Possiamo veramente affermare che nel XXI° secolo la
democrazia sia stata o sia in procinto d’essere realizzata nei Paesi emancipati?
La socializzazione della politica e la diffusione della
partecipazione popolare come prassi per la trasformazione del mondo imperniato
sul concetto di uguaglianza (assenza di discriminazioni economiche, etiche,
legali, politiche, sessuali, sociali) e di equità (giusta distribuzione delle
risorse e delle responsabilità) si sta rivelando deludente e incapace. Alla
luce dei fatti, ancora una volta la posizione dominante della classe
capitalista è riuscita non solo ad inglobare partiti – notoriamente di sinistra
– e sindacati, ma è riuscita anche a neutralizzare l’azione innovatrice delle
masse, che fino alla caduta del muro di Berlino chiedevano di cambiare a
vantaggio dei molti gli equilibri economici e politici degli Stati occidentali
per dare concretezza alla democrazia.
I partiti comunisti ed operai non esistono più e la sinistra
postcomunista ha perso del tutto il suo impeto trasformatore, il suo carattere
di anticipazione e di progetto, privando, coloro che sognavano una società in
cui ciascuno fosse considerato degno di rispetto e in cui ciascuno fosse posto
nella condizione di vivere in modo realmente umano, di un orizzonte, una meta
cui tendere.
La realtà cui siamo giunti è ben diversa da quella che ci si
sarebbe atteso dopo anni di partecipazione politica e permanente dal basso. Anche
nella più equa delle società contemporanee, la realtà è ben diversa: bambini,
anziani, persone non autosufficienti, disabili, lavoratori rischiano, in un futuro ormai
alle porte, di non poter esercitare diritti fondamentali di cui pure sono
nominalmente titolari.
L’Unione Europea, nelle attese di molti, avrebbe dovuto
essere l’eldorado dei diritti umani e della democrazia. Ma il quadro complessivo
che ne esce ha seppellito questa illusione, a lungo coltivata, di una Unione
europea portatrice di un modello sociale avanzato. I dati più recenti mostrano
un quadro europeo inquietante: secondo Eurostat, l’agenzia statistica dell’Ue,
un cittadino su quattro è a rischio di povertà o esclusione sociale. Questo significa
che gli europei con un tenore di vita molto inferiore a quello medio sono 122
milioni, 6 milioni in più rispetto al 2008. E nonostante ciò, l’architrave comune
della politica economica è sempre più convergente a “socializzare le perdite”
subite dai gruppi dominanti e dal capitale finanziario, in conseguenza della
crisi, piuttosto che a rilanciare lo Stato sociale e politiche del lavoro
finalizzate a contenere la crescente disoccupazione.
Le politiche poi adottate per contrastare il declino
occupazionale si stanno rivelando scellerate: la riduzione della
disoccupazione, grazie alla flessibilità del mercato del lavoro e tanto declamata
in Italia dal presidente Renzi in forza del suo Jobs act, non contribuisce
affatto alla riduzione del fenomeno della povertà; assistiamo piuttosto alla
nascita di un nuovo fenomeno sociale di classe, quello dei cosiddetti working
poor: soggetti che pur lavorando percepiscono un reddito inferiore alla soglia
di povertà.
Pur ammettendo che il “capitalismo” ha una sorprendente
capacità di generare crescita economica, occorre riflettere se l’attuale
modello di sviluppo economico e sociale valga il prezzo della miseria umana che
questo produce non solo negli operai, ma in tutti coloro che sono coinvolti nel
sistema produttivo ad esso congeniale: consumismo compulsivo e trasformazione
del lavoro dell’uomo in merce.
L’essenza stessa del capitalismo sta nello
sfruttamento dell’uomo per generare profitto; non accadrà pertanto mai – stante
l’attuale sistema economico e sociale – che le retribuzioni dei lavoratori siano
adeguatamente retribuite in prospettiva del diritto a una vita dignitosa. L’uomo,
deprivato di una vita dignitosa e dell’opportunità di sviluppare il proprio
talento, abbassandosi al rango di “servo”, realizza la massima aspirazione
della società capitalistica, nella quale la ricchezza creata non sarà mai
suddivisa equamente tra lavoratore e datore di lavoro, ma concentrata nelle
mani di pochi, accrescendo il divario già intollerabile tra ricchi e poveri.
L’esperienza storica a nostra disposizione registra come
questo sia avvenuto e stia continuando: la ragione collettiva di una
moltitudine omologata e atomizzata si è piegata ormai al meccanismo perverso di
un capitalismo rapace, incapace di scorgere alternative.
La rapacità e
l'avidità dei grandi manager del nostro tempo rendono inadeguate le più
spietate descrizioni che Karl Marx faceva dei capitalisti del suo tempo e
tuttavia la moltitudine di sfruttati e mal pagati non si ribella. Segno che non
solo la vita economica, ma l'intera vita sociale è ormai inquinata, incapace di
sviluppare gli anticorpi contro la conservazione insita nelle istituzioni, nello
stato e nei partiti posti al solo servizio di una nuova religione monoteista
che glorifica il mercato quale unico idolo.