lunedì 23 dicembre 2019

LETTERINA DI NATALE


Ha ancora senso oggi festeggiare il “Natale”? Qualcuno avverte ancora quello “spirito buono” che, almeno nei giorni precedenti e seguenti, la gente si sforzava di mostrare? Come fa a ripetersi ancora questa ricorrenza che ha più l’aspetto di una bolgia infernale – code nel traffico, gente nervosa e frenetica per ultimare gli acquisti, chili di troppo accumulati durante interminabili tavolate, stress, soldi che se ne vanno – che quello tipico del Natale, quale esperienza mistica?

Il Natale che ci riportava nella dimensione del mito e del rito non esiste più.

Al rito collettivo che ravvivava la speranza di un’umanità migliore, la possibilità di un’esistenza più autentica, si è sostituito il culto del materialismo consumistico, in cui si può vivere con disinvoltura la propria abbondanza e lo spreco che ne deriva, senza curarsi affatto di quella parte di umanità tormentata dalla fame, dalla guerra, dalla violenza.

Negozi addobbati due mesi prima, panettoni che non appena passerà Natale, verranno rimpiazzati da colombe pasquali, ci fanno credere che in questo mondo la miseria e la crudeltà siano finite. 

La crudeltà e la miseria non sono finite; è il nostro sguardo culturale a non vederle più.

Ripiegati sul nostro insano egoismo, attraversiamo la nostra vita quotidiana con indifferenza, mentre lo show planetario della crudeltà va in onda.

In fondo la tragedia che non ci riguarda non c’interessa.

Si racconta che: «Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico, e s’imbatté nei briganti che lo spogliarono, lo ferirono e poi se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. Per caso un sacerdote scendeva per quella stessa strada; e lo vide, ma passò oltre dal lato opposto» (Luca 10, 30-31).

Elie Wiesel, scrittore rumeno, ebreo sopravvissuto all’olocausto, ci dice che l’indifferenza è il male peggiore che l’essere umano possa incontrare nel corso della sua esistenza: «Sono molte le atrocità nel mondo e moltissimi i pericoli. Ma di una cosa sono certo: il male peggiore è l’indifferenza».

Ma noi simili a “sepolcri imbiancati”, per l'esterno belli a vedersi, ma dentro pieni di ogni putridume, farisaicamente continuiamo a celebrare il Natale!

domenica 22 dicembre 2019

PERCHÉ TANTO CLAMORE SULLA RIFORMA DELLA PRESCRIZIONE?


È ovvio che sulla sospensione della prescrizione ci siano due diversi modi di vedere. E quando i portatori di queste due visioni sono intellettualmente onesti, ossia non motivati da interessi particolari e personali, è giusto valutare secondo coscienza e conoscenza.


Per taluni (Sabino Cassese) la sospensione della prescrizione è un istituto di garanzia, che comporta l’essere giudicati per quello che si è e non per la propria storia. La sospensione della prescrizione cozzerebbe contro due principi costituzionali: il primo, quello di ragionevolezza, che ammette che il passato nel trascorrere fa sì che quello che si era ieri non è quello che si è oggi; il secondo, quello della rieducazione del condannato previsto dall’art. 27 della Costituzione, che sancisce il principio del finalismo rieducativo della pena, la cui giustificazione etica e logica non può essere applicata solo per il condannato ma anche per l’accusato.

Per i sostenitori della sospensione della prescrizione, lo stop alla prescrizione dopo il primo grado di giudizio favorirebbe una maggiore celerità dei processi, giacché non esisterebbe più l’interesse da parte del condannato in primo grado di allungare i tempi processuale nell’attesa che il sopraggiungere della prescrizione estingua il reato, e di conseguenza la pena da scontare.

Ora, quando parliamo di diritto e di giustizia in senso lato, non c’è dubbio che possiamo senz’altro trovare convincente la tesi sostenuta dal prof. Sabino Cassese, se non altro sul piano umanistico. Così come possiamo trovare sul piano dottrinario e filosofico valida la concezione secondo la quale il sacerdote, nel mondo cattolico, è il ministro di Dio incaricato di annunciare il vangelo, seguendo i dettami del Cristo con sacrificio fisico e morale della propria persona a benefico dell’umanità intera. Bene, ma cosa ne facciamo di quei ministri che con l’abito talare insidiano i bambini? Ne occultiamo l’esistenza perché non possiamo ammettere che nel seno di santa madre chiesa s’annidi la cupidigia e la lussuria?

La politica si muove e deve muoversi nel mondo reale, che è altra cosa dall’esposizione incomparabilmente bella dei massimi princìpi enunciati dal prof. Cassese.

Perché bisogna cambiare la prescrizione? Perché è diventato uno strumento nelle mani dei “furbi” per sottrarsi ai rigori della legge. La prescrizione in Italia è diventata un tema altamente politicizzato grazie a Berlusconi e ai suoi epigoni. Quando le leggi accusate di essere “ad personam”, per favorire Berlusconi e i suoi alleati, non bastavano per sfuggire al maglio della legge, ecco che si ricorreva alla progressiva riduzione dei tempi di prescrizione, per sterilizzare i processi che lo riguardavano.

È dunque questo uno stato di diritto? Uno stato di giustizia, che tratta alcuni come figli e il resto come figliastri, a seconda che si faccia parte o meno dell'executive club?

E poi non capisco perché lo stop alla prescrizione dopo il primo grado di giudizio venga agitato come “populismo giudiziario”. In Francia, Spagna e Germania la prescrizione si interrompe con qualsiasi atto giudiziario, tipo l'avviso di fine indagini. In Germania per i reati commessi dai parlamentari la prescrizione viene conteggiata non dal momento in cui è avvenuto il reato ma da quando inizia il processo.

Se poi consideriamo il Regno Unito e gli Stati Uniti, i fautori del no alla sospensione della prescrizione si straccerebbero le vesti. In questi Paesi la prescrizione degli illeciti penali semplicemente non esiste! Puoi aver commesso un reato vent’anni fa, se ci sono sufficienti evidenze di prova, il reato può essere ancora perseguito. I tempi della giustizia civile e penale sono resi ragionevoli e cogenti da altre norme (per esempio, non si può essere giudicati due volte per lo stesso reato), ma che non hanno nulla a che vedere con la prescrizione dei reati

Sono forse questi paesi incivili e barbari, che non tengono in alcun conto dei diritti dei propri cittadini in termini di garanzie dinanzi alla legge?

Perché dunque in Italia tanto clamore intorno allo stop alla prescrizione, che scatterebbe peraltro solo dopo il primo grado di giudizio?

sabato 21 dicembre 2019

LA SOSPENSIONE DELLA PRESCRIZIONE, UN CAPPIO AL COLLO SOPRATTUTTO PER I POVERACCI?


Qualcuno sostiene che la sospensione della prescrizione sarà un cappio al collo soprattutto per i poveracci; i ricchi, che hanno mezzi e denari, la faranno sempre franca.


Che la giustizia sia “roba da ricchi” è un fatto facilmente verificabile consultando i dati statistici della popolazione carceraria, che impietosamente mostrano la realtà del meccanismo repressivo: la maggioranza è costituita prevalentemente da ladruncoli, piccoli spacciatori, immigrati irregolari; la minoranza da qualche omicida; quindi, fanalino di coda, stupratori, mafiosi o camorristi. Di colletti bianchi la percentuale è tanto esigua da trascurarne il dato; con le patrie galere costoro hanno poco a che fare. E se dovessimo partire dalle statistiche giudiziarie dovremmo concludere che l’Italia è un paese felice in materia di corruzione, evasione fiscale e criminalità organizzata.


Ma noi sappiamo che le cose non stanno affatto così! E dunque, perché questo accade? Una spiegazione potrebbe essere che le leggi che i magistrati devono applicare sono improntate ad una scala di valori distorta, che porta ad infierire sui più deboli, lasciando impuniti bancarottieri, evasori fiscali, corrotti e corruttori.


Cosa sappiamo della prescrizione? Sappiamo che la prescrizione è un istituto giuridico che prevede l'estinzione di un diritto, di una pena, di un reato, quando sia trascorso un determinato lasso di tempo senza che il titolare di un diritto o lo Stato si siano attivati per esercitare le prerogative che la legge gli conferisce. Sappiamo anche che la prescrizione ha una diversa valenza in campo civile e in quello penale.


In campo civile, se il titolare di un credito compie un atto di esercizio del diritto (ad es. messa in mora del debitore), la prescrizione s’interrompe e inizia daccapo a decorrere dal giorno della notifica della messa in mora. Lo sanno i malcapitati destinatari di cartelle esattoriali emesse dall’Agenzia delle Entrate, che hanno omesso di pagare l’imposta del bollo auto. Questa imposta si prescrive al terzo anno successivo a quello di scadenza del pagamento. Ma se l’agente di riscossione, il giorno precedente lo spirare del periodo di prescrizione, invia un atto di notifica il termine si interrompe e inizia a decorrere dal giorno successivo per altri tre anni, facendo di noi eterni debitori nei confronti dello Stato.

In campo penale le cose invece stanno diversamente: con l’ultima modifica strutturale del 2005, la prescrizione, fatte salve proroghe e casi particolari, è pari al massimo della pena che il giudice può infliggere. Così, per esempio, il reato di corruzione, sanzionato al massimo con 6 anni di carcere, si prescrive, per l’appunto, in 6 anni. Ma il fatto più sconcertante è che se il reato è stato consumato, la prescrizione si inizia a contare dal giorno della sua consumazione e non dal giorno del rinvio a giudizio, con la conseguenza che la stragrande maggioranza delle prescrizioni si verifica nella fase delle indagini preliminari. E nel caso si giunga al processo, questo è celebrato a vuoto: il responsabile di fatti illeciti può dormire tra due guanciali, tanto sa di non doverne rispondere. L’azione penale che in Italia è obbligatoria avrà costretto giudici, cancellieri, avvocati di parte civile a celebrare una pantomima, sapendo che la vittima del reato, dopo avere coltivato aspettative, resterà senza soddisfazione.


Ora, se rapine, furti e fatti analoghi sono prontamente segnalati e quindi parte immediatamente la ricerca del colpevole, i reati dei colletti bianchi sono complessi da scovare, perché la condotta è più sofisticata e spesso manca la persona offesa che sporga denuncia.


Peraltro, per i primi sussiste il rito accelerato: si può arrestare in flagranza. Per esempio, il pensionato affamato che ruba una bistecca al supermercato viene arrestato in poche ore e portato dai carabinieri o dalla polizia davanti al giudice, che procede immediatamente per direttissima. In questo caso la sentenza viene emessa, se non subito, entro qualche mese. E il pensionato sconterà il suo anno di carcere. Per i reati dei colletti bianchi le cose vanno diversamente. Per esempio, gli illeciti fiscali vengono generalmente segnalati alla giustizia dall’Agenzia delle entrate, che però non riesce a controllare le dichiarazioni dei contribuenti in tempo reale, con la conseguenza che i fatti vengono a conoscenza del pubblico ministero solo a distanza di anni. E quando l’azione penale viene finalmente esercitata, seguono le ulteriori indagini per reperire prove a carico dell’imputato – e pare che le banche non sono sempre solerti nel trasmettere la documentazione richiesta; se poi ci sono fondi neri all’estero le cose si complicano esponenzialmente –, con la conseguenza che il tempo a disposizione per concludere il processo senza che i termini di prescrizioni lo brucino è veramente una manciata di ore!

Dunque qual è la ratio di questa doppia valenza della prescrizione in ambito civile e in quello penale? Perché un rinvio a giudizio non dovrebbe almeno riazzerare i tempi di prescrizione, come succede invece in ambito civile?  Forse per lasciare che la prescrizione resti uno strumento ad uso dei potenti per sfuggire alla giustizia?

mercoledì 6 novembre 2019

PERCHÉ L’ITALIA È UN PAESE DI COGLIONI


Che l’Italia sia un paese di coglioni, senza morale né dignità, lo dimostra come la stragrande maggioranza della popolazione di fronte ai tanti casi di corruzione, frodi fiscali, scandali politici e giudiziari, malasanità, ecc. ecc., non abbia mai alcun moto di ribellione: guarda e gira la testa.


Non parliamo poi dell’aumento scandaloso delle bollette della luce, del gas, dell’acqua. L’italiano medio si lamenta, ma poi mette la coda tra le gambe e paga. In Toscana i cittadini pagano le tariffe dell’acqua più alte d’Italia e nessuno osa contestarle. A Firenze la spesa media annua nel 2018 per famiglia è stata di 710 euro (fonte: Cittadinanzattiva – Osservatorio prezzi e tariffe, 2019).

Certo con un uso più consapevole e razionale dell’acqua si spenderebbe meno, ma il problema è: a fronte di che cosa i cittadini pagano sempre più caro l’uso dell’acqua?

Forse a fronte di un servizio migliore rispetto al passato? Direi di no, l’acqua che esce dal rubinetto di casa è la stessa degli anni in cui le tariffe erano decisamente più basse. Forse a fronte degli investimenti per migliorare le reti acquedottistiche in Toscana, peraltro realizzate in cemento-amianto? Direi di no, la rete idrica a Firenze registra una dispersione idrica superiore al 40 per cento, più alta dunque della già pessima media nazionale.

Dei fiorentini, chi non ricorda, nel maggio del 2016, l’enorme voragine apertasi sul Lungarno di Firenze per la rottura di un grosso tubo dell'acqua? Il sindaco di Firenze, Dario Nardella, parlò di “Una ferita grave”, perché “Un danno di quella natura non si crea nel giro di due ore … Qualcuno dovrà assumersi la responsabilità”. Quindi chiese che Publiacqua, la società che gestisce l’acquedotto di Firenze e di altri 46 comuni della Toscana, gli fornisse una relazione dettagliata nel giro di 24 ore.

Come andò a finire? Andò a finire come vanno a finire tutte le cose in Italia: Publiacqua si autoassolse e non se ne parlò più.

Ora, passiamo pure sul fatto che nessuna testa è rotolata giù, ma almeno ci si sarebbe atteso che Publiacqua, dopo il fatto, si affannasse almeno a rinnovare i tubi e spendesse fino all’ultimo centesimo possibile per la manutenzione degli impianti, non foss’altro per scongiurare il ripetersi di un tale disastro.  

Sebbene Publiacqua nel 2016 avesse incassato con le bollette 216 milioni di euro, il 12,4% in più rispetto al precedente anno, neppure un centesimo è finito in investimenti per la manutenzione degli impianti. E dunque dove sono finiti i soldi?

La gran parte del maxiutile di quasi 30 milioni di euro è andato nelle tasche dei soci sotto forma di dividendi. E, poiché il 40% delle azioni di Publiacqua appartiene ad una società privata, Acque Blu Fiorentine, di cui fanno parte anche Caltagirone, tramite l’Acea, e la multinazionale Suez, possiamo ben dire che tutti noi – coglioni – paghiamo tariffe più alte non per migliorare i servizi e le reti acquedottistiche, ma per ingrossare le tasche di Caltagirone e di una multinazionale.

Ma, il referendum sull’acqua del 2011, che registrò un vero record di partecipazione, non doveva sancire la fine del sistema privatistico dell’acqua? Se il 54% dei cittadini si è espresso in favore dell’acqua come bene pubblico, come mai i cittadini, pagando la bolletta dell’acqua, continuano a foraggiare i profitti dei privati?





lunedì 4 novembre 2019

LA RADICE DELLA DISUGUAGLIANZA STA NELLA MENTE DEGLI OPPRESSI


Molti pensano veramente che se lo stato non si occupasse – e lasciamo perdere il modo in cui se ne occupa – dei migranti, ci sarebbero allora risorse da destinare agli italiani che “dormono sotto i ponti”? 

Italiani che dormono sotto i ponti c’erano, ci sono, ci saranno. Non mi risulta, infatti, che ci sia stata – nella storia del nostro Paese – un’età dell’oro in cui i poveri si nutrivano di latte e miele.

Quanto sia pretestuosa e falsa questa fanfaluca che i migranti drenerebbero risorse, che altrimenti potrebbe essere destinate agli italiani indigenti, trova conferma nel fatto che, prima dei migranti extracomunitari, gli extracomunitari erano i meridionali. E come gli attuali migranti questi erano visti dagli italiani del nord come straccioni che rubavano il lavoro che loro non erano disposti a fare alle condizioni che i meridionali accettavano per “fame”.

Io, che sono meridionale, ricordo ancora come nei negozi campeggiava un cartello bene in vista che diceva: “non si fa credito ai meridionali”, perché reputati dalla maggioranza del popolo del nord come ladri e delinquenti, per natura. Ricordo ancora che sugli annunci degli appartamenti in affitto – pubblicati anche da giornali di rilevanza nazionale – c’era sempre la precisazione: “non si affitta a meridionali”.  Avere sulla carta d’identità o sulla patente la provenienza meridionale era come un marchio d’infamia, che destava nell’albergatore, nel controllore, nella gente in generale, il sospetto e la diffidenza.

Quando gli extracomunitari erano i “meridionali” non è storia lontana. Basta andare con la memoria agli anni ’90, prima che cominciasse il grande esodo dall’Albania, dai Paesi dell’Est, in seguito alla deflagrazione dell’ex Unione Sovietica. E quindi dai Paesi del Nord Africa. E quando questi hanno occupato il posto che era riservato ai “meridionali”: questi hanno cessato di esserlo, mentre loro lo sono diventati.

Insomma, quello che voglio dire è che c’è sempre stato bisogno nella storia di identificare un popolo, un’etnia, contro cui canalizzare la rabbia e la frustrazione derivante dalle tante disuguaglianze e ingiustizie, che altrimenti si scaglierebbero verso quelli – i veri autori – che queste diseguaglianza e ingiustizie alimentano.

Piuttosto che fomentare la guerra fra miserabili – accettando supinamente la vulgata del dispotismo paterno secondo il quale lo stato è generoso con gli extra comunitari, mentre è avaro con i suoi figli (gli italiani) –, occorrerebbe piuttosto una “pedagogia degli oppressi”, che insegni a questi che dalla miseria dell’indigenza si esce tutti o nessuno.

Marx disse: “Proletari di tutto il mondo unitevi!”. E aveva ragione: finché gli “oppressi” non prenderanno coscienza che solo uniti riusciranno a spezzare le catene di un potere che li vuole schiavi, umili e deboli; finché gli “oppressi” continueranno a pensare di loro in termini di fragilità; finché non si ribelleranno alla loro condizione di sottomissione; finché non cancelleranno la loro “paura della libertà”; finché non smetteranno di considerare lo stato come una sorta di padre padrone che dispensa secondo la sua bontà premi o castighi, ma come un’associazioni di uomini liberi capaci di trasformare la realtà sociale dell’oppressione; fino ad allora disuguaglianza e ingiustizia continueranno imperiture ad esistere e alimentare la guerra fra miserabili. 

Una guerra tanto utile ai “tanti pochi Briatore” che potranno così tranquilli e rilassati vedere il mare che sfila sotto lo scafo del loro yacht, mentre i raggi del sole accarezzano il loro corpo di vegliardo o di giovane. E, giunta la sera, volgere lo sguardo verso il cielo stellato, pensando a quanto sono stolti gli oppressi che sputano sangue per permettere a pochi puttanieri di godere di tanti incredibili vantaggi.

domenica 3 novembre 2019

L’IMPORTANZA DI UNA VERITÀ CONDIVISA


Oggi gli standard obiettivi condivisi per la verità sono scomparsi. Da ciò ne consegue che i fatti oggettivi passano in secondo piano rispetto ai fatti emotivi. Questo è tanto più vero in politica: mancano i fatti e la comunicazione politica fa presa soprattutto sul lato emotivo delle persone nel formare l’opinione pubblica.

I dittatori della storia hanno sempre avuto un gran da fare per sopprimere la verità. Con l’avvento dei mass media questo non è più necessario. Mentre la verità può essere svuotata di qualsiasi significato, la menzogna parimenti può essere rivestita di qualsiasi verità pronta a soddisfare chiunque la tiri dalla sua parte. La manipolazione dell’opinione pubblica ha raggiunto una potenza di fuoco che non ha precedenti nella storia dell’umanità: falsi profili sui social network per manipolare scelte e comportamenti; un esercito di algoritmi opportunamente escogitati per prevedere i nostri bisogni e le nostre prossime mosse meglio di noi; foto e video contraffatti che possono farci scambiare comuni cimiteri con campi di sterminio; ecc. ecc.

L’opinione pubblica sempre più confusa, frammentata e mutevole, si chiude allora in una sorta di “autarchia culturale”, che finisce per abbracciare una concezione del bene e del male che cede ai personali pregiudizi e assai difficilmente si mostra disponibile a confrontarsi con altre concezioni del bene e del male.

Dato il pluralismo irriducibile delle loro concezioni del bene e del male che via via si stanno formando nelle società, su quale stabile società potranno contare le generazioni future, dal momento che ciascuno si sente portatore di un senso di giustizia e di una propria idea del bene?

LA SOTTOCULTURA DELL’INDIFFERENZA DELL’INDIVIDUALISMO EGOISTICO


Posti dinanzi al male compiuto da altri non abbiamo difficoltà alcuna ad esecrarlo: siamo consci del male. Chi non condanna i tanti genocidi e stermini perpetrati nella storia? Sulla Shoah sappiamo tutti quanto basta; celebriamo il giorno della memoria per commemorare le vittime dell'Olocausto. Sul genocidio degli armeni sappiamo meno, anche se non fu meno grave della Shoah per ferocia e dimensioni. E stando alle notizie di cronaca, un progetto simile la Turchia ha intenzione di ripeterlo nei confronti della popolazione curda, con l’obiettivo dichiarato di creare una zona cuscinetto nel nordest della Siria che allontani dal confine turco le milizie curde, e con esse il popolo curdo; mettendoci al loro posto i 2 milioni di rifugiati siriani che attualmente si trovano in Turchia.  


Insomma, il Novecento è stato un secolo di “genocidi e stermini di massa” che continuano ancora oggi nel totale disinteresse di quanti, pur commuovendosi alla visione del film “Schindler's List”, non fanno assolutamente nulla per fermare gli innumerevoli orrori che sulla Terra possano perpetuarsi in modi così insopportabili.

Eppure, a giudicare dai tanti che accorrono alle presentazioni di Pepe Mujica, ex Presidente dell’Uruguay, che ci mostra un nuovo modo di fare società e che esorta a non farsi ingannare dall’egoismo e dall’odio, si stenta poi a comprendere l’inerzia di fronte al male e all’orrore che quotidianamente si compie.

Se non fosse che costoro smessi i panni dell’impegno civico, non dissimili da quei cattolici che si battono il petto la domenica mattina a messa per poi tornare con rinnovata lena a trasgredire i dettami dei vangeli, il giorno dopo, imboccano le vecchie e rassicuranti scorciatoie che legittimano – in modi diretti o indiretti – ogni sorta di interessi egoistici, sui quali in definitiva si fonda la nostra esistenza, svuotata di senso, perché appiattita in un consumismo velleitario senza gioia e senza scopo.

Senza alcuna pretesa di giudicare, mi limito a constatare che se la paralisi mentale di cui un numero sempre maggiore di individui sembra affetto e che si accompagna ad una passiva accettazione dell’esistente e che rappresenta il brodo della subcultura della mentalità comune, sarà assai illusorio credere che in un tale contesto possa trovarsi poi una ragionevole quantità di individui disposta a rischiare la propria “confortevole, levigata, ragionevole, democratica non-libertà” per degli sconosciuti.

martedì 22 ottobre 2019

QUANDO LA VIOLENZA È FINE A SÉ STESSA


A San Severo soggetti incappucciati hanno aperto i bocchettoni dei silos pieni di vino, provocando la fuoriuscita di 25mila ettolitri di vino sparsi nelle campagne circostanti. Il danno si aggirerebbe intorno al milione di euro. E, secondo l'assessore all'Agricoltura Felice Carrabba, questo atto minerà l’economia non solo della stessa cooperativa sociale ma dell’intera comunità sanseverese.

Dinanzi ad un tale turpe gesto la rabbia ci porterebbe ad invocare la forza e la determinazione di un uomo solo al comando, investito di pieni poteri per porre fine al dilagare di tanta gratuita violenza.

Se da una parte sono convinto che di fronte a tali nefandi episodi la risposta dello stato deve essere rapida ed efficace, assicurando i colpevoli ai rigori della legge senza alcuna clemenza; dall’altra sono pure dell’avviso che la repressione da sola non basta.

Sono parimenti convinto che non esista un uomo investito di tanto potere che non debordi poi – proprio per effetto di tanto potere – verso la follia, salvo che un nuovo Gesù non venga a salvarci, scendendo di nuovo fra noi. Ma visto che fine gli abbiamo fatto fare, ne dubito voglia riprovarci.  

Più che un uomo solo al comando, c’è bisogno della famiglia, della scuola, per imparare ad essere cittadini, buoni cittadini. La famiglia e la scuola sono fondamentali per dare alle generazioni future una società pacificata. Una paideia secondo il modello di Platone – filosofo greco del IV secolo a.c. – che impegna tutto l’uomo, in un processo continuo, per realizzare pienamente sé stesso come soggetto autonomo, consapevole di sé e in armonia col mondo.

Sembra una banalità, ma non è così: senza un uomo nuovo, che aspiri ad un ideale di perfezione morale, culturale e di civiltà, non esiste possibilità alcuna di uscire dalla barbarie in cui stiamo cadendo. Se non correremo ai ripari, quando la barbarie avrà infettato la maggior parte di noi (esseri umani), nulla ci salverà dalla violenza, che dilagherà per le strade proprio come il vino uscito dai silos.

Quando si fa danno solo per il piacere di far danno, siamo di fronte ad un fenomeno grave: l’abiezione dell’essere umano, un totale stato di bassezza morale che non conosce più confini al dolore che può infliggere ad altri uomini. Nel nome di un dio barbaro si libera dalla voragine interiore del proprio essere tutta la violenza di cui si è capaci.

Perché la violenza ci appartiene. È in noi! Abita nelle profonde viscere di ciascuno di noi, non foss’altro perché è dalla brutalità della natura che scaturisce. Non è forse vero che veniamo dallo stato di natura? E che cos’è lo stato di natura se non carne e sangue di cui la vita si nutre per generare altra vita?

Ora, se questa brutalità naturale da cui proveniamo, che è inscritta in noi, non è educata al culto del bello, del sacro, del santo, ecco che basta un niente per farla esplodere dal fondo sub umano in cui riposa come fuoco sotto la cenere.

Adolescenti che uccidono i genitori, ragazzi che per divertimento azionano la leva di emergenza del bus e pestano a sangue l’autista per averli rimproverati, il mobbing tra le persone all’unico fine di infliggere gratuita sofferenza a chi ne è fatto oggetto; ragazzi che cospargono di benzina un clochard solo per il gusto sadico di vederlo morire tra atroci sofferenze. Non mi dilungo oltre perché la cronaca è piena di fatti del genere. Sono tutti segnali di un disagio sociale che non è contenibile con il solo strumento repressivo. E, in questa prospettiva di violenza senza nessuno scopo, senza alcuna ascendenza ideologica o teologica, dovremmo sul serio porci la domanda donde deriva tutto questo.

Io credo ci sia una risposta. E questa risposta è il nichilismo che infetta le nostre anime, e soprattutto quelle dei giovani.

Ma che cosa significa nichilismo? Significa che ci muoviamo in un mondo senza sapere il perché lavoriamo,  ci sposiamo, mettiamo al mondo figli, ci separiamo, divorziamo, formiamo altre coppie. Non afferiamo più il senso delle cose in sé: perché obbedire a leggi che non sentiamo appartenerci? Manca la risposta ai tanti perché della nostra esistenza che si consuma senza senso. Mancano i valori per i quali un tempo l’esistenza si caricava di senso. E il tragico non sta nel non avere più quei valori, quanto nel fatto che i valori scaduti non sono stati soppiantati da nuovi. La rivoluzione francese, per esempio, abbatté i valori della monarchia e fondò quelli della libertà, uguaglianza, fratellanza.

Nietzsche nella formula “Dio è morto” condensa l’essenza del nichilismo e la decadenza del nostro mondo occidentale. E cosa vuol dire che “Dio è morto”? Vuol dire che il suo posto è stato occupato dal denaro, quale generatore simbolico di ogni valore. E quando il denaro è il motore di ogni valore, quale valenza assegnare poi a valori come l’onestà, l’amicizia, la lealtà, il coraggio, la fede, la passione, che non generano alcun utile sul piano pratico?

Martin Heidegger negli anni cinquanta lo aveva intravisto il nichilismo: «Non serve a niente metterlo alla porta, perché ovunque, già da tempo e in modo invisibile, esso si aggira per la casa. Ciò che occorre è accorgersi di quest’ospite e guardarlo bene in faccia».

Insomma, se la famiglia e la scuola hanno da sempre rappresentato la fucina in cui si forgiano i nuovi valori, quale stima potrà mai riscuotere dal figlio quel padre che, pur lavorando come uno schiavo, non guadagna abbastanza per assicurare alla propria famiglia un’esistenza decorosa, quando bancarottieri, spacciatori e criminali di ogni risma pascono allegramente dei frutti dei loro traffici illeciti? Quale rispetto potrà mai esigere un insegnante quando le sue formule del sapere non servono affatto ai giovani per dischiudere le porte del merito?

E dunque: che cosa resta ai giovani se vogliono sopravvivere in questo orribile nulla dell’utile, se non prendere atto che le cose stanno così, e seguire l’esempio dei personaggi della serie televisiva “Gomorra”, in cui violenza e cinismo sono i veri tratti distintivi di un uomo, un vero uomo?

Possiamo tentare di eludere in modi diversi questi fatti, riducendoli a episodi di ordinaria criminalità, incidenti di percorso lungo la via maestra della civilizzazione. In realtà questo stato di cose prepara un mondo di orrore e disumanità; e non prenderne atto è il segno di una cecità pericolosa e suicida.

mercoledì 2 ottobre 2019

IL COSTO DELLA CORRUZIONE IN ITALIA


Ogni anno a causa della corruzione in Italia si registra un calo del PIL di quasi 237 miliardi di euro. La sua incidenza sul Pil è di circa il 13%.

Per avere un’idea del significato di questo dato, dobbiamo raffrontarlo con i costi sostenuti dallo Stato per le politiche sociali.

Si scopre allora che il costo della corruzione è 12 volte superiore all'intero bilancio per i disoccupati (circa 19,7 miliardi di euro); corrisponde a 1,6 volte l'importo del bilancio sanitario del Paese (148 miliardi di euro) e più dell'intero bilancio speso per la cura degli anziani (227 miliardi di euro); è più di 12 volte superiore all'intero bilancio annuale della polizia (19,4 miliardi di euro); è quasi 77 volte il budget per i vigili del fuoco (3 miliardi di euro).

Il governo spende per le abitazioni circa 701 milioni di euro per fronteggiare l’emergenza abitativa che alimenta l’odioso e crescente fenomeno dell’occupazione abusiva, che scatena una vera e propria guerra tra poveri. Con il denaro perso a causa della corruzione, il budget potrebbe essere di 337 volte superiore a quello che lo Stato mette a disposizione per la costruzione di alloggi popolari.

Con il denaro perso ogni anno sempre a causa della corruzione, l'Italia potrebbe più che triplicare la spesa pubblica per l'istruzione (il bilancio per l'istruzione è pari a 66 miliardi di euro), e gliene resterebbero nel cassetto altri 39 miliardi.

Questo è l’impatto della corruzione sulle politiche sociali. Sul piano individuale invece, se la quantità di denaro perso a causa della corruzione fosse distribuita uniformemente tra tutti gli italiani, ciascuno riceverebbe un bonus annuo di 3.903 euro.

Insomma, con quello che viene sottratto alla comunità a causa della corruzione si potrebbero risolvere le principali emergenze sociali.

Questi dati sono contenuti in uno studio pubblicato dal gruppo dei Verdi europei basato sulle analisi condotte dalla RAND Corporation, un istituto di ricerca non profit statunitense creato per sviluppare analisi e ricerche prevalentemente economiche.

E c’è ancora qualcuno che si ostina a credere che l’emergenza nel nostro Paese è quella dei migranti. Come dire che l’emergenza in Sicilia non è la mafia, ma il traffico! Come ebbe a dire qualcuno.

giovedì 19 settembre 2019

PROVO UNA PROFONDA INDIGNAZIONE


Provo una profonda indignazione per come questo Paese sia stato “guastato” da una classe politica e dirigente ignobile e soprattutto incapace, con il placet di tanti italiani che con il loro voto, in un modo o nell’altro, continuano ancora a legittimarla.

È stato compiuto un vero e proprio genocidio di giovani che si sentono smarriti e non per mancanza di obiettivi, ma per l’impossibilità di trovare un veicolo istituzionale capace di dare espressione alla loro rabbia, alle loro insoddisfazioni, ai loro bisogni.

Un tempo c’era il sindacato che si batteva per i diritti dei lavoratori, un partito politico che si batteva per l’eguaglianza e la giustizia sociale. Due forze che non esitavano a riempire le strade e le piazze quando i diritti dei più deboli arretravano di fronte all’arroganza dei pochi privilegiati.

Anche allora c’erano i ricchi e i poveri. Ci sono sempre stati. Ma rispetto ad allora i ricchi erano meno ricchi, e i poveri avevano almeno la speranza di uscire da quella povertà grazie a riforme sociali che ne riducevano il divario. Oggi la ristretta élite di ricchi ha accumulato tali enormi fortune di cui non si ha memoria nella storia dell'umanità.

Secondo l’Oxfam, se consideriamo solo l’Italia escludendo il resto del mondo, a metà 2017 il 20% più ricco degli italiani deteneva oltre il 66% della ricchezza nazionale netta, mentre nel decennio  2006-2016, il reddito nazionale disponibile lordo del 10% più povero degli italiani è diminuito del 23,1%. E il trend non si arresta.

E se questo è accaduto e continua ad accadere è perché le politiche fatte dagli uomini politici che il popolo elegge a rappresentarlo sono andate nella direzione di favorire il costante incremento dei profitti di azionisti e top manager a detrimento dei salari e delle condizioni dei lavoratori, che almeno facevano da cinghia di trasmissione per consentire a tanti poveri di uscire dalla loro condizione d’indigenza.

Qualcosa non va, e non è trascurabile: come mai uomini eletti democraticamente dal popolo poi agiscono contro il suo interesse?

Mi è difficile immaginarlo.

Se una simile, grottesca disuguaglianza, persisterà, la società tutta intera si scollerà per il venir meno di qualsiasi senso di solidarietà. E quando questo accadrà, privi del senso di uno scopo comune, pilastro di qualsiasi comunità, solo un Dio potrà salvarci.

Quelli che oggi, come Briatore, parlano di invidia sociale dovrebbero capire – se non l’hanno capito – che da sempre la disuguaglianza non è solo fastidiosa moralmente, ma è anche economicamente inefficiente e pericolosa.

E se non lo capiranno per tempo, scopriranno che l’egoismo può rivelarsi scomodo perfino per gli egoisti.


lunedì 22 luglio 2019

LA TRAPPOLA IDEOLOGICA DEL NEOLIBERISMO


Dopo la caduta del Muro di Berlino, pensavamo di esserci liberati dell’ultimo residuo di ideologie, senza renderci conto che viviamo invece nell'epoca più ideologica della storia dell’umanità, nella quale v’è un’adesione incondizionata ai precetti e ai dogmi del neoliberismo. E questo nonostante i disastri che le teorie economiche neoliberiste stanno perpetrando.

Esistono molte forme di dittatura, ma quella inaugurata dal neoliberismo è la più pervicace, la più sottile, la più insidiosa, proprio perché dietro la maschera della democrazia cela la peggiore delle tirannie: quella che non si limita ad assoggettare i corpi ma anche le coscienze, tanto che la maggior parte della gente può tollerare – senza ribellione alcuna – un potere che pretende d’essere superiore alle leggi, quello  dei mercati finanziari.

Dopo aver reciso ogni legame che univa gli Stati all'economia, dopo aver negato la possibilità di intervenire con decisioni politiche efficaci per garantire condizioni economiche favorevoli ai cittadini, sta progressivamente portando alla distruzione tutti gli assetti sociali democratici.


Mai nella storia dell’uomo si è avuta un’adesione culturale e informativa così capillare e genuflessa a glorificare i dogmi imposti dal mercato che la dittatura comunista appare grossolana a paragone di quella neoliberista. 

Se al popolo dell’ex Unione sovietica era noto di trovarsi in un regime, non lo è altrettanto per quello europeo o americano, convinti come sono di vivere in paesi democratici dove la sovranità spetta al popolo.

Ma i fatti s’incaricano di smentire questa menzogna: se la democrazia, che è governo del popolo, fosse veramente alla base delle decisioni politiche, come mai allora assistiamo ad una tale verticalizzazione del potere e polarizzazione delle ricchezze che non ha precedenti nella storia dell’umanità?

Gli individui – in larga maggioranza – sono vittime di bugie semantiche che fanno loro credere quel che si vuole credano, senza neppure più la capacità di un pensiero critico che strappi il velo dell’inganno, e mostri loro la realtà delle cose per quello che sono.

Si accorgerebbero allora che democrazia, potere del popolo, sono parole vuote e insignificanti; si accorgerebbero allora che le dure battaglie sociali per la conquista di diritti giorno dopo giorno vengono frantumati e immolati al Moloch del Dio Denaro, per la maggior gloria e benessere di una sparuta minoranza di soggetti a danno del resto dell’umanità.

Siamo al declino dell’uomo e delle sue qualità più specificamente umane. Scriveva profeticamente George Orwell in 1984: “In fin dei conti, come facciamo a sapere che due più due fa quattro? O che la forza di gravità esiste davvero? O che il passato è immutabile? Che cosa succede, se il passato e il mondo esterno esistono solo nella vostra mente e la vostra mente è sotto controllo?”.



martedì 9 luglio 2019

VICENDA MORO E I TROPPI INTOLLERABILI SEGRETI D’ITALIA


La vicenda Moro affonda nei troppi intollerabili segreti d'Italia. Tanti sono i risvolti oscuri. E quello che è emerso dalla Commissione d’inchiesta parlamentare è solo la punta dell’iceberg : troppo poco per capire quel che è davvero accaduto. E per quanto possa essere sintetico, non basterebbero le pagine di un libro per spiegare quel che purtroppo non verrà mai provato processualmente.

Cinque indagini giudiziarie e quattro processi non sono giunti a niente di concreto: i registi del delitto Moro hanno cancellato tutte le prove. Non resta dunque che la verità storica secondo il procedimento del cui prodest, ovvero ricomporre il complesso puzzle dimodoché risulti almeno comprensibile la ragione per la quale occorreva eliminare Moro.

Il delitto Moro non lo si comprende se non lo si colloca nel particolare scenario storico della contrapposizione dei due blocchi, quello americano e quello sovietico, con le rispettive sfere di influenza. Agli occhi degli americani, il disgelo nella politica interna tra Dc e Pci rappresentava un pericolo gravissimo per gli equilibri mondiali. Probabilmente il compromesso storico non avrebbe affatto alterato gli assetti internazionali, ma si sa gli americani hanno da sempre un’idiosincrasia verso tutto ciò che puzza anche lontanamente di socialismo e comunismo.

Dopo l’esperienza cilena del governo di S. Allende, Berlinguer s’era infatti affatto convinto che senza la collaborazione fra le forze popolari di ispirazione comunista e quelle di ispirazione cattolico-democratica, il Partito comunista – anche quando avesse conseguito la maggioranza dei voti per governare – non avrebbe avuto vita facile con la CIA fra i piedi. Pertanto, al fine di dar vita a uno schieramento politico capace di realizzare un programma di rinnovamento della società e dello Stato italiani, s’imponeva un’alleanza con quella parte della Democrazia cristiana di radice popolare. E Moro rappresentava la figura politica utile alla strategia politica elaborata, tra il 1973 e il 1979, dall’allora segretario del Partito comunista italiano, Enrico Berlinguer, passata alla storia col nome di “compromesso storico”.

Per Moro, la Dc e il Pci sapevano quali “mondi” rappresentare; e non erano quelli del mondo finanziario e del capitalismo industriale. Insomma, quel mondo rappresentato da Don Camillo e Peppone. La personificazione di due istanze forti solo apparentemente contrapposte: da una parte il cattolicesimo battagliero, ma dalla parte del popolo; dall’altra il comunismo intransigente, ma animato dall’ansia di giustizia. Don Camillo e Peppone, pur divisi dalle quotidiane battaglie, trovano nelle ragioni del popolo un sentimento di reciproca simpatia e comprensione. 

Moro parlava infatti di “convergenze parallele”, un accordo nel quale nessuno avrebbe perso la sua identità, ma il cui fine tendeva a convergere verso la costruzione di un nuovo assetto sociale ed economico.

La linea di Moro che andava verso il coinvolgimento del Pci nell’area di governo non era però condivisa dai suoi compagni di partito, tra cui Giulio Andreotti e Francesco Cossiga. E men che mai dagli americani, che vedevano nel “compromesso storico” una minaccia ai loro interessi nel Mediterraneo. All’epoca infatti si pensava che il Pci fosse legato a Mosca e il coinvolgimento del Pci nel governo dell’Italia avrebbe spostato l’asse della politica italiana nella direzione dell’ex Unione Sovietica. Nonostante Berlinguer avesse fatto già capire di sentirsi più tranquillo e sicuro sotto l’ombrello protettivo della Nato, all’America non bastava e non era disposta a correre il rischio. Pare che Kissinger avesse già avvertito Moro sull'inopportunità del compromesso storico: “attento a quello che fai con il Pci, noi ne trarremo le conseguenze …”.

Ecco perché Moro doveva morire: era scomodo per i suoi compagni di partito e lo era ancor di più per l’alleato americano.

Noi sappiamo che a rapire e uccidere materialmente Moro furono le Brigate Rosse, ma sappiamo anche che lo Stato, che poteva intervenire per tentare di liberare il presidente Dc, non fece nulla, non alzò un dito. Steve Pieczenik, il consulente Usa che partecipò, su invito di Cossiga, al Comitato di Crisi istituito dopo il rapimento Moro, una volta dichiarò: “noi abbiamo ucciso Moro”.  Volendo intendere che se le Br furono gli esecutori materiali dell’assassinio, lo Stato ne fu il responsabile morale per non aver fatto nulla per impedire che quella morte avvenisse: di fatto le Br furono messe nelle condizione di non poter fare altro.

L’assassinio di Moro è stato un delitto politico maturato nel contesto internazionale dell’epoca e consumatosi con la complicità della criminalità organizzata servente (Br, Cosa Nostra, ‘ndrangheta calabrese, ecc.) e di una parte del mondo politico supina agli ordini degli americani.

Per quanto riguarda le Br, già nel 1978 in Italia si ipotizzò che la CIA fosse dietro le azioni più eclatanti delle Brigate Rosse, sostenendole e dirigendole nella logica degli opposti estremismi: isolando e marginalizzando i consensi nei confronti degli estremismi di destra e di sinistra si convogliava l’elettorato verso forze moderate e centriste. Sembra che lo stesso Moro avesse confidato a Giovanni Galloni, tra i fondatori della corrente di sinistra della Democrazia Cristiana, poche settimane prima del suo rapimento e assassinio da parte delle Brigate Rosse, di essere certo di infiltrazioni dei servizi segreti della CIA e del Mossad (servizio segreto dello Stato di Israele) nelle stesse BR. Questo forse aiuta a spiegare perché restano senza risposta i tanti punti ancora oscuri del sequestro Moro.

Le domande senza risposte restano. Per esempio:

Perché in via Fani c’era un colonnello dei servizi segreti militari (Sismi)? 

Chi erano i due uomini a bordo di una moto Honda mai identificati? 

Chi era l’uomo che, da professionista militare super addestrato, sparò da solo 49 colpi su un totale di 92, portando di fatto a termine e quasi da solo l’azione militare in soli tre minuti, dalle 9.02 alle 9.05, quando le armi dei brigatisti si erano inceppate? 

Perché Alessio Casimirri, che prese parte all'agguato di via Fani, è ancora latitante in Nicaragua e lo Stato italiano non ha fatto nessuna richiesta di estradizione, mentre si è battuto senza sosta per ottenere quella di Battisti? 

Perché dopo 41 anni resta il mistero sul luogo in cui Moro rimase effettivamente detenuto, ovvero perché nonostante le numerose segnalazioni la polizia non fece mai irruzione? Forse è il caso di ricordare che negli anni di piombo quando le forze dell’ordine, nel corso delle azioni, non trovavano gli inquilini non esitavano a buttar giù le porte. 

E poi, che fine hanno fatto le carte scritte dal presidente democristiano durante i cinquantacinque giorni di prigionia? Che fine hanno fatto le registrazioni dei suoi interrogatori? Chi ha sottratto la lunga lista degli appartenenti a Gladio stilata da Moro durante la prigionia? 

Possibile che i servizi segreti italiani di allora non fossero in grado di infiltrare o di avere un informatore nell’organizzazione terroristica?

Il rapimento Moro nasconde ancora trame imperscrutabili che coinvolgono la CIA, il Mossad, la P2, i servizi italiani deviati, Gladio, lo IOR vaticano, la mafia, la ‘ndrangheta, la banda della Magliana, e un misterioso servizio supersegreto detto “anello”, una sorta di servizio segreto parallelo alla Gladio composto da ex ufficiali della Repubblica di Salò, imprenditori, industriali, soggetti del mondo politico ed economico, della malavita e della criminalità organizzata, uniti allora nella comune lotta al comunismo.

In tanti sostengono che scegliere di non trattare con i terroristi fu una discutibile ma legittima decisione politica. E che la fermezza fu presa in nome di un bene superiore: la resistenza dello Stato al ricatto dei terroristi, non un metodo per portare alla morte Moro e gli oscuri segreti di cui era custode. 

Strano però che quella stessa fermezza non sia stata poi adottata nel rapimento di Ciro Cirillo (esponente della corrente di Antonio Gava della Democrazia Cristiana), quando la DC non esitò a trattare, sottobanco e senza carattere di ufficialità, non solo con le Br, ma anche con la Nuova Camorra Organizzata di Raffaele Cutolo e i servizi segreti, in quel momento ancora affidati a funzionari e ufficiali iscritti alla P2, con la mediazione del faccendiere Francesco Pazienza, legato al SISMI.

Così quegli stessi che nel 1978 erano stati i fautori della strategia della fermezza (ritenendola un principio sacro e inviolabile: lo Stato non può subire alcuna forma di ricatto), non ebbero poi molte remore morali a fare per Cirillo quello che non fecero per Moro. Trasgredirono tranquillamente pochi anni dopo (1981) a quell’imperativo categorico che fu la cagione della morte di Aldo Moro.

Oggi il Pci e la Dc non esistono più: c’è il Pd. La formazione del Governo Letta (aprile 2013 – febbraio 2014), incoraggiata dall’allora presidente Napolitano, inaugurò nel nostro Paese il governo delle larghe intese. E quelli del Pd videro in questo l’eredità della linea Moro, ignorando – colposamente o dolosamente – che tra la situazione di allora e quella di oggi c’è un abisso: il compromesso storico era il frutto di un accordo che puntava alla tutela del lavoro; le larghe intese del governo Letta avevano invece come preoccupazione principale la salvaguardia degli interessi della finanza e dell’élite politica dominante.

Sono trascorsi ormai molti anni dalla caduta del muro di Berlino, e dovrebbe essere chiaro a molti che  c’è qualcosa di peggiore del comunismo. Ma nessuno sembra accorgersene. La scomparsa di così tanti regimi legati all’immagine di una rivoluzione del popolo per il popolo è il rintocco funebre per la promessa di progresso radicale dalla disuguaglianza e dall’ingiustizia sociale. Molti hanno dovuto risvegliarsi dall’illusione che lo spodestamento del presente capitalismo per mano del futuro socialista fosse non solo qualcosa di auspicabile, ma di inevitabile. Insomma dal sogno che la storia, sia pure con qualche battuta di arresto, si muovesse comunque nella direzione giusta dell’eguaglianza degli uomini. E che, per quanto indigesto fosse il presente, il futuro non poteva non essere che la narrazione della progressiva libertà dal giogo dell’uomo sull’altro uomo. Ma le cose non stanno affatto così: mentre i paesi comunisti sono crollati uno dopo l’altro, e con essi l'idea che li sottendeva, l’ideologia conservatrice non solo è sopravvissuta senza problemi, ma è diventata più forte, lasciando uno spazio vuoto e sterile ad una sinistra ormai incapace di esprimere sé stessa.

Tutto quello che resta è la politica dell’interesse, dell’invidia, e della rielezione secondo la legge del pendolo: alla sinistra succede la destra, alla destra la sinistra, senza che nulla di veramente significativo avvenga nella società. La politica si è ridotta ad una forma di contabilità sociale, all’amministrazione di uomini e cose.

Ora, se l’uomo mediocre e superficiale può sopravvivere senza problemi in un tale scenario, per l’uomo nell’accezione classica del termine – ovvero quello il cui sguardo va oltre il misero presente, pronto a battersi per ideali come libertà, giustizia, eguaglianza, costi quel che costi – è una catastrofe. Esso diventa allora il “gabbiano ipotetico” di cui parla Gaber: «che attraversa ossequiosamente lo squallore della propria sopravvivenza quotidiana e dall’altra il gabbiano, senza più neanche l’intenzione del volo, perché ormai il sogno si è rattrappito».

martedì 2 luglio 2019

CASO “SEA WATCH”: LECITA LA CONDOTTA ITALIANA?


L’avvocato Paolo Busco, esperto di diritto del mare, dalle pagine del “Corriere della Sera” ci dice che la condotta italiana nel caso Sea Watch è lecita: “Quando una nave è in acque internazionali vale la giurisdizione dello Stato di cui batte bandiera”. Quindi dell’Olanda.

Personalmente, non capisco le disquisizioni legali quando in ballo c’è la vita in carne ed ossa di quanti, per salvarsi, sono costretti a lasciare la propria terra per cominciare il lungo pellegrinaggio dell’emigrato. Il dovere di solidarietà dovrebbe venir prima dei cavilli della legge. Argomenti molto sottili e ingegnosi che spesso mascherano un cinismo e una disumanità che sgomentano.

Il discorso può essere esemplificato in questi termini: se in quelle condizioni ci trovassimo noi o un nostro figlio, vorremmo ancora che il rispetto della legge prevalesse sulle ragioni umanitarie di solidarietà? E non dovrebbe essere la legge prima di tutto fondata e radicata sulle ragioni dell’uomo per essere legittima? Una legge che è contro l’uomo e non per l’uomo deve essere per ciò stessa accettata?

Il processo di Norimberga e quello di Eichmann ci dicono di no: gli imputati furono condannati all’impiccagione con la colpa di aver obbedito a leggi disumane.

L’obbedienza ad ogni costo a leggi che discriminano, offendono, umiliano, torturano, massacrano gli uomini non DEVONO essere rispettate. Eppure queste cose accadono ogni giorno nella totale indifferenza di tante brave persone, che pur proclamandosi di sinistra e professando sentimenti di solidarietà restano sordi al “grido di dolore” che da ogni parte del mondo si leva.

Troppo occupati a programmare le prossime vacanze, l’acquisto della macchina, della lavatrice, o in quale scuola iscrivere il proprio ragazzo/a, non hanno tempo per sentire a livello viscerale questa umanità palpitate e sofferente che fugge dalla fame, dalla miseria, dalla guerra o dalla persecuzione politica su precarie imbarcazioni.

Uomini e donne coraggiosi e disperati, pronti a tutto, pur di darsi una possibilità, pur di trovare un angolo di pace in cui rifugiarsi per coltivare il seme coraggioso e folle della speranza.

Contro questa umanità noi volgiamo lo sguardo dall’altra parte per non vedere, lasciando che siano trattati come rifiuti da smaltire prontamente per non turbare troppo la nostra avida ricerca di piacere individuale.

Sarebbe più pietoso e rapido sterminarli tutti, che avviarli nelle discariche umane.

mercoledì 17 aprile 2019

MA NON DOVEVA ESSERE LA MANOVRA DEL POPOLO?


Il Ministro dell’Economia e delle Finanze, Giovanni Tria, ha confermato che, in assenza di un piano alternativo, l’aumento dell’IVA e delle accise, nel 2020 e nel 2021, ci sarà. Pertanto nello scenario tendenziale del DEF 2019 è stato già inserito sia l’aumento dell’IVA sia quello delle accise.

Un aumento dell’IVA al 25% comporterà un aumento generalizzato dei consumi e delle bollette. E secondo le associazioni dei consumatori (Federconsumatori e Codacons) il costo annuo aggiuntivo in più per una famiglia si aggirerà sui 1200 euro l’anno. Un bell’aumento di tasse!

E poi tra quelle più odiose: quello delle imposte indirette, che penalizzano di più le classi meno abbienti, dato che tassano la popolazione generale e sono equamente ripartite fra circa 60 milioni di italiani, indipendentemente dall'età, dal lavoro svolto e dal reddito. 

Alla faccia della progressività del carico fiscale sancita dall’art. 53 della Costituzione!

Il provvedimento secondo il Ministro – Giovanni Tria – si rende necessario per far fronte agli impegni che l’Italia ha con l’Unione Europea e che prevedono, qualora non fossero reperiti i 25 miliardi necessari, l’aumento delle aliquote Iva ordinaria.

Ma non aveva detto l’attuale governo che le risorse finanziarie per mantenere le promesse elettorali c’erano?

Che fine ha fatto la revisione delle Tax Expenditures? Quelle per intenderci che prevedono agevolazioni fiscali che riducono il prelievo per alcuni contribuenti, e tra le quali v’è la cedolare secca sugli affitti, che consente a un proprietario di case di pagare soltanto il 20% di aliquota sulla rendita proveniente dagli affitti. Mentre un operaio con un reddito annuo di 25 mila euro si vede tassare la sua retribuzione con un’aliquota del 27%, e non può nemmeno portare in detrazione il costo dell’affitto.  Le Tax Expenditures rappresentavano la voce principale delle coperture del programma M5S, e dovevano portare nelle casse dello stato circa 40 miliardi di euro.

Che fine ha fatto la riallocazione dei SAD? Oltre 16 miliardi di euro di sussidi, di cui il più oneroso è il differenziale di accisa tra benzina e gasolio (molto più bassa per il gasolio), che lo Stato eroga sotto forma di agevolazioni fiscali per attività che danneggiano l’ambiente.

Che fine ha fatto la tanto attesa Spending Review? Dalla quale il M5S contava di incamerare 30 miliardi annui a regime.

E poi se ancora non bastassero potrei consigliare al Ministro dell’Economia di andare a trovare altre risorse nel valore assoluto dei redditi complessivi evasi in Italia che, secondo una ricerca dell’università Cà Foscari di Venezia, si attesta tra 124,5 e 132,1 miliardi. Se avesse poi qualche difficoltà a trovarli, gli suggerisco di andare a guardare nei grandi serbatoi dell’evasione fiscale: società fiduciarie e di comodo. E nel caso fossero ancora insufficienti, gli consiglio di leggere il rapporto redatto dalla Ong Rand per il parlamento europeo, che stima il costo per i contribuenti derivante dalla corruzione in 236,8 miliardi l’anno, circa il 13% del prodotto interno lordo e pari a 3.903 euro per abitante. 

Lo studio mette in evidenza che con quello che viene sottratto alla comunità si potrebbero risolvere le principali emergenze sociali. La perdita di ricchezza dovuta alla corruzione è infatti pari a oltre una volta e mezza il budget nazionale per la sanità pubblica; a 16 volte gli stanziamenti per combattere la disoccupazione; a 12 volte i fondi per le forze di polizia e addirittura è di 337 volte più grande della spesa per le abitazioni sociali.

Dovrebbero bastare per onorare gli impegni con Bruxelles e per azzerare nell’arco di dieci anni il pesante macigno del nostro debito pubblico.

martedì 16 aprile 2019

L’IMPOSSIBILITÀ DI FONDARE UN’ETICA LAICA IN UNA SOCIETÀ CONSUMISTICA E IL FALLIMENTO DI QUELLA RELIGIOSA


Partendo dal presupposto che al mondo ci sono tante religioni per far sì che gli uomini si odino, ma non abbastanza perché gli uomini si amino, personalmente concludo che l’etica non può che essere fondata su una visione laica: un’etica fondata sulla religione – in un periodo nel quale le società sono sempre più disomogenee dal punto di vista etnico, religioso e culturale – avrebbe l’unico effetto di generare e moltiplicare i conflitti.

Ecco perché la strada da percorrere per una convivenza capace di ospitare la disomogeneità senza violarla è quella di una visione etica e politica radicalmente laica. Ma che cosa significa essere laici?

Potremmo dire che la laicità è l’insieme di tutte quelle condizioni che consentono alle diverse espressioni religiose (e più in generale alle diverse visioni del mondo) di esprimersi e confrontarsi in una società pluralistica senza conflitti. Il fine della politica – in una società laica – non deve essere pertanto di tipo morale, ma tendere a realizzare le condizioni migliori per una coesistenza pacifica tra gli individui attraverso l’esercizio della tolleranza, libertà di espressione e tutte le altre libertà compatibili con la vita civile.

A tal fine la democrazia è il governo migliore, a condizione però che i cittadini siano soggetti tanto liberi dal bisogno quanto consapevoli dei propri diritti e dei propri doveri. Liberi dal bisogno, perché senza la libertà dal bisogno anche le altre libertà sono precarie; consapevoli, perché senza la consapevolezza che i miei diritti sono innanzitutto i diritti degli altri non è possibile fondare alcuna società veramente pacifica.

Fintantoché gli uomini resteranno prigionieri del gretto senso comune del “così si dice” e “così si fa”, accederanno soltanto alla conoscenza di aspetti parziali della realtà, senza la capacità di saperli collegare alla totalità degli altri aspetti, indispensabili per avere una visione più completa della stessa realtà e quindi della verità, intesa non in senso assoluto, ma almeno come accordo su elementi di fatto che non ammettono di esser messi in dubbio. Insomma, uomini capaci di ragionare sui fatti, e non di scambiare le proprie opinioni e presunzioni per verità incontrovertibili.

Capisco quanto questo sia utopico: l’ideale di un uomo, che si eleva al di sopra della sua finitudine e realizza una forma migliore di società, cozza con il limite della gran parte degli uomini che alla libertà preferisce il giogo del “Grande Inquisitore”.

Il grande scrittore russo Dostoevskij – nella “Leggenda del Grande Inquisitore – immagina che Cristo torni sulla terra nella Spagna del XVII secolo, al tempo della Santa Inquisizione. Pur mostrandosi segretamente, viene comunque riconosciuto dalla gente. Il capo dell’Inquisizione spagnola, il Grande Inquisitore, riconosciutolo anch’egli, ne ordina l’arresto.

Nottetempo, il Grande Inquisitore si reca nella cella in cui è rinchiuso il Signore e gli rimprovera di essere tornato per disturbare il suo progetto di plasmare il genere umano con un’apparente felicità. Il Grande Inquisitore gli rimprovera di aver fallito. Lui è venuto sulla terra credendo che gli uomini volessero la libertà, ma non ha capito che quando gli uomini urlano di volere la libertà, in realtà pretendono l’illusione di poter raggiungere la felicità su questa terra, ignorando quella del Cielo. Se Cristo avesse trasformato le pietre in pane, invece di parlare di libertà dello spirito, tutta l’umanità l’avrebbe seguito. Il Grande Inquisitore proclama così la sua vittoria sugli uomini. Ne ha conquistato la cieca obbedienza, perché, a differenza del Cristo che parlava di  pane celeste, egli darà loro ciò che essi realmente vogliono: il benessere materiale.

Dopo il lungo monologo del Grande Inquisitore – Cristo non risponderà mai al suo accusatore –, Gesù gli si avvicina e lo bacia sulle labbra esangui.

Il messaggio del cristianesimo si trova chiuso in questo dilemma: se lo si diffonde a tutta la società, si annacqua e si trasforma in banale filantropia o ipocrisia; se lo si realizza in una piccola cerchia, può essere la via per accedere ad una vita più viva e intensa. Ma questo stesso paradosso vale anche per la società degli uomini: solo attraverso una maggiore consapevolezza e libertà di spirito di ciascun individuo si può pervenire ad una forma migliore di società e giungere alla terra promessa, se non fosse che alle decine di migliaia di uomini che trovano pure la forza di opporsi al giogo del Grande Inquisitore, si contrappongono  miliardi di altri uomini che non hanno la forza di disdegnare il pane “terreno” per quello “celeste”.