Come i due conflitti mondiali del secolo scorso spezzarono l’evoluzione
armonica in senso democratico verso cui si credeva fosse indirizzata l’Europa,
così oggi le politiche “anti-crisi” adottate dall'Unione Europea ci stanno
portando al disastro.
Se si esaminano i dati senza pregiudizi occorre ammettere
che proprio la politica del rigore sin qui adottata, contro le attese, sta
facendo esplodere il debito pubblico delle singole nazioni, perché di fatto blocca
gli investimenti pubblici, gli unici in grado di avviare la ripresa economica. Quello
che sorprende è l’ostinazione a proseguire queste politiche di rigore
nonostante il permanere della recessione e della stagnazione, determinate fondamentalmente dal crollo della domanda interna.
L’aumento del debito pubblico è la conseguenza delle
politiche di rigore; solo se si capisce questo si può sperare che vengano
ridisegnate politiche di intervento affatto diverse per rilanciare l’economia
dei paesi europei.
Nei dieci anni precedenti la crisi del 2007, tutti i Paesi
europei, ad eccezione della Grecia, avevano già adottato politiche di bilancio
attente a contenere il deficit pubblico entro il parametro del 3% previsto dal
Trattato di Maastricht. La crisi del 2007, iniziata negli Stati Uniti, ha messo in
evidenza quanto il modello di crescita fosse drogata dalla finanza e dal
credito.
Quando lo tsunami finanziario è giunto in Europa si è scoperto che
anche qui, come negli Stati Uniti, l’eccesso di capacità produttiva era sostenuto prevalentemente dal ricorso all'indebitamento, soprattutto privato. Quindi per evitare il collasso del
sistema bancario, gli Stati europei si sono svenati per soccorrere le imprese
private (finanziarie e non) in difficoltà, ponendo per questa via le premesse
per l’attuale crisi del debito sovrano.
L’entità del debito ereditato da quello
privato ha imposto quindi politiche di risanamento dei conti pubblici che hanno
depresso la domanda interna con la conseguenza che, diminuendo il prodotto
interno lordo, è aumentato il rapporto debito/pil. Quindi le basse entrate fiscali
dello Stato hanno peggiorato anche il rapporto tra deficit annuo e pil e quello
tra debito complessivo e pil, innescando una «spirale perversa» che ha rafforzato
l’effetto negativo determinato dai bassi tassi di inflazione che, oltre a
rendere arduo l’abbassamento del rapporto debito/Pil, ha disincentivato gli
investimenti privati. I quali dinanzi all'aspettativa di una sostanziale
stagnazione della domanda e della produzione nei prossimi anni, hanno dirottato
i flussi di capitali altrove. Questo ha peggiorato il deficit della bilancia
commerciale di Paesi come l’Italia, la Francia, la Grecia, il Portogallo e la
Spagna, rendendo insostenibile il loro debito complessivo (privato e pubblico)
verso l’estero.
In questa situazione di sostanziale “trappola della
liquidità”, le politiche di rigore sin qui adottate non solo non hanno sortito
effetto alcuno al risanamento e al rilancio dell’economia, ma hanno altresì aggravato
il quadro. E se questo è vero, c’è una conclusione obbligata da trarre: il
debito pubblico non è la causa della crisi, ma deriva da qualcos'altro. Esso
deriva soprattutto dagli squilibri di fondo tra i Paesi europei. Squilibri che
l’euro non soltanto non ha sanato, ma ha addirittura accentuato.
Il paradosso dell’euro è che proprio il suo grande successo
sta all’origine di buona parte dei problemi che oggi affliggono l’Europa. Il
primo grande successo dell’euro è quello di aver scongiurato i rischi legati al
tasso di cambio all’interno dell’area valutaria; il secondo grande successo è
quello di aver reso bassi e omogenei tra loro i tassi d’interesse in tutta
l’eurozona.
Il primo grande successo – eliminare i rischi di cambio
all’interno dell’area valutaria – non consentendo più il ricorso a svalutazioni
competitive ha spinto i diversi Paesi dell’eurozona a rafforzare la rispettiva
specializzazione produttiva.
La Germania ha rafforzato sempre più la propria
vocazione di industria manifatturiera, mentre altri Paesi, focalizzandosi
maggiormente sul settore dei servizi (ad esempio edilizia, commercio al
dettaglio, trasporti, lusso, servizi finanziari), si sono progressivamente deindustrializzati
con la conseguenza di maturare deficit sempre più cronici nei confronti dell’estero, in quanto il settore dei servizi non è rivolto all’esportazione.
La bilancia commerciale
di uno Stato registra l'ammontare delle importazioni e delle esportazioni di
merci di un paese. Il saldo della bilancia commerciale corrisponde alla
differenza tra il valore delle esportazioni e quello delle importazioni di
merci. Quando il valore delle esportazioni supera quello delle importazioni, si
avrà un ingresso netto di capitale monetario nello stato; quando invece il
valore delle importazioni supera il valore delle esportazioni, si avrà un’uscita
netta di capitale monetario dalla nazione e dunque un indebitamento.
La polarizzazione tra Paesi a crescita basata sulle
esportazioni – Germania – e quelli a maggior vocazione nel terziario ha accentuato
l’indebitamento dei secondi a beneficio dei primi. Insomma, la crescita dei
Paesi oggi in maggiore difficoltà è avvenuta soprattutto attraverso il debito,
che ha consentito peraltro ai primi di smerciare i propri prodotti nella zona
euro.
Quando la crisi del 2007 ha messo in evidenza che la
convergenza tra le economie dell’eurozona era solo apparente il meccanismo si è
rotto. Apparve evidente che alcuni Paesi consumavano più di quanto producevano,
mentre altri accrescevano la loro creditoria nei confronti dei primi. Questo
accumulo di debito da parte di determinati Paesi nei riguardi di altri ha
girato il testimone del debito dal settore privato a quello pubblico,
determinando così l’esplosione del problema dei debiti sovrani in Europa.
Il secondo grande successo – bassi tassi d’interessi – ha
dato luogo a un rapidissimo aumento dell’indebitamento privato e alla
formazione di vere e proprie bolle immobiliari.
Attribuire però alla moneta unica la causa dei mali che oggi
affliggono l’Europa equivale a confondere la causa con l’effetto. Questo
processo inevitabile si è verificato perché sono mancate politiche integrate a
livello europeo tali da colmare gli squilibri o almeno da evitare che essi si
approfondissero. Il problema è che l’aver basato l’Unione europea sulla sola
moneta unica rende impossibile superare la crisi in assenza di una politica
economica e fiscale unica.