Sento dire spesso che il marxismo potrebbe anche funzionare
in teoria, ma tutte le volte che è stato messo in pratica, le conseguenze sono
state terrore, tirannia e assassini di massa a livelli inimmaginabili. Non v’è
dubbio alcuno che per milioni di uomini e donne, il comunismo abbia significato
miseria, privazioni, torture, lavori forzati, un’economia sul lastrico e uno
Stato mostruosamente oppressivo.
Questo è vero!
Tuttavia se questo è stato vero
per il comunismo nella sua attuazione pratica del marxismo, non riflettiamo mai
abbastanza sugli abomini che il capitalismo non solo ci ha lasciato in eredità,
ma continua imperterrito a produrre: le recessioni, lo sfruttamento del lavoro,
il fascismo, le guerre imperialiste. Di contro la Storia ci dice che senza il
marxismo probabilmente non avremmo avuto una tradizione di libertà, democrazia,
diritti civili, femminismo, repubblicanesimo, progresso scientifico e molto
altro ancora.
Il neoliberismo, di cui il capitalismo è espressione, pur
fondandosi su valori quali la dignità umana e la libertà individuale, di fatto
limita questa e la degrada alla mera libertà d'impresa.
Grazie al trionfo di
questa concezione, secondo la quale altri parametri, quali il benessere
psicofisico, la crescita umana e culturale di ciascun individuo, se non hanno alcun
valore sul mercato possono essere tranquillamente ridimensionati, i governi del
mondo – senza eccezione alcuna – tollerano tranquillamente che le aziende
possano “esternalizzare i costi” senza pagar dazio: la produzione, prima della
salute individuale e collettiva.
Per un’impresa esternalizzare i costi significa che se gli
investimenti in termini di sicurezza sul lavoro e della collettività sono
inferiori ai ricavi attesi, bene. In caso contrario, se ne faranno carico le
vittime e la collettività.
Un esempio classico è rappresentato dall’incidente occorso nello
stabilimento ThyssenKrupp di Torino.
Nella notte tra il 5 e il 6 dicembre del
2007, sette operai trovarono la morte, investiti da una fuoriuscita di olio
bollente, che prese fuoco. L’ultimo, di soli 26 anni, morì dopo tredici giorni
di atroce agonia.
La sentenza definitiva, di 14 mesi fa, ha acclarato le gravi
responsabilità dei manager tedeschi della ThyssenKrupp: l’incolumità dei
lavoratori fu subordinata agli interessi economici dell’azienda!
Eppure, i manager
tedeschi della ThyssenKrupp sono ancora liberi: la Germania non ha ancora provveduto
ad arrestarli. D'altronde essi hanno fatto ciò che, in un mondo dominato dal
moloch del libero mercato, ci si attende da un manager: massimizzazione del
profitto e del dividendo da distribuire ai singoli soci. In fondo sono questi i criteri di arruolamento dei tanti dirigenti d’imprese, tutto il resto
è trascurabile. Perché stupirsene?
Accusarli per aver anteposto l’interesse superiore dell’impresa
a quello di sette operai è come aver fatto una contravvenzione “per eccesso di velocità
alla 500 Miglia di Indianapolis”.
Pretendere che il capitalismo diventi altro da sé stesso,
magari attraverso un risanamento di tipo morale, religioso o politico, è
assurdo quanto la pretesa che un leone si trasformi in un erbivoro.
Dalla
voracità dei mercati e del capitalismo non ci si salva blandendo la “bestia”,
ma solo governandola politicamente con misure draconiane, subordinando gli
interessi privati a quelli collettivi, anche a costo di scontentare i mercati e
gli investitori stranieri.
Se la politica, in quanto espressione degli interessi della
maggioranza, non vorrà o non saprà ritrovare la forza di piegare la volontà di
pochi sedicenti «illuminati» alle ragioni della democrazia, le vite bruciate
alla Thyssen sono state vane e noi docili schiavi, asserviti agli interessi di
pochi, incapaci di riparare gli strappi dell’umanità: complici!