Sul fatto che l’austerità sia di destra, solo quelli di
destra e quelli dotati di scarsa intelligenza non lo riconoscono. Per chi abbia
occhi per vedere e orecchie per ascoltare, non vi sono dubbi: austerità,
pareggio di bilancio, taglio della spesa pubblica non hanno prodotto alcun
beneficio su larghe fasce di popolazione; al contrario hanno aggravato e
continuano ad aggravare la loro condizione economica e sociale, mentre hanno
accresciuto in maniera vertiginosa il valore della ricchezza di quanti prima
della crisi erano già ricchi.
Già questo dato di fatto dovrebbe indurre, quella fascia di
popolazione (la maggioranza), a riflettere e a concludere che dietro l’austerità
si cela in verità un’ideologia reazionaria, il cui fine è azzerare le conquiste
civili e sociali conseguite dai lavoratori per restaurare un sistema di
privilegi e di diritti, cui solo un’élite, quelli che fanno parte del club, possa
accedere.
Questa destra, da non confondere con quella banalmente parlamentare, affonda
le sue radici nel dato antropologico proprio di una sparuta parte di uomini, un
tempo monarchi, principi, marchesi, baroni, ecc., oggi presidenti di banche,
corporation, multinazionali, imprese finanziarie, capi di stato, parlamentari,
politici, ecc. Uno sparuto gruppo di uomini definibile nella più semplice accezione di "Padroni".
Padroni che, sotto altre spoglie, nel corso della storia hanno sempre tenuto
abilmente sotto il loro tallone una moltitudine di schiavi e di servi, e per i
quali gli altri uomini sono soltanto utensili, animali da lavoro utili al loro
scopo.
Ed è tanto vera questa “restaurazione” che nel mondo sta
compiendosi, che dinanzi agli infiniti disastri che la politica dell’austerità
ha prodotto, gli uomini politici – al soldo di questo sparuto gruppo di uomini
(meglio definirli “padroni”, perché con l’umanità hanno ben pochi punti in
comune) e che ahimè noi eleggiamo – imperterriti continuano a propinarci le
solite ricette fatte di smantellamento dello stato sociale e di diritti.
Chissà
perché, ma a quanto pare ridurre l’uomo ad animale da lavoro, a semplice
utensile, alla mercé dei capricci e delle vanità dei signori padroni fa innalzare
il Pil; il contrario – a quanto pare, e qualcuno dovrebbe spiegarmelo – lo fa
crollare.
Ora poiché non si può avere la botte piena e la moglie
ubriaca, esiste una questione di incompatibilità tra il corretto funzionamento
di una democrazia sovrana e il rafforzamento di un legame di dipendenza con i meccanismi
di riproduzione del capitale finanziario internazionale.
I capi di stato che
noi eleggiamo – direttamente o indirettamente – dovrebbero dirci con chiarezza
se ci stanno portando tutti verso un futuro migliore o verso il macello.
Trovare soluzioni politiche che soddisfino la collettività
generale non è difficile quanto la meccanica quantistica. È questione solo di
buon senso e di buona volontà. Non si richiedono doti particolari, come invece
sono richieste nella soluzione di problemi di fisica quantistica o relativistica.
Un esempio? Presto dato.
Secondo l’Istat (dato 2015), in Italia l’economia sommersa e
le attività illegali valgono 208 miliardi di euro, ovvero il 12,6% del Pil. Il
tasso di disoccupazione giovanile a luglio 2017 si è attestato al 35,5% (sempre secondo
i dati Istat). E questo nonostante le misure poste in atto per accrescere
l’occupazione giovanile (vedi Jobs Act).
Di fronte a un tale scenario e al fallimento conclamato delle
politiche occupazionali sinora poste in campo, si potrebbe prendere in
considerazione la possibilità che lo Stato possa farsi carico di quanti pur
cercando lavoro non riescano a trovarlo?
Se invece del “reddito di cittadinanza” – di cui sento
parlare sempre più spesso e secondo il quale si dovrebbe dare a tutti, ricchi e
poveri, un reddito minimo garantito non soggetto a condizioni o a promesse di
impegno lavorativo –, si istituisse un reddito di disoccupazione pari a un
reddito minimo garantito, diciamo di 850 euro, da conferire ad ogni giovane che
si iscrive nelle liste di collocamento, risolveremmo in un colpo solo l’economia
sommersa, la precarietà nel mondo del lavoro, le scarse retribuzioni salariali
che di fatto accentuano la recessione (bassi salari e incertezza deprimono
consumi e domanda interna). Sull'altro piano, quello valoriale (non meno
importante), si conseguirebbe l’obiettivo di restituire dignità al lavoro, in
un contesto nel quale la crescente precarizzazione del lavoro e i bassi salari contribuiscono
pesantemente a corroderla.
Sia chiaro che questi disoccupati non saranno solo
percettori passivi di reddito; dovranno impegnarsi in attività di servizi
socialmente utili, individuati di volta in volta dall'agenzia di collocamento:
assistenza agli anziani, ai bambini; piccoli lavori edili in edifici pubblici
(mattonelle rotte, imbiancatura, ecc.); piccoli lavori idraulici; ecc. ecc.
Credo sia chiaro il concetto, senza che mi dilunghi oltre: attività lavorative
non destinate a sancire un rapporto di impiego vero e proprio, ma destinate a
dare dignità al percettore del reddito, cosicché non sia soltanto un peso per
la collettività, ma un soggetto capace di restituire con la sua attività una
qualche forma di utilità alla collettività. È questo infatti il principio sul quale si
basa il lavoro come dignità: il lavoro che è dell’uomo, è per l’uomo.
In un tale contesto è assai difficile immaginare che un
disoccupato, spinto dalla necessità, sia disposto ad andare a lavorare al nero
in fabbrichette improvvisate negli scantinati per 300 euro al mese. È altresì assai
difficile credere che – dato tale contesto sociale – lo stesso soggetto sia disposto
a dare il proprio voto ad un “impresentabile”, pur di avere un posto come “guardia
forestale” che, se non utile alla collettività, servirà almeno a risolvere i
problemi della sua quotidianità.
Nel primo caso l’economia illegale e sommersa sarebbe
costretta ad emergere, a tutto vantaggio della fiscalità generale, o
darwinianamente ad estinguersi, e questa volta a tutto vantaggio di quella
legale; nel secondo caso la classe politica del nostro Paese sarebbe più
presentabile, in quanto frutto di scelte più oculate nell’interesse generale e
non particolare.
La precarietà finirebbe di essere uno stigma, che condiziona
tutta l’esistenza sfociando in un vero e proprio quadro di depressione; ma l’accettazione
più serena da parte del lavoratore che, in un mercato contrassegnato da
continui adattamenti alla realtà e ai cambiamenti, non si può scaricare sull’impresa
quella rigidità di cui solo lo stato può farsi carico. È il concetto di
flessibilità contrapposto a quello di precarietà.
La flessibilità di per sé non è negativa: ci costringe ad
affrontare e superare le varie sfide che il mutamento delle condizioni di
lavoro ci propongono e impongono. Esige una formazione continua e questo tiene
l’uomo sempre attivo e vivo. La precarietà al contrario è una condizione di
stress continuo: perché associata al rischio costante, che domina tutta la
propria esistenza, di perdere il posto di lavoro e di non poterne trovare un
altro.
Il sostegno adeguato alla condizione di disoccupazione
ridurrebbe il dramma legato alla perdita del posto di lavoro, offrendo continuità
in termini contributivi e di utilità sociale. Qualunque sia il contesto
ambientale (lavorativo e non), la mia persona non perderà quel nocciolo duro di sicurezza che mi consente di affrontare con serenità il futuro.
Sul piano infine della domanda interna, i vantaggi sono di tutta evidenza. Qualunque offerta di
lavoro non potendo mai essere al di sotto del reddito minimo garantito (atteso
che nessuno rinuncerebbe a un reddito maggiore per uno minore) determinerebbe un innalzamento del reddito disponibile ai consumi, migliorando le condizioni di tutti gli operatori
economici, con conseguente assorbimento delle fasce di disoccupati ancora presenti.
Niente di più semplice, eppure si è preferito buttare nel “cesso”
venti miliardi per il Jobs Act, che oltre a non aver risolto il problema della
disoccupazione giovanile ha avuto anche il merito di contribuire allo
smantellamento progressivo del diritto del lavoro, precarizzandolo ulteriormente.
Il Bonus degli 80 euro è costato agli italiani circa 9 miliardi: la povertà non
si è arrestata, anzi si è accresciuta, e il Pil non se n’è neppure accorto. Senza poi voler parlare della beffa patita da milioni di italiani, chiamati a restituirlo
con gli interessi, svelando il suo vero intento: un esborso, sopportato da tutti i cittadini, per i fini elettorali di un solo uomo.
Ho richiamato tali fatti solo per neutralizzare la possibile
contestazione da parte di coloro che dicono che non ci sono i soldi per
garantire un reddito da disoccupazione decente. Se come sostiene Tito Boeri,
attuale presidente dell'Inps, un sussidio unico garantito a tutti i disoccupati
di 500 euro al mese costerebbe a regime circa 15,5 miliardi, ne possiamo
ricavare che uno di 850 euro costerebbe circa 25,5 miliardi.
Considerato ora che 29 miliardi di euro sono stati buttati per
Jobs Act e Bonus 80 euro; considerato altresì che ogni anno mancano fino a 100
miliardi di gettito fiscale per effetto di economia sommersa e illegale. Totale: 130 miliardi!
Non si parli perciò di
mancanza di risorse, ma di volontà. Una volontà orientata a mantenere il
maggior numero possibile di individui in una condizione di povertà e di necessità,
semplicemente perché così sono più docili e facilmente ricattabili. Mantenere gli uomini in uno stato perenne di bisogno e di
precarietà si è rivelata, nel corso della storia, sempre l’arma più potente nelle mani degli oppressori.