruxelles si è stracciato le vesti; nessun “economista cortigiano” ha paventato scenari apocalittici. Eppure il nostro deficit viaggiava costantemente intorno al 3%. Che cosa è stato il Quantitative Easing se non un modo – neppure tanto velato – di foraggiare il sistema bancario dei paesi dell'Europa meridionale (i cosiddetti pigs) per ripagare i loro debiti verso le banche tedesche? La sola Spagna aveva un’esposizione debitoria nei confronti delle banche tedesche per almeno 70,5 miliardi di euro. E poiché – come si dice in economia – “nessun pasto è gratis”, il costo di questo salvataggio si è riversato sulla popolazione, accusata a torto di aver vissuto al di sopra delle proprie possibilità, in termini di minori servizi sociali e di “manovre lacrime e sangue”.

Ora che gli speculatori internazionali e le banche tedesche e francesi sono rientrati, la Bce può pure chiudere i rubinetti del Quantitative Easing. E Berlino potrà anche ammonirci sul rispetto delle regole e sulla sua superiorità morale rispetto a quei paesi che pretendono ora di risarcire quella parte di popolazione che la crisi non l’ha provocata, ma ne ha scontato gli effetti.

Il salvataggio delle banche italiane (Banche Venete e Mps) è costato ai contribuenti italiani 6,3 miliardi di euro, escludendo quelli direttamente pagati dai risparmiatori truffati (il Codacons stima le perdite subite dai risparmiatori italiani, negli ultimi 15 anni, per crisi bancarie e crac finanziari in 44 miliardi di euro). I salvataggi di Veneto Banca, Popolare di Vicenza e Monte dei Paschi di Siena sono costati circa 662 euro per ogni famiglia italiana, e non mi pare di aver sentito la maggioranza dei mass media, schierati a favore dell’establishment, parlare di rischio per la tenuta dei conti. 

Le risorse necessarie per l'avvio del reddito di cittadinanza e della pensione di cittadinanza ammontano a circa 9 – 10 miliardi di euro; tre o quattro miliardi in più di quanto è costato il salvataggio delle banche. Ma con la differenza che questa volta il provvedimento non riguarderà banche o confindustria, ma 6,5 milioni di persone che ora sono sotto la soglia di povertà. È dunque la diversa destinazione delle risorse che spinge Bruxelles a bocciare la manovra? 

Siamo ancora entro i parametri di Maastricht (3%), ma questo non basta più. Non esiste soluzione di continuità tra l’ultima finanziaria di Padoan e quella dell’attuale governo, ma già si preannunciano scenari simili a quelli greco e argentino. E lo spread? Non ci vuole molto a capire che se il presidente della Commissione europea, il lussemburghese Jean-Claude Juncker, il suo vicepresidente, il lettone Valdis Dombrovskis, e il titolare dei conti pubblici, il francese Pierre Moscovici, sono concordi nell’esprimere preoccupazioni sulla tenuta dei conti italiani, questo abbia l’effetto immediato di infiammare lo spread tra Btp e Bund tedeschi. Queste non sono le dichiarazioni degli uscieri di Bruxelles, ma dei massimi vertici dell’Ue, che non possono non avere peso sulle decisioni degli investitori. 

Ecco allora che tali dichiarazioni – se non sono il parto di mentecatti e irresponsabili – hanno una valenza politica indiscutibile: o l’Italia modifica la manovra, rigettandola, o – in caso contrario – subirà l’ira funesta dei mercati. Come nella nota favola del lupo e dell’agnello, la coerenza dei fatti nulla può contro chi ha deciso di fare un torto, in ragione del proprio personale tornaconto. Non c’è argomento giusto e fondato contro chi inventa pretesti per conservare la sua posizione di privilegio.

E se le cose stanno così non vedo perché mai i proletari di tutto il mondo non dovrebbero unirsi per cacciare – una volta per tutte – questi affamatori di popoli.

domenica 16 settembre 2018

LA MENZOGNA DEL DEBITO PUBBLICO

I mass media ci hanno fatto sempre credere che il debito pubblico italiano trae la sua origine da una spesa pubblica eccessiva. La spesa pubblica italiana è stata per molti anni sistematicamente superiore alle entrate fiscali, e questo fatto ha prodotto negli anni un elevatissimo debito pubblico. Si enfatizza la spesa per le pensioni e per quella sociale, mai però quella degli interessi sul debito. 

Ma, qual è stato il fattore determinante che ha gonfiato a dismisura il debito pubblico, facendogli superare la soglia del 130% del Pil?

Tutto comincia a partire dal 1981, quando si consuma il divorzio tra Tesoro e Banca d’Italia. Nel 1981 il debito pubblico italiano rispetto al Pil era attestato al 60%; nel 1991, dopo solo dieci anni, il debito pubblico rispetto al Pil aveva raggiunto quota 120%.

Cosa accadde nel 1981? Quale vicenda ci fu che ha fatto sì che il debito diventasse un macigno che grava sulla testa di noi italiani, e come una zavorra rallenta la crescita e condanna il nostro Paese a un lento ma inesorabile declino? 

Una lettera! Sì, una lettera inviata dall’allora Ministro del Tesoro, Beniamino Andreatta, al Governatore della Banca d’Italia, Carlo Azeglio Ciampi. 

In questa lettera il Ministro del Tesoro annunciava al Governatore della Banca d’Italia l’intenzione di rendere autonoma la Banca d’Italia. Mettendo fine alla possibilità del governo di finanziare monetariamente il disavanzo, obbligava di fatto lo Stato a finanziare il proprio debito attraverso i mercati finanziari. Rimuovendo l’obbligo vigente da parte di Palazzo Koch di acquistare i Titoli di Stato emessi sul mercato primario (cioè quelli collocati mensilmente dal Tesoro), consentiva agli speculatori finanziari di far man bassa della ricchezza prodotta dagli italiani e nello stesso tempo impediva di tenere sotto controllo il debito pubblico. 

Lo Stato, perso questo strumento di sovranità monetaria, per finanziare la propria spesa fu costretto ad attingere ai mercati finanziari privati, con tassi d’interesse di tutt’altra entità rispetto a quelli garantiti in precedenza dalla Banca d’Italia. 

Insomma, un’anteprima di quanto sarebbe avvenuto con l’ingresso nell’Unione Monetaria e la Bce. Gli istituti privati che creano dal nulla la moneta, la ottengono a tassi risibili dalla banca centrale. E, con quella stessa moneta acquistano titoli del debito pubblico, imponendo tassi “legalmente” usurari.

Lo chiamano mercato!

Se non sbaglio, dal 2016 il tasso Bce, detto anche Refi (abbreviazione del termine inglese refinancing), che le banche private europee devono pagare quando prendono del denaro in prestito dalla Bce, è pari allo 0,00%. 

Quando però poi, con quei soldi presi in prestito al tasso dello 0%, acquistano i titoli del debito pubblico di uno stato, ovvero le obbligazioni che vengono emesse dai governi centrali per finanziare il divario tra quanto ricevuto sotto forma di tasse e ciò che viene speso, esigono invece tassi ben al di sopra di quello da loro ottenuto. Generando il paradosso che gli stati che possono permettersi di pagare tassi più alti (vedi Germania) ottengono denaro a costo zero, mentre quelli che hanno maggiori difficoltà economiche sono costretti ad ottenerlo a tassi assai più onerosi (vedi Grecia). 

Insomma, seguendo questa logica, la tartaruga può raggiungere il veloce Achille e financo superarlo!

Con questo sistema – a dir poco assurdo – la Germania ha potuto guadagnare miliardi dalla crisi, mentre popoli come quello greco sono caduti nel baratro dell’indigenza. Per esempio, come conseguenza indiretta della crisi greca, la Germania ha messo in cassa qualcosa come 2.9 miliardi di euro, grazie al programma di acquisto di titoli di debito greci da parte della Banca centrale europea. 

Il motto è: fare cassa sui popoli affamati. E la privatizzazione del debito pubblico è la prima fase per conseguire la privatizzazione dei beni pubblici. 

Così lo Stato italiano – nel 1981 – rinunciando alla sovranità monetaria si è trovato esposto alla famelicità dei mercati finanziari, che hanno esatto tassi d’interesse sempre più alti man mano che il debito pubblico cresceva. In modo simile a quello che accade ad un privato che si rivolge ad un istituto di credito: quando non ha bisogno di prestiti, le banche sono disposte ad aprirgli linee di credito a tassi vantaggiosi; ma quando la sua situazione debitoria si aggrava, i tassi d’interesse seguono la curva ascendente del debito. Il che mette, nel novantanove per cento dei casi, il debitore nell’impossibilità di onorare il suo debito. 

Insomma, le banche e i mercati finanziari, comportandosi come quei soggetti che ti prestano un ombrello quando non piove, e lo rivogliono indietro quando piove, non sono proprio lo strumento ideale per gli stati di finanziare il proprio debito. 

E coloro che hanno permesso che un tale stato di cose avvenisse non potevano non sapere che una crisi del debito sovrano avrebbe di fatto messo a rischio la stessa democrazia, regolarmente sospesa per rispondere alle direttive di poteri economici sovranazionali. 

Chi governa l’economia del debito lo fa soprattutto con l'intento di mettere sotto schiaffo i diritti e le garanzie democratiche di ciascun paese. Il governo del debito di un paese è quello che rende – senza spargimento di sangue o mezzi repressivi alla Pinochet – un popolo incapace di rivendicazioni sociali, e consente il graduale trasferimento di ricchezza dal settore pubblico a quello privato.



domenica 9 settembre 2018

IN ATTESA DELLA TEMPESTA PERFETTA

L’espressione tempesta perfetta si riferisce alla concomitanza di una serie di eventi avversi che, se presi singolarmente non sono molto devastanti, messi insieme per una fortuita circostanza producono il massimo danno possibile. Quello che sta accadendo oggi in Italia sul piano politico ed economico somiglia molto al fenomeno che dà luogo al formarsi di una tempesta perfetta. 

Salvini e Di Maio, con le loro tre promesse elettorali (Flat Tax, abolizione della legge Fornero sulle pensioni, reddito di cittadinanza) stanno creando infatti le condizioni di una “tempesta perfetta”. In Europa nessuno vede di buon occhio tali riforme, per il semplice fatto che l’Italia non è nelle condizioni di potersele permettere. I vincoli dell’Unione Europea e dell’euro sono lacci molto stretti, e se l’Italia dovesse strapparli, potrebbe subire una riedizione dell’amara lezione impartita a Tsipras, costretto a cedere su tutti i fronti alle pressioni della cosiddetta Troika.

Si dice che a Tsipras sia mancato il coraggio: avrebbe potuto rifiutare le imposizioni della UE e fare come Masaniello. Ma è noto quale esito ebbe la ribellione da questi guidata: i tanto sofferti miglioramenti ottenuti durante la rivolta ebbero durata breve, e lo stesso Masaniello, tradito da alcuni capi popolari e da una piccola parte della plebe, fu accusato ufficialmente di pazzia ed ucciso per volere del viceré. Vedremo se Salvini e Di Maio sapranno mostrare più coraggio!

La questione italiana è semplificabile in questi termini: può un’impresa fortemente indebitata con le banche, da cui dipende per l’acquisto di merci e il pagamento delle retribuzioni ai propri dipendenti, permettersi di assumere nuovi dipendenti, alzare i loro salari e ridurre le ore settimanali? È assai prevedibile che di fronte a tali iniziative assunte dall’imprenditore, le banche possano reagire revocando i fidi e imponendo l'immediato rientro al debitore. Se questo avvenisse, con quali soldi l’imprenditore pagherà allora i fornitori e i dipendenti?

Secondo gli esperti la Flat Tax ha un costo di circa 50 miliardi di euro, il reddito di cittadinanza si aggira sui 17 miliardi e la riduzione della soglia pensionistica vale 8 miliardi. Il totale per onorare queste promesse elettorali fa dunque 75 miliardi di euro e, secondo gli analisti di Bruxelles, se questo fosse messo nero su bianco, l’Italia non solo violerebbe tutte le norme interne e fiscali dell’Ue, ma porrebbe il suo debito su una traiettoria insostenibile, che la costringerebbe obtorto collo a chiedere di essere salvata attraverso il meccanismo europeo di stabilità, che di fatto significa subordinare le politiche del suo governo all’approvazione della Troika (Commissione Europea, Banca Centrale Europea, Fondo Monetario Internazionale). Ma il ministro Tria appare tranquillo! È sicuro di convincere con “i fatti” gli investitori sulla buona tenuta dei conti: non ci sarà nessuno sforamento del tetto del 3% sul deficit/Pil. 

Gli italiani però forse non sanno che pure un eccessivo avvicinamento a questa soglia non tranquillizzerà affatto gli investitori ufficiali, che si attendono – sugli impegni assunti dal precedente governo – un indebitamento netto non superiore allo 0,8% prodotto interno lordo, per non alimentare ulteriormente la spirale del debito pubblico. E se il debito pubblico si gonfia, si riducono pure i margini di manovra della politica economica. Se poi si tiene conto del contraccolpo conseguente all’esaurimento graduale del Quantitative Easing della Bce (di cui l’Italia ha beneficiato più di altri Paesi), che dal prossimo ottobre sarà ridotto a 15 miliardi di euro ed eliminato definitivamente dal gennaio 2019, si profila un autunno irto di difficoltà.

Possiamo essere d’accordo sul fatto che le politiche di austerità sin qui perseguite abbiano avuto conseguenze economiche e sociali drammatiche (crescita di disuguaglianze economiche, disoccupazione, aumento della povertà, recessione e riduzione dei consumi); possiamo pure essere d’accordo sull’altro fatto che l’adozione di queste politiche economiche messe in atto dai governi non abbiano neppure raggiunto i risultati auspicati e risolto le crisi finanziarie, semmai è vero il contrario: non solo hanno aggravato il quadro economico e sociale, ma, sul piano politico, sono – e sono state – il brodo di coltura dell'estrema destra. 

Quando i risparmi di una vita sono falcidiati, o rischiano di esserli; quando i denari dei contribuenti destinati ai servizi erogati dallo Stato per sanità, istruzione, trasporti, previdenza, vengono dirottati al salvataggio delle banche o imprese decotte; quando le difficoltà, derivanti dal costo crescente di bollette e imposizioni varie, aumentano; quando le imprese, che fino a ieri hanno munto a piene mani dalle casse dello Stato, chiudono e delocalizzazione, ingrossando le file dei cassa integrati, precari e disoccupati; la gente si incazza. E da sempre, quando la gente s’incazza, le destre ingrassano. 

Per quanto ciò sia ovvio e risaputo, pure importa poco ai mercati finanziari e alla stessa Troika che un tale dramma vada in scena e che anzi getta benzina sul fuoco. Probabilmente col chiaro intento di accelerare questo processo, altrimenti dovremmo seriamente dubitare della sanità mentale dei tecnocrati di Bruxelles, e di tutti quelli che adottano politiche economiche così scellerate. Nessuno, infatti, per fare un paragone, sano di mente, può convintamente pensare di aiutare un convalescente a guarire, costringendolo a fare una maratona di quaranta chilometri, senza cibo né acqua. E non è il teatro dell’assurdo di Samuel Beckett: l’abbiamo visto fare con la Grecia e nessun paese, nessun governo politico, ha osato mettere in discussione questi metodi da veri aguzzini, riprovevoli non solo sul piano etico, ma anche su quello logico. 

Ma tant’è, così va il mondo! E se così va il mondo, le oligarchie affaristiche continueranno ad arrogarsi il diritto di fare tutto ciò che non possiamo impedirgli di fare. Potremmo – come paese democratico – impedirglielo, ma percorrere questa via ha conseguenze nell’immediato che non sempre il popolo è disposto a sopportare, sia pure nella prospettiva di liberarsi dal giogo degli “oppressori”. E poi gli inganni e le menzogne perpetrati quotidianamente dai media, dai grandi conglomerati finanziari, da politici apparentemente democratici ma che in realtà sono dominati dalle politiche economiche delle classi privilegiate, non impiegherebbero molto a volgere quello stesso popolo proprio contro coloro che, facendosi carico del suo scontento, evocarono la ribellione contro l'establishment. Il popolo, e soprattutto quello dei «disperati», “qual piuma al vento” è assai volubile. Come diceva il sociologo francese Gustave Le Bon: “Le masse non hanno mai avuto sete di verità. Chi può fornire loro illusioni diviene facilmente il loro comandante; chi tenta di distruggere le loro illusioni è sempre la loro vittima”. 

Quando l’Italia non riuscisse a piazzare il proprio debito sui mercati a interessi accettabili, più che l’orgoglio e la dignità nazionali potrà il carattere prevalentemente negativo della congiuntura economica che si creerà. E le oligarchie finanziarie possiedono tutti gli strumenti per far scendere a più miti consigli quei governi che pensano di governare senza la loro benedizione. E se così stanno le cose, cosa ci lascia sperare che il trattamento per l’Italia sarà diverso da quello adottato per la Grecia? Forse le dimensioni del suo debito pubblico? Può darsi, ma personalmente non ci conterei troppo. Le oligarchie finanziarie non possono permettersi che un paese, un governo possa impunemente mettere in discussione i loro diktat senza pagarne fio.
Per mostrare che le attuali politiche economiche sono l’unica via senza alternative, né flessibilità, deve restare integro il principio che bisogna punirne uno per educarne cento.

Salvini e Di Maio sembrano non rendersi conto del peso delle loro dichiarazioni: far saltare i conti pubblici per mantenere le promesse elettorali, o anche solo annunciarlo, può avere gravi contraccolpi sul piano della credibilità internazionale. La speculazione internazionale sta già arrotando i coltelli in prossimità dello stop del Quantitative Easing. Nei report di Citi, Barclays e Credit Suisse, rivolti agli investitori che operano sul nostro mercato finanziario, si sottolineano non solo i mali strutturali della nostra economia, ma anche le incertezze derivanti dal nuovo governo “anti-establishment” M5s-Lega, che potrebbero fare da catalizzatore allo scoppio di una nuova crisi. 

L’Italia si dice “è un miscuglio fortemente sbilanciato di debito pubblico (altissimo), ricchezza privata (molto elevata) e bassa capitalizzazione di mercato”, cui si aggiunge il gigantesco squilibrio fra il Nord e il Sud, che ha il record del “sottosviluppo” nell’Eurozona. Nel Sud una famiglia su cinque vive in condizioni di povertà relativa; mentre una su dieci è in condizioni di povertà assoluta, ha difficoltà cioè ad acquistare il minimo indispensabile per vivere. 

Ma per Salvini il problema dei problemi italiani è l’emergenza migranti e non la disponibilità economica per attuare i punti chiave del programma di governo: Flat Tax, reddito di cittadinanza e pensionamento anticipato. Con la sua boria e agitando il pugno di ferro, Salvini pensa di mettere alle corde l’Europa sul problema dei problemi: l’immigrazione. Alleandosi con i nemici dell’Italia (il gruppo di Visegrad) e trasformando in nemici gli alleati naturali del nostro paese, sta creando tutte le condizioni per un “felice” isolamento dell’Italia dal resto dell’Europa. Ed è questa un’operazione politica spregiudicata che potrebbe rivelarsi una trappola per gli interessi reali del nostro paese. 

Potremmo anche dire che l’Italia del governo Salvini-Di Maio si trova isolata in Europa non tanto per scelta, quanto per l’egoismo di Francia e Germania, che invece di perseguire una politica estera e di difesa comuni fanno – e hanno fatto – i loro interessi nazionali, spacciandoli per interessi comunitari. Che Macron sia un presidente imbevuto di grandeur e si sia pure permesso di definire l’Italia un paese “vomitevole”, è vero; che la cancelliera tedesca sia un leader impaurito, messo sotto scacco dal suo stesso ministro degli Interni, Horst Seehofer, paragonabile per tanti aspetti al nostrano inquilino del Viminale Matteo Salvini nei confronti del premier Giuseppe Conte, è altrettanto vero. Pensare però che il nostro Paese possa avere dal gruppo di Visegrad una compensazione comparabile ai danni che derivano dall’indebolimento dei poteri dell’Unione Europea è assai discutibile e potrebbe rivelarsi un terribile autogoal. 

Se il problema dei migranti, che sembra essere l’unico problema del paese, e il recente caso della nave Diciotti, per il quale il ministro degli Interni Salvini è indagato, pongono davvero la questione di modificare il Trattato di Dublino, perché mai le minacce non vengono esercitate proprio nei confronti di quei governi, come Ungheria e Repubblica Ceca, che di fatto impediscono questo obiettivo? Dire che l'UE che non ha tenuto conto delle esigenze italiane in materia di immigrazione e poi scegliere gli alleati sbagliati è un nonsenso. 

Insomma, se si vuole ridurre la pressione migratoria che deriva dalla nostra posizione geografica, non è alleandosi con i paesi di Visegrad, dove l’immigrazione è un fantasma lontano, che il problema si risolverà. 

Allontanarsi dall’unico binario possibile, ovvero quello del rafforzamento dei poteri dell’UE, se paga in termini di consenso elettorale, per il ruvido e virile modo di Salvini di intrattenere relazioni internazionali (i sondaggi dicono che il “pugno di ferro” di Salvini vale in termini di consenso più del 40%), certamente ci penalizzerà in termini di integrazione comunitaria e isolamento reale dell’Italia di fronte al fenomeno migratorio. 

Una lezione di pragmatismo, di cui sarebbe utile tener conto, dovrebbe indurci a percorrere l’unica strada possibile per difendere davvero i nostri interessi nazionali, puntando sulle responsabilità condivise, e non sbattendo i pugni sul tavolo. Le chiusure frontaliere degli altri paesi europei, irritati dall’atteggiamento di Salvini, scaricherebbero, infatti, il fenomeno migratorio solo e soltanto sulle nostre spalle. 

L’Italia non è la Svizzera: con un debito pubblico del 132% circa, una disoccupazione complessiva dell’11% e quella giovanile che supera il 30%, non è proprio nella condizione di fare la voce grossa. Tanto più quando si appresta a chiedere ulteriori dosi di flessibilità sui conti pubblici alla Commissione UE.  

Stando così le cose non sarebbe forse più saggio e opportuno non tirare troppo la corda, mettendo da parte – almeno per il momento – riforme come la Flat Tax e i pensionamenti anticipati, e puntare sulla sola riforma del reddito di cittadinanza? 

Primo perché Flat Tax e reddito di cittadinanza non stanno affatto bene insieme: o l’una o l’altro. La progressività dell’imposizione fiscale deriva dal principio che mille euro dati a un disoccupato con una famiglia numerosa hanno una valenza etica e sociale assai maggiore degli stessi mille euro dati a chi possiede una barca al mare, un Rolex d’oro, un attico a Parigi o a New York, ecc. ecc. Con i mille euro il primo sfama la famiglia, il secondo fa il pieno alla barca. La ricchezza, infatti, pur essendo (rare volte) il risultato del merito, assai più spesso è il frutto di patrimoni accumulati nelle generazioni precedenti, e di conseguenza andrebbe attenuata a vantaggio di chi, vuoi per sfortuna o ingiustizie sociali, non può disporre neppure di quel reddito minimo per condurre una vita decorosa e dignitosa. Regalare pertanto soldi a chi già sta bene economicamente, eliminando o riducendo la progressività delle imposte, è non solo moralmente poco giustificabile, ma di fatto cristallizza le situazioni di disuguaglianza iniziale, aggravandole. Il criterio della progressività non è, infatti, soltanto un mezzo per finanziare le spese dello stato, ma anche uno strumento di redistribuzione della ricchezza, quale condizione essenziale per la stessa crescita economica di un qualsivoglia paese.

Secondo perché il reddito di cittadinanza costa 1/3 della Flat Tax ed è, a differenza di quest’ultima, un costo apparente per i conti pubblici, perché di fatto è una partita di giro, per il semplice motivo che chi non ha niente spende subito ciò che ha e, di conseguenza, la domanda aggregata interna aumenta immediatamente e così anche il Pil. I soldi dati ai ricchi, invece, non solo non spostano di una virgola i consumi, ma vanno a finire in banca sotto forma di risparmi e/o fondi di investimenti finanziari, con l’esito di spostare ancor più il reddito dal lavoro ai profitti e alle rendite finanziarie e immobiliari, contraendo la domanda interna. Quanto a consumi quotidiani, dagli alimentari ai trasporti, è lapalissiano che i pochissimi ricchi non potranno mai compensare una domanda pari a quella di milioni di disoccupati. Se poi il reddito di cittadinanza fosse vincolato all’obbligo di percorsi formativi durante il periodo di inattività, il Paese tutto ne trarrà vantaggio, perché lavoratori professionalmente preparati sono una risorsa assai più importante di ricchi – questi sì fannulloni – che passano il loro tempo oziando e campando di rendita a spese di quanti un reddito reale producono.

Insomma, se Di Maio e Salvini saranno capaci di comprendere ciò che è realmente utile per il Paese da ciò che non lo è, seguendo una scala di priorità, scongiureranno il formarsi di una “tempesta perfetta” e dimostreranno di non essere dei capipopolo ma dei Politici moralmente liberi e con un profondo senso del dovere. Fare promesse solo per blandire il malcontento popolare e che sono poi molto difficili da mantenere, rischia di vanificare ogni buona intenzione. Il velleitarismo è sempre condannato al fallimento: se porta rapidamente in alto, fa pure precipitevolissimevolmente cadere in basso, nella polvere (Renzi docet!).