giovedì 19 novembre 2015

A CHI VERAMENTE CONVIENE L’ISIS

Il governo italiano ha raggiunto un accordo con il governo del Kuwait per la fornitura di 28 Eurofighter, caccia da difesa nato dalla collaborazione tra l’Italia (Finmeccanica partecipa quasi al 50%), Regno Unito, Germania e Spagna. L'ammontare del contratto si aggira intorno agli 8 miliardi.

Il Kuwait è un emirato sovrano. Confina con l'Arabia Saudita a sud, con l'Iraq a nord e si affaccia sul golfo Persico. Lo Stato del Kuwait fu il detonatore della prima guerra del Golfo (2 agosto 1990), quando l'Iraq di Saddam Hussein invase il Kuwait. La monarchia fu deposta e al suo posto fu insediato un governatore iracheno (Ali Hassan al-Majid). Saddam Hussein era convinto che l’America non sarebbe mai intervenuta a favore del Kuwait proprio in considerazione della sua funzione antiraniana; gli USA hanno sempre visto  nel regime teocratico iraniano un pericolo per i propri interessi nell'area. Trascurava però un particolare non di poco conto: gli Emirati Arabi Uniti sono uno dei più importanti acquirenti al mondo di armi statunitensi. Perciò, come sovente accade, ubi maior minor cessat, gli americani, dovendo scegliere tra l’amico iracheno e i più importanti soci in affari Emirati Arabi, scelsero questi ultimi. Così come nella favola di Fedro del lupo e dell’agnello, dove il lupo cerca un pretesto qualsiasi per divorare l’agnello, gli Stati Uniti, sotto l'egida dell'ONU, misero su una coalizione composta da 35 stati e penetrarono in Iraq col fine di restaurare la sovranità del piccolo emirato del Kuwait. L’operazione fu presentata al mondo occidentale – che ipocritamente aborre la parola “guerra” – come una “operazione di polizia internazionale”, diretta ad imporre all'Iraq il rispetto del diritto internazionale violato ed il ripristino della sovranità dello Stato del Kuwait. Appare più verosimile ritenere che l'intervento della coalizione anti-irachena, ancorché teso a ripristinare la sovranità violata, trovasse la sua motivazione più concreta nelle risorse di petrolio e nel blocco dei capitali kuwaitiani sulle piazze finanziarie americane, asiatiche ed europee, causato dall'invasione irachena.

Il Qatar è situato nella penisola Arabica. Si affaccia sul golfo Persico e confina a sud sud-ovest con l'Arabia Saudita. Benché sia un paese eminentemente desertico è, insieme al Kuwait, uno dei posti più ricchi del pianeta grazie al petrolio, che contribuisce per l’85% dei suoi proventi da esportazione; gli altri settori che generano reddito per il paese sono il turismo e il settore bancario. È talmente ricco che tutti i suoi cittadini, per il solo fatto di esistere, posseggono una casa donata dall’emirato e ricevono uno stipendio, nonché un pacchetto azionario, senza svolgere alcuna attività.

Il Kuwait e il Qatar sono noti non soltanto per l’enorme ricchezza derivante dal petrolio, lo sono anche perché rappresentano l’epicentro del finanziamento dei gruppi terroristi del Califfato – alias Isis o Is – di al-Baghdādī. Sì, proprio quelli  che hanno seminato il terrore a Parigi lo scorso venerdì. A sostenerlo è David Cohen, sottosegretario americano per il terrorismo e l’intelligence finanziaria. David Cohen ha infatti dichiarato che «Isis ha accumulato un patrimonio senza precedenti (…) ed è l’organizzazione terroristica meglio finanziata di sempre». Secondo il Washington Institute for Near Policy, dal Kuwait e dal Qatar, l’Isis ha ricevuto oltre 40 milioni di dollari negli ultimi due anni.

Nel corso della puntata di Report di domenica scorsa è stato intervistato un certo George Smiley, nome di copertura di un trafficante d’armi italiano, che ha indicato proprio il Qatar come il principale fornitore di armi destinate all’Isis. Dall’intervista emerge come l’Isis sia stato armato dagli occidentali in funzione anti-iraniana, ma poi sia “scappato di mano”, e come anche l’Italia – a sua insaputa – abbia contribuito ad armare l’Isis, armando la Siria di Assad e addestrando le sue milizie che poi sono passate all’Isis.

Partendo dal fatto che i terroristi dell’Isis utilizzano armi e munizioni fabbricati in Usa, Russia e Cina – ben oltre l’80% delle circa 2000 cartucce raccolte sui teatri di guerra portano il marchio Cina, Russia, Serbia e Stati Uniti –, è difficile credere alla seria e ferma volontà dei paesi occidentali di annientare il terrorismo. Pur ammettendo che la Russia, la Cina, la Serbia e gli Usa siano coinvolti indirettamente nella fornitura di armi – Giorgio Beretta dell’Opal (Osservatorio permanente sulle armi leggere) stima che il 90% dei traffici illegali di armi proviene proprio dal commercio legale –, risulta incomprensibile come in seguito all'attacco alle Torri Gemelle non sia stato intensificato il ruolo dell'intelligence nel controllo della filiera nel traffico delle armi. Dobbiamo forse concludere che la sicurezza delle Nazioni occidentali è in subordine rispetto agli interessi, davvero enormi, derivanti dal traffico delle armi?

Il 10 giugno 2009, quando Gheddafi giunse a Roma con la sua grande tenda beduina e lo stuolo di amazzoni reclutate come comitato di benvenuto, 11mila pistole e fucili del gruppo Beretta iniziarono il lungo viaggio dall’Italia verso il paese nord-africano. Non deve essere difficile immaginare in quali mani ora si trovino quelle pistole e quei fucili.

Se in nome degli interessi dei pochi fabbricanti d’armi si deve mettere a rischio la sicurezza di molti, non sorprendiamoci poi se quelle stesse armi vengono rivolte contro di noi. Il business delle armi, con un fatturato mondiale annuo di 1700miliardi, non conosce crisi. Mentre si taglia Stato sociale (sanità, scuola, assistenza, pensioni, ecc.), le risorse per il comparto militare continuano a crescere ovunque. La quantità di soldi dei contribuenti che sono finiti nelle spese militari è aumentata complessivamente di oltre il 50% nel decennio dal 2001 al 2011, ovvero dopo l’attacco alle Torri gemelle, senza però che questo enorme investimento abbia prodotto risultati apprezzabili nel contenimento degli attacchi terroristici e dei conflitti internazionali. Al contrario, gli episodi bellicosi e terroristici in ogni parte del mondo sono aumentati e nessun governo, né di destra né  di sinistra, riesce a darci una spiegazione convincente del perché per costruire la pace, bisogna creare la guerra.

L’argomento scottante, se non controverso, è perché le spese militari non sono un costo per i contribuenti, ma lo sono le spese per la sanità, l’istruzione, la ricerca, la previdenza, l’assistenza ai meno abbienti, ecc. ecc.? Noi italiani non possiamo più permetterci di ignorare ancora il problema, specie quando le risorse sono scarse e quelle poche, anziché andare al risanamento delle casse dello Stato, vengono convogliate in costosissime macchine da guerra e nel mantenere in vita un mastodontico esercito di 180.000 uomini. Forse, smettere di fare la guerra ci aiuterà a risanare il debito pubblico meglio di qualunque altro taglio alla sanità, alla scuola, agli enti locali o alle pensioni. Il pesante fardello economico imposto ai cittadini italiani per l’acquisto degli ormai famosi F35 caccia da combattimento, la cui inefficacia pur essendo stata più volte comprovata, non ha impedito al Ministero della Difesa italiano di acquistarli, per un budget complessivo di circa 13 miliardi di euro, non trova giustificazione alcuna. Quale buon padre di famiglia taglierebbe il budget di spesa destinato alla salute e all’istruzione dei propri figli per acquistare una Mercedes classe S?

Né l’uso delle spese militari per rilanciare la produzione e l'occupazione, a detrimento delle altre forme di investimento, trova seguaci tra i maggiori economisti mondiali: Paul Krugman, premio Nobel per l'economia, ha stigmatizzato tale scelta per affrontare la crisi, destinata a favorire solo l’interesse di ristretti gruppi economici che, strumentalizzando valori patriottici e la difesa dei nostri valori, quali libertà e democrazia, puntano in realtà a divenire sempre più ricchi e potenti.

Il vizio antico e raffinato delle moderne democrazie, nell’era della comunicazione di massa e istantanea, è quello di riuscire a far credere a una massa di incolti opportunamente allevati che “un elefante può stare tranquillamente sospeso su uno strapiombo attaccandosi con la coda ad una margheritina”. Come giustificare altrimenti le decisioni imposte a milioni di individui in campo politico ed economico?

Come favorire le lobby delle armi? Semplice, inventarsi un nemico, una bella guerra e il gioco è fatto. Spero che qualche lettore abbia visto il magistrale film “Sesso & potere”, in cui, per nascondere all’opinione pubblica una scappatella sessuale del presidente in carica, si crea un finto attacco degli Stati Uniti all’Albania, accusata di dare ospitalità ad alcune cellule terroristiche che minacciano la sicurezza americana. Così, in nome della sicurezza, la classe politica può far facilmente digerire all’opinione pubblica, che non si accorge del raggiro, le spese militari.

Come favorire le lobby finanziarie? Semplice, scaricando l’enorme debito dalle banche agli Stati, (s)vendendo poi ai privati beni pubblici e attuando una politica del rigore economico.

Come favorire le lobby del petrolio? Semplice, alimentare il terrorismo e i conflitti nelle zone ricche di petrolio. Questo giustificherà l’intervento armato nelle zone interessate, finalizzato a presidiare i pozzi petroliferi dei magnati del petrolio: profitti privati, ma costi collettivi.

Come favorire le lobby industriali? Semplice, mettendo in moto esodi di massa, spinti dalla fame o dalla paura, e creando così un esercito industriale di riserva. Quindi stimolare l’ennesima guerra tra poveri (se non c’è lavoro è perché gli immigrati lo portano via …), quindi usare i più poveri per abbassare al loro livello i meno poveri.

Io credo che se noi popolo non ci facciamo un po’ più furbi e colti, corriamo il rischio di trovarcelo davvero sfondato il c..o.

lunedì 16 novembre 2015

TERRORE A PARIGI

Il terrorismo jihadista ha colpito, per la seconda volta in un anno, il cuore di Parigi; 129 le persone rimaste vittime e 352 i feriti, 80 dei quali gravi. L'Isis rivendica la strage. Non c’è giustificazione alcuna per il sangue civile versato a Parigi e non c’è giustificazione alcuna per le migliaia di vittime civili in Afganistan, Iraq, Libia, Siria, Palestina, salvo avere la pretesa di affermare che i nostri morti valgono di più.  I morti non hanno colore, non hanno bandiere. Una bellissima poesia indiana recita che “le farfalle si posano indifferentemente sul volto dei vincitori addormentati e su quello dei vinti uccisi”.

Le foto raccapriccianti di prigionieri torturati fisicamente e psicologicamente ad Abu Ghraib, i droni americani che bombardano civili impegnati in operazioni di soccorso e funerali pubblici, le bombe degli aerei israeliani che, nell’estate del 2014, hanno causato l’uccisione di almeno 500 bambini di Gaza, ferendone altri 3000, fanno forse meno orrore delle vittime di Parigi? Per la spietatezza e il cinismo con cui vengono messe in atto tali atti, da Società che si vantano di coltivare i valori della democrazia e della civiltà, mi sento di dire che non sono meno barbariche delle azioni compiute dai terroristi dell’Isis. Gli uni e gli altri sul piano della barbarie sono equivalenti. Ma con una differenza. Quella dell’Isis è una violenza raccapricciante nella sua ferocia perché primitiva, basti pensare alle esecuzioni di massa, decapitazioni e ostaggi bruciati vivi; quella dei nostri governi occidentali è tecnologicamente avanzata, da guerre stellari: armi laser, pallottole all’uranio impoverito, elicotteri, caccia bombardieri e droni senza pilota che seminano la morte dall’alto, armi chimiche.

La contrapposizione buoni da una parte e cattivi dall’altra, il binomio barbarie e civiltà sono solo retorica da quattro soldi finalizzata a nascondere ai meno colti le responsabilità dei nostri governi occidentali nell’aver fomentato quell’odio che ci sta investendo.  Basta porsi una semplice domanda: può un essere umano uccidere e farsi uccidere senza una ragione che inneschi il suo sentimento di vendetta? Neppure quelli che agiscono in nome di un’ideologia folle sono disposti a tanto.

Vogliamo reagire, armarci e dichiarare guerra all’Isis: Ok! Vogliamo sterminarli tutti: ci sto. Allora non mandiamo soltanto i nostri caccia, i nostri droni – pilotati da una consolle in una comoda stanza a migliaia di chilometri – i nostri elicotteri. Sporchiamoci anche noi le mani di sangue: mandiamo le nostre truppe e accettiamo le conseguenze. In guerra si muore e si resta feriti. Non piangiamoli e non celebriamoli come fossero tutti eroi quando ci vengono resi in un sacco verde. La guerra è guerra, non una gita di boyscout.

Ma prima di parlare di offensiva, prima di sacrificare i nostri figli, coloro che hanno il culo al riparo e che fanno presto a parlare di guerra, tanto non saranno i loro figli ad essere sacrificati, farebbero bene a mettersi d’accordo fra loro e a focalizzare l’attenzione sul flusso di armi e di uomini e controllare i conti bancari dell’ISIS nelle banche, magari anche svizzere. Farebbero bene a stabilire rigide norme sulla finanza delle “dark pool”. Potremmo infatti scoprire con sorpresa che i nostri governi occidentali, democraticamente eletti, se con una mano li combattono, con l’altra gli forniscono armi e addestramento.

lunedì 9 novembre 2015

FRANCESCO, IL PAPA MARXISTA?

Di fronte alla mutazione genetica della sinistra italiana e, più in generale, alla disfatta della sinistra europea lunga trent’anni, l’unico rimasto a contrastare la dittatura del pensiero unico liberista è papa Francesco. L'accusa al capitalismo e al libero mercato di essere alle origine delle inaccettabili disuguaglianze e povertà diffuse nel mondo è netta.

L’economia ammonisce papa Francesco “non può più ricorrere a rimedi che sono un nuovo veleno, come quando si pretende di aumentare la redditività riducendo il mercato del lavoro e creando in tal modo nuovi esclusi. E vale, analogamente, per tutte le istituzioni sociali, il cui principio, soggetto e fine è e deve essere la persona umana. La sua dignità non può essere pregiudicata mai, neanche quando smette di essere economicamente produttiva”.

Il punto è che quando il Papa infrange la dittatura del pensiero unico liberista, ispirandosi al Vangelo di Gesù, ecco che attira su di sé le critiche di quella parte del mondo cattolico conservatore, più farisaicamente incline alle forme liturgiche che al messaggio evangelico.

Questa la dice lunga sulla visione che i cattolici conservatori hanno della religione: uno strumento per il dominio delle masse. La loro massima aspirazione è vedere al soglio pontificio un altro Pio XII: pontefice aristocratico romano, lontano dalle miserie umane perché tutto raccolto dentro la sua alta sacralità, pastore al di sopra del mondo che benedice i ricchi, la cui ricchezza è l’inequivocabile segno divino della loro elezione, e persuade i poveri a sopportare con rassegnazione il fardello della miseria, quale segno della maledizione divina, e a invocare la grazia di Dio Onnipotente e Misericordioso per la salvezza della loro anima.

Eppure Gesù disse: "È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago che un ricco entri nel regno di Dio". Essi – i cattolici conservatori – prendono farisaicamente ciò che a loro conviene e respingono ciò che a loro non conviene.

La povertà, non la ricchezza, è al centro del Vangelo: Cristo si è abbassato, si è umiliato, si è fatto povero tra i poveri non perché la ricchezza sia un male, ma solo perché sovente per i ricchi il denaro è più importante di Dio. E non si può amare Dio e il denaro: o l’uno o l’altro.

Papa Bergoglio, che fa della sua teologia la “teologia della povertà”, che attacca un’economia che uccide invece di vivificare, che proclama i diritti dell’uomo al di sopra delle esigenze del mercato e del profitto – perché è scritto “Il sabato è stato fatto per l'uomo e non l'uomo per il sabato!” –, viene bollato come “papa marxista” che vuole distruggere la Chiesa! Quale quella dei tanti cardinal bertoni che parlano di povertà e di carità vivendo da re?

A questa Chiesa che si fonda su un progetto di arroganza e di orgoglio, la teologia della povertà di papa Francesco ha molto da insegnare. Solo l’affermarsi di un nuovo umanesimo potrà infatti salvarci dagli egoismi nazionali, dai localismi unilaterali, dalla chiusura culturale al diverso, dalla prevalenza degli interessi di una parte a scapito dell’altra. Nel presente momento storico, il Mondo rischia nuovamente l’autodistruzione se i leader politici delle maggiori nazioni non riaffermeranno il primato di una vita umanizzante e umanizzata contro le logiche liberiste dominanti che generano disuguaglianze, povertà, disoccupazione e da cui scaturiscono lutti e rovine per il mondo.

Papa Francesco ha ben compreso che senza un nuovo umanesimo planetario non c’è futuro che valga la pena costruire; le politiche fin qui perseguite, invece di affrontare il vero problema che è quello di contrastare la povertà e l'esclusione sociale attraverso politiche di redistribuzione dei redditi, si sono concentrate solo sull’austerità per garantire ai creditori sempre più soldi.

Contro la cecità dei politici, sta la lungimiranza di papa Francesco che pone a fondamento di una comunità più giusta per tutti il vincolo della solidarietà quale unica risorsa che ci resta per poter tentare di scommettere sul futuro.

La sfida dunque è quella di dare cittadinanza alla dimensione interiore e spirituale dell’uomo contro la tristezza individualista dell’uomo moderno che deriva dalla ricerca malata di piaceri effimeri e superficiali: “Mi interessa unicamente fare in modo che quelli che sono schiavi di una mentalità individualista, indifferente ed egoista, possano liberarsi da quelle indegne catene e raggiungano uno stile di vita e di pensiero più umano, più nobile, più fecondo, che dia dignità al loro passaggio su questa terra”.

Individuare in Papa Francesco l’ultimo marxista superstite è non solo riduttivo, ma anche stupido. Se parole come dignità dell’uomo e del lavoro, diritti sociali, sfruttamento suonano come un richiamo al marxismo contro il sistema dominante, vuol dire che coloro che azzardano una tale provocazione non hanno mai letto una sola pagina del Vangelo. Costoro sono talmente intrisi e dominati dalla teologia del mercato da non rendersi affatto conto che lo sfruttamento, l’ingiustizia sociale e l’alienazione hanno raggiunto livelli mai registrati in precedenza da imporre un cambiamento del nostro sguardo sulla condizione umana nel mondo e che è totalmente ignorata dalla politica tradizionale.

In questo desolante panorama, se non combattiamo la disuguaglianza, non solo non potremo sperare di vincere la lotta contro la povertà estrema, ma neanche di costruire società basate sul diritto e sul concetto di pari opportunità.

giovedì 5 novembre 2015

LA CRISI INFINITA

Non credo affatto alla dichiarazione del Ministro dell’Economia – Padoan – che il nostro debito pubblico invertirà la rotta dal 2016 per poi calare costantemente negli anni successivi. A coloro che continuano ancora a prestar fede a questi annunci ad effetto, sia pure proclamati da figure istituzionali, vorrei ricordare quanto affermava il Ministro Tremonti – che occupava lo stesso dicastero - nel 2010: “I conti pubblici sono in linea con le previsioni. Anche gli ultimi dati lo confermano: sul 2010 siamo assolutamente tranquilli".

Nel maggio del 2011 – a pochi mesi dal governo tecnico di emergenza presieduto dal presidente Monti – lo stesso Tremonti tranquillizzava gli italiani sul netto miglioramento dei conti pubblici. Nel 2011 “Il Giornale” di Alessandro Sallusti titolava: “Miracolo nei conti pubblici: il governo risparmia 20 miliardi”. Gli faceva eco il “Corriere della Sera”: «I conti pubblici segnano un deciso miglioramento nei primi 8 mesi dell'anno. Il fabbisogno del settore statale, stando ai dati diffusi dal ministero dell'Economia, ha registrato ad agosto un disavanzo di 7,8 miliardi contro i 9,128 miliardi dello stesso periodo dell'anno precedente. Il fabbisogno cumulato nei primi otto mesi scende quindi a 36,4 miliardi, con un miglioramento di quasi 22 miliardi rispetto allo stesso periodo del 2005, quando il valore cumulato era di 58,323 miliardi».

Poi la doccia scozzese di Monti, nominato Capo dell’esecutivo dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano il 16 novembre 2011 per salvare l’Italia dal baratro. Pochi mesi prima gli esponenti del governo – primo fra tutti quello dell’Economia e del Tesoro – pennellavano un Paese con una buona tenuta dei conti pubblici e in costante miglioramento; pochi mesi dopo invece la situazione era drammaticamente mutata. Era necessario mettere in atto e senza indugi una “politica del rigore” per evitare di far sprofondare il paese in un abisso simile a quello greco.

Nel luglio del 2011 il debito pubblico italiano era di circa 1911miliardi di euro; dopo la cura Monti, alla fine del 2012 lo stesso ammontava a 1988miliardi di euro, con un incremento di 81,517 miliardi di euro in un anno. Al termine del governo Monti, nell’aprile 2013, i risultati sono stati molto lontani dalle attese: crollo del Pil, sceso del 3%, produzione industriale crollata dell’8%, riduzione dei consumi delle famiglie del 7%, aumento dei disoccupati del 32%, spesa pubblica in rosso, rapporto debito/Pil balzato dal 116 al 126%.

I risultati del primo anno di governo Renzi non si sono scostati in misura significativa da quelli che – in condizioni internazionali assai più difficili – avevano ottenuto Monti e Letta: nell’aprile 2015, il debito pubblico, a quota 2.194,5miliardi di euro, ha toccato un nuovo record storico.

Questo breve preambolo per arrivare a dire che da questa crisi, con le politiche sinora adottate e con gli uomini che queste politiche attuano, non si uscirà mai semplicemente perché i modelli intrapresi sono lontani anni luce della realtà dell’economia. Un dato su tutti dovrebbe far riflettere: dal 2010 al 2013, in piena crisi, il numero dei bambini in EUROPA che vivono sotto la soglia di povertà è del 28%; sempre del 28% è l’incremento di fatturato registrato dalle aziende produttrici di beni di lusso destinati a pochi.

Si può ben vedere come la crisi non colpisce tutti allo stesso modo. Dagli anni ’80, con l’avvento dell’economia ultraliberista, la forbice tra ricchi e poveri è andata sempre più divaricandosi e la situazione sia in Europa sia negli Stati Uniti sia nel resto del mondo continua, senza nulla cambiare, ad esasperare l'ineguaglianza globale in termini sia oggettivi sia soggettivi. Dall'esplosione della crisi dei mutui subprime, alla fine del 2006, ad oggi si assiste in modo sempre più palpabile come al disperato aumento della povertà globale corrisponde parimenti uno spaventoso aumento della concentrazione di ricchezza e di reddito nelle mani di pochi.

L’egemonia dell’ideologia neoliberale, a partire dagli anni ’80, ha sgretolato l’idea cardine maturata nella cultura giuridica della vecchia Europa e che noi giudicavamo fondamentale: quella di uguaglianza. All'ideale dell'uguaglianza sociale ed economica, si è sovrapposto, o meglio, contrapposto un apparato di super ricchi e potenti che ha imposto e impone il proprio dominio su finanza, società e media. E, se questo è il quadro, ogni speranza di realizzare una società migliore dall’attuale può essere abbandonata.

La finanziarizzazione dell’economia non produce benessere sociale ed economico; essa al contrario alimenta sottosviluppo e povertà in una spirale perversa di maggiori profitti a fronte di ribassi salariali. Se per aumentare i consumi e quindi aumentare i profitti è necessario pagare sempre meno chi quei beni produce, va da se che il risultato finale sarà un’accelerazione verso la povertà di tutti, con conseguente degrado civile e morale.

Un altro aspetto, il più importante, della crisi prodotta dalla finanziarizzazione dell’economia e del capitalismo è quello della distruzione del nostro sistema ecologico. L’attuale sviluppo sta determinando una devastazione incontrollata dell’ambiente e un consumo forsennato delle materie prime, che sono in via di esaurimento. I risultati sono ormai sotto gli occhi di tutti: surriscaldamento del pianeta, “bombe” d’acqua, alluvioni ecc. ecc. È una vera follia l’idea che sia possibile una crescita senza limiti dell’economia.

Ecco perché il problema non può essere considerato solo in termini di prodotto interno lordo, ma deve allargarsi sino a comprendere le conseguenze che la povertà produce sulla vita individuale delle persone, sulla loro partecipazione e capacità di godere dei beni primari della vita; le conseguenze che un tale modello di sviluppo economico ha sull’ambiente; le conseguenze sulla difesa dei diritti politici e sulla democrazia. Basta pensare a quanto è accaduto in Grecia e alla sovranità popolare perduta: il trasferimento di poteri dagli Stati sovrani a Bruxelles è andato ben oltre a quel che era previsto dal trattato di Maastricht.

Siamo dinanzi a casi conclamati di stupidità dei governi dei Paesi europei: sebbene l’ideologia neoliberale abbia ampiamente manifestato il carattere sempre più degenerativo dei rimedi adottati per affrontare la crisi, pure vengono reiterati modelli vecchi e superati, perseguito il dogma dell’austerity. I politici alla guida dei governi, chi più chi meno, hanno sposato acriticamente i paradigmi dell’economia neoliberale, senza peraltro aver avanzato una sola spiegazione decente delle cause della crisi mondiale. Il crescere della disoccupazione, della povertà, l'enorme diseguaglianza non sono la causa ma l'effetto delle politiche di austerity adottate dai governi per combattere la crisi. Quando si confondono le cause con gli effetti, le conseguenze sono sempre nefaste.

La responsabilità maggiore è comunque ascrivibile ai politici, i quali, pur venendo eletti dal popolo, si incaricano – una volta eletti – di attuare i diktat della grande impresa e della finanza. Prima di essere eletti ci lusingano con soavi parole di libertà, eguaglianza, giustizia, quali valori indisgiungibili della democrazia; assumono l’impegno di debellare la corruzione, le iniquità sociali se verranno eletti; promettono lavoro ai disoccupati e case ai senza casa; ecc. ecc. Ci dipingono uno scenario idilliaco nel quale – come cantava Lucio Dalla – «sarà tre volte Natale e festa tutto il giorno, ogni Cristo scenderà dalla croce anche gli uccelli faranno ritorno. Ci sarà da mangiare e luce tutto l'anno, anche i muti potranno parlare mentre i sordi già lo fanno. E si farà l'amore ognuno come gli va, anche i preti potranno sposarsi ma soltanto a una certa età, e senza grandi disturbi qualcuno sparirà, saranno forse i troppo furbi e i cretini di ogni età». Per poi, una volta eletti, dimenticare ogni promessa fatta in campagna elettorali e condurci nelle fauci della dittatura di finanza e grandi imprese, criminali pronti a schiacciarci letteralmente per i loro biechi interessi. Quindi ci racconteranno la favola che “a questo stato di cose non v’è alternativa” e che se si vuole uscire dalla crisi è necessario privatizzare il più possibile: sanità, previdenza, istruzione, trasporti, comunicazione, acqua, beni comuni; ridurre i salari e le tutele dei lavoratori.

Perché il vero nemico della finanza e della grande imprese è lo stato sociale e l’idea di democrazia su cui si regge. È questo che esse vogliono distruggere, a dispetto del fatto che proprio il Welfare state, smussando diseguaglianze sociali ed economiche tra i cittadini, ha contribuito significativamente all’uscita dalla povertà di molti paesi arretrati, compreso il nostro. Vogliono convincerci che il nostro welfare è un lusso e che mantenendo certe conquiste sociali abbiamo “vissuto al di sopra dei nostri mezzi”, e che è giunta l’ora di ridimensionarci; in verità vogliono distruggerlo per trasformare i lavoratori da uomini in servi obbedienti dinanzi alla prospettiva di perdere il posto o di non averlo e quindi meglio sfruttarli. Se l'Europa è in declino non lo è perché statalista e assistenziale, ma perché sta smantellando colpo su colpo lo Stato sociale, alimentando vieppiù sacche di povertà. Senza contribuzioni governative ed interventi di protezione sociale i soggetti a rischio povertà in Italia salirebbero immediatamente dall’attuale 28% al 42%. La Svezia, nazione dove il sostegno pubblico ha raggiunto livelli di perfezione irraggiungibili per il Sud del mondo, sarebbe ridotta al rango di Paese a rischio, con forti sacche di disagio e cospicue aree di povertà, senza lo Stato sociale di cui dispone.

Da quando il pensiero neoliberale ha scatenato una vera e propria offensiva contro lo Stato sociale, al fine di ristrutturare l’intera società secondo il modello della cultura politica neoliberale, si è assistito a un progressivo deterioramento del mercato del lavoro: aumentano costantemente le persone che pur occupate non percepiscono un reddito bastevole a condurre un’esistenza dignitosa. La nuova riforma sul lavoro, il Jobs Act, non cambierà granché il quadro, in quanto in essa non vi è alcun elemento né innovativo né rivoluzionario rispetto al passato. Il dato davvero impietoso è che nei maggiori Paesi Ocse, nel periodo 1976-2006, la quota salari sul Pil è scesa in media di 10 punti, i quali sono passati alla quota profitti dando origine a diseguaglianze di reddito e ricchezza mai viste: una sfacciata redistribuzione dei redditi dal basso verso l’alto, con i più poveri che sono stati impoveriti dai più ricchi.

Lo spettacolo è desolante ed è la storia di una sconfitta politica della sinistra. E il paradosso è che sebbene le ragioni di una sinistra ci sono tutte, assistiamo alla sua sparizione pressoché totale dallo spazio politico. Chi sono oggi i difensori della classe operaia e più in generale dei lavoratori? Non certo i sindacati, collusi con il governo; non certo il Pd che, di riforma in riforma, ha consentito che passassero misure che colpiscono i ceti meno abbienti e i lavoratori, rendendo inutile il gioco delle parti tra destra e sinistra, aggregatesi in un’unica entità politico-statale in opposizione al mondo del lavoro e alle stratificazioni emarginate della società.

L’unica via d’uscita è rompere lo stato di disgregazione e di abulia in cui versa la cosiddetta società civile e di sinistra; svelare la menzogna che continuano a propinarci, spacciando per interessi generali gli interessi particolari dei capitalisti; superare il pensiero neoliberale sotto i vari aspetti a cominciare da quello economico. Ma temo che siamo ancora molto lontani da un effettivo cambiamento dello status quo. Molta acqua deve passare sotto i ponti prima che operai, lavoratori, sfruttati, emarginati trovino il coraggio di riscattarsi dalla rassegnazione passiva in cui li hanno confinati.

domenica 1 novembre 2015

LEGGE DI STABILITA', UN REGALO A IMPRESE E RICCHI

A sentire Renzi e i suoi accoliti, questo è il governo che per la prima volta riduce le tasse agli italiani. Ma frugando tra le pieghe della legge di stabilità si scopre che gli sgravi fiscali vanno tutti a imprese e ricchi, briciole agli statali, tagli a servizi e pensionati. Renzi non si smentisce: nell’arte del bluff e dell’illusionismo è un vero maestro. Doti più congeniali a un giocatore di poker o ad un uomo di spettacolo piuttosto che ad uno statista.

Come Mussolini, ha capito bene la mentalità della maggior parte degli italiani, il cui peccato originale italiano sta nella sua naturale tendenza a spogliarsi del proprio senso critico, della propria libertà personale in favore del potente di turno. Più incline ad eleggere l’uomo che incontri al bar, quello un po’ spaccone, che fa divertire con le sue battute piuttosto che governanti. Sempre lesti a scendere dal carro del perdente per saltare su quello del vincitore. L’umorismo sferzante, autenticamente british, e l’acume politico di Winston Churchill, commentando i fatti susseguenti alla caduta del fascismo, gli fecero dire: «Bizzarro popolo, gli italiani. Un giorno, 45 milioni di fascisti. Il giorno dopo, 45 milioni di antifascisti e di partigiani. Eppure questi 90 milioni di italiani non risultano, dai censimenti». 

I miei connazionali sono per me un vero mistero. Per esempio – con riferimento al recente fatto accaduto a Vaprio d’Adda, dove un 65enne ha fatto fuoco su un ladro 22enne, stroncandone la vita –,  stupisce la solidarietà e la simpatia sia del Presidente della Regione Lombardia, Umberto Maroni, sia di quello della Regione Liguria, Toti, unita al coro di tanti italiani che vedono nell’atto consumato dal pensionato Francesco Sicignano il gesto eroico di un giustiziere, ma sono affatto indifferenti e insensibili nei riguardi dei “veri ladri” in doppiopetto che affamano la nazione e rubano il nostro futuro e quello dei nostri figli. 

Infatti, non passa giorno che la cronaca non registri un caso di corruzione perpetrato da uomini delle istituzioni a danno della collettività. E dinanzi a questo malcostume che ammorba l’aria nessuno reclama parimenti con la stessa foga il diritto a vivere in un Paese pulito. Quanti scippi, quanti furti, quante rapine vale la corruzione che sì funesta la prosperità dell’Italia? Se riteniamo che il furto di una collanina, due fedi e 120 euro valgono la vita di un uomo, quale pena dovrebbe essere inflitta ad un uomo come Callisto Tanzi – patron di Parmalat – che in un sol botto ha messo sul lastrico 145mila piccoli risparmiatori, che da un giorno all’altro si sono visti portar via i risparmi di una vita? A conti fatti quale pena per Giancarlo Galan che ha intascato mazzette per 10 milioni 831mila e 200 euro sull’affare Mose, sottratti alla collettività e che potevano invece essere destinati alla costruzione di case popolari o asili o centri di assistenza per gli anziani della regione veneta? 

Come si possa essere così stupidi da inorridirsi per la pagliuzza e tollerare invece la trave è per me davvero un arcano insondabile.

Ma torniamo al bluff della manovra della “legge di stabilità” e ai tanto decantati sgravi fiscali. 

Nel 2016 i fondi per ridurre la pressione fiscale saranno solo di 1,3miliardi di euro, e non i tanto vantati 24miliardi, e il congelamento delle clausole di salvaguardia durerà solo un anno.

Procediamo con ordine, poiché la manovra è tesa a tagliare le tasse, Renzi deve trovare coperture per la sua legge di stabilità. Il valore di queste coperture per il 2016 in termini di indebitamento netto, ovvero l’eccedenza della spesa delle amministrazioni pubbliche rispetto alle entrate, è pari a 28,7miliardi di euro netti. 

Il 50,52% di detto importo, pari a 14,5miliardi di euro, è rappresentato da maggiore deficit, ed è come se il governo per mettere in atto i suoi piani firmasse cambiali da pagare a scadenza o eventualmente rinnovare. Questo vuol dire che la manovra prevista dalla legge di Stabilità lascia in eredità un aumento del debito, con clausole di salvaguardia solo spostate in avanti di un anno; prestandosi peraltro alle obiezioni della Ue per il rientro dal deficit. È dunque una scommessa azzardata e speriamo che Renzi sappia bene il fatto suo!

Lo spostamento di un anno dell’aumento automatico di Iva e accise vale 16,8miliardi di euro, la differenza tra 28,7miliardi e 16,8miliardi fa 12miliardi di euro, che rappresentano pertanto il valore netto della manovra. 

Il premier Matteo Renzi ha promesso tagli di tasse per 23,8miliardi di euro. Defalcando da detto importo i 16,8miliardi di euro destinati a sterilizzare per l’anno 2016 l’aumento automatico di Iva e accise, avremo che le minori entrate (cioè i tagli di tasse veri) ammontano a 7miliardi di euro netti, dai quali occorre sottrarre le nuove tasse previste per il 2016, per complessive 5,7miliardi euro.

Pertanto la riduzione della pressione fiscale è soltanto di 1,3miliardi di euro. 

Chi avvantaggia la manovra?

La parte del leone la fa – come al solito – Confindustria, ed è questo il motivo per il quale Renzi piace molto a Squinzi. Dopo il jobs act – scritto praticamente da Confindustria – il sodalizio Renzi-Squinzi esce più che rafforzato. A Confindustria vanno: 1)  il “super-ammortamento” al 140% della quota deducibile di un nuovo investimento, abbassando conseguentemente il peso fiscale, e il cui valore è stimato in 2,5miliardi nei primi tre anni; 2) la proroga degli sgravi sulle assunzioni, sia pure ridotti al 40% rispetto al regalo del 2015; 3) defiscalizzazione della retribuzione legata alla produttività e sgravi fiscali per la contrattazione di secondo livello, altri 2,5miliardi in tre anni; 4) l’abolizione dell’Imu sui macchinari “imbullonati”, che vale 530 milioni l’anno, Imu e Irap agricole (600 milioni l’anno); 5) il taglio dell’Ires(imposta sui redditi d’impresa) già messo a bilancio per il 2017 e 2018 per complessivi 7 miliardi e dispari. Insomma, circa 20miliardi di sgravi fiscali nel prossimo triennio concessi al mondo delle imprese nella manovra di Renzi.

L’altra categoria che accoglie con favore la manovra è quella dei ricchi. L’l’abolizione dell’Imu/Tasi sulla prima casa, il cui costo è stimato in 3,5miliardi di euro l’anno, è evidente che favorirà soprattutto i redditi più alti. Poi, l’elevamento dell’aumento del tetto al contante da 1000 a 3000 euro, sarà una sorpresa gradita per quanti temevano la tracciabilità. Ringraziano sentitamente soprattutto albergatori, gioiellieri e liberi professionisti.

La categoria più penalizzata è quella dei lavoratori e dei ceti meno abbienti, da indurci a considerare la legge di Stabilità del governo Renzi un regalo ai capitalisti pagato da lavoratori e malati, e sì perché le risorse destinate al Fondo Sanitario Nazionale diminuiscono, anche se quelli del governo continuano a ripeterci che, più che di tagli, si tratta di un contenimento della spesa. I contratti dei dipendenti statali, bloccati dal 2009 e che la Consulta ha costretto il governo a rinnovarli, vedranno un aumento medio in busta paga di 4 euro netti al mese. Il governo ha previsto infatti uno stanziamento di 300milioni di euro lordi, che al netto delle tasse fanno 154,5milioni. 

Sconcerta la posizione ambivalente del governo sul fronte delle assunzioni. Largo di manica nei riguardi delle imprese private con decontribuzioni e defiscalizzazioni; stretto di manica per le nuove assunzioni nel settore pubblico: blocco del turnover al 25% e niente assunzioni per sostituire i pensionati, nonostante il calo di organico che nella P.A. ha superato le 300 mila unità di personale in poche anni.

Sulle pensioni la legge di Stabilità proroga al 2018 il blocco delle indicizzazioni, bocciato dalla Consulta, con una minor spesa dello Stato quantificabile in 514milioni nel 2017 e 1,14miliardi nel 2018. 

Per quanto riguarda gli esodati, dalla "settima salvaguardia", contro gli effetti retroattivi della Riforma Pensioni del 2011, restano fuori ancora 23mila esodati. Questo perché una parte dei soldi già stanziati per questi saranno usati per la cosiddetta "Opzione donna", che concede alle lavoratrici dipendenti di 57 anni e 3 mesi e quelle autonome di 58 anni e 3 mesi di andare in pensione, a condizione che abbiano maturato 35 anni di contributi e con la penalizzazione che l’assegno sarà calcolato con il sistema interamente contributivo. La tragedia degli esodati fu creata dal governo, quando presidente del Consiglio era Monti e ministro del Lavoro Fornero. L’accusa pesante all’esecutivo è che avrebbe dovuto farsene carico fino a completa soluzione e non utilizzare le risorse già stanziate per gli esodati ad altro scopo.

Sul comparto sanità, al Servizio sanitario nazionale vengono tagliati (efficientamento) 2,3miliardi di euro. Le Regioni dovranno assicurare un contributo alla finanza pubblica pari a 1,8miliardi di euro per il 2016, 3,98miliardi di euro per il 2017 e 5,48miliardi per ciascuno degli anni 2018 e 2019. Peraltro, le stesse Regioni oltre a rinunciare per il 2016 ai già citati 1,8miliardi per la sanità, dovranno risparmiare altrettanto attraverso il rispetto del pareggio di bilancio. Starà dunque ad ogni governatore decidere poi se risparmiare in uffici, sedi e consulenze, oppure se tagliare ancora la sanità. In ogni caso si può comunque prevedere che i tagli alle Regioni si tradurranno presto in aumento dei ticket e del costo dei servizi (mense scolastiche, trasporto), addizionali Irpef dove si potrà. Tutte cose che pesano di più sui redditi bassi.

Infine, il taglio della spesa per investimenti per 3,5miliardi nel prossimo triennio. Esiste un rapporto diretto tra Ict (Information and Communication Technology) ed innovazione nei processi produttivi ed organizzativi. L'esperienza degli ultimi anni ha dimostrato ampiamente come l’utilizzo intelligente e diffuso della tecnologia digitale, sia nel settore pubblico sia nel settore privato, ha contribuito ad incrementare la produttività e l’efficienza, rendendo più competitivi proprio quei paesi ad alta informatizzazione. Ebbene, l’articolo 29 del disegno di legge prevede una riduzione del 50% delle uscite per computer, software e traffico dati rispetto alla spesa annua media del triennio 2013-2015. 

L'età media dei pc in dotazione della PA è di 5,5 anni; il 45% degli enti locali acceda ancora a internet con il doppino di rame. A molti appare incomprensibile tale scelta, perché è in contrasto con le politiche di crescita e sviluppo dell’occupazione e perché tagliare la spesa nelle nuove tecnologie significa tagliare proprio lo strumento principale per operare una spending review strutturale e mettere in efficienza la PA. 

Tra tutte le spese pubbliche, quella degli investimenti in Ict  è infatti quella che ha registrato effetti più benefici sulla crescita e sull’occupazione. Insomma, la scelta di tagliare il 50% della spesa nel settore dell'Information Technology, sembra contraddire l’azione dell’esecutivo: da un lato il premier e i ministri presentano agli italiani il libro dei sogni sulla PA del futuro, dall’altro s’impone ai dirigenti statali di dimezzare le spese in Ict, se non vogliono essere chiamati a rispondere per danno erariale. 

Non occorre essere “gufi” per concludere che la ricetta è sbagliata e cha la manovra avrà conseguenze distributive inique e ulteriormente depressive sulla crescita. Renzi fa scelte economiche e sociali favorevoli a una parte del Paese – imprese e ricchi – con l’obiettivo di acquisire un elettorato tipico di centrodestra. La politica economica dell’illusionismo praticata dal governo Renzi fin dal suo insediamento viene confermata e accentuata dalla sua legge di Stabilità.