giovedì 20 agosto 2015

NELL’ITALIA CIVILE SI LAVORA COME SCHIAVI E SI MUORE DI FATICA

Anche la Chiesa prende atto, per voce del Monsignor Nunzio Galantino, segretario generale della conferenza episcopale italiana, che la rappresentanza politica in Italia lungi dal perseguire il bene collettivo è un “puzzle di ambizioni personali all'interno di un piccolo harem di cooptati e di furbi”.

Con questa classe politica al governo è assai difficile sperare di uscire dal pantano in cui ci troviamo. Essi non solo sono assai lontano dallo spirito evangelico, come papa Francesco non si stanca mai di ricordare, ma sono la cifra del cinismo umano, incapaci come sono di una risposta alla miseria e alla sofferenza umana.

Mentre quel che resta di un’Italia del benessere gode le meritate vacanze in qualche località turistica, nei campi della Puglia si muore come schiavi per lo stremo della fatica. Paola Clemente, di 49 anni, madre di tre figli è morta di fatica fra Andria e Canosa di Puglia, nel nord-barese, per una paga di 27 euro al giorno; il cuore di Arcangelo, bracciante 42enne, mentre lavorava nelle stesse terre ha ceduto di schianto per la fatica.

Lo sfruttamento non riguarda più solo gli immigrati, ma anche italiani e molte donne.

È vergognoso che a distanza di sessantasette anni la nostra Costituzione resti inattuata. Se un extraterrestre si aggirasse per il nostro paese assai difficilmente potrebbe credere che in questo Paese sia stata scritta la Costituzione più bella del mondo.

I primi 54 articoli sono un capolavoro di scrittura democratica, un insieme di diritti e doveri che difficilmente qualcuno oserebbe contestare, eppure ancora disattesa per gran parte: la Costituzione italiana dalla sua entrata in vigore non trova riscontro nella realtà.

Il primo articolo per esempio dice che la repubblica italiana è fondata sul lavoro, ma considerando il tasso di disoccupazione del paese e le recenti riforme è arduo e paradossale sostenere che un tale articolo sia stato veramente scritto. La nostra società più che sul lavoro sembra essere fondata sul guadagno ottenuto sullo sfruttamento e sulla prevalenza dell’interesse individuale a scapito di quello collettivo.

Il terzo articolo dice che tutti i cittadini sono uguali di fronte alla legge e hanno pari dignità sociale. Ma a giudicare da come i giudici trattano i miserabili e i potenti par di capire che per i primi c’è la pena e per i secondi l’assoluzione. E, per questi ultimi, quando la chiarezza della legge non lascia scappatoie ecco che cambiano quella stessa legge che li vuole condannati in un’altra ad personam. Il decoro poi vorrebbe che una volta assolti proprio in forza di quella legge, cucita addosso su misura, calasse il pudore del silenzio, godendosi i vantaggi del privilegio che calpestano la dignità e il paziente merito di coloro che non godono della stessa fortuna. No! Essi, non ancora soddisfatti, con arroganza proclamano con gran fanfara al mondo intero d’essere puri come gigli, dato che la prova della loro innocenza è dimostrata per sentenza. 

È questa una realtà cruda e amara che mortifica l’onesto che assiste impotente alla vittoria della prepotenza e dell’astuzia sull'innocenza disarmata.

Il confronto Costituzione italiana-realtà potrebbe continuare così fino all'ultimo articolo e il risultato è il medesimo: il mancato rispetto della costituzione! Eppure essendo la madre di tutte le leggi, avrebbe dovuto plasmare l’intera società secondo i suoi dettami, definendone la natura, la forma, la struttura e le regole fondamentali della sua organizzazione. Ma il panorama civile e sociale ci mostra un’altra realtà: non solo è continuamente disattesa, ma al contempo è stata svuotata di ogni potere sino a renderla un’illusione, un’utopia irrealizzabile.


Risparmiate dunque a me, e a quelli come me, la pantomima del giuramento del dovere di fedeltà alla Costituzione fatto dai presidenti del consiglio e dai ministri che si sono avvicendati negli incarichi. Mettete la bandiera a mezz'asta e celebrate funerali di stato per Paola ed Arcangelo, vittime della morte della civiltà e della democrazia nel nostro Paese.  

martedì 11 agosto 2015

RENZI, IL GRANDE ILLUSIONISTA

“I dati diffusi dall'Inps dicono che siamo sulla strada giusta contro il precariato e che il Jobs Act è una occasione da non perdere, soprattutto per la nostra generazione”. Lo dichiara il presidente del Consiglio Matteo Renzi.

Nel primo semestre, l’Inps conferma l’andamento dei dati espresso dal Ministero del Lavoro: il numero di nuovi rapporti di lavoro a tempo indeterminato nel settore privato è aumentato. Sul totale dei rapporti di lavoro attivati entro il 30 giugno scorso, certifica l’Inps, si è passati dal 33,6% dei contratti a tempo indeterminato attivati nel 2014 al 40,8% dell’anno in corso, per un incremento complessivo di 252.177 lavoratori assunti senza data di scadenza.

Lasciamo perdere per il momento l’ambiguità dei termini “indeterminato” e “stabilità”. Come si possa parlare di lavoro “stabile” a tempo “indeterminato” quando il reintegro in caso di licenziamento del dipendente è limitato solo a quello “discriminatorio”, mentre per tutti gli altri casi è previsto un risarcimento economico irrisorio – due mensilità per ogni anno di servizio (si veda il precedente articolo “Da oggi il mobbing è legale”) –, è cosa che mette a dura prova le mie facoltà psichiche e intellettive. Peraltro, la reintegra viene – con subdola tecnica normativa – di fatto del tutto vanificata con l’introduzione del meccanismo dell’inversione dell’onere della prova. Nel caso, infatti, dell’odioso licenziamento disciplinare illegittimo, sarà il lavoratore a dover direttamente dimostrare in giudizio l’inesistenza del fatto contestatogli.

Insomma, il Jobs Act non è solo quanto di più lontano possa esservi in materia di sicurezza e stabilità del posto di lavoro, ma anche in materia di democrazia e tutela dei diritti dei lavoratori, contribuendo di fatto a creare nuove forme di schiavitù e servitù nel mondo del lavoro.

Il fatto che Renzi gongoli sui dati diffusi dall’Inps rivela piuttosto il personaggio e non il conforto che questi dati dovrebbero ispirarci. Un uomo che sembra l’incarnazione del “Principe” di Machiavelli: «È necessario questa natura saperla bene colorire, ed esser gran simulatóre e dissimulatore (...) e sono tanto semplici gli uomini (...) che colui che inganna troverà sempre chi si lascerà ingannare».

Un uomo la cui ambizione è così smisurata da pregare Dio di non averne uno simile tra i propri amici: con una mano ti offre un mazzo di rose, con l’altra brandisce un coltello pronto ad essere vibrato quando l’occasione lo richiede. Un carrierista furbacchione che parla con lingua biforcuta. Un insopportabile sbruffone che promette, promette, promette: una riforma al mese, soldi per le scuole che non ci sono, sgravi alle aziende che non arrivano, aiuti alle famiglie che aspettano e sperano, rivoluzioni che falliscono sul nascere, confidando sull’ingenuità e dabbenaggine degli italiani.

Possiamo davvero fidarci di un soggetto simile?

Torniamo ai buoni segnali dal fronte del lavoro. Siamo davvero ad una svolta? A giudicare dalle notizie diffuse dalle maggiori testate giornalistiche e dai network televisivi pare proprio di sì: la riforma del Jobs Act ha dato un impulso positivo al mercato del lavoro. Ma se questo è vero, allora come mai i dati diffusi dall’Istat lo scorso 31 luglio riferiscono di un tasso generale della disoccupazione al 12,7%, mentre la disoccupazione giovanile è giunta alla soglia del 44,2%? Vale la pena ricordare che nel 2011 la percentuale totale dei giovani senza occupazione era del 27,5%.

Cerchiamo di capire dove sta l’inghippo. Se le politiche in materia di lavoro adottate dal governo stanno funzionando, perché allora la disoccupazione aumenta?

Per tentare di rispondere alla domanda, immaginiamo un provvedimento del governo finalizzato ad incentivare l’acquisto di una nuova autovettura da parte di chi pur avendo i quattrini preferisce tenersi la sua vecchia automobile. Supponiamo che l’incentivo consista nell’abbattimento dell’Iva e sospensione del bollo auto per tre anni. Non occorre molta lungimiranza per prevedere che tale proposta di legge farà lievitare significativamente il numero delle nuove immatricolazioni.

Possiamo ragionevolmente supporre per similitudine che il boom dei stabilmente precari a giugno sia il frutto della poderosa dose di incentivi. Ora poiché gli incentivi non sono a costo zero, il Jobs Act costerà alla fiscalità generale qualcosa come 11 miliardi di euro in tre anni - ma questo pochi lo dicono - il Presidente del Consiglio dovrebbe onestamente dire se il suo entusiasmo è ben fondato o rientra in una delle tante propagande elettorali fatte con i soldi degli italiani che le tasse le pagano.

Il fatto è che con gli incentivi alle imprese (il datore di lavoro potrà risparmiare fino a 8060 euro di contributi annuali), a giugno sono aumentate soltanto le trasformazioni dei contratti precari in contratti a tempo indeterminato «a tutele crescenti». Dunque una “bolla”: non sono nuovi posti di lavoro, ma solo stabilizzazione dell’esistente.

Intanto Mediobanca, e non un gufo, traccia un quadro assai meno roseo: nelle grandi imprese l’occupazione è calata dell’1,1%. Le vendite sul mercato interno continuano a crollare. Dall’inizio della crisi nel 2008 gli operai sono diminuiti dell’8,5%. Nel settore manifatturiero targato Italia si è registrato un crollo del 12,3%. Sul fronte degli investimenti esteri, molti gruppi sono andati via dal nostro Paese, determinando una perdita di posti di lavoro del 19% tra gli operai e dell’8% tra gli impiegati. Coloro che sono riusciti a conservare il posto di lavoro guadagnano assai meno, con conseguente perdita del potere di acquisto.

Il Paese è sull’orlo della decomposizione economica, politica e sociale, e Renzi non sa far di meglio che continuare a “prenderci per il culo”. Non è con le "prese di culo" che si risolvono i problemi dell'Italia.

domenica 2 agosto 2015

LO SCAMBIO MENO TASSE MENO SPESA SOCIALE

Renzi annuncia che abbasserà le tasse di 50 miliardi nei prossimi cinque anni. Nel 2016 via tutte le tasse sulla prima casa, nel 2017 via buona parte dell'Ires (l’imposta sul reddito delle società), quindi nel 2018 interventi sugli scaglioni Irpef.

A questo punto sorge spontanea la domanda: dove si troveranno i 50 miliardi con cui “coprire” i tagli alle tasse per i prossimi 5 anni?

Considerato che la combinazione perversa di evasione e corruzione costa al popolo italiano qualcosa come 236 miliardi di euro all’anno, ci si sarebbe atteso che le risorse si potessero reperire dal maggior contrasto alla corruzione e all’evasione. Ma per carità lasciamoli stare!

Così anche questa volta arriveranno da ulteriori tagli alla spesa sociale. I primi dieci miliardi il governo li troverà tagliando i fondi alla Sanità.

Il ministro della Salute Lorenzin si è affrettata però a precisare che «nella prossima legge di stabilità non è previsto nessun taglio lineare alla sanità ma solo un efficientamento del sistema, che produrrà risorse da destinare al miglioramento dei servizi».

Sarà ma non ci credo. Se i risparmi che derivano dalle misure che puntano a mettere in efficienza il sistema fossero reinvestiti nel Servizio Sanitario Nazionale, allora sarebbe un’azione lodevole. Ma è più probabile che servano solo a far cassa a danno dei meno abbienti e dei più deboli. Infatti, poiché in cima alla lista dei tagli ci sono le prestazioni specialistiche non necessarie, si verificherà che il medico che non voglia rischiare di veder decurtato il proprio stipendio non le prescriverà. Il paziente invece che insiste per la prestazione dovrà pagare di tasca propria, semprechè sia nella condizione di permetterselo.

Lo scambio tasse – spesa sociale dovrebbe rivelare ormai anche ai più sciocchi la meta delle nuove strategie politiche di Matteo Renzi. Esse vanno nel solco tracciato dalla Margaret Thatcher nel 1979 e da Ronald Reagan nel 1980, che possono essere così sintetizzate: riduzione delle imposte e privatizzazione dei pubblici servizi.

A quel qualcuno poi che creda che privato sia necessariamente più bello e sinonimo di efficienza, consiglio la visione del bel film di Michael Moore, “Sicko”, che racconta e descrive il viaggio nella sanità americana. Un sistema dominato dalle compagnie assicuratrici che riserva le cure migliori alle classi più abbienti, mentre scarica sul marciapiede coloro che non possono permettersi un’assicurazione sanitaria e quindi destinati alla discarica, all’estinzione come una certa interpretazione del darwinismo sociale impone: il più forte sopravvive a scapito del più debole.

La sanità italiana pubblica, sorta sul presupposto che ogni uomo, indipendentemente dalla classe di appartenenza, abbia diritto all’assistenza sanitaria, dopo l’ennesimo taglio corre il rischio di collassare. Le compagnie assicuratrici italiane ringraziano il governo Renzi e nell’attesa, come lupi affamati, sbavano in vista del prossimo succulento banchetto.

È soltanto un caso che l’equilibrio dei conti passi solo attraverso la sanità, la scuola, la previdenza, mentre la riforma della Pubblica amministrazione resta un processo senza fine? Per la riforma delle pensioni e del lavoro della ministra Fornero sono bastate 48 ore, ma tutte le volte che si è aperto il cantiere della riforma della pubblica amministrazione si è ripetuto e si ripete lo stesso schema: pletoriche commissioni di studio, presiedute da accademici, che non sono mai approdate a niente. Nei ministeri, nei Comuni, nelle Regioni e nella Sanità dilaga un esercito di alti dirigenti che, secondo uno studio internazionale, sono i meglio retribuiti al mondo; alcuni guadagnano molto di più del Presidente degli Stati Uniti. Un’elaborazione della Cisl, basata sul dossier della Corte dei Conti del 2013 sul costo del lavoro pubblico, ne ha contati 168 mila, con una spesa lorda per le loro retribuzioni stimata da un minimo di 15 miliardi ad un massimo 20 miliardi di euro l’anno. E non sono noccioline!

Vale ricordare che in rapporto al Pil la spesa sanitaria italiana è la più bassa della zona euro, perfino di quella greca: nel 2013 i greci hanno investito in sanità, tra pubblico e privato, il 9,2% del loro Pil; i Paesi Bassi spendono l’11,8% del Pil, la Francia l’11,6% e la Germania l’11,3%; l'Italia si è fermata all'8,8% del 2013.

Ma non disperiamo, anche noi abbiamo i nostri primati. In fatto di evasione fiscale siamo i primi; rispetto al Pil l’evasione fiscale rappresenta il 12,4%. La medaglia d’oro ci viene conferita anche per l’economia sommersa; incide per il 28,87% sul Pil. Sarebbe troppo facile cominciare da qui. Ai nostri governanti non piace giocare facile.

Beh, a ciascuno il suo primato.