“Siamo in guerra”, ha dichiarato il primo ministro francese,
Manuel Vals. E il nostro presidente del consiglio gli ha fatto eco: “Non è il momento
delle colombe”. Mi domando su quale pianeta abbiano vissuto sinora questi due
personaggi. Certamente non sul pianeta Terra. Se fossero di questo pianeta
saprebbero che in realtà sono anni che l’Europa, al fianco degli Stati Uniti, è
in guerra in Afghanistan, in Iraq, in Libia.
Nell’ottobre del 2001, dopo l’attacco terroristico dell’11
settembre, le truppe occidentali hanno invaso l’Afghanistan, giustificando tale
attacco con lo scopo di distruggere Al Qaeda e catturare Osama bin Laden. Quindi
nel marzo 2003 la coalizione multinazionale, sempre guidata dagli Stati Uniti
d'America, ha invaso l’Iraq con l’obiettivo di abbattere il regime di Saddam
Hussein, responsabile – secondo l’amministrazione Bush – di dotarsi di armi di
distruzione di massa e di appoggiare il terrorismo islamista. Infine, il 19
marzo 2011 sempre la Nato ha scatenato una guerra contro la Libia col pretesto
di salvare il paese dalla follia omicida di un dittatore che stava soffocando
nel sangue una “rivoluzione” popolare spontanea.
Come si è scoperto in seguito, gli obiettivi dissimulati di
queste guerra in realtà non hanno avuto nulla che giustificasse una guerra
difensiva contro una minaccia potenzialmente distruttiva e globale, tantomeno
sono risultate utili a garantire la sicurezza occidentale dagli attacchi
terroristici, ancor meno il loro intento era umanitario: sono migliaia le
vittime innocenti delle cosiddette “guerre umanitarie” portate avanti dalle potenze
occidentali.
I nostri media fanno molto scalpore, e giustamente per le
vittime del terrorismo, ma poco dicono dei morti innocenti fatti dalle armi
delle potenze occidentali. Eufemisticamente li chiamano “danni collaterali”, facendo
intendere che i nostri morti sono più morti degli altri; i nostri bambini, più
bambini degli altri. Li chiamano opportunamente danni collaterali per aggirare gli
articoli 51 e 57 della Convenzione di Ginevra che proibisce l’uso dei bombardamenti
a tappeto e obbliga le forze belligeranti a risparmiare le popolazioni e gli
obiettivi civili. Il termine “danno collaterale” è l’escamotage per
controbattere alle accuse di violazioni del diritto umanitario.
Così tra
menzogne e ipocrisia tacciono il fatto che le superpotenze stanno combattendo in
realtà il “mostro” creato da loro stessi. Se si vuole continuare ad imporre i propri
disegni ai popoli e servire i propri interessi, non c’è poi da meravigliarsi se
questo atteggiamento arrogante delle potenze occidentali genera come unica
risposta quella terroristica: la malapianta del fondamentalismo islamico l’hanno
innaffiata e coltivata per anni proprio le potenze occidentali nell’esclusivo
interesse di sparute minoranze, costituite dai grandi trust finanziari e
commerciali, e non certamente di quello dei popoli.
Ai popoli occidentali spetta il compito di sostenere gli
enormi costi della sicurezza a solo vantaggio degli interessi di pochi. Tutto
questo – come fa osservare Noam Chomsky – grazie a un sistema di propaganda
perfetto che si regge su due pilastri. Mentre il primo sforna fiction, soap,
reality show e sport per distrarre gli interessi della gente dai problemi reali,
il secondo, sapientemente, indirizza le opinioni di lettori e spettatori.
Il pluralismo dell’informazione e della libertà di stampa è una bufala
colossale; in realtà, giornali radio televisione, sono delle mega macchine di
indottrinamento al servizio di potentissimi e occulti poteri finanziari.
In questo sta l’ipocrisia dell’Occidente: da una parte si fa
portatore di idee quali la libertà, la democrazia, l’uguaglianza economica, il
rispetto della dignità di ciascun uomo; dall’altra agisce calpestando proprio
quei valori di cui si fa antesignano. Metaforicamente non è dissimile da colui
che di giorno partecipa al family day, facendosi custode dei valori
tradizionali e religiosi della famiglia, e di notte insidia procaci e
giovanissime fanciulle alla ricerca proprio di quei piaceri che di giorno condanna.
Gandhi sosteneva, con serena umiltà, di non avere nulla di
nuovo da insegnare agli uomini, poiché la verità è antica come le montagne. Non
occorre essere professore della Harvard University per comprendere che per
evitare il ripetersi di nuovi attentati terroristici, bisognerebbe innanzitutto
chiudere il rubinetto che alimenta il reclutamento di nuovi terroristi.
Questo
lo si fa curando ed eliminando le sacche di povertà nelle periferie delle
metropoli europee; combattendo le disuguaglianze, la disoccupazione, la
precarietà, la povertà, il razzismo; distribuendo più equamente e diversamente
le risorse economiche, soprattutto a vantaggio delle aree più deboli
economicamente; fermando le guerre, in Siria e in Medio Oriente; aprendo e non
innalzando frontiere a quanti scappano da condizioni di vita infernali;
definendo politiche di accoglienza comuni.
Ma è assai più probabile che la risposta andrà nella solita direzione,
quella opposta: controlli ancora più stretti, sospensione dei diritti
costituzionalmente garantiti, misure d’emergenza rafforzate, frontiere ancora
più chiuse, caccia agli stranieri, più militari nelle strade, intensificazione dei bombardamenti, aumento del budget per scopi bellici. Senza riflettere che questo è proprio il
risultato atteso e sperato dai terroristi.