domenica 19 novembre 2017

IL PERCHÉ DELLE CRISI

Sul fatto che l’austerità sia di destra, solo quelli di destra e quelli dotati di scarsa intelligenza non lo riconoscono. Per chi abbia occhi per vedere e orecchie per ascoltare, non vi sono dubbi: austerità, pareggio di bilancio, taglio della spesa pubblica non hanno prodotto alcun beneficio su larghe fasce di popolazione; al contrario hanno aggravato e continuano ad aggravare la loro condizione economica e sociale, mentre hanno accresciuto in maniera vertiginosa il valore della ricchezza di quanti prima della crisi erano già ricchi.

Già questo dato di fatto dovrebbe indurre, quella fascia di popolazione (la maggioranza), a riflettere e a concludere che dietro l’austerità si cela in verità un’ideologia reazionaria, il cui fine è azzerare le conquiste civili e sociali conseguite dai lavoratori per restaurare un sistema di privilegi e di diritti, cui solo un’élite, quelli che fanno parte del club, possa accedere. 

Questa destra, da non confondere con quella banalmente parlamentare, affonda le sue radici nel dato antropologico proprio di una sparuta parte di uomini, un tempo monarchi, principi, marchesi, baroni, ecc., oggi presidenti di banche, corporation, multinazionali, imprese finanziarie, capi di stato, parlamentari, politici, ecc. Uno sparuto gruppo di uomini definibile nella più semplice accezione di "Padroni". 

Padroni che, sotto altre spoglie, nel corso della storia hanno sempre tenuto abilmente sotto il loro tallone una moltitudine di schiavi e di servi, e per i quali gli altri uomini sono soltanto utensili, animali da lavoro utili al loro scopo.

Ed è tanto vera questa “restaurazione” che nel mondo sta compiendosi, che dinanzi agli infiniti disastri che la politica dell’austerità ha prodotto, gli uomini politici – al soldo di questo sparuto gruppo di uomini (meglio definirli “padroni”, perché con l’umanità hanno ben pochi punti in comune) e che ahimè noi eleggiamo – imperterriti continuano a propinarci le solite ricette fatte di smantellamento dello stato sociale e di diritti. 

Chissà perché, ma a quanto pare ridurre l’uomo ad animale da lavoro, a semplice utensile, alla mercé dei capricci e delle vanità dei signori padroni fa innalzare il Pil; il contrario – a quanto pare, e qualcuno dovrebbe spiegarmelo – lo fa crollare.

Ora poiché non si può avere la botte piena e la moglie ubriaca, esiste una questione di incompatibilità tra il corretto funzionamento di una democrazia sovrana e il rafforzamento di un legame di dipendenza con i meccanismi di riproduzione del capitale finanziario internazionale. 

I capi di stato che noi eleggiamo – direttamente o indirettamente – dovrebbero dirci con chiarezza se ci stanno portando tutti verso un futuro migliore o verso il macello.

Trovare soluzioni politiche che soddisfino la collettività generale non è difficile quanto la meccanica quantistica. È questione solo di buon senso e di buona volontà. Non si richiedono doti particolari, come invece sono richieste nella soluzione di problemi di fisica quantistica o relativistica.

Un esempio? Presto dato.

Secondo l’Istat (dato 2015), in Italia l’economia sommersa e le attività illegali valgono 208 miliardi di euro, ovvero il 12,6% del Pil. Il tasso di disoccupazione giovanile a luglio 2017 si è attestato al 35,5% (sempre secondo i dati Istat). E questo nonostante le misure poste in atto per accrescere l’occupazione giovanile (vedi Jobs Act).

Di fronte a un tale scenario e al fallimento conclamato delle politiche occupazionali sinora poste in campo, si potrebbe prendere in considerazione la possibilità che lo Stato possa farsi carico di quanti pur cercando lavoro non riescano a trovarlo?

Se invece del “reddito di cittadinanza” – di cui sento parlare sempre più spesso e secondo il quale si dovrebbe dare a tutti, ricchi e poveri, un reddito minimo garantito non soggetto a condizioni o a promesse di impegno lavorativo –, si istituisse un reddito di disoccupazione pari a un reddito minimo garantito, diciamo di 850 euro, da conferire ad ogni giovane che si iscrive nelle liste di collocamento, risolveremmo in un colpo solo l’economia sommersa, la precarietà nel mondo del lavoro, le scarse retribuzioni salariali che di fatto accentuano la recessione (bassi salari e incertezza deprimono consumi e domanda interna). Sull'altro piano, quello valoriale (non meno importante), si conseguirebbe l’obiettivo di restituire dignità al lavoro, in un contesto nel quale la crescente precarizzazione del lavoro e i bassi salari contribuiscono pesantemente a corroderla.

Sia chiaro che questi disoccupati non saranno solo percettori passivi di reddito; dovranno impegnarsi in attività di servizi socialmente utili, individuati di volta in volta dall'agenzia di collocamento: assistenza agli anziani, ai bambini; piccoli lavori edili in edifici pubblici (mattonelle rotte, imbiancatura, ecc.); piccoli lavori idraulici; ecc. ecc. 

Credo sia chiaro il concetto, senza che mi dilunghi oltre: attività lavorative non destinate a sancire un rapporto di impiego vero e proprio, ma destinate a dare dignità al percettore del reddito, cosicché non sia soltanto un peso per la collettività, ma un soggetto capace di restituire con la sua attività una qualche forma di utilità alla collettività. È questo infatti il principio sul quale si basa il lavoro come dignità: il lavoro che è dell’uomo, è per l’uomo.

In un tale contesto è assai difficile immaginare che un disoccupato, spinto dalla necessità, sia disposto ad andare a lavorare al nero in fabbrichette improvvisate negli scantinati per 300 euro al mese. È altresì assai difficile credere che – dato tale contesto sociale – lo stesso soggetto sia disposto a dare il proprio voto ad un “impresentabile”, pur di avere un posto come “guardia forestale” che, se non utile alla collettività, servirà almeno a risolvere i problemi della sua quotidianità.

Nel primo caso l’economia illegale e sommersa sarebbe costretta ad emergere, a tutto vantaggio della fiscalità generale, o darwinianamente ad estinguersi, e questa volta a tutto vantaggio di quella legale; nel secondo caso la classe politica del nostro Paese sarebbe più presentabile, in quanto frutto di scelte più oculate nell’interesse generale e non particolare.

La precarietà finirebbe di essere uno stigma, che condiziona tutta l’esistenza sfociando in un vero e proprio quadro di depressione; ma l’accettazione più serena da parte del lavoratore che, in un mercato contrassegnato da continui adattamenti alla realtà e ai cambiamenti, non si può scaricare sull’impresa quella rigidità di cui solo lo stato può farsi carico. È il concetto di flessibilità contrapposto a quello di precarietà.

La flessibilità di per sé non è negativa: ci costringe ad affrontare e superare le varie sfide che il mutamento delle condizioni di lavoro ci propongono e impongono. Esige una formazione continua e questo tiene l’uomo sempre attivo e vivo. La precarietà al contrario è una condizione di stress continuo: perché associata al rischio costante, che domina tutta la propria esistenza, di perdere il posto di lavoro e di non poterne trovare un altro.

Il sostegno adeguato alla condizione di disoccupazione ridurrebbe il dramma legato alla perdita del posto di lavoro, offrendo continuità in termini contributivi e di utilità sociale. Qualunque sia il contesto ambientale (lavorativo e non), la mia persona non perderà quel nocciolo duro di sicurezza che mi consente di affrontare con serenità il futuro.

Sul piano infine della domanda interna, i vantaggi sono di tutta evidenza. Qualunque offerta di lavoro non potendo mai essere al di sotto del reddito minimo garantito (atteso che nessuno rinuncerebbe a un reddito maggiore per uno minore) determinerebbe un innalzamento del reddito disponibile ai consumi, migliorando le condizioni di tutti gli operatori economici, con conseguente assorbimento delle fasce di disoccupati ancora presenti.

Niente di più semplice, eppure si è preferito buttare nel “cesso” venti miliardi per il Jobs Act, che oltre a non aver risolto il problema della disoccupazione giovanile ha avuto anche il merito di contribuire allo smantellamento progressivo del diritto del lavoro, precarizzandolo ulteriormente. Il Bonus degli 80 euro è costato agli italiani circa 9 miliardi: la povertà non si è arrestata, anzi si è accresciuta, e il Pil non se n’è neppure accorto. Senza poi voler parlare della beffa patita da milioni di italiani, chiamati a restituirlo con gli interessi, svelando il suo vero intento: un esborso, sopportato da tutti i cittadini, per i fini elettorali di un solo uomo. 

Ho richiamato tali fatti solo per neutralizzare la possibile contestazione da parte di coloro che dicono che non ci sono i soldi per garantire un reddito da disoccupazione decente. Se come sostiene Tito Boeri, attuale presidente dell'Inps, un sussidio unico garantito a tutti i disoccupati di 500 euro al mese costerebbe a regime circa 15,5 miliardi, ne possiamo ricavare che uno di 850 euro costerebbe circa 25,5 miliardi.

Considerato ora che 29 miliardi di euro sono stati buttati per Jobs Act e Bonus 80 euro; considerato altresì che ogni anno mancano fino a 100 miliardi di gettito fiscale per effetto di economia sommersa e illegale. Totale: 130 miliardi!

Non si parli perciò di mancanza di risorse, ma di volontà. Una volontà orientata a mantenere il maggior numero possibile di individui in una condizione di povertà e di necessità, semplicemente perché così sono più docili e facilmente ricattabili. Mantenere gli uomini in uno stato perenne di bisogno e di precarietà si è rivelata, nel corso della storia, sempre l’arma più potente nelle mani degli oppressori.

lunedì 6 novembre 2017

SICILIA TRA MISERIA E NOBILTÀ

“Diciamolo una volta per tutte che noi siciliani la mafia la vogliamo, ma non perché ci fa paura, perché ci dà sicurezza, perché ci identifica, perché ci piace. Noi siamo la mafia, e tu Peppino non sei stato altro che un povero illuso, tu sei stato un ingenuo, sei stato un nuddu miscatu cu nenti”.

Questo discorso è tratto dal film “I cento passi”. Un film che racconta la storia di Peppino Impastato. Uno dei tanti eroi siciliani che la mafia ha ucciso; uno dei tanti eroi, morto inutilmente in nome di un’Italia più giusta.

Eh sì, bisogna pur dirlo a voi siciliani la mafia piace, altrimenti ve ne sareste già liberati.

Cosa Nostra ha senz’altro i propri referenti nelle liste di questa campagna elettorale che si è appena conclusa. Ma a voi non importa: la mafia vi piace e l’avete votata ancora una volta!

D’altronde cosa ci si poteva attendere da un paese che dopo 23 anni continua ancora ad esaltare Berlusconi?

La Sicilia, terra di contrasti, di miseria e nobiltà, di mafiosi ed eroi. In cui la voce di questi ultimi è soffocata, quando non soppressa, da quella amalgama di gente che ama fottere e farsi fottere. Di quella amalgama di gente che all’uso dell’intelligenza preferisce di gran lunga la sua forma deviata: la furbizia. Magari votando questo o quello – anche se indagato o corrotto o legato ad ambienti mafiosi – purché, attraverso il meccanismo collaudato delle guardie forestali, conceda posti parassitari, a spese dei tanti fessi di questo Paese che un reddito invece lo producono.

A settant’anni dalla morte di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, siete rimasti quel che lo scrittore diceva di voi: “I siciliani non vorranno mai migliorare, perché si considerano già perfetti. In loro la vanità è più forte della miseria”.


Cari siciliani, la vostra Regione è la più povera d’Italia: il 54,4%, più della metà dei siciliani, sono poveri. Quando – come fecero i vostri padri – con una corda legherete le vostre valigie malridotte per cercare lavoro altrove, sappiate che la cagione della vostra miseria sta in voi.