sabato 9 gennaio 2016

BAAL HA DUNQUE VINTO?

Possiamo veramente affermare che nel XXI° secolo la democrazia sia stata o sia in procinto d’essere realizzata nei Paesi emancipati?

La socializzazione della politica e la diffusione della partecipazione popolare come prassi per la trasformazione del mondo imperniato sul concetto di uguaglianza (assenza di discriminazioni economiche, etiche, legali, politiche, sessuali, sociali) e di equità (giusta distribuzione delle risorse e delle responsabilità) si sta rivelando deludente e incapace. Alla luce dei fatti, ancora una volta la posizione dominante della classe capitalista è riuscita non solo ad inglobare partiti – notoriamente di sinistra – e sindacati, ma è riuscita anche a neutralizzare l’azione innovatrice delle masse, che fino alla caduta del muro di Berlino chiedevano di cambiare a vantaggio dei molti gli equilibri economici e politici degli Stati occidentali per dare concretezza alla democrazia.

I partiti comunisti ed operai non esistono più e la sinistra postcomunista ha perso del tutto il suo impeto trasformatore, il suo carattere di anticipazione e di progetto, privando, coloro che sognavano una società in cui ciascuno fosse considerato degno di rispetto e in cui ciascuno fosse posto nella condizione di vivere in modo realmente umano, di un orizzonte, una meta cui tendere.

La realtà cui siamo giunti è ben diversa da quella che ci si sarebbe atteso dopo anni di partecipazione politica e permanente dal basso. Anche nella più equa delle società contemporanee, la realtà è ben diversa: bambini, anziani, persone non autosufficienti, disabili, lavoratori rischiano, in un futuro ormai alle porte, di non poter esercitare diritti fondamentali di cui pure sono nominalmente titolari.

L’Unione Europea, nelle attese di molti, avrebbe dovuto essere l’eldorado dei diritti umani e della democrazia. Ma il quadro complessivo che ne esce ha seppellito questa illusione, a lungo coltivata, di una Unione europea portatrice di un modello sociale avanzato. I dati più recenti mostrano un quadro europeo inquietante: secondo Eurostat, l’agenzia statistica dell’Ue, un cittadino su quattro è a rischio di povertà o esclusione sociale. Questo significa che gli europei con un tenore di vita molto inferiore a quello medio sono 122 milioni, 6 milioni in più rispetto al 2008. E nonostante ciò, l’architrave comune della politica economica è sempre più convergente a “socializzare le perdite” subite dai gruppi dominanti e dal capitale finanziario, in conseguenza della crisi, piuttosto che a rilanciare lo Stato sociale e politiche del lavoro finalizzate a contenere la crescente disoccupazione.

Le politiche poi adottate per contrastare il declino occupazionale si stanno rivelando scellerate: la riduzione della disoccupazione, grazie alla flessibilità del mercato del lavoro e tanto declamata in Italia dal presidente Renzi in forza del suo Jobs act, non contribuisce affatto alla riduzione del fenomeno della povertà; assistiamo piuttosto alla nascita di un nuovo fenomeno sociale di classe, quello dei cosiddetti working poor: soggetti che pur lavorando percepiscono un reddito inferiore alla soglia di povertà.

Pur ammettendo che il “capitalismo” ha una sorprendente capacità di generare crescita economica, occorre riflettere se l’attuale modello di sviluppo economico e sociale valga il prezzo della miseria umana che questo produce non solo negli operai, ma in tutti coloro che sono coinvolti nel sistema produttivo ad esso congeniale: consumismo compulsivo e trasformazione del lavoro dell’uomo in merce. 

L’essenza stessa del capitalismo sta nello sfruttamento dell’uomo per generare profitto; non accadrà pertanto mai – stante l’attuale sistema economico e sociale – che le retribuzioni dei lavoratori siano adeguatamente retribuite in prospettiva del diritto a una vita dignitosa. L’uomo, deprivato di una vita dignitosa e dell’opportunità di sviluppare il proprio talento, abbassandosi al rango di “servo”, realizza la massima aspirazione della società capitalistica, nella quale la ricchezza creata non sarà mai suddivisa equamente tra lavoratore e datore di lavoro, ma concentrata nelle mani di pochi, accrescendo il divario già intollerabile tra ricchi e poveri.

L’esperienza storica a nostra disposizione registra come questo sia avvenuto e stia continuando: la ragione collettiva di una moltitudine omologata e atomizzata si è piegata ormai al meccanismo perverso di un capitalismo rapace, incapace di scorgere alternative. 

La rapacità e l'avidità dei grandi manager del nostro tempo rendono inadeguate le più spietate descrizioni che Karl Marx faceva dei capitalisti del suo tempo e tuttavia la moltitudine di sfruttati e mal pagati non si ribella. Segno che non solo la vita economica, ma l'intera vita sociale è ormai inquinata, incapace di sviluppare gli anticorpi contro la conservazione insita nelle istituzioni, nello stato e nei partiti posti al solo servizio di una nuova religione monoteista che glorifica il mercato quale unico idolo.