domenica 22 febbraio 2015

DA OGGI IL MOBBING E' LEGALE

Con la parola “mobbing” si intende una forma di terrore psicologico sul posto di lavoro, esercitata attraverso comportamenti aggressivi e vessatori ripetuti, da parte di superiori e, talvolta, colleghi. La vittima di queste vere e proprie persecuzioni si vede emarginata, calunniata, criticata. Gli vengono affidati compiti dequalificanti o demansionati. Viene spostata da un ufficio all’altro o viene sistematicamente messa in ridicolo di fronte ai colleghi, ai clienti, ecc. E quando questi atteggiamenti non bastano a indurre la vittima alle dimissioni volontarie, si arriva anche al sabotaggio del lavoro allo scopo di motivarne il licenziamento.
Il termine venne coniato dall'etologo Konrad Lorenz per descrivere un particolare comportamento aggressivo tra individui della stessa specie, con l'obbiettivo di escludere un membro del gruppo.  E sebbene in Italia, al contrario di quanto previsto in Germania, non esista una legislazione specifica in materia di mobbing, la Sentenza n. 359 del 19 dicembre 2003 della Corte Costituzionale  ha ribadito che se gli atti singolarmente presi possono risultare “anche leciti, legittimi o irrilevanti dal punto di vista giuridico”, tuttavia quando dalla complessiva condotta, attuata con molestie e finalità persecutorie, tali da rendere penosa per il lavoratore la prosecuzione del rapporto di lavoro, scaturiscono “disturbi di vario tipo e, a volte, patologie psicotiche, complessivamente indicati come sindrome da stress postraumatico”, allora si configura il fatto illecito del “mobbing” con rilevanza non solo civile ma anche penale.
Dal 20 febbraio 2015 la seconda parte del Jobs Act è stata approvata, rendendo di fatto tutti i lavoratori non solo più licenziabili a fronte di un esiguo risarcimento, ma anche più ricattabili. Il primo comma dell’art. 1 della Costituzione è stato riscritto: la Repubblica italiana non è più fondata sul lavoro degli uomini, ma sul lavoro degli schiavi. Alla dignità umana del lavoro si è preferito l’interesse delle Imprese di poter disporre degli uomini a loro capriccio e piacimento. Peraltro, nel decreto legislativo di attuazione del Jobs Act è stata inserita una postilla che modifica anche l'articolo 13 dello Statuto dei Lavoratori, quello che impediva il demansionamento e che recita: «Il prestatore di lavoro deve essere adibito alle mansioni per le quali è stato assunto». Questa modifica non si applica solo ai lavoratori che saranno assunti dal primo marzo, ma a tutti. In sostanza, è retroattiva. E permette a qualunque azienda di modificare in peggio in modo unilaterale le mansioni del dipendente, in caso di «modifica degli assetti organizzativi», che ovviamente può autodichiarare l'azienda stessa. In altre parole, per esempio, un dipendente con la qualifica di quadro, impiegato o qualunque altra funzione, potrà essere messo a fare le fotocopie. Consiglio la visione del film “Mi piace lavorare” di Francesca Comencini, in cui la protagonista subisce dai superiori – con la complicità dei colleghi, simili a un branco di iene che abbandona l'animale ammalato – una serie di demansionamenti, sopraffazioni, umiliazioni, mortificazioni allo scopo di spingerla ad abbandonare il posto di lavoro. Viene spodestata, senza una motivazione valida, della sua scrivania, del suo computer. La gincana che la fa passare da un compito all'altro, finisce nel corridoio accanto alla fotocopiatrice col compito di fare da guardia, per poi naufragare nelle sale dei magazzini dove deve controllare il lavoro - tempi e pause - dei magazzinieri. È la goccia che fa traboccare il vaso: sola e vicinissima alla depressione decide di rivolgersi al sindacato e racconta quello che ha subito. Il film si conclude con la protagonista che fa causa all'azienda e vince. Ma oggi con l’introduzione del jobs act chi potrebbe sperare nello stesso lieto fine? Fino a oggi l'articolo 13 impediva, nella più parte dei casi, che il demansionamento celasse un “mobbing”; quando avveniva, c'era la possibilità di ricorrere al magistrato. Con la postilla, dal prossimo primo marzo, il mobbing è di fatto legalizzato.

Il confine tra l’attività lavorativa degli uomini liberi e quella degli schiavi sta fondamentalmente nel fatto che i primi sono depositari di diritti e contribuiscono all'emancipazione civile e sociale di un paese, i secondi sono semplici erogatori di energie, fisiche ed intellettuali, privi però delle caratteristiche proprie dell’uomo e di qualunque dimensione etica. Sono soltanto oggetti da cui estrarre profitto e l’unica loro dimensione è quella di essere di proprietà di qualcuno che può disporre a piacimento delle loro energie e del loro corpo in cambio di denaro.

Il mondo è diviso tra ricchi e poveri non solo perché i primi possono permettersi quello che agli altri esseri umani è negato, ma anche perché in cuor loro fantasticano un chimerico dominio sul resto del genere umano. E il loro appetito non sarà pago sino a quando non l’avranno reso del tutto in schiavitù, alla completa mercé dei loro capricci.

E come non poteva l'ok definitivo ai primi decreti del jobs act suscitare gli applausi dalla destra? il Jobs Act l’avrebbe potuto tranquillamente scrivere un ministro del passato governo Berlusconi. Non a caso Maurizio Sacconi è uno dei più entusiasti della riforma. Renzi, incurante dei dissensi all'interno del suo stesso partito e del parere contrario dei sindacati, condivide la sua passione riformatrice con Marchionne e Berlusconi, e continua nel solco di politiche di destra impostate sul taglio ai diritti sul lavoro, sulla compressione salariale e sulla possibilità di un maggiore controllo delle imprese sui dipendenti (vedi l’uso delle telecamere per controllare i lavoratori).

Non c’è dubbio, siamo tornati agli anni '50, quando, in un mondo del lavoro privo di regole e tutele, “si lavorava per mangiare” e non avanzava molto tempo per attività diverse da quelle lavorative. Oggi si riafferma il principio che il lavoro non è più un diritto fondamentale della persona, ma una conquista individuale per la quale si deve essere disposti ad accettare qualsiasi condizione. E se ti capita la sventura di avere un bel culetto che piace al tuo “padrone” devi anche accettare la possibilità di fartelo “mettere nel culo”, se vuoi conservare il tuo “jobs act” a tutele crescenti.

Entrare nel mondo del lavoro è diventato per i giovani un vero e proprio “cursus honorum” infernale. Il jobs act prevede tutele crescenti ai lavoratori assunti con contratto a tempo indeterminato, con facoltà dell’imprenditore di licenziare il dipendente a fronte della corresponsione di un’indennità crescente in ragione di una mensilità per anno di servizio, con il minimo di due e il massimo di sei.

La tutela dell’art. 18 del defunto “Statuto dei lavoratori”, cioè il reintegro, resta solo per i casi di licenziamenti nulli e discriminatori e intimati in forma orale. Ma dire che “comunque” la tutela del licenziamento discriminatorio verrà mantenuta è un inganno. Perché se il divieto di licenziamento discriminatorio risponde a un principio giuridico fondamentale imprescindibile, pena la nullità dello stesso jobs act, è anche vero che la rilevanza pratica è molto scarsa.

Come si potrà riconoscere quando la causa del licenziamento sia imputabile a violazione di norme fondamentali (come quelle a tutela della maternità e della paternità, degli orientamenti sessuali, della religione, delle opinioni politiche, dell’attività sindacale e così via) e quando derivante da una effettiva e provata situazione economica o organizzativa dell’azienda che lo giustifichi? Ovvio che nella lettera di licenziamento il datore di lavoro non scriverà mai che la causa del licenziamento è ascrivibile ai motivi per i quali la tutela dell’art. 18 resta in vigore. Peraltro anche quando fosse riconoscibile la matrice discriminatoria, sarà complicatissima dimostrarla per due motivi principali: 1) spetta al lavoratore o alla lavoratrice l’onere della prova, ovvero dimostrare che il motivo del licenziamento è discriminatorio; 2) deve dimostrare che sussiste da parte del datore di lavoro l’elemento intenzionale (per es.: mi ha licenziata perché ho rifiutato di fargli una “pipa”).

Esempio n. 1: la signora Gianna si è appena sposata e confida alle sue colleghe che sta felicemente aspettando un bambino. Giulia, una collega, nella speranza di ottenere un vantaggio lavorativo, spiffera tutto al datore di lavoro. Qualche settimana dopo, la povera Gianna riceve la lettera di licenziamento.
 
Esempio n. 2: Carlo è un bel giovanotto cui le donne danno la caccia. Da poco ha trovato impiego in un’agenzia di assicurazioni. L’Agente – titolare dell’agenzia – lo invita spesso a cena fuori e comincia a riempirlo di doni. Carlo è piuttosto imbarazzato dell’insolito comportamento del suo datore di lavoro e sospetta che il suo capo abbia inclinazioni omosessuali. Ben presto i suoi sospetti divengono certezze e si vede – con notevole imbarazzo – costretto a respingere le avance del suo capo. Qualche settimana dopo l’accaduto, al rientro a casa trova nella cassetta della posta la lettera di licenziamento.

Potrei elencare altri innumerevoli esempi, Luisa che deve occuparsi dei figli, Alberto che viene colpito da una malattia grave, Luca che è un omosessuale, Maria che deve prendersi cura della mamma anziana, Mamadu che è di pelle nera, ecc. ecc., ma credo di aver reso l’idea.

Ebbene, sia Gianna, sia Carlo potranno pure impugnare il licenziamento, ma perché venga riconosciuto come discriminatorio, dovranno essere in grado di dimostrare che il motivo stesso della discriminazione ha avuto “rilevanza determinante”. Questo significa che se il datore di lavoro riuscirà a dimostrare invece la validità di un’altra ragione posta formalmente a fondamento del licenziamento (per esempio che per esigenze aziendali doveva sopprimere un posto che risultava in esubero e dopotutto facile in un Paese nel quale il “falso in bilancio” non è reato) questa seconda ragione prevarrà comunque sui profili discriminatori contestati. La motivazione discriminatoria alla base del licenziamento, passerà in secondo ordine e Gianna e Carlo oltre al danno subiranno anche la beffa.

E cosa accadrà se dopo tre anni di rinnovi non arriva la fatidica stabilizzazione? E ancora cosa dovrebbe far propendere una azienda per l'assunzione stabile dopo i 3 anni, se può prendere un altro lavoratore a tre anni con le medesime condizioni?

La verità è che i nuovi lavoratori saranno sempre come i “Soldati” della poesia di Ungaretti: “Si sta come d'autunno sugli alberi le foglie”. Per anni e anni resteranno precari. E se al termine dei tre anni canonici si verrà licenziati, si potrà sempre essere riassunti con il voucher, il cui tetto di applicabilità è stato elevato da 5mila a 7mila euro l’anno, o con il “contratto Poletti”, rinnovabile continuativamente fino a 36 mesi, nel corso dei quali un lavoratore potrà essere preso e mollato diverse volte, senza causale. E poi magari un contratto a somministrazione, e poi ancora uno a tutela crescente. E così, come in una porta girevole all’infinito, il gioco ricomincia daccapo.

Se non fosse tragedia per taluni sarebbe farsa, che oltretutto difficilmente consentirà di maturare diritti a una indennità di disoccupazione decente, tra un rinnovo e l’altro. Per  le donne, peraltro, la possibilità di fare contratti brevi, rinnovabili più volte, consentirà ai datori di lavoro di ignorare del tutto legalmente la norma sul divieto di licenziamento durante il cosiddetto periodo protetto. Pertanto, non occorrerà neppure più far firmare, illegalmente, dimissioni in bianco, o indagare, sempre illegalmente, sulle intenzioni procreative al momento dell’assunzione. Basterà fare loro sistematicamente contratti brevi, non rinnovandoli alla scadenza in caso di gravidanza. Con l’ulteriore conseguenza negativa che molte donne non riusciranno a maturare il diritto alla indennità di maternità piena. E faranno fatica a iscrivere il bambino all’asilo nido, dato che non potranno dimostrare di avere un contratto di lavoro almeno annuale.

Dunque, Renzi non poteva fare regalo migliore alla Confindustria, che da oggi potrà trattare lavoratori e lavoratrici come limoni che, dopo averne estratto il succo, si gettano via. E come se non bastasse, ciliegina sulla torta: la Confindustria ringrazia anche per il via libera ai licenziamenti collettivi. Esistono già oggi, ma richiedono, per essere ammissibili, una procedura dettagliata, incluso un preaccordo sindacale. Avere esteso la riforma anche a questi licenziamenti significa che le imprese potranno ridurre l’organico anche senza accordo sindacale.

È davvero un grosso cambiamento. Da oggi in poi, grazie a Renzi, saremo tutti più felici e sfruttati.

martedì 10 febbraio 2015

LA CREDULITÀ UMANA, A VOLTE, È SCONFINATA

Non v’è dubbio che tutto ciò che riguarda la salute è meritevole della nostra attenzione, ma sul web si moltiplicano non solo gli impostori che annunciano prodigiosi rimedi per dimagrire senza sacrifici, per guarire dai mali più gravi con mezzi semplici, economici e disponibili a tutti, ma anche quelli che in buona o malafede mettono in giro bufale.
L’ultima mi viene segnalata dal mio amico Marco.
Al link http://www.medicinenon.it/la-causa-primaria-del-cancro-fu-scoperta-nel-1931-da-un-premio-nobel, l’autore dell’articolo – Luciano Gianazza – scrive che la causa principale del cancro è stata ufficialmente scoperta dal medico e fisiologo tedesco Otto Heinrich Warburg; insignito per questa sua scoperta del premio nobel per la medicina nel 1931.
Dunque, per l’autore dell’articolo, la causa primaria del cancro era già conosciuta. E questo fatto è stato deliberatamente nascosto dall'industria farmaceutica per moltiplicare i propri profitti.
Che le aziende farmaceutiche abbiano più a cuore il loro portafoglio della salute e dell’interesse del genere umano è un fatto. Non sempre l’elevato costo dei farmaci è giustificato; sono costi talmente speculativi da creare problemi di sostenibilità economica da parte dei sistemi sanitari, con la conseguenza di limitare l’accesso alle terapie da parte dei malati dei paesi poveri. Si veda quanto sta accadendo in Grecia, dove ammalarsi è diventato un lusso: oggi lo stato ellenico offre assistenza sanitaria solo a chi ha ancora la fortuna di avere un impiego e può pagarsi l’assistenza medica attraverso un sistema assicurativo e al contributo dei propri datori di lavoro.
Il recente scandalo Avastin-Lucentis depone in tal senso. La breve storia: due multinazionali del farmaco – Roche e Novartis – hanno fatto “cartello” per favorire il farmaco più caro (Lucentis) per la cura della maculopatia senile, rispetto a quello più economico, Avastin. Un accordo che è costato al nostro Servizio sanitario nazionale 1,2 miliardi di euro.
I tumori aggressivi sono caratterizzati rispetto a quelli meno aggressivi dalla loro capacità di produrre fattori che stimolano la formazione di vasi sanguigni, che gli assicurano il cibo e l'ossigeno dei quali necessitano. Nel 2004 gli scienziati della multinazionale Roche misero a punto una molecola antitumorale, il bevacizumab, in grado appunto di bloccare la serie di reazioni che porta alla formazione di un vaso sanguigno. Il tumore, privato di ossigeno e nutriente, cessa di accrescersi e muore. La molecola fu quindi brevettata e messa in commercio con il nome di Avastin.
Più tardi la Novartis sintetizzò una molecola molto simile, il ranibizumab, destinata al trattamento della forma “umida” della degenerazione maculare senile o maculopatia senile. La nuova molecola fu brevettata dalla Novartis con il nome di Lucentis.
La maculopatia senile di tipo umido è caratterizzata dalla neoformazione di vasi sanguigni sottoretinici, che si formano appunto sotto la macula, la parte centrale della retina. Purtroppo questi neovasi sottoretinici sono particolarmente fragili, che basta uno starnuto per romperli. La fuoriuscita di liquido e sangue causano quindi il progressivo distacco della retina con conseguente perdita della visione centrale.
Alcuni oculisti, prima ancora che la Novartis mettesse in commercio il Lucentis, pensarono che il bevacizumab, quale inibitore della formazione di nuovi vasi sanguigni, poteva risultare utile anche per curare la degenerazione maculare senile. I risultati confortarono le aspettative.
Lucentis e Avastin sono sostanzialmente identici; l’unica differenza è che il primo è molto più caro. Un’iniezione di Lucentis (quello sviluppato più tardi) costa circa 900 euro, mentre l’Avastin – il prodotto originale, che può essere utilizzato anche nella lotta al tumore – costa intorno ai 35 euro.
Secondo l’Antitrust italiana, Novartis e Roche si accordarono per scoraggiare l’utilizzo del più economico Avastin nella cura delle degenerazione della vista e per incentivare l’uso del più costoso Lucentis. Inoltre, nessuna delle due società ha mai fatto richiesta, né in Europa né negli Stati Uniti, affinché l’Avastin venisse ufficialmente riconosciuto come farmaco adatto a curare anche la degenerazione della vista.
Questo breve excursus, teso a dimostrare come la politica delle aziende farmaceutiche quasi mai è al servizio dell’uomo, vuole sgombrare il campo dal sospetto che voglia parteggiare in qualche modo a favore dell’operato delle aziende farmaceutiche. Quasi sempre guidate da ignobili affaristi senza scrupoli, disposti a speculare sulla paura e sulla salute delle persone, pur di aumentare i loro profitti. E solo una presa di coscienza collettiva potrà proteggerci da incidenti simili, sempre nella speranza che il popolo sarà un giorno in grado di selezionare governanti un po’ più competenti e oculati.
Ma torniamo al nostro scienziato tedesco Otto Heinrich Warburg. Non è esatto dire che ha ricevuto il Premio Nobel per la scoperta della causa prima del cancro. Il premio Nobel gli fu conferito per i suoi studi sulla biochimica dei processi di ossidoriduzione alla base della respirazione cellulare e sul ruolo dell'enzima respiratorio citocromo ossidasi, inizialmente detto fermento di Warburg. Avvalendosi di tecniche manometriche – rivoluzionarie per l’epoca – chiarì l’insieme di reazioni che portano alla demolizione delle molecole di glucosio per ricavare energia.
La respirazione cellulare è altrettanto essenziale quanto la respirazione polmonare, di cui è l’espressione a livello cellulare. La citocromo ossidasi è invece l’enzima che interviene nella fase terminale della catena respiratoria. Il cianuro – per esempio – è un potentissimo veleno con azione estremamente rapida in quanto blocca la catena respiratoria e quindi la respirazione cellulare con l’immediata caduta della produzione di ATP; questa colpisce molto rapidamente le cellule nervose, in particolare quelle del sistema nervoso centrale, che prima delle altre vanno incontro a morte. Come il cianuro, anche il monossido di carbonio (CO) si combina con la citocromo ossidasi, inattivandola e bloccando sia l’intera catena respiratoria sia la produzione di ATP. Da qui la morte.
Dunque Otto Heinrich Warburg non scoprì la causa prima del cancro, suppose più semplicemente che un’alterazione dei processi ossido riduttivi, coinvolti nella respirazione cellulare, potesse essere una plausibile spiegazione nella genesi dei tumori. D'altronde oggi è abbastanza noto che il danno ossidativo da radicali liberi può essere alla base di diverse patologie, tra le quali il cancro. Da qui l’invito dei medici a consumare più frutta e verdura che aiutano l'organismo a contrastare i radicali liberi e quindi a prevenire l'invecchiamento e a mantenere i tessuti sani. Tutto qui.
Purtroppo la genesi dei tumori è un po’ più complicata. Il cancro rappresenta uno dei più gravi problemi della medicina e della biologia; le ricerche per determinarne le cause, lo sviluppo e i mezzi di cura costituiscono una delle attività scientifiche più complesse dei tempi moderni.
La proliferazione incontrollata delle cellule dipende fondamentalmente dall'alterazione dei geni. Tale alterazione può essere provocata da fattori ereditari o genetici, da sostanze esogene dette cancerogene, da virus. In tutti i casi il meccanismo generale di origine è il medesimo: un danno al patrimonio genetico. Quando il delicato equilibrio all'interno della cellula è compromesso, la cellula comincia a riprodursi senza freni e vengono meno anche i processi con cui le cellule danneggiate vanno incontro a una morte programmata, detta apoptosi.
A complicare ulteriormente le cose ci si mette anche il sistema immunitario. Il nostro corpo, infatti, produce ogni giorno migliaia di cellule tumorali. Ogni santo giorno per tutti i giorni della nostra vita. Già agli inizi del 1900, Paul Ehrlich postulò che cellule maligne si formino frequentemente nel corso della vita. Quando una cellula normale si trasforma in una tumorale marca la membrana plasmatica con un antigene, che nella maggior parte dei casi evoca una risposta anticorpale sufficiente ad eliminare gli elementi neoplastici. Perché mai questa sorveglianza immunologica ad un certo punto viene meno? Cosa accade al nostro sistema immunitario che gli impedisce di riconoscere tempestivamente i cloni cellulari maligni non appena emergono, in modo da distruggerli prima che la massa tumorale possa raggiungere dimensioni critiche?
Pensare che la chiave per combattere il cancro dipenda dal monitoraggio del sottile equilibrio acido-basico del nostro organismo è come credere che la causa primaria del vaiolo siano le pustole. Queste sono solo la manifestazione della malattia e non la causa. Così l’alterazione dell’equilibrio acido base non è la causa bensì la conseguenza del tumore.
Negli stadi precoci della progressione del tumore, l'ossigeno comincia a scarseggiare e l'organismo deve in qualche modo adeguarsi alla nuova situazione. In condizioni anaerobiche, lo fa forzando la glicolisi  attraverso la fermentazione lattica, nella quale l’acido piruvico, che funge da ossidante finale, viene ridotto ad acido lattico. L’accumulo di questo determina un abbassamento del pH intracellulare che diviene così acido.
È dunque questo processo a comportare l’acidificazione delle cellule tumorali e non l’acidosi del sangue, come vuole invece sostenere l’autore dell’articolo, confondendo evidentemente l’effetto con la causa. Peraltro, affermare che il “cancro non è altro che un meccanismo di difesa che hanno alcune cellule del corpo per sopravvivere in un ambiente acido e privo di ossigeno” è come affermare che l’anoressia è il meccanismo di difesa approntato da alcuni soggetti alla mancanza di cibo o che la disoccupazione è un meccanismo di difesa alla mancanza di posti di lavoro. Questo è un modo di argomentare contrario ai principi più elementari della logica, che esige la capacità del soggetto pensante di distinguere innanzitutto i ragionamenti corretti da quelli scorretti. E un ragionamento è corretto quando porta a conclusioni in accordo sia con le premesse di partenza sia con i dati di realtà.
Sino a quando la maggioranza degli uomini non imparerà ad adottare validi schemi di ragionamento, ci saranno sempre imbonitori, ciarlatani, fabbricatori di bufale capaci di convincere la maggior parte di loro della giustezza delle loro tesi irreali per poi menarli in perdizione.
Concludo con una citazione di Antonio Gramsci: «Cultura non è possedere un magazzino ben fornito di notizie, ma è la capacità che la nostra mente ha di comprendere la vita, il posto che vi teniamo, i nostri rapporti con gli altri uomini. Ha cultura chi ha coscienza di sé e del tutto, chi sente la relazione con tutti gli altri esseri (...) Cosicché essere colto, essere filosofo lo può chiunque voglia».