sabato 26 dicembre 2015

LA SPIRALE PERVERSA

Come i due conflitti mondiali del secolo scorso spezzarono l’evoluzione armonica in senso democratico verso cui si credeva fosse indirizzata l’Europa, così oggi le politiche “anti-crisi” adottate dall'Unione Europea ci stanno portando al disastro.

Se si esaminano i dati senza pregiudizi occorre ammettere che proprio la politica del rigore sin qui adottata, contro le attese, sta facendo esplodere il debito pubblico delle singole nazioni, perché di fatto blocca gli investimenti pubblici, gli unici in grado di avviare la ripresa economica. Quello che sorprende è l’ostinazione a proseguire queste politiche di rigore nonostante il permanere della recessione e della stagnazione, determinate fondamentalmente dal crollo della domanda interna.

L’aumento del debito pubblico è la conseguenza delle politiche di rigore; solo se si capisce questo si può sperare che vengano ridisegnate politiche di intervento affatto diverse per rilanciare l’economia dei paesi europei. 

Nei dieci anni precedenti la crisi del 2007, tutti i Paesi europei, ad eccezione della Grecia, avevano già adottato politiche di bilancio attente a contenere il deficit pubblico entro il parametro del 3% previsto dal Trattato di Maastricht. La crisi del 2007, iniziata negli Stati Uniti, ha messo in evidenza quanto il modello di crescita fosse drogata dalla finanza e dal credito. 

Quando lo tsunami finanziario è giunto in Europa si è scoperto che anche qui, come negli Stati Uniti, l’eccesso di capacità produttiva era sostenuto prevalentemente dal ricorso all'indebitamento, soprattutto privato. Quindi per evitare il collasso del sistema bancario, gli Stati europei si sono svenati per soccorrere le imprese private (finanziarie e non) in difficoltà, ponendo per questa via le premesse per l’attuale crisi del debito sovrano. 

L’entità del debito ereditato da quello privato ha imposto quindi politiche di risanamento dei conti pubblici che hanno depresso la domanda interna con la conseguenza che, diminuendo il prodotto interno lordo, è aumentato il rapporto debito/pil. Quindi le basse entrate fiscali dello Stato hanno peggiorato anche il rapporto tra deficit annuo e pil e quello tra debito complessivo e pil, innescando una «spirale perversa» che ha rafforzato l’effetto negativo determinato dai bassi tassi di inflazione che, oltre a rendere arduo l’abbassamento del rapporto debito/Pil, ha disincentivato gli investimenti privati. I quali dinanzi all'aspettativa di una sostanziale stagnazione della domanda e della produzione nei prossimi anni, hanno dirottato i flussi di capitali altrove. Questo ha peggiorato il deficit della bilancia commerciale di Paesi come l’Italia, la Francia, la Grecia, il Portogallo e la Spagna, rendendo insostenibile il loro debito complessivo (privato e pubblico) verso l’estero.

In questa situazione di sostanziale “trappola della liquidità”, le politiche di rigore sin qui adottate non solo non hanno sortito effetto alcuno al risanamento e al rilancio dell’economia, ma hanno altresì aggravato il quadro. E se questo è vero, c’è una conclusione obbligata da trarre: il debito pubblico non è la causa della crisi, ma deriva da qualcos'altro. Esso deriva soprattutto dagli squilibri di fondo tra i Paesi europei. Squilibri che l’euro non soltanto non ha sanato, ma ha addirittura accentuato.

Il paradosso dell’euro è che proprio il suo grande successo sta all’origine di buona parte dei problemi che oggi affliggono l’Europa. Il primo grande successo dell’euro è quello di aver scongiurato i rischi legati al tasso di cambio all’interno dell’area valutaria; il secondo grande successo è quello di aver reso bassi e omogenei tra loro i tassi d’interesse in tutta l’eurozona.

Il primo grande successo – eliminare i rischi di cambio all’interno dell’area valutaria – non consentendo più il ricorso a svalutazioni competitive ha spinto i diversi Paesi dell’eurozona a rafforzare la rispettiva specializzazione produttiva. 

La Germania ha rafforzato sempre più la propria vocazione di industria manifatturiera, mentre altri Paesi, focalizzandosi maggiormente sul settore dei servizi (ad esempio edilizia, commercio al dettaglio, trasporti, lusso, servizi finanziari), si sono progressivamente deindustrializzati con la conseguenza di maturare deficit sempre più cronici nei confronti dell’estero, in quanto il settore dei servizi non è rivolto all’esportazione. 

La bilancia commerciale di uno Stato registra l'ammontare delle importazioni e delle esportazioni di merci di un paese. Il saldo della bilancia commerciale corrisponde alla differenza tra il valore delle esportazioni e quello delle importazioni di merci. Quando il valore delle esportazioni supera quello delle importazioni, si avrà un ingresso netto di capitale monetario nello stato; quando invece il valore delle importazioni supera il valore delle esportazioni, si avrà un’uscita netta di capitale monetario dalla nazione e dunque un indebitamento.

La polarizzazione tra Paesi a crescita basata sulle esportazioni – Germania – e quelli a maggior vocazione nel terziario ha accentuato l’indebitamento dei secondi a beneficio dei primi. Insomma, la crescita dei Paesi oggi in maggiore difficoltà è avvenuta soprattutto attraverso il debito, che ha consentito peraltro ai primi di smerciare i propri prodotti nella zona euro.

Quando la crisi del 2007 ha messo in evidenza che la convergenza tra le economie dell’eurozona era solo apparente il meccanismo si è rotto. Apparve evidente che alcuni Paesi consumavano più di quanto producevano, mentre altri accrescevano la loro creditoria nei confronti dei primi. Questo accumulo di debito da parte di determinati Paesi nei riguardi di altri ha girato il testimone del debito dal settore privato a quello pubblico, determinando così l’esplosione del problema dei debiti sovrani in Europa.

Il secondo grande successo – bassi tassi d’interessi – ha dato luogo a un rapidissimo aumento dell’indebitamento privato e alla formazione di vere e proprie bolle immobiliari.


Attribuire però alla moneta unica la causa dei mali che oggi affliggono l’Europa equivale a confondere la causa con l’effetto. Questo processo inevitabile si è verificato perché sono mancate politiche integrate a livello europeo tali da colmare gli squilibri o almeno da evitare che essi si approfondissero. Il problema è che l’aver basato l’Unione europea sulla sola moneta unica rende impossibile superare la crisi in assenza di una politica economica e fiscale unica.

giovedì 24 dicembre 2015

LA STANGATA

Nel 1973 nelle sale cinematografiche venne proiettato un magistrale film: “La stangata”. Negli anni ’30 due abili imbroglioni (Paul Newman e Robert Redford) riescono a mettere in piedi una truffa colossale a danno di un gangster di Chicago. Nel 2015 grazie alla complicità di Bankitalia, Consob e governo Renzi è stata messa a punto un’altra colossale truffa, ma questa volta a danno di onesti cittadini, che hanno visto vaporizzarsi nel corso di una notte i risparmi di una vita.

La vicenda è quella nota di un decreto emanato dal governo Renzi lo scorso 22 novembre che ha diviso quattro istituti di credito, Banca Popolare dell’Etruria, Banca Marche, Casse di Risparmio di Ferrara e di Chieti, in due parti: una «good bank», cui sono stati conferiti gli attivi, e una «bad bank», divenuta il contenitore dei crediti in sofferenza.

Bisogna sapere che i suddetti quattro istituti di credito regionali erano da tempo sull'orlo della bancarotta, con i bilanci pieni di sofferenze. L’elemento che fa da denominatore comune alla crisi bancaria dei quattro istituti è l’erogazione di prestiti facili concessi agli amici e agli amici degli amici.
 
Banca Delle Marche, uno dei più importanti istituti del Centro Italia, viene commissariata nel 2011 da Bankitalia: nei bilanci c'è una montagna di crediti incagliati, superano ampiamente i 3 miliardi di euro, frutto di una gestione allegra nella concessione di prestiti, da parte del consiglio di amministrazione e dell'ex-direttore generale, Massimo Bianconi.

Le prime difficoltà della Banca Etruria iniziano nel 2011. Tra il 2011 e il 2013, i crediti deteriorati o a rischio si ingigantiscono come un fiume in piena e arrivano a pesare per quasi un terzo del totale degli impieghi dell'istituto. Come per la Banca delle Marche, la causa sta nella concessione di prestiti facili. Dopo che nei primi tre trimestri del 2014, si segnalano perdite per più di 120 milioni di euro, Bankitalia nel 2015 ne decide il commissariamento.

Nell'autunno del 2014 è la volta della Cassa di Risparmio di Chieti (Carichieti), quando l'authority di vigilanza di Bankitalia accerta la presenza di sofferenze sui crediti per oltre 430 milioni di euro e perdite di bilancio per oltre di 300 milioni di euro. La causa è la medesima: una gestione dei prestiti e degli affidamenti troppo disinvolta.

Dal maggio 2013, la Cassa di Risparmio di Ferrara (Carife), dopo anni di mala gestione, che hanno prodotto perdite per più di 376 milioni di euro, viene messa sotto il torchio dei commissari di Bankitalia.

Dunque operazioni discutibili e crediti in forte sofferenza sono le cause del collasso bancario dei quattro istituti di credito, che ha trascinato centinaia di migliaia di risparmiatori, che hanno visto svanire in un attimo i loro patrimoni, per alcuni frutto di una vita di sacrifici e rinunce.

La domanda che sorge spontanea è perché la Banca d’Italia e la Consob hanno consentito alle quattro banche (che sapevano essere gravemente malate) di vendere ai propri clienti azioni e obbligazioni subordinate senza informarli adeguatamente del rischio altissimo di quell'investimento?


Quando le quattro banche sono state commissariate, hanno continuato a vendere obbligazioni subordinate di nuova emissione per 788 milioni di euro, senza peraltro informare i risparmiatori sullo stato di decozione delle banche. Al contrario, venivano tranquillizzati sulla solvibilità del sistema bancario. 

Un disastro da 2 miliardi a danno di risparmiatori ingannati che ha replicato il copione di una decina d’anni fa, con i crac di Parmalat (14 miliardi) e Cirio (2,2 miliardi). Con la differenza, non da poco, che allora si trattò di due imprese industriali che, piazzando le loro obbligazioni ad alto rischio attraverso il circuito bancario, ha consentito almeno ai risparmiatori di far causa ai loro istituti di riferimento, accusandoli di aver venduto titoli spazzatura senza informarli adeguatamente. Questa volta invece non ci sono intermediari da incolpare: chi ha piazzato i titoli marci sono le stesse banche, che però sono fallite. 

Parlare pertanto di decreto “salvabanche” è un eufemismo: il salvataggio è solo apparente. È piuttosto la presa d’atto della rapina avvenuta negli anni passati: scurdammoce 'o passato. Sono state create quattro nuove banche, le buone, e le vecchie, quelle cattive, che dovrebbero rispondere ai risparmiatori ingannati, sono scatole vuote, in liquidazione, senza un euro in cassa. 

Ora, pur volendo adire le vie legali, coi tempi della nostra giustizia, se non sarà tutto prescritto, sicuramente chi ha truffato non risarcirà.

giovedì 19 novembre 2015

A CHI VERAMENTE CONVIENE L’ISIS

Il governo italiano ha raggiunto un accordo con il governo del Kuwait per la fornitura di 28 Eurofighter, caccia da difesa nato dalla collaborazione tra l’Italia (Finmeccanica partecipa quasi al 50%), Regno Unito, Germania e Spagna. L'ammontare del contratto si aggira intorno agli 8 miliardi.

Il Kuwait è un emirato sovrano. Confina con l'Arabia Saudita a sud, con l'Iraq a nord e si affaccia sul golfo Persico. Lo Stato del Kuwait fu il detonatore della prima guerra del Golfo (2 agosto 1990), quando l'Iraq di Saddam Hussein invase il Kuwait. La monarchia fu deposta e al suo posto fu insediato un governatore iracheno (Ali Hassan al-Majid). Saddam Hussein era convinto che l’America non sarebbe mai intervenuta a favore del Kuwait proprio in considerazione della sua funzione antiraniana; gli USA hanno sempre visto  nel regime teocratico iraniano un pericolo per i propri interessi nell'area. Trascurava però un particolare non di poco conto: gli Emirati Arabi Uniti sono uno dei più importanti acquirenti al mondo di armi statunitensi. Perciò, come sovente accade, ubi maior minor cessat, gli americani, dovendo scegliere tra l’amico iracheno e i più importanti soci in affari Emirati Arabi, scelsero questi ultimi. Così come nella favola di Fedro del lupo e dell’agnello, dove il lupo cerca un pretesto qualsiasi per divorare l’agnello, gli Stati Uniti, sotto l'egida dell'ONU, misero su una coalizione composta da 35 stati e penetrarono in Iraq col fine di restaurare la sovranità del piccolo emirato del Kuwait. L’operazione fu presentata al mondo occidentale – che ipocritamente aborre la parola “guerra” – come una “operazione di polizia internazionale”, diretta ad imporre all'Iraq il rispetto del diritto internazionale violato ed il ripristino della sovranità dello Stato del Kuwait. Appare più verosimile ritenere che l'intervento della coalizione anti-irachena, ancorché teso a ripristinare la sovranità violata, trovasse la sua motivazione più concreta nelle risorse di petrolio e nel blocco dei capitali kuwaitiani sulle piazze finanziarie americane, asiatiche ed europee, causato dall'invasione irachena.

Il Qatar è situato nella penisola Arabica. Si affaccia sul golfo Persico e confina a sud sud-ovest con l'Arabia Saudita. Benché sia un paese eminentemente desertico è, insieme al Kuwait, uno dei posti più ricchi del pianeta grazie al petrolio, che contribuisce per l’85% dei suoi proventi da esportazione; gli altri settori che generano reddito per il paese sono il turismo e il settore bancario. È talmente ricco che tutti i suoi cittadini, per il solo fatto di esistere, posseggono una casa donata dall’emirato e ricevono uno stipendio, nonché un pacchetto azionario, senza svolgere alcuna attività.

Il Kuwait e il Qatar sono noti non soltanto per l’enorme ricchezza derivante dal petrolio, lo sono anche perché rappresentano l’epicentro del finanziamento dei gruppi terroristi del Califfato – alias Isis o Is – di al-Baghdādī. Sì, proprio quelli  che hanno seminato il terrore a Parigi lo scorso venerdì. A sostenerlo è David Cohen, sottosegretario americano per il terrorismo e l’intelligence finanziaria. David Cohen ha infatti dichiarato che «Isis ha accumulato un patrimonio senza precedenti (…) ed è l’organizzazione terroristica meglio finanziata di sempre». Secondo il Washington Institute for Near Policy, dal Kuwait e dal Qatar, l’Isis ha ricevuto oltre 40 milioni di dollari negli ultimi due anni.

Nel corso della puntata di Report di domenica scorsa è stato intervistato un certo George Smiley, nome di copertura di un trafficante d’armi italiano, che ha indicato proprio il Qatar come il principale fornitore di armi destinate all’Isis. Dall’intervista emerge come l’Isis sia stato armato dagli occidentali in funzione anti-iraniana, ma poi sia “scappato di mano”, e come anche l’Italia – a sua insaputa – abbia contribuito ad armare l’Isis, armando la Siria di Assad e addestrando le sue milizie che poi sono passate all’Isis.

Partendo dal fatto che i terroristi dell’Isis utilizzano armi e munizioni fabbricati in Usa, Russia e Cina – ben oltre l’80% delle circa 2000 cartucce raccolte sui teatri di guerra portano il marchio Cina, Russia, Serbia e Stati Uniti –, è difficile credere alla seria e ferma volontà dei paesi occidentali di annientare il terrorismo. Pur ammettendo che la Russia, la Cina, la Serbia e gli Usa siano coinvolti indirettamente nella fornitura di armi – Giorgio Beretta dell’Opal (Osservatorio permanente sulle armi leggere) stima che il 90% dei traffici illegali di armi proviene proprio dal commercio legale –, risulta incomprensibile come in seguito all'attacco alle Torri Gemelle non sia stato intensificato il ruolo dell'intelligence nel controllo della filiera nel traffico delle armi. Dobbiamo forse concludere che la sicurezza delle Nazioni occidentali è in subordine rispetto agli interessi, davvero enormi, derivanti dal traffico delle armi?

Il 10 giugno 2009, quando Gheddafi giunse a Roma con la sua grande tenda beduina e lo stuolo di amazzoni reclutate come comitato di benvenuto, 11mila pistole e fucili del gruppo Beretta iniziarono il lungo viaggio dall’Italia verso il paese nord-africano. Non deve essere difficile immaginare in quali mani ora si trovino quelle pistole e quei fucili.

Se in nome degli interessi dei pochi fabbricanti d’armi si deve mettere a rischio la sicurezza di molti, non sorprendiamoci poi se quelle stesse armi vengono rivolte contro di noi. Il business delle armi, con un fatturato mondiale annuo di 1700miliardi, non conosce crisi. Mentre si taglia Stato sociale (sanità, scuola, assistenza, pensioni, ecc.), le risorse per il comparto militare continuano a crescere ovunque. La quantità di soldi dei contribuenti che sono finiti nelle spese militari è aumentata complessivamente di oltre il 50% nel decennio dal 2001 al 2011, ovvero dopo l’attacco alle Torri gemelle, senza però che questo enorme investimento abbia prodotto risultati apprezzabili nel contenimento degli attacchi terroristici e dei conflitti internazionali. Al contrario, gli episodi bellicosi e terroristici in ogni parte del mondo sono aumentati e nessun governo, né di destra né  di sinistra, riesce a darci una spiegazione convincente del perché per costruire la pace, bisogna creare la guerra.

L’argomento scottante, se non controverso, è perché le spese militari non sono un costo per i contribuenti, ma lo sono le spese per la sanità, l’istruzione, la ricerca, la previdenza, l’assistenza ai meno abbienti, ecc. ecc.? Noi italiani non possiamo più permetterci di ignorare ancora il problema, specie quando le risorse sono scarse e quelle poche, anziché andare al risanamento delle casse dello Stato, vengono convogliate in costosissime macchine da guerra e nel mantenere in vita un mastodontico esercito di 180.000 uomini. Forse, smettere di fare la guerra ci aiuterà a risanare il debito pubblico meglio di qualunque altro taglio alla sanità, alla scuola, agli enti locali o alle pensioni. Il pesante fardello economico imposto ai cittadini italiani per l’acquisto degli ormai famosi F35 caccia da combattimento, la cui inefficacia pur essendo stata più volte comprovata, non ha impedito al Ministero della Difesa italiano di acquistarli, per un budget complessivo di circa 13 miliardi di euro, non trova giustificazione alcuna. Quale buon padre di famiglia taglierebbe il budget di spesa destinato alla salute e all’istruzione dei propri figli per acquistare una Mercedes classe S?

Né l’uso delle spese militari per rilanciare la produzione e l'occupazione, a detrimento delle altre forme di investimento, trova seguaci tra i maggiori economisti mondiali: Paul Krugman, premio Nobel per l'economia, ha stigmatizzato tale scelta per affrontare la crisi, destinata a favorire solo l’interesse di ristretti gruppi economici che, strumentalizzando valori patriottici e la difesa dei nostri valori, quali libertà e democrazia, puntano in realtà a divenire sempre più ricchi e potenti.

Il vizio antico e raffinato delle moderne democrazie, nell’era della comunicazione di massa e istantanea, è quello di riuscire a far credere a una massa di incolti opportunamente allevati che “un elefante può stare tranquillamente sospeso su uno strapiombo attaccandosi con la coda ad una margheritina”. Come giustificare altrimenti le decisioni imposte a milioni di individui in campo politico ed economico?

Come favorire le lobby delle armi? Semplice, inventarsi un nemico, una bella guerra e il gioco è fatto. Spero che qualche lettore abbia visto il magistrale film “Sesso & potere”, in cui, per nascondere all’opinione pubblica una scappatella sessuale del presidente in carica, si crea un finto attacco degli Stati Uniti all’Albania, accusata di dare ospitalità ad alcune cellule terroristiche che minacciano la sicurezza americana. Così, in nome della sicurezza, la classe politica può far facilmente digerire all’opinione pubblica, che non si accorge del raggiro, le spese militari.

Come favorire le lobby finanziarie? Semplice, scaricando l’enorme debito dalle banche agli Stati, (s)vendendo poi ai privati beni pubblici e attuando una politica del rigore economico.

Come favorire le lobby del petrolio? Semplice, alimentare il terrorismo e i conflitti nelle zone ricche di petrolio. Questo giustificherà l’intervento armato nelle zone interessate, finalizzato a presidiare i pozzi petroliferi dei magnati del petrolio: profitti privati, ma costi collettivi.

Come favorire le lobby industriali? Semplice, mettendo in moto esodi di massa, spinti dalla fame o dalla paura, e creando così un esercito industriale di riserva. Quindi stimolare l’ennesima guerra tra poveri (se non c’è lavoro è perché gli immigrati lo portano via …), quindi usare i più poveri per abbassare al loro livello i meno poveri.

Io credo che se noi popolo non ci facciamo un po’ più furbi e colti, corriamo il rischio di trovarcelo davvero sfondato il c..o.

lunedì 16 novembre 2015

TERRORE A PARIGI

Il terrorismo jihadista ha colpito, per la seconda volta in un anno, il cuore di Parigi; 129 le persone rimaste vittime e 352 i feriti, 80 dei quali gravi. L'Isis rivendica la strage. Non c’è giustificazione alcuna per il sangue civile versato a Parigi e non c’è giustificazione alcuna per le migliaia di vittime civili in Afganistan, Iraq, Libia, Siria, Palestina, salvo avere la pretesa di affermare che i nostri morti valgono di più.  I morti non hanno colore, non hanno bandiere. Una bellissima poesia indiana recita che “le farfalle si posano indifferentemente sul volto dei vincitori addormentati e su quello dei vinti uccisi”.

Le foto raccapriccianti di prigionieri torturati fisicamente e psicologicamente ad Abu Ghraib, i droni americani che bombardano civili impegnati in operazioni di soccorso e funerali pubblici, le bombe degli aerei israeliani che, nell’estate del 2014, hanno causato l’uccisione di almeno 500 bambini di Gaza, ferendone altri 3000, fanno forse meno orrore delle vittime di Parigi? Per la spietatezza e il cinismo con cui vengono messe in atto tali atti, da Società che si vantano di coltivare i valori della democrazia e della civiltà, mi sento di dire che non sono meno barbariche delle azioni compiute dai terroristi dell’Isis. Gli uni e gli altri sul piano della barbarie sono equivalenti. Ma con una differenza. Quella dell’Isis è una violenza raccapricciante nella sua ferocia perché primitiva, basti pensare alle esecuzioni di massa, decapitazioni e ostaggi bruciati vivi; quella dei nostri governi occidentali è tecnologicamente avanzata, da guerre stellari: armi laser, pallottole all’uranio impoverito, elicotteri, caccia bombardieri e droni senza pilota che seminano la morte dall’alto, armi chimiche.

La contrapposizione buoni da una parte e cattivi dall’altra, il binomio barbarie e civiltà sono solo retorica da quattro soldi finalizzata a nascondere ai meno colti le responsabilità dei nostri governi occidentali nell’aver fomentato quell’odio che ci sta investendo.  Basta porsi una semplice domanda: può un essere umano uccidere e farsi uccidere senza una ragione che inneschi il suo sentimento di vendetta? Neppure quelli che agiscono in nome di un’ideologia folle sono disposti a tanto.

Vogliamo reagire, armarci e dichiarare guerra all’Isis: Ok! Vogliamo sterminarli tutti: ci sto. Allora non mandiamo soltanto i nostri caccia, i nostri droni – pilotati da una consolle in una comoda stanza a migliaia di chilometri – i nostri elicotteri. Sporchiamoci anche noi le mani di sangue: mandiamo le nostre truppe e accettiamo le conseguenze. In guerra si muore e si resta feriti. Non piangiamoli e non celebriamoli come fossero tutti eroi quando ci vengono resi in un sacco verde. La guerra è guerra, non una gita di boyscout.

Ma prima di parlare di offensiva, prima di sacrificare i nostri figli, coloro che hanno il culo al riparo e che fanno presto a parlare di guerra, tanto non saranno i loro figli ad essere sacrificati, farebbero bene a mettersi d’accordo fra loro e a focalizzare l’attenzione sul flusso di armi e di uomini e controllare i conti bancari dell’ISIS nelle banche, magari anche svizzere. Farebbero bene a stabilire rigide norme sulla finanza delle “dark pool”. Potremmo infatti scoprire con sorpresa che i nostri governi occidentali, democraticamente eletti, se con una mano li combattono, con l’altra gli forniscono armi e addestramento.

lunedì 9 novembre 2015

FRANCESCO, IL PAPA MARXISTA?

Di fronte alla mutazione genetica della sinistra italiana e, più in generale, alla disfatta della sinistra europea lunga trent’anni, l’unico rimasto a contrastare la dittatura del pensiero unico liberista è papa Francesco. L'accusa al capitalismo e al libero mercato di essere alle origine delle inaccettabili disuguaglianze e povertà diffuse nel mondo è netta.

L’economia ammonisce papa Francesco “non può più ricorrere a rimedi che sono un nuovo veleno, come quando si pretende di aumentare la redditività riducendo il mercato del lavoro e creando in tal modo nuovi esclusi. E vale, analogamente, per tutte le istituzioni sociali, il cui principio, soggetto e fine è e deve essere la persona umana. La sua dignità non può essere pregiudicata mai, neanche quando smette di essere economicamente produttiva”.

Il punto è che quando il Papa infrange la dittatura del pensiero unico liberista, ispirandosi al Vangelo di Gesù, ecco che attira su di sé le critiche di quella parte del mondo cattolico conservatore, più farisaicamente incline alle forme liturgiche che al messaggio evangelico.

Questa la dice lunga sulla visione che i cattolici conservatori hanno della religione: uno strumento per il dominio delle masse. La loro massima aspirazione è vedere al soglio pontificio un altro Pio XII: pontefice aristocratico romano, lontano dalle miserie umane perché tutto raccolto dentro la sua alta sacralità, pastore al di sopra del mondo che benedice i ricchi, la cui ricchezza è l’inequivocabile segno divino della loro elezione, e persuade i poveri a sopportare con rassegnazione il fardello della miseria, quale segno della maledizione divina, e a invocare la grazia di Dio Onnipotente e Misericordioso per la salvezza della loro anima.

Eppure Gesù disse: "È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago che un ricco entri nel regno di Dio". Essi – i cattolici conservatori – prendono farisaicamente ciò che a loro conviene e respingono ciò che a loro non conviene.

La povertà, non la ricchezza, è al centro del Vangelo: Cristo si è abbassato, si è umiliato, si è fatto povero tra i poveri non perché la ricchezza sia un male, ma solo perché sovente per i ricchi il denaro è più importante di Dio. E non si può amare Dio e il denaro: o l’uno o l’altro.

Papa Bergoglio, che fa della sua teologia la “teologia della povertà”, che attacca un’economia che uccide invece di vivificare, che proclama i diritti dell’uomo al di sopra delle esigenze del mercato e del profitto – perché è scritto “Il sabato è stato fatto per l'uomo e non l'uomo per il sabato!” –, viene bollato come “papa marxista” che vuole distruggere la Chiesa! Quale quella dei tanti cardinal bertoni che parlano di povertà e di carità vivendo da re?

A questa Chiesa che si fonda su un progetto di arroganza e di orgoglio, la teologia della povertà di papa Francesco ha molto da insegnare. Solo l’affermarsi di un nuovo umanesimo potrà infatti salvarci dagli egoismi nazionali, dai localismi unilaterali, dalla chiusura culturale al diverso, dalla prevalenza degli interessi di una parte a scapito dell’altra. Nel presente momento storico, il Mondo rischia nuovamente l’autodistruzione se i leader politici delle maggiori nazioni non riaffermeranno il primato di una vita umanizzante e umanizzata contro le logiche liberiste dominanti che generano disuguaglianze, povertà, disoccupazione e da cui scaturiscono lutti e rovine per il mondo.

Papa Francesco ha ben compreso che senza un nuovo umanesimo planetario non c’è futuro che valga la pena costruire; le politiche fin qui perseguite, invece di affrontare il vero problema che è quello di contrastare la povertà e l'esclusione sociale attraverso politiche di redistribuzione dei redditi, si sono concentrate solo sull’austerità per garantire ai creditori sempre più soldi.

Contro la cecità dei politici, sta la lungimiranza di papa Francesco che pone a fondamento di una comunità più giusta per tutti il vincolo della solidarietà quale unica risorsa che ci resta per poter tentare di scommettere sul futuro.

La sfida dunque è quella di dare cittadinanza alla dimensione interiore e spirituale dell’uomo contro la tristezza individualista dell’uomo moderno che deriva dalla ricerca malata di piaceri effimeri e superficiali: “Mi interessa unicamente fare in modo che quelli che sono schiavi di una mentalità individualista, indifferente ed egoista, possano liberarsi da quelle indegne catene e raggiungano uno stile di vita e di pensiero più umano, più nobile, più fecondo, che dia dignità al loro passaggio su questa terra”.

Individuare in Papa Francesco l’ultimo marxista superstite è non solo riduttivo, ma anche stupido. Se parole come dignità dell’uomo e del lavoro, diritti sociali, sfruttamento suonano come un richiamo al marxismo contro il sistema dominante, vuol dire che coloro che azzardano una tale provocazione non hanno mai letto una sola pagina del Vangelo. Costoro sono talmente intrisi e dominati dalla teologia del mercato da non rendersi affatto conto che lo sfruttamento, l’ingiustizia sociale e l’alienazione hanno raggiunto livelli mai registrati in precedenza da imporre un cambiamento del nostro sguardo sulla condizione umana nel mondo e che è totalmente ignorata dalla politica tradizionale.

In questo desolante panorama, se non combattiamo la disuguaglianza, non solo non potremo sperare di vincere la lotta contro la povertà estrema, ma neanche di costruire società basate sul diritto e sul concetto di pari opportunità.

giovedì 5 novembre 2015

LA CRISI INFINITA

Non credo affatto alla dichiarazione del Ministro dell’Economia – Padoan – che il nostro debito pubblico invertirà la rotta dal 2016 per poi calare costantemente negli anni successivi. A coloro che continuano ancora a prestar fede a questi annunci ad effetto, sia pure proclamati da figure istituzionali, vorrei ricordare quanto affermava il Ministro Tremonti – che occupava lo stesso dicastero - nel 2010: “I conti pubblici sono in linea con le previsioni. Anche gli ultimi dati lo confermano: sul 2010 siamo assolutamente tranquilli".

Nel maggio del 2011 – a pochi mesi dal governo tecnico di emergenza presieduto dal presidente Monti – lo stesso Tremonti tranquillizzava gli italiani sul netto miglioramento dei conti pubblici. Nel 2011 “Il Giornale” di Alessandro Sallusti titolava: “Miracolo nei conti pubblici: il governo risparmia 20 miliardi”. Gli faceva eco il “Corriere della Sera”: «I conti pubblici segnano un deciso miglioramento nei primi 8 mesi dell'anno. Il fabbisogno del settore statale, stando ai dati diffusi dal ministero dell'Economia, ha registrato ad agosto un disavanzo di 7,8 miliardi contro i 9,128 miliardi dello stesso periodo dell'anno precedente. Il fabbisogno cumulato nei primi otto mesi scende quindi a 36,4 miliardi, con un miglioramento di quasi 22 miliardi rispetto allo stesso periodo del 2005, quando il valore cumulato era di 58,323 miliardi».

Poi la doccia scozzese di Monti, nominato Capo dell’esecutivo dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano il 16 novembre 2011 per salvare l’Italia dal baratro. Pochi mesi prima gli esponenti del governo – primo fra tutti quello dell’Economia e del Tesoro – pennellavano un Paese con una buona tenuta dei conti pubblici e in costante miglioramento; pochi mesi dopo invece la situazione era drammaticamente mutata. Era necessario mettere in atto e senza indugi una “politica del rigore” per evitare di far sprofondare il paese in un abisso simile a quello greco.

Nel luglio del 2011 il debito pubblico italiano era di circa 1911miliardi di euro; dopo la cura Monti, alla fine del 2012 lo stesso ammontava a 1988miliardi di euro, con un incremento di 81,517 miliardi di euro in un anno. Al termine del governo Monti, nell’aprile 2013, i risultati sono stati molto lontani dalle attese: crollo del Pil, sceso del 3%, produzione industriale crollata dell’8%, riduzione dei consumi delle famiglie del 7%, aumento dei disoccupati del 32%, spesa pubblica in rosso, rapporto debito/Pil balzato dal 116 al 126%.

I risultati del primo anno di governo Renzi non si sono scostati in misura significativa da quelli che – in condizioni internazionali assai più difficili – avevano ottenuto Monti e Letta: nell’aprile 2015, il debito pubblico, a quota 2.194,5miliardi di euro, ha toccato un nuovo record storico.

Questo breve preambolo per arrivare a dire che da questa crisi, con le politiche sinora adottate e con gli uomini che queste politiche attuano, non si uscirà mai semplicemente perché i modelli intrapresi sono lontani anni luce della realtà dell’economia. Un dato su tutti dovrebbe far riflettere: dal 2010 al 2013, in piena crisi, il numero dei bambini in EUROPA che vivono sotto la soglia di povertà è del 28%; sempre del 28% è l’incremento di fatturato registrato dalle aziende produttrici di beni di lusso destinati a pochi.

Si può ben vedere come la crisi non colpisce tutti allo stesso modo. Dagli anni ’80, con l’avvento dell’economia ultraliberista, la forbice tra ricchi e poveri è andata sempre più divaricandosi e la situazione sia in Europa sia negli Stati Uniti sia nel resto del mondo continua, senza nulla cambiare, ad esasperare l'ineguaglianza globale in termini sia oggettivi sia soggettivi. Dall'esplosione della crisi dei mutui subprime, alla fine del 2006, ad oggi si assiste in modo sempre più palpabile come al disperato aumento della povertà globale corrisponde parimenti uno spaventoso aumento della concentrazione di ricchezza e di reddito nelle mani di pochi.

L’egemonia dell’ideologia neoliberale, a partire dagli anni ’80, ha sgretolato l’idea cardine maturata nella cultura giuridica della vecchia Europa e che noi giudicavamo fondamentale: quella di uguaglianza. All'ideale dell'uguaglianza sociale ed economica, si è sovrapposto, o meglio, contrapposto un apparato di super ricchi e potenti che ha imposto e impone il proprio dominio su finanza, società e media. E, se questo è il quadro, ogni speranza di realizzare una società migliore dall’attuale può essere abbandonata.

La finanziarizzazione dell’economia non produce benessere sociale ed economico; essa al contrario alimenta sottosviluppo e povertà in una spirale perversa di maggiori profitti a fronte di ribassi salariali. Se per aumentare i consumi e quindi aumentare i profitti è necessario pagare sempre meno chi quei beni produce, va da se che il risultato finale sarà un’accelerazione verso la povertà di tutti, con conseguente degrado civile e morale.

Un altro aspetto, il più importante, della crisi prodotta dalla finanziarizzazione dell’economia e del capitalismo è quello della distruzione del nostro sistema ecologico. L’attuale sviluppo sta determinando una devastazione incontrollata dell’ambiente e un consumo forsennato delle materie prime, che sono in via di esaurimento. I risultati sono ormai sotto gli occhi di tutti: surriscaldamento del pianeta, “bombe” d’acqua, alluvioni ecc. ecc. È una vera follia l’idea che sia possibile una crescita senza limiti dell’economia.

Ecco perché il problema non può essere considerato solo in termini di prodotto interno lordo, ma deve allargarsi sino a comprendere le conseguenze che la povertà produce sulla vita individuale delle persone, sulla loro partecipazione e capacità di godere dei beni primari della vita; le conseguenze che un tale modello di sviluppo economico ha sull’ambiente; le conseguenze sulla difesa dei diritti politici e sulla democrazia. Basta pensare a quanto è accaduto in Grecia e alla sovranità popolare perduta: il trasferimento di poteri dagli Stati sovrani a Bruxelles è andato ben oltre a quel che era previsto dal trattato di Maastricht.

Siamo dinanzi a casi conclamati di stupidità dei governi dei Paesi europei: sebbene l’ideologia neoliberale abbia ampiamente manifestato il carattere sempre più degenerativo dei rimedi adottati per affrontare la crisi, pure vengono reiterati modelli vecchi e superati, perseguito il dogma dell’austerity. I politici alla guida dei governi, chi più chi meno, hanno sposato acriticamente i paradigmi dell’economia neoliberale, senza peraltro aver avanzato una sola spiegazione decente delle cause della crisi mondiale. Il crescere della disoccupazione, della povertà, l'enorme diseguaglianza non sono la causa ma l'effetto delle politiche di austerity adottate dai governi per combattere la crisi. Quando si confondono le cause con gli effetti, le conseguenze sono sempre nefaste.

La responsabilità maggiore è comunque ascrivibile ai politici, i quali, pur venendo eletti dal popolo, si incaricano – una volta eletti – di attuare i diktat della grande impresa e della finanza. Prima di essere eletti ci lusingano con soavi parole di libertà, eguaglianza, giustizia, quali valori indisgiungibili della democrazia; assumono l’impegno di debellare la corruzione, le iniquità sociali se verranno eletti; promettono lavoro ai disoccupati e case ai senza casa; ecc. ecc. Ci dipingono uno scenario idilliaco nel quale – come cantava Lucio Dalla – «sarà tre volte Natale e festa tutto il giorno, ogni Cristo scenderà dalla croce anche gli uccelli faranno ritorno. Ci sarà da mangiare e luce tutto l'anno, anche i muti potranno parlare mentre i sordi già lo fanno. E si farà l'amore ognuno come gli va, anche i preti potranno sposarsi ma soltanto a una certa età, e senza grandi disturbi qualcuno sparirà, saranno forse i troppo furbi e i cretini di ogni età». Per poi, una volta eletti, dimenticare ogni promessa fatta in campagna elettorali e condurci nelle fauci della dittatura di finanza e grandi imprese, criminali pronti a schiacciarci letteralmente per i loro biechi interessi. Quindi ci racconteranno la favola che “a questo stato di cose non v’è alternativa” e che se si vuole uscire dalla crisi è necessario privatizzare il più possibile: sanità, previdenza, istruzione, trasporti, comunicazione, acqua, beni comuni; ridurre i salari e le tutele dei lavoratori.

Perché il vero nemico della finanza e della grande imprese è lo stato sociale e l’idea di democrazia su cui si regge. È questo che esse vogliono distruggere, a dispetto del fatto che proprio il Welfare state, smussando diseguaglianze sociali ed economiche tra i cittadini, ha contribuito significativamente all’uscita dalla povertà di molti paesi arretrati, compreso il nostro. Vogliono convincerci che il nostro welfare è un lusso e che mantenendo certe conquiste sociali abbiamo “vissuto al di sopra dei nostri mezzi”, e che è giunta l’ora di ridimensionarci; in verità vogliono distruggerlo per trasformare i lavoratori da uomini in servi obbedienti dinanzi alla prospettiva di perdere il posto o di non averlo e quindi meglio sfruttarli. Se l'Europa è in declino non lo è perché statalista e assistenziale, ma perché sta smantellando colpo su colpo lo Stato sociale, alimentando vieppiù sacche di povertà. Senza contribuzioni governative ed interventi di protezione sociale i soggetti a rischio povertà in Italia salirebbero immediatamente dall’attuale 28% al 42%. La Svezia, nazione dove il sostegno pubblico ha raggiunto livelli di perfezione irraggiungibili per il Sud del mondo, sarebbe ridotta al rango di Paese a rischio, con forti sacche di disagio e cospicue aree di povertà, senza lo Stato sociale di cui dispone.

Da quando il pensiero neoliberale ha scatenato una vera e propria offensiva contro lo Stato sociale, al fine di ristrutturare l’intera società secondo il modello della cultura politica neoliberale, si è assistito a un progressivo deterioramento del mercato del lavoro: aumentano costantemente le persone che pur occupate non percepiscono un reddito bastevole a condurre un’esistenza dignitosa. La nuova riforma sul lavoro, il Jobs Act, non cambierà granché il quadro, in quanto in essa non vi è alcun elemento né innovativo né rivoluzionario rispetto al passato. Il dato davvero impietoso è che nei maggiori Paesi Ocse, nel periodo 1976-2006, la quota salari sul Pil è scesa in media di 10 punti, i quali sono passati alla quota profitti dando origine a diseguaglianze di reddito e ricchezza mai viste: una sfacciata redistribuzione dei redditi dal basso verso l’alto, con i più poveri che sono stati impoveriti dai più ricchi.

Lo spettacolo è desolante ed è la storia di una sconfitta politica della sinistra. E il paradosso è che sebbene le ragioni di una sinistra ci sono tutte, assistiamo alla sua sparizione pressoché totale dallo spazio politico. Chi sono oggi i difensori della classe operaia e più in generale dei lavoratori? Non certo i sindacati, collusi con il governo; non certo il Pd che, di riforma in riforma, ha consentito che passassero misure che colpiscono i ceti meno abbienti e i lavoratori, rendendo inutile il gioco delle parti tra destra e sinistra, aggregatesi in un’unica entità politico-statale in opposizione al mondo del lavoro e alle stratificazioni emarginate della società.

L’unica via d’uscita è rompere lo stato di disgregazione e di abulia in cui versa la cosiddetta società civile e di sinistra; svelare la menzogna che continuano a propinarci, spacciando per interessi generali gli interessi particolari dei capitalisti; superare il pensiero neoliberale sotto i vari aspetti a cominciare da quello economico. Ma temo che siamo ancora molto lontani da un effettivo cambiamento dello status quo. Molta acqua deve passare sotto i ponti prima che operai, lavoratori, sfruttati, emarginati trovino il coraggio di riscattarsi dalla rassegnazione passiva in cui li hanno confinati.

domenica 1 novembre 2015

LEGGE DI STABILITA', UN REGALO A IMPRESE E RICCHI

A sentire Renzi e i suoi accoliti, questo è il governo che per la prima volta riduce le tasse agli italiani. Ma frugando tra le pieghe della legge di stabilità si scopre che gli sgravi fiscali vanno tutti a imprese e ricchi, briciole agli statali, tagli a servizi e pensionati. Renzi non si smentisce: nell’arte del bluff e dell’illusionismo è un vero maestro. Doti più congeniali a un giocatore di poker o ad un uomo di spettacolo piuttosto che ad uno statista.

Come Mussolini, ha capito bene la mentalità della maggior parte degli italiani, il cui peccato originale italiano sta nella sua naturale tendenza a spogliarsi del proprio senso critico, della propria libertà personale in favore del potente di turno. Più incline ad eleggere l’uomo che incontri al bar, quello un po’ spaccone, che fa divertire con le sue battute piuttosto che governanti. Sempre lesti a scendere dal carro del perdente per saltare su quello del vincitore. L’umorismo sferzante, autenticamente british, e l’acume politico di Winston Churchill, commentando i fatti susseguenti alla caduta del fascismo, gli fecero dire: «Bizzarro popolo, gli italiani. Un giorno, 45 milioni di fascisti. Il giorno dopo, 45 milioni di antifascisti e di partigiani. Eppure questi 90 milioni di italiani non risultano, dai censimenti». 

I miei connazionali sono per me un vero mistero. Per esempio – con riferimento al recente fatto accaduto a Vaprio d’Adda, dove un 65enne ha fatto fuoco su un ladro 22enne, stroncandone la vita –,  stupisce la solidarietà e la simpatia sia del Presidente della Regione Lombardia, Umberto Maroni, sia di quello della Regione Liguria, Toti, unita al coro di tanti italiani che vedono nell’atto consumato dal pensionato Francesco Sicignano il gesto eroico di un giustiziere, ma sono affatto indifferenti e insensibili nei riguardi dei “veri ladri” in doppiopetto che affamano la nazione e rubano il nostro futuro e quello dei nostri figli. 

Infatti, non passa giorno che la cronaca non registri un caso di corruzione perpetrato da uomini delle istituzioni a danno della collettività. E dinanzi a questo malcostume che ammorba l’aria nessuno reclama parimenti con la stessa foga il diritto a vivere in un Paese pulito. Quanti scippi, quanti furti, quante rapine vale la corruzione che sì funesta la prosperità dell’Italia? Se riteniamo che il furto di una collanina, due fedi e 120 euro valgono la vita di un uomo, quale pena dovrebbe essere inflitta ad un uomo come Callisto Tanzi – patron di Parmalat – che in un sol botto ha messo sul lastrico 145mila piccoli risparmiatori, che da un giorno all’altro si sono visti portar via i risparmi di una vita? A conti fatti quale pena per Giancarlo Galan che ha intascato mazzette per 10 milioni 831mila e 200 euro sull’affare Mose, sottratti alla collettività e che potevano invece essere destinati alla costruzione di case popolari o asili o centri di assistenza per gli anziani della regione veneta? 

Come si possa essere così stupidi da inorridirsi per la pagliuzza e tollerare invece la trave è per me davvero un arcano insondabile.

Ma torniamo al bluff della manovra della “legge di stabilità” e ai tanto decantati sgravi fiscali. 

Nel 2016 i fondi per ridurre la pressione fiscale saranno solo di 1,3miliardi di euro, e non i tanto vantati 24miliardi, e il congelamento delle clausole di salvaguardia durerà solo un anno.

Procediamo con ordine, poiché la manovra è tesa a tagliare le tasse, Renzi deve trovare coperture per la sua legge di stabilità. Il valore di queste coperture per il 2016 in termini di indebitamento netto, ovvero l’eccedenza della spesa delle amministrazioni pubbliche rispetto alle entrate, è pari a 28,7miliardi di euro netti. 

Il 50,52% di detto importo, pari a 14,5miliardi di euro, è rappresentato da maggiore deficit, ed è come se il governo per mettere in atto i suoi piani firmasse cambiali da pagare a scadenza o eventualmente rinnovare. Questo vuol dire che la manovra prevista dalla legge di Stabilità lascia in eredità un aumento del debito, con clausole di salvaguardia solo spostate in avanti di un anno; prestandosi peraltro alle obiezioni della Ue per il rientro dal deficit. È dunque una scommessa azzardata e speriamo che Renzi sappia bene il fatto suo!

Lo spostamento di un anno dell’aumento automatico di Iva e accise vale 16,8miliardi di euro, la differenza tra 28,7miliardi e 16,8miliardi fa 12miliardi di euro, che rappresentano pertanto il valore netto della manovra. 

Il premier Matteo Renzi ha promesso tagli di tasse per 23,8miliardi di euro. Defalcando da detto importo i 16,8miliardi di euro destinati a sterilizzare per l’anno 2016 l’aumento automatico di Iva e accise, avremo che le minori entrate (cioè i tagli di tasse veri) ammontano a 7miliardi di euro netti, dai quali occorre sottrarre le nuove tasse previste per il 2016, per complessive 5,7miliardi euro.

Pertanto la riduzione della pressione fiscale è soltanto di 1,3miliardi di euro. 

Chi avvantaggia la manovra?

La parte del leone la fa – come al solito – Confindustria, ed è questo il motivo per il quale Renzi piace molto a Squinzi. Dopo il jobs act – scritto praticamente da Confindustria – il sodalizio Renzi-Squinzi esce più che rafforzato. A Confindustria vanno: 1)  il “super-ammortamento” al 140% della quota deducibile di un nuovo investimento, abbassando conseguentemente il peso fiscale, e il cui valore è stimato in 2,5miliardi nei primi tre anni; 2) la proroga degli sgravi sulle assunzioni, sia pure ridotti al 40% rispetto al regalo del 2015; 3) defiscalizzazione della retribuzione legata alla produttività e sgravi fiscali per la contrattazione di secondo livello, altri 2,5miliardi in tre anni; 4) l’abolizione dell’Imu sui macchinari “imbullonati”, che vale 530 milioni l’anno, Imu e Irap agricole (600 milioni l’anno); 5) il taglio dell’Ires(imposta sui redditi d’impresa) già messo a bilancio per il 2017 e 2018 per complessivi 7 miliardi e dispari. Insomma, circa 20miliardi di sgravi fiscali nel prossimo triennio concessi al mondo delle imprese nella manovra di Renzi.

L’altra categoria che accoglie con favore la manovra è quella dei ricchi. L’l’abolizione dell’Imu/Tasi sulla prima casa, il cui costo è stimato in 3,5miliardi di euro l’anno, è evidente che favorirà soprattutto i redditi più alti. Poi, l’elevamento dell’aumento del tetto al contante da 1000 a 3000 euro, sarà una sorpresa gradita per quanti temevano la tracciabilità. Ringraziano sentitamente soprattutto albergatori, gioiellieri e liberi professionisti.

La categoria più penalizzata è quella dei lavoratori e dei ceti meno abbienti, da indurci a considerare la legge di Stabilità del governo Renzi un regalo ai capitalisti pagato da lavoratori e malati, e sì perché le risorse destinate al Fondo Sanitario Nazionale diminuiscono, anche se quelli del governo continuano a ripeterci che, più che di tagli, si tratta di un contenimento della spesa. I contratti dei dipendenti statali, bloccati dal 2009 e che la Consulta ha costretto il governo a rinnovarli, vedranno un aumento medio in busta paga di 4 euro netti al mese. Il governo ha previsto infatti uno stanziamento di 300milioni di euro lordi, che al netto delle tasse fanno 154,5milioni. 

Sconcerta la posizione ambivalente del governo sul fronte delle assunzioni. Largo di manica nei riguardi delle imprese private con decontribuzioni e defiscalizzazioni; stretto di manica per le nuove assunzioni nel settore pubblico: blocco del turnover al 25% e niente assunzioni per sostituire i pensionati, nonostante il calo di organico che nella P.A. ha superato le 300 mila unità di personale in poche anni.

Sulle pensioni la legge di Stabilità proroga al 2018 il blocco delle indicizzazioni, bocciato dalla Consulta, con una minor spesa dello Stato quantificabile in 514milioni nel 2017 e 1,14miliardi nel 2018. 

Per quanto riguarda gli esodati, dalla "settima salvaguardia", contro gli effetti retroattivi della Riforma Pensioni del 2011, restano fuori ancora 23mila esodati. Questo perché una parte dei soldi già stanziati per questi saranno usati per la cosiddetta "Opzione donna", che concede alle lavoratrici dipendenti di 57 anni e 3 mesi e quelle autonome di 58 anni e 3 mesi di andare in pensione, a condizione che abbiano maturato 35 anni di contributi e con la penalizzazione che l’assegno sarà calcolato con il sistema interamente contributivo. La tragedia degli esodati fu creata dal governo, quando presidente del Consiglio era Monti e ministro del Lavoro Fornero. L’accusa pesante all’esecutivo è che avrebbe dovuto farsene carico fino a completa soluzione e non utilizzare le risorse già stanziate per gli esodati ad altro scopo.

Sul comparto sanità, al Servizio sanitario nazionale vengono tagliati (efficientamento) 2,3miliardi di euro. Le Regioni dovranno assicurare un contributo alla finanza pubblica pari a 1,8miliardi di euro per il 2016, 3,98miliardi di euro per il 2017 e 5,48miliardi per ciascuno degli anni 2018 e 2019. Peraltro, le stesse Regioni oltre a rinunciare per il 2016 ai già citati 1,8miliardi per la sanità, dovranno risparmiare altrettanto attraverso il rispetto del pareggio di bilancio. Starà dunque ad ogni governatore decidere poi se risparmiare in uffici, sedi e consulenze, oppure se tagliare ancora la sanità. In ogni caso si può comunque prevedere che i tagli alle Regioni si tradurranno presto in aumento dei ticket e del costo dei servizi (mense scolastiche, trasporto), addizionali Irpef dove si potrà. Tutte cose che pesano di più sui redditi bassi.

Infine, il taglio della spesa per investimenti per 3,5miliardi nel prossimo triennio. Esiste un rapporto diretto tra Ict (Information and Communication Technology) ed innovazione nei processi produttivi ed organizzativi. L'esperienza degli ultimi anni ha dimostrato ampiamente come l’utilizzo intelligente e diffuso della tecnologia digitale, sia nel settore pubblico sia nel settore privato, ha contribuito ad incrementare la produttività e l’efficienza, rendendo più competitivi proprio quei paesi ad alta informatizzazione. Ebbene, l’articolo 29 del disegno di legge prevede una riduzione del 50% delle uscite per computer, software e traffico dati rispetto alla spesa annua media del triennio 2013-2015. 

L'età media dei pc in dotazione della PA è di 5,5 anni; il 45% degli enti locali acceda ancora a internet con il doppino di rame. A molti appare incomprensibile tale scelta, perché è in contrasto con le politiche di crescita e sviluppo dell’occupazione e perché tagliare la spesa nelle nuove tecnologie significa tagliare proprio lo strumento principale per operare una spending review strutturale e mettere in efficienza la PA. 

Tra tutte le spese pubbliche, quella degli investimenti in Ict  è infatti quella che ha registrato effetti più benefici sulla crescita e sull’occupazione. Insomma, la scelta di tagliare il 50% della spesa nel settore dell'Information Technology, sembra contraddire l’azione dell’esecutivo: da un lato il premier e i ministri presentano agli italiani il libro dei sogni sulla PA del futuro, dall’altro s’impone ai dirigenti statali di dimezzare le spese in Ict, se non vogliono essere chiamati a rispondere per danno erariale. 

Non occorre essere “gufi” per concludere che la ricetta è sbagliata e cha la manovra avrà conseguenze distributive inique e ulteriormente depressive sulla crescita. Renzi fa scelte economiche e sociali favorevoli a una parte del Paese – imprese e ricchi – con l’obiettivo di acquisire un elettorato tipico di centrodestra. La politica economica dell’illusionismo praticata dal governo Renzi fin dal suo insediamento viene confermata e accentuata dalla sua legge di Stabilità.

mercoledì 28 ottobre 2015

PERCHE' RENZI NON PUO' ESSERE DEFINITO UNO STATISTA

Renzi definisce “gufi” tutti coloro che scommettono o si augurano che l’azione del governo da lui presieduto non porti alcun beneficio al Paese. Io non credo che questo suo lessico e comportamento politico siano quelli di uno “statista”, che non basa il risultato della sua azione politica in termini di ottimismo o pessimismo. 

I fatti sono fatti e restano fatti, sia che si vogliano interpretare ottimisticamente sia che si vogliano interpretare pessimisticamente.  Dire che un bicchiere è mezzo pieno o mezzo vuoto non ne stravolge la sostanza, la realtà. 

È un fatto che ciascuno di noi percepisca la realtà in modo diverso, a seconda del personale apparato sensoriale ed emozionale; fa parte dell’infinita diversità del genere umano. Un particolare quadro può piacere ad A e può non essere apprezzato da B, ma questo non vuol dire che l’opinione di A sia prevalente rispetto a quella di B e viceversa.

Qual è dunque il giudizio più vero? Quale percezione può permettersi di prevalere su un’altra? Chi può affermare lecitamente che l’opinione di A sia più vera di quella di B? Nessun uomo, dotato di spirito libero, può affermare che una verità sia più vera di un'altra; nel crogiuolo delle idee contrastanti va dialetticamente concependosi la verità storica, cui obtorto collo siamo tutti vincolati e verso la quale dobbiamo operare una scelta, o di adesione o di contrasto. 

Per esempio, al tempo del fascismo in Italia vi fu una gran parte di italiani che aderì e un’altra parte che, pur patendo le iniquità di un regime dittatoriale, fece invece la scelta opposta in nome della libertà e della democrazia. Potremmo dire che questi ultimi – al tempo del fascismo – erano ugualmente bollati dal regime come “gufi”, “disfattisti”, “pessimisti”, “antipatrioti”, ecc. ecc.

Non interessa qui stabilire chi fosse nel giusto e chi fosse invece nel torto. A me preme qui mettere in chiaro solo la circostanza che, in qualunque momento della storia, l’uomo deve “necessariamente” operare una scelta e uniformarsi ad essa, assumendone quindi ogni responsabilità davanti alla storia e agli altri suoi simili. In tale contesto separare manicheisticamente i buoni dai cattivi, i vecchi dai moderni, gli ottimisti dai gufi, i fedeli dagli infedeli è segno di una “arroganza intellettuale” tesa a mascherare la miseria delle proprie idee rispetto a quelle dell’avversario.


Uno statista, degno di questo nome, è colui che crea sintesi nel rispetto di tutte le opinioni, fiducia per le sue elevate qualità morali, consenso per la forza logica delle sue argomentazioni. Solo così si apre il grande spazio della verità e della libertà. 

Ecco perché Renzi non è uno “statista”!

lunedì 26 ottobre 2015

NEL SILENZIO ASSORDANTE DEI MEDIA DI REGIME

Da quando la crisi economica imperversa, i suicidi nel nostro Paese sono aumentati. Nel triennio 2012-2014 sono più che raddoppiati i suicidi per motivazioni economiche. Nell’anno 2014 sono state complessivamente 201 le persone che si sono tolte la vita, rispetto ai 149 casi registrati nel 2013 e agli 89 del 2012. Dunque il numero complessivo dei suicidi per motivi legati alla crisi economica registrati in Italia nel triennio 2012-2014 è di 439.

La successione numerica 89, 149, 201 è di tipo esponenziale e sarebbe una gran bella notizia se gli incrementi percentuali (+ 67%, +35%) si riferissero all’andamento delle esportazioni o al numero degli occupati o degli investimenti realizzati. Invece riguardano gli effetti tragici della crisi: italiani che arrivano a togliersi la vita per il lavoro perso, lo sfratto subito, la misera pensione, creditori che non danno tregua o perché più in generale non credono e non vedono all’orizzonte nessuna ipotesi di futuro.

E non si tratta di qualche estemporaneo caso isolato di qualche sconsiderato o instabile di mente, contemplato dalle  statistiche. È un vero e proprio fenomeno che testimonia non solo della crisi economica e finanziaria che imperversa nel nostro Paese, ma anche dell’incapacità di uno Stato e di un popolo incapace di una risposta di solidarietà a chi si trova in seria difficoltà.

Lasciati soli a se stessi, sviliti e umiliati, senza più la speranza di uscire dalle difficoltà economiche, pur avendo lavorato onestamente per tutta una vita, spaventati per l’incertezza del futuro, arrivano alla decisione di farla finita.

Lo sconcerto poi è che i dati sopra riportati sono dati per difetto: dal 2012 l’Istat, l’ente che fa la statistica ufficiale del Paese, non pubblica più il conteggio annuale dei suicidi economici. A rilevarli è rimasto l’Osservatorio sui suicidi diretto dal sociologo Nicola Ferrigni dell’Università Link Campus di Roma che – a differenza dell’Istat – non ha mai smesso di contarli. Sorge spontanea la domanda: Perché lo Stato, all’improvviso, ha smesso di contare gli schiantati dalla crisi?

Probabilmente perché questi numeri potrebbero appannare l’immagine – voluta dal governo – di un paese in ripresa. Siamo al trionfo della propaganda, assai simile a quella dei bollettini di guerra dell’Italia fascista che minimizzava le proprie perdite mentre ingigantiva quelle del nemico. Si sa poi come andò a finire. Non è con la propaganda che si vincono le guerre.

Da un lato l’incapacità dello Stato, preoccupato solo a mostrare un quadro irreale della società, dall’altra l’apatia di un popolo ormai narcotizzato da un ventennio di squallore etico e morale, impediscono una presa di coscienza collettiva del fenomeno, quale unico antidoto alla disperazione e alla solitudine che spingono taluni al suicidio.

Se ti unisci a quanti come te hanno perso il lavoro o versano nelle tue stesse condizioni, ti salverai. Ti salverai con la rabbia nei confronti di quei criminali che questo stato di cose ha creato e, senza accorgertene, metti in atto una protesta sociale per reclamare il tuo diritto a vivere come “uomo”. Se invece resti solo penserai di essere tu il fallito, l’incapace, ti rimproverai per cose di cui non hai alcuna colpa e, senza accorgertene, farai il loro gioco: sparire in silenzio, senza disturbare troppo.

Ma perché vi sia riscatto dalla gigantesca frode messa in atto da un pugno di uomini per impadronirsi del lavoro e della vita delle persone, occorrerebbe una società fatta di gente capace di vedere oltre il palmo del proprio naso, capace di percepire e capire la drammaticità che ha investito il nostro vivere quotidiano. Uomini che non accettino, con supina rassegnazione, di vedere i propri figli senza un futuro; uomini capaci di reagire alle menzogne e alle ingiustizie, così come reagirebbero se i loro beni più cari fossero in pericolo. Uomini capaci di “dignità umana”, dotate di un valore morale, non riducibile a una funzione meramente pratica e materiale, ma capace di riconoscere prima di tutto nella solidarietà verso tutti i propri simili l’assolutezza del bene morale. Se muovi guerra al tuo simile egli pure la muoverà contro di te.

Purtroppo ciò che vedo è un popolo che con indifferenza atavica si è talmente assuefatto al brutto che non riesce neppure più a distinguerlo dal bello!

domenica 25 ottobre 2015

LA COERENZA DI PADOAN

Epimenide che era cretese disse: “Tutti i cretesi sono bugiardi”. Dunque, siccome Epimenide era un cretese, ne consegue che Epimenide fosse un bugiardo! Ma se la sua affermazione fosse vera, poiché un mentitore non dice la verità, vorrebbe dire che tutti i cretesi non sono bugiardi. Ora, essendo Epimenide un cretese, ne consegue che la sua affermazione era vera. Dunque se ammettiamo che non fosse un bugiardo, ne consegue che effettivamente tutti i cretesi – compreso Epimenide – erano bugiardi. Ma ciò è impossibile! Ne concludiamo che l’asserzione è né vera né falsa.

È questo il famoso “paradosso di Epimenide” teso a dimostrare che esistono enunciati che sono né veri né falsi e quindi contraddittori. Il paradosso è dunque un ragionamento corretto che porta però a una contraddizione insanabile: siamo davanti a una situazione paradossale che conduce all’impossibilità di escludere uno dei due ragionamenti.

Per estensione la comunicazione paradossale è quella nella quale una persona asserisca qualcosa, quindi asserisca qualcos’altro sulla propria asserzione e le due asserzioni si escludano a vicenda. I nostri governanti ci offrono quotidianamente esempi di comunicazione paradossale. L’attuale Ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, non fa eccezione.

Solo due anni fa, nel 2013, Pier Carlo Padoan da capo economista dell’Ocse sosteneva la necessità di tassare la prima casa, sostenendo che “Le tasse che danneggiano di meno la crescita sono quelle sulla proprietà” e che “Se le priorità sono crescita e occupazione la prima cosa da tagliare sono le tasse sul lavoro”. Oggi invece, da Ministro dell’Economia del governo Renzi, dopo solo due anni, sostiene convinto il taglio della tassa sulla prima casa.

Dunque cosa è più giusto fare: tagliare le tasse sulla prima casa o ridurre le tasse sul lavoro per stimolare crescita e occupazione? Le due asserzioni come si vede si escludono a vicenda. Quando diceva il vero? Quando sosteneva la necessità di tagliare le tasse sul lavoro o ora che afferma che eliminare la tassa sulla prima casa avrà un sicuro effetto positivo su crescita e occupazione?
E veniamo all’uso del contante. Poco meno di un anno fa non aveva dubbi sull’opportunità di abbassare la soglia dell’uso del contante: “La scelta di limitare la circolazione del contante e di procedere a un progressivo abbassamento della soglia, è motivata dall’esigenza di fare emergere le economie sommerse (…) e dalla necessità di aumentare la tracciabilità delle movimentazioni finanziarie per contrastare il riciclaggio dei capitali di provenienza illecita, l’evasione e l’elusione fiscale”. Oggi – dopo la decisione di Renzi di innalzare il limite al contante a 3000 euro – non ha più dubbi e si accorge che non c’è alcuna relazione tra limite al contante ed economia sommersa. E apoditticamente afferma che se gli “si chiede se all’aumento del limite per l’uso dei contanti segue l’aumento dell’evasione, dico che non è vero”.

Se seguiamo quest’ultima asserzione, troviamo che è vera solo se è falsa la prima. Ma se è falsa la prima vuol dire che Padoan è un mentitore. Se Padoan è un mentitore allora anche la seconda asserzione è falsa, perché un mentitore non dice la verità! Se infine ammettessimo che l’ultimo ragionamento è corretto – in quanto egli rivendica il diritto di cambiare idea – dobbiamo comunque concludere che egli è un uomo pieno di contraddizioni. Dunque chi ci assicura che non avesse ragione prima e torto ora o viceversa? Con questo dubbio ostinato nella mente è difficile dargli fiducia.

Sulle pensioni infine, a fine 2011 promuoveva la riforma Fornero, asserendo che andava “nella direzione giusta”, in quanto “l’allungamento dell’età pensionabile non è solo favorevole alla sostenibilità dei conti pubblici, ma può aiutare la crescita (…) più posti di lavoro e anche un effetto positivo sui consumi”. Oggi invece è favorevole a forme di flessibilità in uscita, che potrebbero anche “facilitare l’ingresso per le giovani generazioni”.

Non c'è che dire, Padoan è un campione di coerenza.

sabato 24 ottobre 2015

UNA CRISI NON SOLO ECONOMICA MA ANCHE SOCIALE E CULTURALE

Il problema di molti italiani – che rappresentano la maggioranza – è che non riescono a superare l’angusta mentalità individualistica e amorale nemmeno quando la crisi morde, quando la corruzione dilaga, quando diritti faticosamente conquistati in anni di lotta vengono erosi quotidianamente e sistematicamente in nome del rigore dei conti pubblici.

Strapparli dal loro piccolo guscio di benessere materiale è compito assai arduo e difficile. Essi sembrano non rendersi conto che solo un’azione sociale e collettiva potrà scongiurare il peggio che si profila all'orizzonte. Il “filo rosso” che accomuna questi italiani è “grazie a Dio, non è capitato a me”! Se poi attorno a loro tutto frana, la cosa non li riguarda affatto. Essi non perseguono altri scopi che non siano quelli del proprio interesse materiale ed immediato o quelli del proprio nucleo familiare. Possono vivere anche in una cloaca a condizione che il loro giardino e la loro casa siano puliti; se poi i miasmi che esalano dalla cloaca feriscono le loro narici, nessun problema: indossano mascherine profumate!

Tutto il resto dell’umanità per costoro è “accessorio inutile”; l’importante è che a loro non manchi nulla. Nessuno di loro è disposto a sacrificare una briciola del proprio tempo e delle proprie risorse se non ha in vista un ritorno personale. Per esempio, un soggetto che presta la sua attività di volontario presso un’associazione umanitaria è solo un “cretino” che non sa come occupare altrimenti il suo tempo; un altro che impegna parte del suo tempo per scrivere su un blog con l’intento di risvegliare qualche coscienza intorpidita è soltanto uno “sfigato” che si fa le “seghe mentali”.  

La filosofia di vita di costoro è molto semplice. Dal momento che la vita è una sola, vale la regola del «carpe diem». Che non è quella più sapiente e riflessiva del poeta latino Quinto Orazio Flacco, che invitava a vivere la vita secondo i precetti della morale epicurea, ma quella della ricerca affannosa dell’affermazione di sé stessi a tutti i costi. Dai cosmetici ai tatuaggi e alla chirurgia estetica, niente è mai abbastanza per dare un’immagine di sé superiore. L’identità del sé è limitata al solo corpo e agli oggetti che lo adornano, che, per il vuoto interiore scavato dalla mancanza di riflessione e di pensiero, sono divenuti gli unici strumenti per comunicare con gli altri. Con la conseguenza che, proprio per possedere tutti questi simboli con i quali possono unicamente esorcizzare la loro solitudine, devono prostituirsi a quel sistema di potere che quei simboli possiede e mette in vendita, e attraverso i quali li plasma secondo il proprio vantaggio e la propria convenienza. Una volta divenuti perfetti consumatori, essi, perdendo quel brandello di umanità che ancora li ancorava a un’etica pubblica, fatta di relazioni e di rapporti corretti gli uni con gli altri, scadono in quell'individualismo amorale fatto di diffidenza e paura verso il prossimo, percepito più come minaccia che come opportunità. È la guerra di tutti contro tutti, l’uno contrapposto all'altro in una logica di doppiezza morale da “grande fratello”, perché quello che conta non è la relazione umana ma arrivare al gran finale, eliminando tutti gli altri.

Quello che emerge non è il quadro di una società appagata e appagante, piuttosto quello desolante di una società stanca, apatica e indifferente verso tutto ciò che può apparire serio o impegnativo; fatta di esseri umani il cui unico scopo è quello di soddisfare i propri desideri, ottusi, livellati; incapaci di pensare con la propria testa e senza alcun desiderio di interrogare la propria coscienza. Perché pensare, perché riflettere sulla condizione di noi esseri umani, quando è più facile rilassarsi, perdere il controllo, stare come ebeti davanti alla televisione?

Il potere li vuole così: non vuole che gli uomini pensino ma che si divertano; li vuole ammansiti, pacificati, non turbati o scossi dall'idea che i loro figli domani potrebbero maledire il giorno che vennero al mondo. Non li vuole associati nella pretesa di maggiori diritti, ma divisi per non infastidire il “manovratore”.


Nel nostro tempo, ciò che manca è l’UOMO! Con un tale materiale umano nessuna evoluzione in meglio sarà mai possibile. 

martedì 20 ottobre 2015

IL RISCHIO DI UNA DEMOCRAZIA SENZA LEGGE

Il pericolo vero insito nella riforma del senato voluta dall'attuale governo Renzi è la fuoruscita “legale” dall'ordinamento costituzionale. La riforma costituzionale, dopo l’approvazione del Senato, sarà sottoposta una seconda volta alla Camera; i deputati l’avevano già approvata il 10 marzo 2015, dopo il primo passaggio al senato (8 agosto 2014).

Al di là delle ragioni del no a questa riforma che sono del tutto ragionevoli e condivisibili, con la nuova Costituzione non sarà più la Legge ad essere la “padrona dei governanti”, ma i governanti ad essere i “padroni della Legge”.

Cosa vuol dire?

Nel nostro ordinamento la Costituzione è la legge fondamentale dello Stato, sul rispetto della quale si svolge la convivenza civile degli italiani e sul rispetto della quale devono ispirarsi tutte le leggi dello Stato. Questo vuol dire che nessuna legge del Parlamento e nessun altro atto avente valore normativo può derogare o ispirarsi a principi diversi da quelli contenuti nella Costituzione che perciò deve essere considerata la legge delle leggi.

Lasciamo stare la questione di quanto essa sia stata purtroppo disattesa nei fatti, tuttavia essa ha rappresentato e rappresenta un faro nelle notti buie della nostra Repubblica. Quando anche questo faro dovesse essere spento, cosa illuminerà il cammino di quanti sono sempre alla ricerca della “via maestra” per una società più giusta fondata sui valori della pace, della libertà, dell’uguaglianza, della fraternità?

Questa è la ragione profonda per la quale sento il dovere di richiamare tutti voi alla difesa della nostra Costituzione. Di fronte alle miserie, alle ambizioni personali e alle rivalità di uomini politici, dediti solo al perseguimento dei propri interessi personali e non al bene comune; di fronte allo squallore e all'imbarbarimento di un Potere corrotto e inetto nelle parole e nei comportamenti; di fronte al groviglio inestricabile di scandali, corruzione, degrado morale, quale bussola se non la nostra Costituzione potrà guidarci nella giusta direzione?

Oggi questo rischio si presenta in nome della governabilità e deriva da una interpretazione estrema e distorta del concetto di sovranità popolare.

Apostrofando i farisei, Gesù disse: “Cosa è più grande, l’offerta o l’altare che rende sacra l’offerta?”. Parafrasando queste parole io dico: cosa dunque è più grande, la sovranità popolare o la Costituzione che il principio della sovranità popolare rende sacro? 

Se la sovranità popolare, rappresentata peraltro da un Parlamento eletto con una legge elettorale incostituzionale, può travolgere le “forme e i limiti” della stessa Costituzione, confermando, ad esempio, la revisione di un principio che è inderogabile, essa non acquisterà maggiore libertà, ma negherà se stessa, mettendosi in balia della legge del più forte numericamente, che potrà così chiedere anche il “superamento” di altri principi. Giova ricordare che l’art. 138 della Costituzione autorizza la revisione, non la riforma.

Siamo a un grado di involuzione che non ha precedenti dal secondo dopoguerra; siamo all'erosione del pilastro portante del nostro ordinamento democratico; siamo all'inganno perverso ordito da una banda di briganti per costringerci ad inchinarci dinanzi al potere padronale di un uomo solo al comando, con l’obiettivo di trasformare la nostra Repubblica in una azienda clientelare e privatizzata a vantaggio di pochi e a detrimento di molti.

Vale a conclusione ricordare il discorso tenuto da Piero Calamandrei agli studenti di Milano nel 1955: «Quanto sangue, quanto dolore per arrivare a questa Costituzione! Dietro ad ogni articolo di questa Costituzione, o giovani, voi dovete vedere giovani come voi caduti combattendo, fucilati, impiccati, torturati, morti di fame nei campi di concentramento, morti in Russia, morti in Africa, morti per le strade di Milano, per le strade di Firenze, giovani che hanno dato la vita perché la libertà e la giustizia potessero essere scritte su questa carta. Quindi, quando vi ho detto che questa è una carta morta, no, non è una carta morta, questo è un testamento, un testamento di centomila morti. Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati, dovunque è morto un Italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì, o giovani, col pensiero perché lì è nata la nostra Costituzione».

Eppure, queste parole che smuoverebbero persino i sassi non hanno eco nel Paese.

Se il governo Renzi, anziché attaccare la Costituzione, avesse deciso di chiudere gli stadi, per ragioni di pubblica sicurezza, sono convinto che ci sarebbe stata un'insurrezione popolare. Ma di fronte al degrado morale del Paese, agli scandali - ormai quotidiani - che ammorbano l'aria, un'evasione fiscale intollerabile continuamente condonata, una pubblica informazione manipolata da famiglie potenti, industriali che vanno via, beni pubblici e sanità svenduti ai privati, tagli a sanità ed istruzione, ricerca quasi assente, servizi sempre più insoddisfacenti, privatizzazione dell'istruzione e quindi per censo, lobby potentissime che impongono i loro interessi particolari su quelli comuni, abusi edilizi, condoni, delinquenza organizzata, ... ecc. ecc. nessun italiano è sceso in piazza a reclamare un Paese migliore, più onesto, più pulito.

Quello che vedo è che né padri né figli si scandalizzino più di nulla! Forse lo fanno nel loro foro interiore, ma pubblicamente quello che appare è che a molti italiani, tra i quali una buona parte sono giovani, non non gliene può fregar di meno di quello che succede nel nostro paese. Ed è questo il vero dramma nel dramma!

domenica 18 ottobre 2015

TAGLIARE LE TASSE NON È DI DESTRA

Se tagliare le tasse non è di destra – come ha dichiarato Matteo Renzi – è, in un momento di crisi che si abbatte solo ed esclusivamente sulle fasce più deboli del Paese, da “STRONZI”.

È da “stronzi” escludere dall'elenco dell'esenzione Imu e Tasi anche i 46 mila fortunati proprietari di ville e castelli. È da “stronzi” alzare il tetto massimo per gli acquisti in contanti (da 1000 a 3000 euro), vanificando pure il disegno legge che avrebbe dovuto introdurre sconti fiscali sulle transazioni fatte col Pos e multe salate per chi non si adeguava. Quindi annunciare - e qui siamo all'apoteosi dell’assurdo – un’azione governativa più incisiva nello scovare gli evasori del canone Tv. Per chi non paga il canone Rai in bolletta, è prevista una multa di 500 euro.

Dunque gli evasori in Italia sono solo quelli che non pagano il canone Tv.

Ritengo che coloro che non pagano il canone Tv in Italia appartengano a due categorie di soggetti: da una parte stanno coloro che hanno rinunciato del tutto a possedere un apparecchio televisivo, avendo esaurito la loro capacità di sopportazione per programmi televisivi demenziali (“Uomini e donne”, “L'isola dei famosi”, “Grande fratello” ed altri reality del genere); dall'altra coloro che – a torto o a ragione – ritengono che un’imposta destinata esclusivamente alla Rai Radiotelevisione Italiana S.p.A., per la bassa qualità dell’informazione e dei programmi, sia odiosa.

Ben prima del sondaggio Censis, Pasolini scriveva che la televisione ha “un’enorme responsabilità” nel “rattrappimento delle facoltà intellettuali e morali” dell’uomo. Il tempo si è incaricato di confermare questa sua lucida profezia.

Ora, se la televisione da luogo di emancipazione culturale è divenuta sempre più strumento di potere ed è potere essa stessa. Se essa non è soltanto il luogo attraverso cui passano i messaggi, ma è in concreto il luogo dove lo spirito del nuovo potere prende forma e plasma la coscienza collettiva e da ciò l’importanza per il potere di occuparne gli spazi. Se Rai 1, Rai 2, Rai 3 – con qualche eccezione per “Presa Diretta” e “Report” che continuano a trasmettere solo perché pochi italiani guardano e quindi innocue – sono sempre più assimilabili fra loro e ricordano la Pravda, con una differenza: i sovietici leggevano la Pravda, ma non le credevano, gli italiani guardano la televisione e le credono. Perché pagare un'imposta per farsi fare il "lavaggio del cervello"?

Ecco perché in risposta a Renzi concludo nel dire che se tagliare le tasse non è di destra e neppure di sinistra, tagliare le tasse ai ricchi per peggiorare la sanità pubblica e lo stato sociale, manomettere la Costituzione e il diritto di sciopero è non solo di destra, ma anche da "STRONZI".

venerdì 16 ottobre 2015

IL COMMA NAPOLITANO

All’articolo 40 comma 5 del Ddl Boschi appena approvato a Palazzo Madama  è scritto che “le prerogative dei senatori di diritto e a vita restano regolati secondo le disposizioni già vigenti alla data di entrata in vigore della presente legge”. Si conservano in questo in questo modo i 579 mila 643 euro l’anno riservati agli ex inquilini del Quirinale, che vengono così addirittura blindati all’interno della Costituzione. Ma non finiscono qui i privilegi del Colle: auto di servizio e chaffeur, linee telefoniche protette, scorta, segretarie personali, maggiordomo e guardarobiere a disposizione per la residenza privata.

Alcuni lo chiamano il “comma Napolitano” in quanto, sostengono i più critici, sembra una norma pensata, scritta e inserita nella riforma costituzionale appositamente per lui, il presidente emerito della Repubblica Giorgio Napolitano, oggi senatore di diritto e a vita.

Sono questi i privilegi di un monarca e non di un Capo di Stato di una Repubblica democratica. Si pensi che José Alberto Mujica Cordano, ex presidente dell’Uruguay, trattiene per se uno stipendio di 800 euro circa al mese, in considerazione del fatto che molti suoi connazionali vivono con molto meno, e non gode di alcun privilegio. Vive in una piccola fattoria, alla periferia di Montevideo. Nei 5 anni della sua carica ha aumentato i salari e ridotto la disoccupazione.

Cosa differenzia l’attuale scenario politico e sociale del nostro Paese da quello della Francia prima della rivoluzione francese? Mentre l’aristocrazia si consolava con gli splendori della corte, il popolo pativa la fame schiacciato sotto il peso dei ceti privilegiati.

mercoledì 14 ottobre 2015

IL GOVERNO PROEVASORI

È un fatto che l’uso del contante favorisce il sommerso e quindi l’evasione; con i suoi 150 – 160 miliardi di euro di evasione fiscale, è anche un fatto che l’Italia è maglia nera d’Europa. Stabilito che l’utilizzo del contante alimenta le possibilità di sviluppare economia sommersa – il cui valore in Italia è compreso, secondo le stime Istat, fra i 255 e i 275 miliardi di euro, in un intervallo fra il 16,3% e il 17,5% del Pil –, è proprio opportuna la decisione di Matteo Renzi, annunciata dai microfoni di Rtl 102.5, di triplicare il tetto (da 1000 a 3000 euro) all'uso del denaro contante?

Secondo Renzi, aumentare la libertà nell'uso del contante favorirà i consumi, atteso che meno controlli e meno paure indurranno più spese, ovviamente da parte degli evasori: chi dispone di redditi tracciabili non teme di spendere i suoi soldi.

Considerato che nessun normale cittadino va in giro con tremila euro nel portafogli per fare la spesa al supermercato, dove peraltro sono molto ben attrezzati nell'accettare pagamenti con carte di credito, quali sono dunque i consumi che giustificano l’uso inderogabile del contante?

La correlazione tra l’uso del contante e l’evasione è messa in evidenza dal fatto che in Italia le transazioni in contante sono il 90% del totale, a fronte di un valore medio europeo del 70%. E non si tratta di una preferenza meramente culturale per la moneta corrente. In Italia si utilizza prevalentemente il contante per evitare la tracciabilità delle operazioni. Il reddito medio dei dentisti in Italia è di 52.000 euro; 41 dentisti su cento dichiarano di vivere con un reddito lordo inferiore ai 35.000 euro. Il reddito medio dei gioiellieri è di 17.000 euro e quello dei tassisti è di 15.000 euro.

Come potrebbero costoro giustificare spese superiori alle loro entrate se non con l’anonimato del contante?

Non abbiate timore evasori! Arriva ancora una volta in vostro soccorso lo Stato che, vestito delle spoglie del paladino Matteo, vi consentirà di uscire dalle fogne e di far festa, alla faccia di tutti coloro che le tasse son costretti a pagarle e a non sgarrare. L'unico prezzo che vi tocca pagare è quello di continuare a votarlo.

mercoledì 7 ottobre 2015

L’EUGENETICA FONDATA SUL RIGORE DEI CONTI PUBBLICI

Che la sanità italiana sia un ricettacolo di sprechi  è cosa nota a tutti. Che i rimedi sinora adottati per correggerne le disfunzioni e  migliorarne gli standard di qualità siano risultati inefficaci è ampiamente dimostrato e testimoniato dalle lunghe liste d’attesa per accedere e fruire delle prestazioni sanitarie, dall'aumento dei ticket, che in alcune regioni rincari si sono attestati dal 40% al 65%, dalla riduzione dei servizi, sia pure a fronte di un aumento della tassazione, e infine dalla ridotta disponibilità dei farmaci a carico del Servizio sanitario nazionale.

Rattrista pensare che il sistema sanitario italiano era uno dei migliori al mondo e che dal 2009 ad oggi, a causa dei continui tagli, rischia un gravissimo declino. Nello specifico, in rapporto al Pil, l’Italia spende ormai meno della Grecia: nel 2013 la Grecia si è assestata sul 9,2% del Pil, mentre l’Italia è scesa all’8,8%, facendo del nostro Paese il fanalino di coda dei paesi dell'UE in materia di assistenza sanitaria pubblica.

Giova ricordare che l’assistenza sanitaria, insieme alla previdenza, pur rappresentando un asse portante del welfare, è da oltre un decennio sotto attacco; con la scusa della razionalizzazione delle risorse e del contenimento della spesa, di fatto si sta realizzando un sistematico smantellamento della sanità pubblica a tutto vantaggio di quella privata. Il risultato finale è che per effetto dei continui tagli la qualità del sistema sanitario pubblico si sta rapidamente deteriorando; oggi circa dieci milioni di italiani, secondo il rapporto ufficiale del CENSIS, non ce la fanno più a curarsi come dovrebbero e quelli che possono permetterselo si rivolgono sempre più verso il sistema privato a pagamento.

Nello stato in cui si trova, se il sistema sanitario nazionale sta ancora in piedi è solo per la dedizione di moltissimi medici e infermieri che continuano a lavorare con passione, competenza e dedizione, nonostante un sistema sanitario intriso di corruzione e malaffare. Non è certo per le politiche sanitarie sinora adottate che il sistema regge, ma solo grazie all'umanità e alla fatica del personale sanitario, costretto a 60 o 70 ore settimanali di lavoro, ben oltre le 48 previste dalla normativa in materia, per assicurare livelli di assistenza adeguati.

Razionalizzare la spesa sanitaria, evitando gli sprechi si può. Scaricare però sulle fasce meno abbienti, sui più poveri e soprattutto sui più fragili il peso della riforma è non solo immorale ma significa anche disconoscere la piena tutela del diritto alla salute sancito dall’art. 32 della nostra Costituzione. La sanità pubblica è innanzitutto un problema di democrazia, di coesione sociale e in una società che vuole dirsi davvero civile il welfare non è un’opzione come tante altre, ma una necessità imprescindibile.

Riqualificare le spese liberando la sanità dal profitto, dalla speculazione, dalla corruzione sarebbe forse un passo più intelligente del Decreto di appropriatezza elaborato dal ministro Lorenzin nella direzione del contenimento della spesa. Consulenze false e inutili, appalti truccati, medici che effettuano visite private e contestualmente risultano presenti nella struttura pubblica, amministratori sanitari che pagano le forniture ospedaliere due volte, chirurghi che falsificano i registri delle sale operatorie al fine di agevolare familiari, amici, parenti e amanti a detrimento dei “senza santi in paradiso” con escamotages ingegnosi che costano al Servizio Sanitario nazionale e dunque alle “tasche” dei contribuenti, milioni e milioni di euro. Sarebbe sì questo un passo avanti nella direzione della razionalizzazione delle risorse e del contenimento della spesa. Ma non si può barattare la promozione e il miglioramento delle condizioni di salute dei cittadini con le promesse di Renzi di togliere Imu e Tasi a fini elettorali, che ancora una volta si assumerà il merito e la popolarità di aver ridotto le imposte. Un ulteriore taglio lineare di circa 10 miliardi di euro nel comparto sanitario, sia pure spalmato su più anni, metterà a serio rischio i servizi ai cittadini.

Il ministro Lorenzin, con l’obiettivo di rastrellare i dieci miliardi che servono a Renzi per i suoi fini propagandistici, rassicura che non ci saranno tagli lineari ma solo misure di efficientamento. La stretta riguarderà le prestazioni specialistiche e le analisi considerate non necessarie. Le prestazioni prescritte da un medico ma ritenute non necessarie saranno totalmente a carico del malato. Bene, ma chi discriminerà i trattamenti utili da quelli inutili? Chi stabilirà “a priori” quando un esame clinico è utile e quando invece è inutile? Ebbene, non l’autonomia professionale del medico, ma un protocollo elaborato dal ministero della Salute che definisce quali prestazioni diagnostiche sono utili e quando farle.

Appiattire l’autonomia professionale del medico, costringendolo a prescrivere secondo compatibilità e risparmio, significa non solo svilirne la funzione, ponendolo di fatto nella situazione conflittuale tra la scelta terapeutica e la spada di Damocle della sanzione disciplinare, ma rendere anche un pessimo servizio a quegli ammalati che vedendosi negare una Tac o un altro esame rinunceranno a curarsi del tutto o andranno nel privato.

Se il problema è invece l’incompetenza e il cinismo di alcuni medici, che confondono un’appendicite con un mal di pancia o che per fare il favore all'amico radiologo prescrivono scritteriatamente esami del cui costo si vedono poi tornare una percentuale, si sanzionino costoro senza fare di un’erba un fascio. Si costringano i medici a mantenersi costantemente aggiornati in ragione dell'evoluzione dei progressi della scienza. E al di là delle responsabilità professionali, si vincolino in maniera più stringente i medici ad adeguare la loro condotta professionale al rispetto di quelle norme già previste dal codice deontologico. Troppo spesso, a dispetto di quest’ultimo, accade infatti di vedere pazienti (soggetti per loro stessa natura più deboli e vulnerabili delle persone cosiddette sane e “normali”) trasformati in mere pedine sulle quali i detentori del sapere scientifico e terapeutico esercitano un “potere” arbitrario e intollerabile.

Il rapporto medico-paziente, delicato e fondamentale, non può essere ingabbiato nei limiti dell'appropriatezza prescrittiva, che prevede altresì penalizzazioni in caso di mancata applicazione, senza minare significativamente quella relazione fatta di fiducia e di stima reciproca. Il malato che affida la propria salute al medico non può e non deve avere il sospetto che la mancata prescrizione è frutto di calcolo opportunistico del medico per non incorrere nel sistema sanzionatorio.

A differenza di tutte le altre scienze, la Medicina non è solo un insieme di conoscenze tecniche, ma anche e soprattutto relazione, carica di valenze simboliche e implicazioni culturali, tra guaritore e malato: non v’è niente di più personale e intimo come la sofferenza e il dolore. All'interno di questo quadro, in cui gli unici attori sono il paziente e il medico, l’imporre una logica restrittiva e repressiva ha l’effetto controproducente di andare a scapito del malato, che innocente paga le conseguenze di restrizioni e proibizioni, e della stessa medicina, che così si rovina la reputazione.

Ignobile poi la contropartita offerta ai medici, sviliti al ruolo di funzionari amministrativi, dal governo per rassicurarli sul rischio di denunce. Il governo intende infatti varare nuove norme sulla responsabilità professionale dei medici al fine di immunizzarli dalle cause intentate per malpractice dai pazienti, col rischio di passare da una medicina difensiva a una medicina astensiva. Così dall'eccessiva prescrizione di test, dettati dal timore di una denuncia da parte del paziente, si passerà all'eccesso di astensione prescrittiva per il timore di una multa da parte delle autorità sanitarie.

Il diritto di fruire di adeguate prestazioni mediche non può essere colpevolmente negato con la necessità del rigore nei conti dello stato. È ovvio che di questo passo solo i ricchi potranno continuare a curarsi, mentre i poveri si ammaleranno e moriranno prima. Ma forse è proprio questo che si vuole. Con metodi più “soft” si ripropone quanto accadde nella Germania di Hitler con l’operazione “Aktion T4”: trecentomila esseri umani (malati, deboli di mente, portatori di handicap), classificati come “vite indegne di essere vissute”, furono sterminati perché considerati “mangiatori inutili”. Nel settembre del 1941 dopo aver “disinfettato” 70.273 pazienti il regime poteva orgogliosamente vantarsi, calcolando un costo giornaliero di 3,50 Reichsmark, di aver fatto  risparmiare alla nazione 4.781.339,72 kg di pane; 19.754.325,27 kg di patate… e inoltre 2.124.568 uova”.

Oggi, in nome dell’austerità, si preferisce che un malato muoia piuttosto che spendere soldi per curarlo.

mercoledì 30 settembre 2015

NON È CON LA PROPAGANDA CHE SI RISOLVONO I PROBLEMI

La bravura di Renzi a gettar fumo negli occhi degli italiani non servirà a cacciare fuori dai guai l’Italia. Il problema non sono i decimali. Il governo ha infatti stimato, sulla scorta dei dati forniti dall’Istat, una crescita dello 0,7% per l’intero 2015. Il fatto è che l’Italia resta ancora gravemente malata, nonostante la propaganda del governo sulla ripresa economica. È fisiologico che dopo lunghi nove anni di crisi qualche marginale spostamento numerico si verifichi nei fondamentali assetti dell’economia, ma questo non significa affatto che la crisi sia ormai finita.
Renzi, col trascorrere del tempo, sembra sempre più simile ad un prestidigitatore, ad un illusionista che a un capo di governo. Purtroppo la propaganda ha la meglio sulla realtà; in Italia c’è un circuito mediatico desolante che rende arduo per il cittadino farsi un’idea serena ed obiettiva della realtà: la maggioranza dei mass media fanno a gara nell’arte del lecchinaggio e della ruffianeria. Non a caso l’Italia per libertà di informazione è al 73° posto, tra la Moldavia e il Nicaragua. E non tanto per la censura quanto per l’autocensura che limita moltissimo la stampa, la televisione, il cinema che sono diventati totalmente privi di coraggio nel denunciare e testimoniare la realtà del nostro Paese.
Basta un flebile zero virgola e subito televisione e stampa fanno a gara nello stabilire un nesso causale tra la ripartenza dell’economia e il magico funzionamento della ricetta dell’esecutivo, evitando paragoni molto semplici, per esempio con gli indicatori di altri paesi europei, ma imbarazzanti. La Spagna, per esempio, viaggia al ritmo del 3 per cento in più; gli altri paesi dell’Unione hanno indici di ripresa più consistenti; l’Italia del preteso boom renziano cresce invece dello zero virgola e questo basta per convincersi e convincere che sta andando tutto bene.
È sorprendente che la televisione, che ha ormai lobotomizzato e stordito la coscienza critica degli italiani, non dica che forse nella piccola ripresa in atto, le scelte del governo non hanno inciso proprio un bel niente. Il dimezzamento del prezzo del petrolio (da circa 100 a 50 dollari al barile), la politica monetaria del Quantitative Easing e la conseguente svalutazione dell’euro sul dollaro sono alla base del flebile 0,7% registrato dall’Istat. Ma quanto durerà questa favorevole congiuntura?
In Italia, il ribasso del prezzo del petrolio ha consentito nel primo semestre del 2015 un risparmio energetico di 10 miliardi di euro; la debolezza dell’euro ha favorito le nostre esportazioni; infine i tassi vicino allo zero hanno dato fiato ad un’economia asfittica, abbassando gli interesse che le imprese pagano alle banche per finanziarsi. Quello che non dicono stampa e televisione è che l’Italia è in una situazione drogata: il risparmio energetico non durerà per sempre, l’euro potrebbe risalire rispetto al dollaro, il Quantitative Easing ha una scadenza certa. Con queste condizioni favorevoli il nostro Paese avrebbe dovuto fare di più: ai livelli attuali la BCE aveva previsto per l’Europa una crescita del Pil dell’1,5% per il 2015, dell’1,9% per il 2016 e del 2,1% per il 2017 . Se i dati positivi dell’Istat dovessero essere confermati nei prossimi mesi, il Pil atteso sarebbe dell’1%: un dato nettamente inferiore a quello medio stimato dalla BCE. Negli Stati Uniti il Quantitative Easing ha fatto molto di più: la disoccupazione è scesa al 5,5% e il Pil cresce a ritmi del +3% all’anno .
Non è con la propaganda che si risolvono i mali del Paese: la politica industriale che non c’è; la malavita organizzata, che controlla larghe fette del territorio nazionale; la corruzione che toglie ossigeno allo sviluppo ; la dimensione  dell’evasione fiscale che, superando i 150 miliardi di euro, aggrava il debito pubblico e sottrae servizi alla collettività ; la lentezza della giustizia che comporta l’esborso di miliardi di euro l’anno per la riparazione dei danni derivanti dall’eccessiva lunghezza dei procedimenti e la fuga dall’Italia degli investitori, che non hanno un ambiente normativo certo su cui fare affidamento ; la devastante cementificazione del territorio e il conseguente dissesto idrogeologico,  una vera e propria piaga che costa non solo in termini economici, circa 800 mila euro al giorno per riparare i danni provocati dal mal tempo, ma anche in termini di vittime umane ; il costo della burocrazia che, secondo la Commissione europea, ha un costo di 73 miliardi di euro, pari al 4,6% del Pil ; il malcostume, tutto italiano, dei politici, con l'effetto non solo di privare lo Stato di strumenti di equanimità e di giustizia, ma anche quello di minare la fiducia dei cittadini nelle istituzioni democratiche e nello Stato di diritto ; l’insufficiente liberalizzazione delle lobby professionali – notai, avvocati, farmacisti, ecc. – con effetti distorsivi della libera concorrenza sul mercato ; l’elefantiaco apparato statale diventato enorme e sempre più esoso, con stipendi che, almeno nella parte dirigenziale della piramide, non hanno pari in altre parti del mondo ; l’eccessiva pressione fiscale (54% del Pil) che deprime la domanda interna . Mi fermo qui: l’elenco è lungo.
Di tutte le promesse fatte da Renzi, le uniche concrete sono: la legge elettorale, il bonus degli 80 euro e il Jobs Act.
La legge elettorale – Italicum – è di fatto peggiore del “porcellum”: neanche Mussolini con la legge elettorale approvata il 18 novembre 1923 osò tanto . Assegnare una maggioranza bulgara alla coalizione che supera il 37% dei voti  significa di fatto instaurare una dittatura  in nome della governabilità.
Il bonus degli 80 euro ha rappresentato senz’altro uno slogan comunicativo di grande impatto mediatico specie in prossimità delle elezioni europee, ma ha avuto effetti modesti sul Pil e non ha certo prodotto nuova ricchezza . Peraltro, se eliminiamo l’ipotesi di un beneficio sulla crescita, accogliendo come finalità del governo quella di una maggiore equità sociale, sarebbe stato più opportuno destinare le risorse agli incapienti, mediante l’introduzione di una forma di reddito minimo per coloro che versano in uno stato di deprivazione materiale. Una manovra di questo tipo infatti, avrebbe avuto il vantaggio di determinare un maggiore impatto sui consumi e una più accentuata riduzione delle disuguaglianze sociali . L’unico effetto della decontribuzione è stato quello di aver sottratto introiti pubblici e quindi meno servizi.
Il Jobs Act rappresenta la peggiore e più inutile riforma degli ultimi venti anni , il cui obiettivo è lo smantellamento del valore del lavoro, che la nostra Costituzione pone a fondamento della Repubblica a garanzia della libertà e della possibilità di partecipazione attiva delle persone alla vita sociale del Paese . Quando un imprenditore ha la possibilità di trattenere circa 25 mila euro per ciascuna mutazione del rapporto contrattuale siglata dalla sua impresa, è evidente che ha di fronte un’opportunità di fare cassa, che non si lascia certo scappare: con le decontribuzioni, ottiene fondi significativi senza alcun vincolo di destinazione ad un loro uso produttivo. Ora, considerato che l’esonero dal versamento dei complessivi contributi previdenziali è previsto per un massimo di 36 mesi, cosa accadrà al termine dei tre anni? È assai probabile che dopo tre anni l’impresa darà il benservito al neo assunto a tutele crescenti, senza peraltro trovare alcun ostacolo nella rigidità del vecchio diritto del lavoro. Se si aggiunge poi che oltre ai vantaggi economici per l’impresa, il Jobs Act prevede anche un condono giuridico che azzera automaticamente tutti i soprusi compiuti sotto la falsa copertura dei contratti a progetto, si comprende meglio il motivo dell’aumento da prefisso telefonico dell’occupazione .

Quale impatto potranno mai avere le misure fin qui adottate dal governo di fronte ai veri mali del Paese? Nessuno!  Invece di varare politiche serie, il governo gioca con misure demagogiche senza alcuna portata innovativa, peggiorando il quadro già drammatico. E il Presidente del Consiglio si esibisce nell’unica cosa che gli riesce meglio: da bravo illusionista, far credere agli italiani quello che non è.