lunedì 26 dicembre 2016

CASO MONTE PASCHI, UN’OPACA VICENDA BANCARIA

Il 21 dicembre scorso il Parlamento è stato chiamato ad esaminare la norma cosiddetta “Salvarisparmio”, opportunamente cucita per salvare il Monte dei Paschi Siena (Mps). Il governo Renziloni ha incassato il via libera di Camera e Senato. L’esecutivo ha chiesto al Parlamento l’autorizzazione a nuovo indebitamento fino a 20 miliardi di euro. Il Senato (con 221 voti favorevoli) e la Camera (con 389 voti favorevoli) hanno detto sì.

Dalla notte al giorno siamo a 20 miliardi di euro di ulteriore debito. Cosa sono 20 miliardi nell’enorme calderone del debito pubblico italiano? Poca cosa, tanto più che a pagarlo non saranno certo quelli che accumulano fascine per porle sulle spalle degli ignari italiani e su quelle dei loro figli. Tra i quali vi sono anche quelli che, se sono capaci di alzare barricate spontanee quando si tratta di negare ospitalità a chi fugge da condizioni ostili, sono del tutto apatici e indifferenti quando banchieri e loro lacchè in doppio petto gli schiaffano un palo enorme nel culo! Contro questi dovrebbero erigere non solo barricate ma fortificazioni ad impedire che continuino a depredarci del nostro futuro e di quello dei nostri figli. Ma contro questi veri sciacalli si mostrano vili e impotenti, con l’unico effetto di incentivare gli ingannatori ad ingannare ancor di più e sempre meglio.

Il Governo Renzi, insieme ai due precedenti (Letta e Monti), ha prodotto 400 miliardi di debito. Lo scorso ottobre il debito pubblico valeva 2.223 miliardi di euro. Poiché quando Renzi è andato a Palazzo Chigi era di 2.107 miliardi di euro, ne consegue che il suo governo ha macinato 116 milioni di euro per ogni giorno in cui è rimasto in carico. E c’è ancora qualcuno che attende il suo ritorno!

Se il voto fosse palese e se ciascun elettore rispondesse personalmente, sborsando di tasca propria i maggiori oneri derivanti dalla scelta di politici inetti o incapaci o corrotti, sono convinto che questi elettori sarebbero più attenti nel selezionare la classe dirigente e nel chiederne conto. A puro titolo esemplificativo, se i quasi 3 milioni di elettori, che alle primarie hanno consentito a Renzi di diventare segretario del Pd e successivamente capo del governo, si vedessero recapitare una cartella esattoriale di 39 mila euro per compensare il maggior debito creato dal loro leader, soppeserebbero più attentamente le conseguenze del loro voto.

Nonostante le politiche di rigore sin qui adottate, non c’è segnale alcuno che la rotta stia cambiando in modo sostanziale. Nel 2011 il rapporto debito/PIL era al 120%, dopo la legge di bilancio 2017 si era attestato al 132,8%. Con il decreto “Salvarisparmio”, confezionato per salvare gli istituti di credito ricorrendo ai soldi dei cittadini, si porterà ben oltre il 134%, complicando enormemente il piano di rientro verso gli obiettivi del Patto di stabilità e crescita.

Non si può non osservare che non ci sono mai i soldi per la Scuola, per la Sanità, per la Previdenza, per la messa in sicurezza del territorio, per gli ammortizzatori sociali. Ma quando si tratta di banche e di lobby di potere, magicamente i soldi appaiono! Il dettaglio non trascurabile è che il maggior debito, per effetto della nuova emissione di titoli pubblici per 20 miliardi, per salvare le banche in difficoltà, costerà ad ogni famiglia italiana 833 euro è ininfluente.

Quando il M5S parlava di “reddito di cittadinanza”, i governi, facendo risolino, replicavano: dove trovate i soldi?

La proposta del M5S sul reddito minimo garantito, destinato a circa 2,8 milioni di famiglie sotto la linea della povertà, costerebbe secondo l’Istat circa 14,9 miliardi di euro. Ma i governi hanno sempre respinto la proposta al mittente adducendo il motivo che non ci sono le coperture per finanziare il reddito di cittadinanza. Ma quando c’è da salvare le banche, ecco pronta la soluzione: basta fare debito!  


Il sistema creditizio è in difficoltà? Servono venti miliardi? Nessun problema. Con un decreto il governo toglie soldi dal bilancio dello Stato e li mette nelle banche. Si chiede agli italiani di firmare una cambiale in bianco di 20 miliardi non per garantire un miglior servizio sanitario o una scuola più efficiente, non per investimenti destinati a creare nuova occupazione, non per arginare il fenomeno della povertà assoluta, che mostra un quadro allarmante. No, solo per salvare un sistema creditizio, guidato da uomini che, pur intascando compensi milionari, lo hanno deteriorato con strategie poco prudenti e malversazioni d’ogni sorta. E il colmo è che coloro che vogliono salvarlo sono quegli stessi che sapevano e non hanno fatto nulla per impedire che fosse saccheggiato, quando non vi hanno contribuito attivamente. 

domenica 18 dicembre 2016

IL MITO DELLA CRESCITA INFINITA

Vogliono convincerci che si esce dalla crisi solo aumentando il prodotto interno lordo, come se fosse realistica l’idea che gli alberi possano crescere fino al cielo e oltre. Finché saremo disposti ad accettare una tale assurdità, quell’1% della popolazione mondiale avrà partita facile nei confronti del restante 99%, ai quali continuano ad imporre terapie economiche diametralmente opposte a quelle che sarebbero necessarie.

L’unica terapia da adottare, per uscire dal «buco nero» in cui ci hanno confinati, è la redistribuzione della ricchezza, altrimenti la dilatazione patologica delle diseguaglianze, l’impoverimento dei lavoratori e del ceto medio sono destinati ad aggravarsi.

La crescita di ogni paese, al pari della crescita dei batteri, dei salmoni o delle tigri, incontra comunque un limite oltre il quale non può andare. Se non altro per l’ovvia considerazione del carattere finito di alcune risorse dell'ambiente.

Continuare ad illudere i paesi e i popoli dell'eurozona che dalla crisi si esce solo aumentando la crescita, è quanto di più irrealistico possa esservi.


Se la politica, non dico solo a livello nazionale ma anche internazionale, non porrà in atto trasferimenti di risorse da un gruppo sociale ad un altro, attenuando progressivamente le diseguaglianze, gli scenari da favelas brasiliani saranno anche nei nostri paesi occidentali avanzati, abituati a una vita dignitosa, più comuni di quanto oggi non si possa immaginare.

giovedì 15 dicembre 2016

DA CHE PULPITO VIENE LA PREDICA

Alcune brevi riflessioni su quanto detto da Gentiloni nel corso della seduta al Senato, svuotato dalle opposizioni, lo scorso mercoledì 14 dicembre.  Nel chiedere la fiducia ha testualmente detto: “Io difenderò, com'è ovvio, le prerogative del Parlamento e lo farò nei confronti di tutti. C'è stata una discussione a mio parere molto sbagliata negli ultimi mesi da parte di chi ha presentato le riforme che erano state approvate, peraltro a maggioranza, nel Parlamento come chissà quale tentativo autoritario. Credo che questo sia stato un errore. Invito, comunque, chi, in questi mesi, si è battuto alzando la bandiera del Parlamento contro ipotetici e – a mio avviso – inesistenti, tentativi autoritari, a rispettare il Parlamento e le sue regole, a partecipare alle sue riunioni e a farlo in modo civile e dignitoso come prevede la Costituzione”.

Ma siamo sicuri che questo “governo fotocopia del precedente governo Renzi”, costituito peraltro dagli stessi che hanno perso il referendum, sia proprio nella legittima posizione di puntare il dito contro chi, in ossequio a quei 20 milioni di No al referendum, diserta l’aula perché stanco di assistere per l’ennesima volta alla deprimente pantomima di un governo messo in piede per rispondere più a calcoli opportunistici di bottega che al senso di responsabilità per la Nazione?

Un referendum che evidenziasse l’enorme divergenza tra il popolo e i suoi rappresentanti, indurrebbe – secondo la migliore tradizione costituzionalista – a indire subito nuove elezioni politiche, proprio per restituire al Parlamento e al Governo quella dignità istituzionale che solo la sovranità popolare può dargli.

Gentiloni, il suo Governo e questo Parlamento da quale voto popolare derivano la loro autorità?

Sappiamo che a nuove elezioni politiche al più presto si oppone però la circostanza che l’attuale legge elettorale – voluta dal governo Renzi (ancora in carica per interposta persona di Gentiloni) – non prevede norme relative all'elezione del Senato. Renzi, ancora prima che il popolo si esprimesse, aveva dato per scontato la sua abolizione.

Mentre l’intero contesto rivela una sconfortante inadeguatezza, fa eco il tono predicatorio e saccente di un Gentiloni che invita le opposizioni a sedere sugli scranni parlamentari per dar vita alla normale dialettica democratica, come se il referendum costituzionale, con un’affluenza boom del 70% circa, non ci fosse mai stato.

Per la quarta volta è stato nominato un governo di “non eletti”; abbiamo ancora un Parlamento di deputati e senatori eletti con una legge definita anticostituzionale in molte sue parti dalla Corte costituzionale. Ma Gentiloni esorta le opposizioni dal suo pulpito a rispettare questo Parlamento e le sue regole, in modo civile e dignitoso come prevede la Costituzione. 

Sorprende e irrita l’ipocrisia di certe affermazioni!


Un governo giustamente definito dalla maggior parte degli osservatori una fotocopia del precedente governo Renzi – nemmeno il pudore di cambiare la compagine ministeriale –, respinto pochi giorni fa a grande maggioranza del popolo italiano, che arringa le opposizioni sulla necessità della partecipazione? È il colmo dell’audacia o della sfacciataggine!

venerdì 9 dicembre 2016

SE QUESTA E' L'EUROPA, FERMATE VOGLIO SCENDERE

Le nuvole incombono minacciose e annunciano la tempesta, pronta ad abbattersi come un flagello sugli italiani che con il loro No hanno osato sfidare la giusta ira della Bce, che non l’ha preso affatto bene.

Come a suo tempo con Alexis Tsipras, quando una valanga di "No" uscì dalle urne greche per bocciare l’accordo proposto dai creditori internazionali, e la Banca centrale europea bloccò il rifinanziamento delle banche greche non accettando più i bond greci in garanzia, a meno che il governo di Atene non concludesse un nuovo accordo con la troika Ue-Bce-Fmi, così ora è la volta dell’Italia, lasciata nel pantano da Matteo Renzi, che deve prepararsi a bere l’amaro calice della Troika.

La Bce ha detto no al rinvio dell’aumento di capitale da parte di Mps e diventa indispensabile la ricapitalizzazione precauzionale con soldi pubblici, previo azzeramento degli azionisti e obbligazionisti subordinati. Dopo l’esito referendario vengono improvvisamente alla luce le crepe del sistema bancario italiano. Questo quando Padoan qualche mese fa ci tranquillizzava sulla solidità del sistema bancario italiano.

Un tempismo perfetto tra il risultato del referendum e la presa d’atto da parte della Bce delle difficoltà delle banche italiane.


Lo scopo della Troika ora è fare pressione sul presidente della Repubblica Sergio Mattarella perché formi subito un nuovo governo tecnico, alla cui guida vi sia il ministro dell'Economia, Pier Carlo Padoan, umiliando ancora una volta la “sovranità popolare”.

giovedì 8 dicembre 2016

POST REFERENDUM, IN ATTESA DELLA TEMPESTA

È finita la vita di un Governo che ha rappresentato e rappresenterà un caso di scuola su come un Governo non debba essere nell'interesse di una nazione. L’arroganza, la prepotenza e la presunzione sono stati i tossici che ne hanno determinato la fine.

Imporre al Parlamento, prima, attraverso mille forzature e al Popolo, dopo, attraverso promesse mirabolanti e  minacce di apocalisse, una modifica per stravolgere la Costituzione, al solo scopo di disporre di un parlamento di fedeli cortigiani, che non ostacolassero troppo l’opera dei tanti volenterosi carnefici al servizio di una élite di non eletti che aspirano a governare non solo l’Europa ma il mondo intero, è stato quanto di più ignominioso la storia repubblicana del nostro Paese abbia mai conosciuto.

Errato sarebbe pensare che Renzi sia stato l’artefice della propria sconfitta. Renzi è stato solo “un garzone di bottega mandato dal droghiere a incassare i sospesi”. È stato lo strumento docile di quel potere “osceno” (formato da individui e gruppi che operano dietro le quinte della scena democratica per far progredire indisturbati i loro interessi), incurante e sprezzante non solo dei veri mali che attanagliano la nostra Italia, ma anche delle conseguenze che la vittoria del No avrebbe provocato. 

L’esito referendario ha evitato, per il momento, che la concentrazione del potere in mano ad un governo allineato ai diktat della Troika ci consegnasse senza colpo ferire al sistema finanziario che di fatto ha preso il potere, imponendosi ai governi nazionali e alla politica. Ma aver vinto una battaglia, non significa aver vinto la guerra.

La guerra continua! Ora che il gruppo finanziario JP Morgan, l’Ue e gli Usa non hanno ottenuto il risultato sperato, la controffensiva non si farà attendere. Cercheranno di ottenere per altra via quello che non sono riusciti ad ottenere con la balla che il Sì avrebbe rimesso in moto l’Italia.

Godiamoci per il momento la vittoria! Immaginiamo che al popolo, nonostante le abili menzogne ampiamente e accuratamente utilizzate per impedire che scorgesse la verità, sia rimasto un residuo di umanità che lo rende ancora capace di disinnescare la scientifica deformazione e falsificazione della realtà; immaginiamo che posto davanti alla scelta tra libertà o sottomissione opti ancora per la prima, combattendo contro quel fanatismo economico-finanziario che, desovranizzando e spoliticizzando la politica, vuole potersi sviluppare senza i lacci e i lacciuoli che il processo democratico richiede.

Di fronte al rischio di soggiogare la volontà del popolo, attraverso l’abile uso dei mass media, occorrerà in futuro trovare, escogitare un meccanismo che ponga al riparo le masse dalla seduzione esercitata da certi leader, che con allettanti promesse più rapidamente le conducono alla perdizione.

La conseguenza dei cattivi governi è infatti assai più grave della corruzione, dell’evasione fiscale e delle organizzazioni criminali messe insieme.  L’avvicendarsi di governi inetti e incapaci non solo scarica sulle generazioni future un debito di proporzioni gigantesche, ma la zavorra rappresentata dal pagamento degli interessi e delle rate di ammortamento, azzerando gli investimenti destinati allo sviluppo e alla crescita, conduce rapidamente e fatalmente al collasso economico e sociale.

Le nazioni prosperano solo in democrazia, perché fare l’interesse di molti, non quello di pochi, è garanzia di prosperità. Perché mai negli ultimi decenni assistiamo a un crescente divario tra ricchi e poveri? Il motivo è semplice: quando tutto il potere economico è nelle mani di un gruppo di persone relativamente piccolo, questo è di fatto in grado di condizionare i governi e la politica degli stati, i quali sacrificheranno le popolazioni al fine di mantenere i bilanci in pareggio. È la politica che rinuncia al suo ruolo a tutto vantaggio di una élite minoritaria. Ciò significa sul piano pratico smantellamento dello stato sociale, riduzione degli investimenti destinati allo sviluppo, messa in svendita del patrimonio pubblico per far cassa.

Nelle democrazie, che funzionano, l’armonizzazione degli interessi di molti rende più difficile che una singola forza si avvantaggi a detrimento delle altre. Per esempio, se i sindacati spingessero oltre misura le rivendicazioni dei lavoratori, finirebbero per uccidere la gallina che fa le uova. Se armonizzano invece gli interessi dei lavoratori a quelli dell’impresa, indurranno questa a compensare la perdita di profitto sopportabile dall'azienda con soluzioni innovative, frutto di ricerca e investimenti. Ed è facile immaginare come in una tale pluralità di interessi diffusi nella società, ciascuno si avvantaggerà se parimenti avvantaggerà anche gli altri.

Ecco perché le democrazie e non le dittature, di qualsivoglia matrice siano (anche quando sono mascherate di democrazia), sono alla base della prosperità delle nazioni. Ma le democrazie funzionano soltanto se si riducono le disuguaglianze e si garantiscono la rappresentanza e la partecipazione del popolo.

Il mantra dei sostenitori del Sì sulla governabilità era la soluzione sbagliata ad un falso problema. Pretendere che la Costituzione dovesse avere tra i suoi compiti l’obiettivo della “governabilità” dimostra non solo ignoranza del diritto, ma anche scelleratezza sul piano della sensibilità e della responsabilità politica.

La Costituzione non deve e non può avere l’obiettivo della “governabilità”. A garantire la stabilità devono essere le leggi elettorali; compito della Costituzione non è quello di garantire la governabilità, ma al contrario proprio quello di limitare il potere sovrano. 

Quindi esattamente il contrario di quanto si proponevano i sostenitori del Sì! 

Ad essa spetta non solo di enunciare i diritti e i doveri, ma soprattutto quello di organizzare i poteri secondo il principio del check and balance, ovvero dei pesi e i contrappesi del sistema politico.

Affidare alla Costituzione il ruolo improprio di garantire la stabilità dei governi è come incaricare un giudice non solo di giudicare l’imputato, ma anche di acciuffarlo.

C'è bisogno di governabilità, si dice. Da 22 anni almeno siamo alla disperata ricerca della stabilità, cambiando una legge elettorale dopo l’altra, col solo risultato che il Mattarellum ha generato il Porcellum e questo a sua volta ha partorito l’Italicum, che ci porta a dire che non c'è proprio limite al peggio. 

Dovremmo allora chiederci: come mai dopo tanti sforzi maggioritari, i governi sono sempre meno stabili? Se approfondissimo la questione, si scoprirebbe allora che l’instabilità non è determinata dalla debolezza degli esecutivi di fronte al Parlamento e alla Regioni, ma dalla crisi della rappresentanza politica.

Decreti legge e voti di fiducia hanno consentito che in questo Paese passasse di tutto e di più, alla faccia della governabilità, mortificando il ruolo del Parlamento, ridotto alla funzione di mero notaio degli atti del governo. 

Durante il governo Renzi, la maggioranza delle leggi approvate è costituito da conversione di decreti legge e ratifiche spesso imposte attraverso il ricorso al voto di fiducia. Anche se l’assetto democratico ed istituzionale voluto dai nostri Padri Costituenti non ammette – in nessun caso – che il potere esecutivo (esercitato dal Governo) travalichi il giusto equilibrio dei pesi e contrappesi nel rapporto con il potere legislativo (esercitato dal Parlamento), che è l’unico organo costituzionale deputato ad esercitare la sovranità popolare.

Questo non ha impedito alla tracotanza di Renzi, nel portare avanti le sue riforme, di porre la questione di fiducia non solo in materia elettorale (palesemente incostituzionale), ma anche in materia di riforma costituzionale, paralizzando e distraendo un paese intero sulla questione del superamento del bicameralismo perfetto e le leggi in tempi certi. 

Se i decreti legge e i voti di fiducia fossero stati più opportunamente usati in politiche sociali e per rilanciare l'economia, anziché scornarsi sulla pretesa di cambiare la Costituzione, forse a qualcosa sarebbero serviti. 

Personalmente non credo che in democrazia sia necessario fare tante leggi, credo piuttosto che bisogna fare buone leggi. Solo le buone leggi durano a lungo e non hanno bisogno di continui rimaneggiamenti. Peraltro, l’idea che un premierato forte e senza troppi contrappesi darebbe vita a politiche più efficaci e di lungo respiro è una concezione che non ha alcuna base concreta. Perché? Ma perché è evidente che presto o tardi qualunque governo dovrà poi fare i conti con il popolo. E se questo non troverà alcuna rappresentanza in Parlamento, non avrà altra opzione che la rivolta: “Quelli che rendono impossibili le rivoluzioni pacifiche rendono le rivoluzioni violente inevitabili” (John Fitzgerald Kennedy).

Se un insegnamento possiamo trarre dall'esito referendario è che, paradossalmente, dall'impasse in cui siamo se ne esce solo dando più spazio alla rappresentanza politica, al Parlamento, alla partecipazione, e non limitandola. 

Interrompere questo lungo regresso e invertire la rotta, penso sia la condizione minima per uscire dal pantano politico in cui siamo finiti. Kelsen, giurista e filosofo austriaco, diceva che se il Parlamento è il luogo del conflitto, è anche il luogo del compromesso, dove prima o poi si raggiunge l’accordo destinato a durare e a valere per tutti, senza consociativismi. 

Attenzione, però: il Parlamento cui penso non è quello formato da nominati dai capi partito. Il Parlamento di cui parlo è quello formato da senatori e deputati eletti dal popolo e che rispondano a questo con disciplina e onore, secondo il dettato dell’art. 54 della Costituzione. Che si impegnino verso gli elettori a realizzare le promesse fatte in campagna elettorale, dimodoché le promesse elettorali non siano solo “promesse” fatte per carpire il ben volere dei gonzi, ma quelle che realisticamente possono essere mantenute.

Per quanto riguarda l’esecutivo, non è necessario che i governi facciano tante leggi e che siano particolarmente veloci: è necessario invece che sappiano risolvere i problemi reali, e per fare questo ci vuole un buon assetto dei poteri. Occorre un riequilibrio e una riaffermazione della logica della rappresentanza, che è esattamente il contrario di quello che si è fatto e si voleva fare.


Lo so che è una strada problematica e difficile da percorrere, ma non vedo altre soluzioni.

sabato 3 dicembre 2016

LA VERA RIFORMA NON E' CAMBIARLA, MA ATTUARLA

Chi è davvero Matteo Renzi e, soprattutto, chi sono le persone intorno a lui?

Dovrebbe essere chiaro oramai a tutti, dopo oltre due anni del suo governo, che lui è soltanto un bluff, una grande illusione dietro la quale si celano una smisurata ambizione e un sistema di potere che in realtà vorrebbe realizzare un modello di governo tanto caro a quello che a suo tempo Licio Gelli propose.

Quanto alla massoneria, già due anni fa l’allora direttore del Corriere della Sera De Bortoli parlò di odore di massoneria intorno al governo Renzi. Un fatto certo è che tra progetto renziano della riforma costituzionale e progetto P2 ci sono molti elementi di somiglianza. E il più importante fra questi è proprio la centralità del governo sul parlamento.

Un altro elemento di somiglianza del renzismo con il pensiero politico gelliano è l’insofferenza verso i corpi intermedi che ostacolano i suoi fini. 

Renzi non li ama! La sua concezione del potere è “cesaristica”, con il codazzo di consulenti e consiglieri. Egli ama rivolgersi direttamente al popolo e lo blandisce con false promesse per raccogliere il consenso.

Lo spot elettorale degli ottanta euro, che non ha prodotto alcun impatto strutturale sull’economia italiana, in prossimità delle elezioni europee del 2014.

Lo spot del “se vince il Sì” risparmieremo – con l’eliminazione del Senato elettivo, l’abrogazione delle provincie e del CNEL – cinquecento milioni, da dare ai «poveri». Ma, come in tutti i populismi, argomentazioni simili si reggono sul nulla: abolire il CNEL, il Senato elettivo e le provincie significa solo abolire gli stipendi di senatori e consiglieri, ma non le spese per i dipendenti, per le sedi, per gli arredi ecc., che costituiscono più dell’ottanta per cento del costo complessivo e che per la gran parte resteranno.

Quindi in vicinanza del referendum costituzionale la marchetta elettorale dell’intesa sul pubblico impiego, i cui contratti erano bloccati dal 2009, con l’impegno da parte del governo ad aumentare di 85 euro lordi lo stipendio mensile. La cifra che il governo deve trovare per coprire gli aumenti è di cinque miliardi, ma i soldi non ci sono: il governo dovrebbe trovare 5 miliardi e dispari proprio nello stesso periodo in cui con la manovra s’è impegnato ad attuare una stretta sui conti da 35 miliardi (oltre a tagliare l’Irpef). 

L'ennesima riprova che la demagogia di Renzi non conosce confini: ora bisogna incassare il Sì, domani si vedrà.

Poniamoci ora la domanda: chi è veramente Matteo Renzi?

Un uomo che tra giravolte e promesse mancate ricalca tutti i metodi di quella “vecchia politica” che lui sosteneva di voler rottamare. 

Si è affermato come rottamatore, ma non ha esitato a mettersi insieme ai rottamati; si diceva indignato per i doppi incarichi degli altri e poi, una volta giunto al potere, non ha fatto altro che collezionare poltrone; nell’aprile del 2013, ospite a "Che tempo che fa" rispondendo a Fabio Fazio che gli chiedeva se intendesse fare il segretario del Pd, aveva detto: "Non sono la persona adatta", e poi sappiamo com’è andata: si è fatto eleggere; aveva giurato che non sarebbe mai andato al governo senza passare prima dal voto, e poi, pugnalando alle spalle l’amico Letta, ha fatto tutto l'opposto.

Ci possiamo fidare di un tale personaggio? Quali inganni nasconde la sua riforma costituzionale, non scritta dai partigiani che caddero per essa, ma dai banchieri e confindustria?

Non chiedetevi se con il Sì l’Italia cambia. Chiedetevi piuttosto se i dettati costituzionali nel nostro Paese siano mai stati pienamente attuati.

È stato forse pienamente realizzato il diritto al lavoro, esplicitamente enunciato tra i principi fondamentali della Costituzione?

È stato forse pienamente realizzato l’articolo 3 della Costituzione che dispone che: «È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono [...] la effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese»?


La vera riforma, la vera rivoluzione non è cambiarla ma attuarla.

domenica 27 novembre 2016

MA QUALE DEMOCRAZIA?

A quanti sostengono che nei paesi occidentali avanzati viga la democrazia, io oppongo che queste società cosiddette democratiche non sono meno regime di quelle dispotico-oligarchiche. Se davvero i popoli dei paesi occidentali potessero veramente scegliere dentro le urne chi li governerà, come mai allora i poveri, che sono la maggioranza, diventano sempre più poveri e i ricchi, che sono sempre più pochi, diventano sempre più ricchi?

Mi è impossibile credere che una società davvero libera possa commettere sempre lo stesso errore di farsi governare da chi, tradendo puntualmente le aspettative proprio di quella maggioranza che gli ha conferito il potere, opera sempre a favore delle minoranze.

La realtà sotto i nostri occhi ci induce a prendere atto che il mondo non è governato dai popoli, ma da un unico grande potere rappresentato dalle grandi Corporation e dalla Finanza che, in barba alle istituzioni democratiche di questo o quel paese, esercitano un potere illimitato e una dominazione economica dispotica. 

Il capitalismo non è pertanto dissimile dagli altri regimi totalitari e liberticidi. 

Lo strumento di persuasione di questi era la forza delle armi, lo strumento di persuasione del capitalismo sta invece nel controllo del denaro. Arrestandone la circolazione quando loro convenga, tengono di fatto in pugno la moltitudine di quanti dipendono dal lavoro per assicurare a sé stessi e ai propri cari un’esistenza dignitosa, dimodoché nessuno osi ribellarsi alla loro volontà.

Ma il denaro non basta per perpetuare il loro dominio. 

Se l’uomo della strada sapesse che il denaro è solo un’entità astratta, un’entità puramente numerica atta ad esprimere e misurare il valore dei beni scambiati tra gli individui in un dato mercato, che non ha nulla a che vedere con i beni reali, si ribellerebbe. 

Henry Ford, fondatore della Ford Motor Company, disse: «Meno male che la popolazione non capisce il nostro sistema bancario e monetario, perché se lo capisse, credo che prima di domani scoppierebbe una rivoluzione».

Dubito che la maggioranza delle persone sappiano che le banche fabbricano il denaro dal nulla. E che le privazioni che sono costrette a patire in nome delle politiche di austerità per una crisi economica che non accenna a diminuire, ma al contrario s’inasprisce, non sono diverse dai sacrifici umani che la casta sacerdotale imponeva per placare la presunta ira degli dei.

Cosicché se la siccità bruciava i raccolti, i tiranni non aprivano i granai dov’era stipato il raccolto eccedente dei periodi di abbondanza per i tempi di magra, ma imbambolavano il popolo convincendolo che la carestia era la punizione divina per le azioni malvagie commesse dall'uomo.

Così mentre la casta continuava a vivere negli agi e nell’ozio, al popolo toccava placare i morsi della fame e piegare la schiena.

Come lo spauracchio dell’ira divina serviva a convincere il popolo ad obbedire al tiranno, quale emanazione del volere degli dei, così nelle nostre società dominate dalle multinazionali è necessaria un’uguale manipolazione dell’opinione pubblica per costruire un “consenso senza consenso” e piegare le masse “stupide” alla volontà di pochi “illuminati”.


Gli elementi fondanti di questo potere sono la cultura e l’informazione fornite dalle tecno-intellighenzie di turno: uomini delle istituzioni, giornalisti, intellettuali, stampa, televisione. Tutti “volenterosi carnefici” che agiscono per assoggettare i popoli e fare gli interessi di pochi, ripetendo il mantra che se i popoli non accetteranno i sacrifici loro imposti, la furia dei mercati si abbatterà sopra di loro “con grandissima vendetta e furiosissimo sdegno”.

Nel mondo moderno esistono materie prime a sufficienza, lavoro, impianti, mano qualificata, nozioni scientifiche e tecnologiche adeguate e, in generale, ricchezze sufficienti ad alimentare – anzi, a sovralimentare – i suoi abitanti. Non v’è mai stata tanta ricchezza e abbondanza nella storia dell’uomo così mal distribuita. Le politiche di austerità che continuano ad imporci sono solo l’inganno dei ricchi per limitare i diritti e il potere politico delle grandi masse. E se al prossimo referendum il Sì passerà, i ricchi ringrazieranno e brinderanno ancora una volta alla provvidenziale stupidità delle masse.

sabato 26 novembre 2016

UN BRUTALE DITTATORE?

Fidel Castro è morto! Poche ore dopo, Donald Trump, il presidente eletto Usa, ha diffuso una nota in cui ha dichiarato: “Oggi il mondo segna la scomparsa di un dittatore brutale”.

Ma, Fidel Castro fu davvero un “dittatore brutale”?

Prima della caduta del regime di Fulgencio Batista e l'ascesa al potere di Fidel Castro, il volto dell’Avana e dell’intera Isola era assai diverso: territorio esclusivo di yacht-club nordamericani, spiagge private, casinò, bordelli e quartieri esclusivi per i bianchi. Il tasso di analfabetismo era assai alto, specie nelle aree rurali, su due cubani solo uno sapeva leggere. E il tasso di mortalità infantile e di morti rispetto alle nascite era assai elevato. Non esisteva un sistema unico di sanità; il numero di letti nelle sale di pediatria era insufficiente ed anche il personale medico specializzato, che lavorava soprattutto nei capoluoghi delle province al servizio dei ricchi americani. La denutrizione e le pessime condizioni di vita nella maggior parte della popolazione erano endemiche.

Ma la dittatura di Batista non appariva così “brutale” al governo americano, forse perché vicino agli interessi delle grandi compagnie statunitensi nell’isola. Quando Batista nel 1952, con l'appoggio delle grandi compagnie statunitensi dello zucchero e di Washington, prese il controllo dell'isola con un colpo di Stato, gli Stati Uniti riconobbero subito il suo governo.

Così Batista, con la garanzia del suo arricchimento personale, svendette agli americani il 90% delle miniere di nichel e delle proprietà terriere, l'80% dei servizi pubblici e il 50% delle ferrovie. E Cuba divenne la capitale del gioco d'azzardo e della prostituzione, ospitando anche esponenti della mafia americana che si impadronirono di alberghi, case da gioco e di prostituzione, per trarre il massimo dei vantaggi dal turismo statunitense. 

Gli speculatori speculavano, i trafficanti trafficavano, i turisti si inebriavano, mentre i contadini, denutriti e divorati dalla febbre e dai parassiti, lavoravano sulla terra degli altri un giorno su tre.

Questa era Cuba fino al primo gennaio del 1959. Un’isola nella quale la ricchezza di pochi era costruita sulla miseria di tutti gli altri, e dove i figli dei poveri nascevano nella miseria ed erano destinati a diventare più poveri dei padri.

Quando Fidel Castro rovesciò la dittatura di Fulgencio Batista, il suo attacco al dominio coloniale americano fu deciso ed implacabile: confiscò i beni di proprietà straniera, nazionalizzò l’industria e collettivizzò l’agricoltura a beneficio dei lavoratori.

Iniziò un’intensa campagna per l’alfabetizzazione. Quasi 270.000 insegnanti e studenti vennero utilizzati per l’alfabetizzazione dell’isola. E nell’arco di pochi anni ridusse significativamente il tasso di analfabetismo: nel 1961 il tasso di analfabetismo fu ridotto al 3,9%. 

Combatté le malattie e la malnutrizione e il tasso di mortalità infantile raggiunse in breve un livello più basso di quello degli Stati Uniti. Oggi il tasso di mortalità infantile a Cuba è pari a 4,2 per mille nati vivi. Un dato questo che inserisce il Paese dell'America centrale tra le nazioni con il tasso di mortalità infantile più basso. 

Adottò un sistema sanitario esclusivamente pubblico che garantisse cure e programmi di prevenzione di buona qualità a tutta la popolazione. Oggi a Cuba l’assistenza di primo livello è garantita da oltre 32.000 medici di famiglia. Ogni medico ha in carico circa 120-160 famiglie e, affiancato da un’infermiera, svolge attività di prevenzione e di cura sia ambulatorialmente che a domicilio. Il secondo livello di assistenza è fornito da 491 policlinici (poliambulatori o cliniche di comunità) disseminati su tutto il territorio, in cui un team multidisciplinare (geriatri, ginecologi, ostetriche di comunità, psichiatri e operatori sociali) collabora con il medico di famiglia. Le prestazioni ivi erogate, in regime prevalentemente di day hospital, sono di tipo diagnostico, terapeutico e riabilitativo. Il terzo livello di assistenza è assicurato da 222 ospedali a elevata specializzazione, alcuni dei quali di rilievo internazionale. Nell’isola inoltre esistono circa 200 strutture residenziali per anziani.


Se questo fu un “brutale dittatore”, allora prego Dio che per amore di umanità ce ne dia altri come lui.

lunedì 21 novembre 2016

PARIGI VAL BENE UNA MESSA

“Non condivido i metodi di De Luca, ma se tutto il Sud fosse stato amministrato come Salerno, avremmo un punto di Pil in più”. Così Matteo Renzi, ospite di Radio24, elogia i “metodi di De Luca”, comprendendo in questi anche la recente chiamata in appello dei trecento sindaci della Campania a votare obtorto collo “Sì” alla prossima consultazione referendaria.

Nella riunione a “porte chiuse”, rivolgendosi a quanti hanno risposto alla chiamata, De Luca li ha esortati a votare “Sì”, perché: “Renzi manda fiumi di soldi. Che vi piaccia o no me ne fotto” . Vi “voglio vedere in blocco, armati, con le bandiere andare alle urne a votare il Sì”.

Quindi rivolgendosi a Franco Alfieri, sindaco di Agropoli, in provincia di Salerno, accusato di corruzione, ma fulgido esempio di clientelismo e di voto clientelare, ha detto: “Franco, vedi tu come Madonna devi fare, offri una frittura di pesce, portali sulle barche, sugli yacht, fai come cazzo vuoi tu, ma non venire qui con un voto in meno di quelli che hai promesso”.

A questo ci ha portato e ci porterà la leadership di Matteo Renzi? A uomini che, pur di raggiungere gli obiettivi che lui ha dato, nel lessico, negli atteggiamenti e nelle azioni politiche non sono poi tanto diversi da certi boss della malavita? È questa la cultura democratica di Matteo Renzi e dei suoi accoliti?

Paolo Sorrentino, Stefano Accorsi, Carla Fracci, Andrea Bocelli, Luca Zingaretti, Adriana Asti, Emma Dante, Ferzan Ozpetek, Silvio Orlando, Paolo Virzì, Pierfrancesco Favino, Gabriele Salvatores, Roberto Benigni sono tra i registi, attori e cantanti che hanno firmato l’appello per il “Sì” al referendum.

La ragione è che sebbene comprendano le obiezioni, tuttavia “la somma di queste obiezioni non giustifica il No”.

Io non so se hanno letto il nuovo articolo 70, che dovrebbe sostituire quello vigente. Se non lo avessero fatto, invito tutte queste eccellenti persone a farlo. Quindi spiegare a noi comuni mortali, punto per punto, come se avessimo sei anni, che cosa vuol dire e come soprattutto possa funzionare nella realtà. Se l’hanno letto, domando: una Costituzione che dovrebbe essere scritta per tutti, comprensibile da tutti, perché è scritta in un modo da mettere persino in difficoltà costituzionalisti del calibro di Valerio Onida, dell’Università di Milano Statale, e Gustavo Zagrebelsky, dell’Università di Torino?

Partendo dalla buona fede di queste esimie persone, per non sospettare di altre inconfessabili ragioni al fondo del loro endorsement alla riforma costituzionale targata Boschi-Verdini, a loro sembra normale che un presidente del consiglio, che ha già incassato la sua riforma alla Camera e al Senato, approfittando della sua posizione di vantaggio, intervenga con una potenza di fuoco inammissibile (televisione, stampa, convention) a perorare le ragioni del “Si”, lasciando a quelli del “No”, già in posizione di netto svantaggio, un tempo di parola significativamente inferiore?

Possibile che la loro intelligenza, ammesso che ne abbiano una, non faccia loro scorgere che il punto più delicato della riforma Renzi riguarda il rischio di un sostanziale azzeramento dei meccanismi di controllo e garanzia della Costituzione? Sarà inevitabile che le imperfezioni del testo e il più che probabile ripensamento circa la soluzione data al problema del Senato, spingeranno verso una sostanziale modifica dell’art. 138. E allora tutto diventerà più facile, compreso riscrivere la prima parte della Costituzione, quella che parla proprio dei diritti e delle libertà dei cittadini.


Non sarebbe forse più saggio bollare questa “schiforma” e attendere, qualora ve ne fosse veramente bisogno, una riforma che non addomesticasse la Costituzione ai poteri forti di finanza e Confindustria? 

Per colpire poi i costi della politica non è necessario stravolgere la Costituzione. Basterebbero tre misure che la riforma di Renzi però neppure sfiora: 1) sfoltire la foresta di enti collaterali di Stato ed enti locali, falcidiando la compatta falange dei consiglieri di amministrazione; 2) abbattere la pletora di consulenti e ridurne gli scandalosi compensi; 3) combattere la corruzione.

venerdì 18 novembre 2016

I MILLE GIORNI DI RENZI

Se le promesse elettorali da Berlusconi fino a Renzi fossero state mantenute, in Italia non ci sarebbero più disoccupazione e debito pubblico, le tasse corrisponderebbero ai servizi erogati, la corruzione e il malaffare scongiurati. Mafia, camorra, sacra corona unita, ndrangheta, un ricordo del passato. L’evasione fiscale, debellata.

Purtroppo, non è così: siamo messi peggio di prima!

Sul fronte della disoccupazione, man mano che gli sgravi fiscali del Jobs Act si riducono, si osserva un rallentamento complessivo delle assunzioni e un aumento dei licenziamenti (+31% rispetto ai primi otto mesi del 2015). Gli effetti della riforma del lavoro, propagandati dal governo come positivi, sono tutti nei dati forniti nell’Osservatorio sul precariato dell’Inps relativo ai primi otto mesi dell’anno in corso. 

La dura realtà dei numeri, diffusi dagli osservatori dell’Inps e dell’Istat, dimostrano che, nonostante la propaganda del Ministero del Lavoro, le nuove regole introdotte dal Jobs Act e dal meccanismo della decontribuzione non hanno affatto migliorato il mercato del lavoro che, al contrario, col venir meno degli sgravi contributivi, tende ad aggravarsi. 

Il costo complessivo della riforma per le Casse dello Stato, nel migliore degli scenari considerati, sarebbe stato pari a circa 14,6 miliardi al lordo dell’IRES; nel peggiore, 22,6 miliardi di euro.
Non c’è che dire: un bel successo!

Sul fronte del debito pubblico, la stima, che si basa sui rapporti mensili della Banca d'Italia, allo scorso settembre indicava indica una cifra superiore a 2.255 miliardi di euro, pari al 132,6% del Pil.

Quando nel novembre 2011 Mario Monti fu incaricato di formare il governo, perché l’Italia era sull'orlo del baratro, il debito pubblico italiano ammontava a circa 1.880 miliardi di euro. Al termine della cura Monti, ci si sarebbe attesi che il debito pubblico scendesse. No, il totale a fine 2012 ammontava a 1.988,363 miliardi. Quindi durante il governo Renzi, il debito che doveva diminuire è salito invece al ritmo di 4,86 miliardi di euro al mese.

Ma, tranquilli. Il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, ci rassicura: il nostro debito è “tra i più sostenibili”. E se lo dice lui e Renzi, possiamo dormire sonni tranquilli!

Sul fronte della pressione fiscale, il Total Tax Rate, che pone a confronto i principali paesi del mondo e quelli europei in base al prelievo fiscale sulle società, ci assegna il primo posto in classifica con il 64,8%. Nella Svezia, che è ritenuto il Paese democratico per eccellenza e dove il sistema di welfare sociale ha creato un efficace meccanismo di assistenza ai cittadini, la percentuale di prelievo fiscale è del 49,1%; in Danimarca, oggetto di interesse da parte degli Stati Uniti per studiare i segreti dello stato sociale, che sembra soddisfare contemporaneamente le esigenze di sicurezza economica dei lavoratori e le richiesta di flessibilità degli imprenditori, la percentuale di prelievo fiscale è del 24,5%.

Ma Renzi continua a ripeterci che il suo governo ha operato il “taglio delle tasse più sostanziale della storia”. Come stanno davvero le cose, considerato che la gran parte degli italiani non sembra essersene accorta?

Sul fronte della corruzione e del malaffare, l'amara considerazione del presidente della Corte dei Conti, Luigi Giampaolino, è che illegalità, corruzione e malaffare sono «fenomeni ancora notevolmente presenti nel Paese e le cui dimensioni, presumibilmente, sono di gran lunga superiori a quelle che vengono, spesso faticosamente alla luce». 

Si parla di oltre 60 miliardi di euro, ma è una stima per difetto, perché non tiene conto e in debita considerazione molti altri aspetti e costi indiretti, quali per esempio la fuga di cervelli all'estero, il deficit di concorrenza che si crea quando due imprese operano con regole diverse, mancati investimenti stranieri.

In questo scenario, cos'ha fatto l’esecutivo Renzi per estirpare la corruzione e il malaffare?

Sulle nuove norme sul falso in bilancio, il Governo dell'ex sindaco di Firenze ha fatto peggio di chi lo ha preceduto. E a dirlo non sono “i soliti gufi” ma la Corte di Cassazione che, nella sentenza di annullamento della condanna nei confronti di Luigi Crespi, mette nero su bianco che la nuova normativa sul falso in bilancio è stata alla base del proscioglimento dell'ex sondaggista di Silvio Berlusconi e rischia di vanificare la stessa reintroduzione del reato, facendo sfumare processi su processi. Dichiarando la non ammissione delle “valutazioni” tra gli elementi che costituiscono il reato, favorirà di fatto i truccatori di conti.

Sul voto di scambio politico mafioso, la nuova legge, secondo i supremi giudici, renderà più difficile la dimostrazione del reato. Che ci sia un busta con del denaro in cambio di voti non basterà più. Per condannare il politico accusato di voto di scambio, occorrerà provare che questi sapeva non solo di poter contare sulla forza di intimidazione della cosca, ma anche che i boss si sarebbero impegnati ad impiegarla per costringere i riottosi. Pazzesco!

Sul reato di riciclaggio la nuova norma, targata Renzi & C, prevede la non punibilità per chi usa le risorse provenienti da delitto per proprio godimento. Questo vuol dire che se comprassi una Ferrari con denari sporchi, non sarei punibile, in quanto destinati “alla utilizzazione o al godimento personale”; se trasferissi invece i 250.000 euro sul conto di Emergency che poi comprerebbe 8 ambulanze, sì che verrei condannato, perché trasferire i soldi dal mio conto su quello di Emergency significa non spenderli per godimento personale. Non può esservi niente di più ridicolo e superfluo: chi sarebbe quello sciocco che commettendo un reato per arricchirsi non lo destinasse alla fine a “godimento personale”?

Sul fronte dell’evasione fiscale. Secondo Confindustria, l'evasione fiscale sottrae all'Italia 122 miliardi l’anno. Abbiamo il record europeo di evasione dell’Iva, che nei conti pubblici pesa per 36,9 miliardi di euro e vale più di tre volte la flessibilità che Matteo Renzi vuole chiedere a Bruxelles per il prossimo anno. Il tasso italiano di evasione Iva è del 27,55%. Dati peggiori si registrano solo in Grecia (27,99%), Lituania (36,84%), Malta (35,32%), Romania (37,89%) e Slovacchia (29,97%). Il tasso medio di evasione nell’Ue è del 14,03% e in Svezia non va oltre l’1,2% del totale.

Se prendiamo per buono il dato di Confindustria sull'evasione fiscale e il dato della Corte dei Conti sul fenomeno corruzione, il totale delle risorse sottratte annualmente alla collettività ammonta a 180 miliardi di euro circa. Considerato che l’intero stock del debito pubblico è di 2.255 miliardi di euro, possiamo ragionevolmente concludere che se tali risorse fossero recuperate, nel giro di dodici anni azzereremmo il nostro debito, che grava come un macigno sul futuro del nostro Paese.

Se per ipotesi di terzo tipo, si potessero recuperare i soldi rubati dall'evasione e dalla corruzione, si potrebbero migliorare la qualità e la quantità delle strutture sanitarie e di quelle scolastiche, molte fatiscenti e sprovviste delle più elementari misure di sicurezza; si potrebbero elevare le pensioni minime a duemila euro e raddoppiare l’importo della cassa integrazione; si potrebbe investire in ricerca, istruzione, cultura. Si potrebbe estendere a tutti i giovani senza lavoro un’indennità mensile, sul tipo di quelle che hanno gli altri paesi europei, e il cui costo è di appena il 15% dei 120 miliardi rubati dall'evasione. Si potrebbero infine evitare le tante manovre fiscali e dire addio all'austerity.

Di fronte a questo scenario ci si sarebbe atteso un contrasto a mafie, evasione fiscale e corruzione più serrato. E invece desta scandalo l’idea di usare agenti sotto copertura o di applicare ai corrotti e agli evasori le misure di confisca. Questa severità resta confinata invece a chi non ha pagato il bollo auto o la sanzione amministrativa per divieto di sosta. 

Ci si sarebbe atteso un abbassamento del limite all'uso del contante, in considerazione del fatto che l’evasione paga in contanti. E invece no! Il presidente del Consiglio Matteo Renzi paradossalmente lo ha innalzato, da mille a 3mila euro, per “incoraggiare i consumi”.

Ma sarebbe stato interessante chiedergli di quali consumi parlava esattamente e a quali consumatori si rivolgesse? Ci sono sicuramente senz'altro italiani che abitualmente spendono cifre superiori ai mille euro per un singolo acquisto, ma la maggior parte non credo sia dissuasa dall'acquisto di beni solo perché la legge gli impedisce di pagare in contanti. 

Il quotidiano economico-finanziario londinese Financial Times commentò così l’iniziativa del governo Renzi di innalzare la soglia di circolazione del contante: «L’immensa economia sommersa dell’Italia rimane uno dei fardelli più pesanti per il Paese e nulla di buono potrà arrivare da una misura che serve solo a peggiorare il problema».

E come se non bastasse, ciliegina sulla torta, la voluntary disclosure, ovvero un procedimento di “pacificazione fiscale” tra il contribuente e l’amministrazione, che offre ancora una volta agli evasori di sanare capitali in contanti ed equivale in fin dei conti a incentivare e perpetuare la pratica perversa dell’evasione nel nostro Paese. Considerato poi che la Mafia è endemica, può ben dirsi la prima azienda d'Italia con un fatturato di 130 miliardi di euro, il rischio di inquinamento dell’economia legale con l’uso di capitali illeciti e conseguente alterazione della libera concorrenza è un fatto non solo possibile ma certo.

Quindi per rendere ancora più incisiva la lotta all’evasione fiscale, il governo Renzi ha pensato bene di cancellare la lista nera dei paradisi fiscali. Cosicché chi fa affari con le offshore non avrà più l’obbligo di dichiararlo, nonostante sia noto che i paradisi fiscali sono utilizzati a pieno regime per far sparire denaro e patrimoni dalla provenienza illecita.

Insomma, quello che si presentò agli italiani come il “rottamatore”, che si opponeva alle vecchie liturgie della politica, ai giochi di palazzo, agli inciuci, ai ribaltoni, ai rimpasti, ne è invece divenuto il più fine artefice, riciclando persino personaggi come Denis Verdini e Angelino Alfano che con la sinistra c’entrano come il cavolo a merenda. 

Nonostante i suoi 41 anni d’età, Renzi non è il nuovo che avanza ma il “vecchio” che torna. E, quando la sua parabola politica sarà conclusa, di lui potremo dire che è stato la perfetta e compiuta realizzazione de “Il Principe” di Machiavelli: «È necessario questa natura saperla bene colorire, ed esser gran simulatóre e dissimulatore (...) e sono tanto semplici gli uomini (...) che colui che inganna troverà sempre chi si lascerà ingannare».

Impareranno mai gli italiani a non farsi fregare più da personaggi come Berlusconi e Renzi? Quando cominceranno ad accendere il cervello?


mercoledì 16 novembre 2016

LA PANTOMIMA DI RENZI PER INCASSARE IL VOTO DEGLI ANTI-UE

La scelta di Renzi di porre il veto dell’Italia al bilancio europeo, in prossimità del voto referendario, svela ancora una volta l’unica sua vera arte politica: adescare gli ingenui creduloni per coronare i suoi scopi. Se è vero, come infatti è, che il sentimento antieuropeista fra gli italiani è sempre più diffuso, perché non cavalcarlo a fini elettorali? E quale migliore occasione della revisione del bilancio Ue 2014-2020 per mostrare i muscoli e far capire a quelli di Bruxelles che i loro diktat sul tetto al deficit non ci piacciono?

Se non fosse che l’Italia in Consiglio ha votato a favore ben 148 volte su 148, senza mai un’astensione, mai un sonoro no alle politiche di austerità finora dettate dalla UE, se non fosse che tra pochissime settimane gli italiani saranno chiamati alle urne per esprimersi sul quesito referendario, potremmo anche credere alla buona fede di Renzi e del suo Governo. Ma Renzi ha detto sempre sì all’Europa, su tutto: banche, tasse, immigrazione, Turchia.

Legittimo dunque il sospetto che la presa di posizione di Renzi verso l’UE altro non sia che un’esibizione teatrale atta a far colpo sull’infantilismo e letargismo politico di una gran parte dell’elettorato italiano. Il primo pronto a lasciarsi facilmente influenzare dai proclami di cambiamento e innovazione, senza usare la propria testa; il secondo pronto a destarsi dal proprio letargo politico solo quando viene toccato in maniera viscerale dal demagogo di turno, solo che questi gliene offra l’opportunità.

Ora che l’appuntamento referendario si avvicina e il “Sì” è indietro nei sondaggi, ecco che Renzi mette in discussione l’Europa, cambia le carte in tavola, gonfia il petto e si accorge che “mancano le risorse per le priorità italiane: immigrazione, sicurezza, disoccupazione giovanile e ricerca”.

Durante la diretta dal suo ufficio di Palazzo Chigi, mostrandosi pure senza la bandiera europea, apostrofa i tecnocrati di Bruxelles e afferma che se l’Europa non cambia siamo di fronte all’inizio della disintegrazione europea. Alla buon’ora!

Peccato che l’attacco di Renzi all’UE tradisca l’ennesimo suo imbroglio, l’ennesima sua scaltrezza: sul bilancio annuale gli Stati membri non hanno alcun potere di veto!

Il Consiglio europeo lo vota a maggioranza e sono sufficienti sedici Paesi che rappresentino almeno il 65% della popolazione. Pertanto, per la “minoranza di blocco” serve un numero di Stati che rappresenti almeno il 35% della popolazione europea. Considerato che la percentuale della popolazione italiana rispetto a quella europea è del 12%, per porre il veto l’Italia avrebbe bisogno di alleati che al momento non ha.

Il potere di veto si ha solo sul bilancio pluriennale, di cui però si parlerà non prima del 2020, quando scadrà la programmazione dei fondi comunitari attualmente in vigore.

Renzi dovrebbe saperlo bene! Se non lo sa, è grave, perché ci si attende da un uomo che ricopre la carica di Primo ministro che lo sappia; se lo sa, è ancora più grave, perché allora la considerazione che lui ha degli italiani è quella di allocchi facilmente adescabili.

Se Renzi voleva far capire che la nostra legge di bilancio non si sarebbe piegata ai diktat di Bruxelles sul tetto al deficit in materia di immigrazione, sicurezza, disoccupazione giovanile e ricerca, bastava farlo presente, con la stessa determinazione che mette oggi (con le buone o con le cattive), nel novembre 2014, quando i buoi erano ancora nella stalla e lui aveva la chiave per chiuderla. Ma il piano finanziario pluriennale 2014-2020, che stabiliva i fondi per le politiche dell'UE per i successivi sette anni, fu invece approvato da tutti i deputati in sessione plenaria il 19 novembre 2014.

A poco vale oggi agitare lo spettro del veto sul bilancio UE. Da ciò la logica conclusione che l’uscita di Renzi abbia più il sapore di una pantomima, ben recitata, in vista del referendum costituzionale del 2016, piuttosto che la reale presa di consapevolezza che con le attuali politiche economiche europee non si esce dalla crisi e non si va da nessuna parte. 

Prendere in ostaggio il bilancio Ue fino al voto, avrà come unico effetto quello di indispettire i commissari europei che, ora che sono intenzionati ad aiutare Renzi a vincere il referendum del 4 dicembre, potrebbero anche digerire il rospo, ma dopo il voto potrebbero tornare a questionare sulle virgole e sugli «zero virgola». E allora Renzi, come si dice passata la festa gabbato lo santo, accetterà tutto, con buona pace dei tecnocrati di Bruxelles.



lunedì 14 novembre 2016

A RENZI PIACE VINCERE FACILE

Da tanti punti di vista Renzi ha una visione della democrazia e del potere a senso unico, centrata sulla sua persona. È insomma radicata in lui l’idea che lui partorisce solo idee giuste e che la migliore garanzia per tutti è l’affidarsi a lui e non già al proprio senso critico o ai “saggi”. E, come tutte le persone che hanno un’immagine grandiosa di se stessi, chiunque dissenta da lui è ipso facto un “rosicone”,  uno che muove le sue critiche non tanto per dovizia delle sue argomentazioni, quanto per l’invidia che lo logora; un “gufo” che tifa perché le cose vadano male; un “parruccone” con idee arretrate e nemico del progresso.

Berlusconi diceva di sé stesso d’essere l’unto del Signore, Matteo Renzi è invece il Verbo fattosi carne, la medicina contro il male del tempo presente, rappresentato da quanti, non credendo negli uomini della Provvidenza, non condividono il suo stesso ottimismo. 

Lui rottama, asfalta e le sue riforme non sono solo riforme ma sono anche buone: la riforma dell’istruzione è la «buona scuola». E le persone che sono dalla sua parte non sono solo buone ma anche belle: alla Leopolda c’erano «belle persone». Insomma ci sarebbero tutti i segni per consegnarlo al lettino dello psichiatra per disturbo narcisistico di personalità, ma noi – intendo noi italiani – lo teniamo alla carica di Primo ministro. 

Da Mussolini in poi, l’italiano massa pare non si sia ancora vaccinato! Agli italiani piace l'uomo della provvidenza, cui dare credito senza far funzionare il proprio cervello.

Ora, se Renzi è davvero convinto che la sua riforma costituzionale è quanto di meglio il popolo italiano possa attendersi in materia di riforme epocali, perché allora trucca le carte per assicurarsi comunque la vittoria?

Una squadra di calcio che disponga di una buona tattica di gioco e di bravi atleti, non ha bisogno di truccare la partita o di comprare l’arbitro per vincere. Se questo accade è perché non si è poi tanto convinti della superiorità atletica della propria squadra. Così Renzi, trascurando il non piccolo dettaglio che le imposte che i cittadini italiani pagano non sono una prebenda per la sua campagna elettorale, attraverso il suo governo ha stanziato oltre 160 milioni di euro a enti e associazioni per la promozione della lingua e della cultura italiana all'estero, il quadruplo dei risparmi attesi dalla sua riforma del Senato. 

Da gran furbacchione – qual è – ha capito che il referendum si vince all'estero. Da quando è stato istituito, il voto estero ha infatti determinato per ben due volte lo schieramento al governo: una prima volta nel 2006, quando regalò all'Unione di Prodi una risicata maggioranza al Senato che, col solo voto italiano sarebbe stata scongiurata;  la seconda volta nel 2013, quando consentì al Pd di superare il Movimento 5Stelle, nonostante questo risultasse il partito più votato su scala nazionale.

Quando invece alle elezioni europee del 2014 il voto degli italiani all'estero non serviva, Renzi si inventò gli 80 euro in busta paga per assicurarsi un plebiscito. 

Quindi per garantirne parte della copertura finanziaria, il governo sfoderò una tassa di 300 euro per la domanda di cittadinanza e l’aumento delle tariffe consolari, incurante – allora – degli interessi degli italiani all'estero. 

Ma ora che la sfida tra il Sì e il No potrebbe risolversi per una manciata di schede, ecco che lisciare il pelo ai quattro milioni di connazionali oltre confine, con lo stanziamento di 160 milioni a favore delle associazioni dei nostri emigrati, sembra essere l’asso nella manica di Renzi per vincere il referendum del 4 dicembre. 

E' inammissibile poi il mega-tour del Sì: Ministri, deputati, dirigenti del Pd, tutti in giro per il mondo per sostenere la riforma Boschi-Verdini, con l’aiuto delle ambasciate. Intollerabile poi l'invio di lettere-spot, con logo “BastaunSì”, ai 4 milioni di nostri connazionali fuori sede con tanto di simbolo tricolore e foto di Renzi con Obama, Merkel e Hollande, in contemporanea con la spedizione delle schede per votare. Ma quando a chiedere gli indirizzi dei 4 milioni di italiani all’estero è il Comitato popolare per il No, il ministero dell’Interno oppone la tutela della privacy.

Nessuno discute il diritto recentemente affermato da Renzi di avvalersi delle prerogative che la legge gli attribuisce per l’accesso ai dati, ma il sistema dei due pesi e delle due misure che consente di fatto un vantaggio ad una sola parte a scapito dell'altra è non solo contrario ad ogni principio deontologico, ma anche giuridico. Senza peraltro voler entrare nel merito di conoscere con quali quattrini le lettere sono state recapitate. Con le tariffe ordinarie una spedizione del genere costerebbe quanto l'abolizione del Cnel, circa 8,7 milioni di euro.

Vogliamo parlare poi della Rai? Trovavamo arrogante il modo in cui Berlusconi avesse occupato la Rai, mettendo due super allineati  come Augusto Minzolini a capo del Tg1 e Antonio Preziosi a capo del Giornale radio. Cosa dovremmo dire allora di Renzi che ha praticamente occupato tutto lo spazio Rai? Sul Tg1 il filogovernativo Orfeo, sul Tg3 Luca Mazzà, al posto di Bianca Berlinguer; Massimo Giannini è stato mandato via dalla conduzione di Ballaró solo perché troppo antirenziano. Se Berlusconi aveva l’opposizione della Berlinguer e di tutta Raitre, Renzi ha sterilizzato ogni opposizione in Rai. Come democratico non c'è che dire!

L’ambasciatrice Cristina Ravaglia, direttore generale della Farnesina per gli italiani all’estero, già nel 2013, all'indomani delle Politiche del 2013, ha fatto sapere al ministero degli Esteri, al Quirinale e a Palazzo Chigi che il voto all’estero non solo è “potenzialmente distorsivo”, ma è anche “totalmente inadeguato se non contrario ai principi costituzionali che sanciscono il voto personale, segreto e libero”.

Dunque, considerato che la sfida tra Sì e No è sul filo di lana, e che in gioco non è questo o quel governo, la cui durata nel peggiore dei casi è di cinque anni, ma la Costituzione destinata a durare per almeno un ventennio, si decideranno, almeno ora, Mattarella e il ministro degli Esteri Gentiloni a correggere gli abusi denunciati dall’ambasciatrice? O, dobbiamo veramente credere che tutte le istituzioni abbiano fatto quadrato intorno alla persona di Renzi perché la parabola della P2, la più potente e controversa loggia massonica italiana, giunga alfine a compimento e il famigerato Piano di Rinascita Democratica, come una sorta di prontuario delle «riforme», trovi la sua piena attuazione nel disegno di riforma della Costituzione targato Boschi-Verdini?