Non vi sono alternative. L’Europa è più divisa oggi di quanto non lo fosse prima dell’Unione Europea. Dalla crisi del debito sovrano conseguente alla crisi dei mutui subprime, che ha messo le banche europee in seria difficoltà, devastanti faglie divisorie si sono aperte tra gli Stati per le ingiuste e controproducenti politiche di austerity. Ingiuste perché il peso della crisi si scarica maggiormente sui Paesi più deboli; controproducenti perché anni di politiche di austerity non solo non sono riuscite a contenere il debito pubblico, anzi la crisi delle loro finanze pubbliche si è via via aggravata, ma hanno anche prodotto un autentico massacro sociale. Per sostenere il mondo finanziario, la scure dei tagli non ha risparmiato nulla: dalla sanità alla scuola, dalla cultura alle opere pubbliche, ecc. ecc.
L’effetto nel breve medio termine è stato un sistema economico paralizzato. Il flusso finanziario dirottato verso il mondo bancario ha drenato risorse alle aziende, che improvvisamente hanno cominciato a non investire. La mancanza di investimenti ha prodotto a sua volta l’incapacità di mantenere quote di mercato. La conseguente crescente disoccupazione e riduzione della quota salari ha determinato a sua volta la riduzione della domanda di beni e servizi finali da parte di famiglie e imprese, che a sua volta ha diminuito le entrate fiscali dello stato. Ecco in poche parole gli effetti della politica economica di stampo liberista, basata sul rigore di bilancio. Gli economisti, di scuola liberista, pensano infatti che il rigore di bilancio, con il pareggio messo addirittura come vincolo legislativo, è la condizione cardine per uscire dalla crisi: aumentando la fiducia degli investitori la macchina del mercato si avvia, e una volta avviata si autoregolerà da sé. Peccato però che a distanza di oltre dieci anni, nonostante le politiche di austerity, questo effetto non si sia ancora visto. Qualcosa suona come una composizione di interessi egoistici e mentalità medioevale, che nulla ha a che fare con le ragioni dell’economia e del benessere sociale dei popoli.
Il quadro dinanzi a noi è piuttosto quello di un “darwinismo sociale” in cui Stati, come la Germania, che si caratterizzavano già per un’economia forte, hanno visto crescere il proprio peso e la propria valenza all’interno dell’UE, mentre Paesi come la Grecia e la Spagna, l’Italia, l’Irlanda e il Portogallo, che si presentavano già con un notevole indebitamento pubblico a monte, hanno visto invece accrescere il loro gap rispetto ai Paesi forti dell’Unione Europea.
La mancanza di norme che potessero giustificare gli aiuti di carattere solidaristico, ovvero di socializzazione delle difficoltà economiche interne, ha di fatto esposto i Paesi più deboli agli attacchi della speculazione finanziaria sulla crisi dei debiti sovrani.
Le complesse manovre anticrisi, volute soprattutto dalla Germania, hanno finito per avvolgere in una camicia di forza i paesi in difficoltà – una sorta di gabbia d’acciaio, vessatoria e punitiva, in cui sono stati rinchiusi gli Stati indebitati – che di fatto vanifica ogni umana possibilità di uscire dalla crisi.
Così al salvataggio dell’euro, guidato dalla coppia Merkel-Barroso e utile al mondo finanziario, è stato sacrificato il diritto comunitario e le regole dei trattati europei. Tradendo di fatto le premesse essenziali dell’Unione Europea: progetto di riconciliazione tra popoli e finalizzato alla creazione di una cittadinanza solidale comune.
Il risultato delle politiche di austerity è impietoso: migliaia di imprese hanno chiuso i battenti, milioni di persone, soprattutto giovani, sono rimaste senza lavoro, pensionati con assegni al limite della sopravvivenza, smantellamento dello stato sociale e di ogni tutela dei diritti. Non è stato un golpe ideologico, ma la traduzione in pratica delle regole fissate dal Trattato di Maastricht, regole peraltro legittimate dai parlamenti nazionali e da referendum popolari, che non avrebbero potuto cambiare quanto stabilito da un Trattato, che ha valore costituzionale.
La questione in gioco, nella sua essenza, è ora se l’Europa, dopo l’esperienza coronavirus, saprà trovare un distinto modello di sviluppo capace di coniugare le istanze solidaristiche sociali con quelle economiche, sulle cui basi edificare un’Europa Federale, unico baluardo al montare dei sovranismi nazionali che ne celebreranno l’epitaffio, se lo sfregio alle regole democratiche, passato sotto silenzio, non sarà presto riparato.
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