mercoledì 30 settembre 2015

NON È CON LA PROPAGANDA CHE SI RISOLVONO I PROBLEMI

La bravura di Renzi a gettar fumo negli occhi degli italiani non servirà a cacciare fuori dai guai l’Italia. Il problema non sono i decimali. Il governo ha infatti stimato, sulla scorta dei dati forniti dall’Istat, una crescita dello 0,7% per l’intero 2015. Il fatto è che l’Italia resta ancora gravemente malata, nonostante la propaganda del governo sulla ripresa economica. È fisiologico che dopo lunghi nove anni di crisi qualche marginale spostamento numerico si verifichi nei fondamentali assetti dell’economia, ma questo non significa affatto che la crisi sia ormai finita.
Renzi, col trascorrere del tempo, sembra sempre più simile ad un prestidigitatore, ad un illusionista che a un capo di governo. Purtroppo la propaganda ha la meglio sulla realtà; in Italia c’è un circuito mediatico desolante che rende arduo per il cittadino farsi un’idea serena ed obiettiva della realtà: la maggioranza dei mass media fanno a gara nell’arte del lecchinaggio e della ruffianeria. Non a caso l’Italia per libertà di informazione è al 73° posto, tra la Moldavia e il Nicaragua. E non tanto per la censura quanto per l’autocensura che limita moltissimo la stampa, la televisione, il cinema che sono diventati totalmente privi di coraggio nel denunciare e testimoniare la realtà del nostro Paese.
Basta un flebile zero virgola e subito televisione e stampa fanno a gara nello stabilire un nesso causale tra la ripartenza dell’economia e il magico funzionamento della ricetta dell’esecutivo, evitando paragoni molto semplici, per esempio con gli indicatori di altri paesi europei, ma imbarazzanti. La Spagna, per esempio, viaggia al ritmo del 3 per cento in più; gli altri paesi dell’Unione hanno indici di ripresa più consistenti; l’Italia del preteso boom renziano cresce invece dello zero virgola e questo basta per convincersi e convincere che sta andando tutto bene.
È sorprendente che la televisione, che ha ormai lobotomizzato e stordito la coscienza critica degli italiani, non dica che forse nella piccola ripresa in atto, le scelte del governo non hanno inciso proprio un bel niente. Il dimezzamento del prezzo del petrolio (da circa 100 a 50 dollari al barile), la politica monetaria del Quantitative Easing e la conseguente svalutazione dell’euro sul dollaro sono alla base del flebile 0,7% registrato dall’Istat. Ma quanto durerà questa favorevole congiuntura?
In Italia, il ribasso del prezzo del petrolio ha consentito nel primo semestre del 2015 un risparmio energetico di 10 miliardi di euro; la debolezza dell’euro ha favorito le nostre esportazioni; infine i tassi vicino allo zero hanno dato fiato ad un’economia asfittica, abbassando gli interesse che le imprese pagano alle banche per finanziarsi. Quello che non dicono stampa e televisione è che l’Italia è in una situazione drogata: il risparmio energetico non durerà per sempre, l’euro potrebbe risalire rispetto al dollaro, il Quantitative Easing ha una scadenza certa. Con queste condizioni favorevoli il nostro Paese avrebbe dovuto fare di più: ai livelli attuali la BCE aveva previsto per l’Europa una crescita del Pil dell’1,5% per il 2015, dell’1,9% per il 2016 e del 2,1% per il 2017 . Se i dati positivi dell’Istat dovessero essere confermati nei prossimi mesi, il Pil atteso sarebbe dell’1%: un dato nettamente inferiore a quello medio stimato dalla BCE. Negli Stati Uniti il Quantitative Easing ha fatto molto di più: la disoccupazione è scesa al 5,5% e il Pil cresce a ritmi del +3% all’anno .
Non è con la propaganda che si risolvono i mali del Paese: la politica industriale che non c’è; la malavita organizzata, che controlla larghe fette del territorio nazionale; la corruzione che toglie ossigeno allo sviluppo ; la dimensione  dell’evasione fiscale che, superando i 150 miliardi di euro, aggrava il debito pubblico e sottrae servizi alla collettività ; la lentezza della giustizia che comporta l’esborso di miliardi di euro l’anno per la riparazione dei danni derivanti dall’eccessiva lunghezza dei procedimenti e la fuga dall’Italia degli investitori, che non hanno un ambiente normativo certo su cui fare affidamento ; la devastante cementificazione del territorio e il conseguente dissesto idrogeologico,  una vera e propria piaga che costa non solo in termini economici, circa 800 mila euro al giorno per riparare i danni provocati dal mal tempo, ma anche in termini di vittime umane ; il costo della burocrazia che, secondo la Commissione europea, ha un costo di 73 miliardi di euro, pari al 4,6% del Pil ; il malcostume, tutto italiano, dei politici, con l'effetto non solo di privare lo Stato di strumenti di equanimità e di giustizia, ma anche quello di minare la fiducia dei cittadini nelle istituzioni democratiche e nello Stato di diritto ; l’insufficiente liberalizzazione delle lobby professionali – notai, avvocati, farmacisti, ecc. – con effetti distorsivi della libera concorrenza sul mercato ; l’elefantiaco apparato statale diventato enorme e sempre più esoso, con stipendi che, almeno nella parte dirigenziale della piramide, non hanno pari in altre parti del mondo ; l’eccessiva pressione fiscale (54% del Pil) che deprime la domanda interna . Mi fermo qui: l’elenco è lungo.
Di tutte le promesse fatte da Renzi, le uniche concrete sono: la legge elettorale, il bonus degli 80 euro e il Jobs Act.
La legge elettorale – Italicum – è di fatto peggiore del “porcellum”: neanche Mussolini con la legge elettorale approvata il 18 novembre 1923 osò tanto . Assegnare una maggioranza bulgara alla coalizione che supera il 37% dei voti  significa di fatto instaurare una dittatura  in nome della governabilità.
Il bonus degli 80 euro ha rappresentato senz’altro uno slogan comunicativo di grande impatto mediatico specie in prossimità delle elezioni europee, ma ha avuto effetti modesti sul Pil e non ha certo prodotto nuova ricchezza . Peraltro, se eliminiamo l’ipotesi di un beneficio sulla crescita, accogliendo come finalità del governo quella di una maggiore equità sociale, sarebbe stato più opportuno destinare le risorse agli incapienti, mediante l’introduzione di una forma di reddito minimo per coloro che versano in uno stato di deprivazione materiale. Una manovra di questo tipo infatti, avrebbe avuto il vantaggio di determinare un maggiore impatto sui consumi e una più accentuata riduzione delle disuguaglianze sociali . L’unico effetto della decontribuzione è stato quello di aver sottratto introiti pubblici e quindi meno servizi.
Il Jobs Act rappresenta la peggiore e più inutile riforma degli ultimi venti anni , il cui obiettivo è lo smantellamento del valore del lavoro, che la nostra Costituzione pone a fondamento della Repubblica a garanzia della libertà e della possibilità di partecipazione attiva delle persone alla vita sociale del Paese . Quando un imprenditore ha la possibilità di trattenere circa 25 mila euro per ciascuna mutazione del rapporto contrattuale siglata dalla sua impresa, è evidente che ha di fronte un’opportunità di fare cassa, che non si lascia certo scappare: con le decontribuzioni, ottiene fondi significativi senza alcun vincolo di destinazione ad un loro uso produttivo. Ora, considerato che l’esonero dal versamento dei complessivi contributi previdenziali è previsto per un massimo di 36 mesi, cosa accadrà al termine dei tre anni? È assai probabile che dopo tre anni l’impresa darà il benservito al neo assunto a tutele crescenti, senza peraltro trovare alcun ostacolo nella rigidità del vecchio diritto del lavoro. Se si aggiunge poi che oltre ai vantaggi economici per l’impresa, il Jobs Act prevede anche un condono giuridico che azzera automaticamente tutti i soprusi compiuti sotto la falsa copertura dei contratti a progetto, si comprende meglio il motivo dell’aumento da prefisso telefonico dell’occupazione .

Quale impatto potranno mai avere le misure fin qui adottate dal governo di fronte ai veri mali del Paese? Nessuno!  Invece di varare politiche serie, il governo gioca con misure demagogiche senza alcuna portata innovativa, peggiorando il quadro già drammatico. E il Presidente del Consiglio si esibisce nell’unica cosa che gli riesce meglio: da bravo illusionista, far credere agli italiani quello che non è.

sabato 19 settembre 2015

I TIFOSI DELLA POLITICA

Sono convinto, forse a torto, che se gli uomini fossero più attenti e critici verso i politici che li rappresentano, questi non si permetterebbe di fare ciò che spesso fanno. Se fossero più esigenti in materia di diritti e doveri verso se stessi e verso chi li rappresenta, meno sottomessi, le società tutte sarebbero senz'altro più democratiche e meno corrotte. E poiché per definizione una democrazia è il governo del popolo, assai difficilmente si potrebbe avverare che gli interessi della maggioranza fossero disattesi a tutto vantaggio di una minoranza.

Naturalmente è fondamentale per la corretta fisiologia della democrazia che la maggioranza del popolo elevi la sua cultura di quel tanto che lo metta in grado di “giudicare”, valutare criticamente la bontà di una proposta rispetto ad un’altra, alla stessa stregua di un giudice che emette il suo verdetto solo dopo aver soppesato attentamente le ragioni dell’accusa e quelle della difesa.

La gran parte degli elettori invece si comporta nelle urne come allo stadio: il tifoso della politica, come quello del calcio, non si pone la questione se le proposte avanzate dal proprio schieramento siano nell'interesse dello sviluppo del Paese, in accordo con i dati di realtà e se gli uomini all'interno di questo o quel gruppo politico siano degni di adempiere con disciplina ed onore al dettato dell’art. 54 della Costituzione. L’importante non è che la propria squadra giochi rispettando le regole: l’importante è vincere, indipendentemente dai mezzi con cui la vittoria si ottenga! Se la società di calcio ha pagato questo o quello per ottenere il risultato atteso è ininfluente ai fini della vittoria. Il tifoso della politica come quello dello stadio chiede solo una cosa: VINCERE!

La questione chiave è che finché il popolo non diverrà più consapevole e meno ignorante è assai difficile credere che istituzioni davvero buone possano essere realizzate. E nei luoghi in cui prevalgono le cattive istituzioni – è la storia che si incarica di testimoniarlo – gli individui rimangono invischiati in circoli viziosi di ignoranza, malattia, povertà e, spesso, violenza.

sabato 12 settembre 2015

RENZI E IL PD TORNANO A CRESCERE

Sorpresa, Renzi e il PD tornano a crescere dopo mesi col segno negativo! Non posso non osservare che questo risultato inaspettato giunga subito dopo l’annuncio di Renzi di eliminare Imu e Tasi per tutti.

Se come Gramsci odio gli indifferenti, che non si occupano di politica, perché hanno cose più importanti da fare, gli accondiscendenti nei confronti di chi sta in alto, perché troppo vili per uno scatto di orgoglio, odio ancor di più gli opportunisti che votano per questo o quello solo per bieco tornaconto personale, perché mette loro 80 euro in busta paga, toglie loro l’Imu, la Tasi, ecc., perché hanno avuto la promessa di un lavoro per il loro figlio o il loro nipote, ecc. Dimenticano questi che tali politici non mettono fuori i loro soldi, ma quelli di tutti gli italiani. E “fare i buoni” con i soldi di tutti i contribuenti non è segno di generosità, ma di “stronzaggine”.

Tutti costoro – verso i quali provo irrefrenabile nausea – non si rendono conto che così agendo non impegnano soltanto il loro destino, ma legano al loro anche quello di tanti altri che vorrebbero costruire una società più giusta e civile; non si rendono conto che il loro atteggiamento, incapace di distinguere tra l’attività politica degna di apprezzamento e il degrado morale al quale essa può andare soggetta, sta alla base della corruzione di una società intera. Provo per questi un odio feroce: sono essi la radice e la cagione di tutti i mali.

Nelle democrazie i popoli che eleggono i loro rappresentanti devono essere più scaltri e meno ingenui. Più responsabile e consapevoli nel selezionare i propri rappresentanti al potere. La democrazia è impegno civile e quando questo impegno appare troppo gravoso per taluni, evitino almeno di votare per non far danno. Perché le cose non accadono per opera di una ristretta minoranza, ma perché l’indifferenza della stragrande maggioranza e degli opportunisti consentono che accadano.

Quando la massa abdica alla ragione e segue come una “mandria di vacche” il vaccaro, lasciando promulgare leggi che penalizzano l’emancipazione del Paese e salire al potere persone che non sono degne di governare o amministrare la cosa pubblica, non ha il diritto di lamentarsi quando poi il brodo è fatto.

La partecipazione democratica non la si ottiene dall'alto, la si esige! Proprio per questo essa richiede ispirazione ideale e seria preparazione che non può esaurirsi nell'io ti voto se mi abbassi le tasse, mi procuri il lavoro, mi metti più soldi in tasca, ecc. ecc. Essere cittadini di una società democratica non significa praticare la politica del “do ut des”, secondo la quale dietro qualsiasi cosa ci deve essere un tornaconto personale.

Se questa mentalità è utile al bottegaio, non lo è in una società democratica, perché se la democrazia è la forma più alta e più nobile di governo, il populismo e la demagogia, che tale mentalità produce, sono le forme peggiori.

Populismo e demagogia incubano la corruzione e generano un ambiente sociale squallido e degradato, fatto di devastazione fisica e morale di uomini, che per sopravvivere sono costretti a durissime condizioni di lavoro, e nel quale l’unica libertà possibile è quella dei “servi”, nella quale il padrone di turno lascia fare ai propri servi tutti ciò che egli ritiene non dannoso ai suoi propri interessi: lascia che si divertano con cose futili, lascia che si rovinino al gioco, lascia che litighino e si azzuffino tra di loro. E con la complicità della loro poco cultura e ignoranza, lascia credere che al mondo siffatto non v’è alternativa!

Una sana società civile si basa sul rapporto leale dei cittadini verso le istituzioni e nella consapevole sottomissione alle leggi espressive del bene comune; ma è assai difficile un adempimento puntuale di tali doveri, quando soggetti poco degni, vuoi per incapacità vuoi per levatura morale, rivestono incarichi istituzionali. E tali soggetti non sono un castigo divino, ma la libera scelta della volontà generale. Da ciò deriva che la responsabilità politica grava su ciascuno senza eccezioni e l’espressione di un “voto consapevole”, non subordinato al proprio tornaconto, che tenga conto dell’interesse per le sorti del Paese e della collettività in generale non dovrebbe essere soltanto un dovere civico e morale, ma un “imperativo categorico” nel senso kantiano.

venerdì 11 settembre 2015

SIAMO TUTTI COLPEVOLI DELLA MORTE DI AYLAN!

La foto del piccolo Aylan senza vita fa davvero male! È divenuta da subito l’icona di una strage ridotta spesso a singole cifre ed episodi che non scuotono le nostre coscienze. E poiché la potenza dei simboli è quella di scavare, penetrare all'interno dell'essere senza alcuna mediazione, quella foto ha destato e scosso la coscienza intorpidita di quanti ingenuamente o stupidamente erano convinti che dietro i numeri di quanti hanno perso la vita in mare non si celassero tragedie ugualmente profonde e commoventi.

Il fatto che oltre duemila migranti siano annegati nel Mediterraneo mentre cercavano di raggiungere le coste europee in questi mesi del 2015 non ha fatto scattare nessuna molla di umana solidarietà. Ogni forma, ogni respiro, ogni pensiero è rimasto immutato sino a quando quella foto – scattata, insieme ad altre, da Nilufer Demir, giornalista turca – ha fatto il giro del mondo, suscitando eco vastissima e scuotendo le coscienze, nonché le cattive coscienze, di persone comuni come dei massimi leader europei.

Quella foto ha segnato un punto di non ritorno; qualcosa è cambiato. L’immagine del piccolo Aylan sulla spiaggia turca di Bodrum ha strappato il velo di cinismo dai nostri occhi, mostrando l’ecatombe di morti nel Mediterraneo. Uomini e donne senza vita, alla deriva di un mare che avrebbe dovuto portarli in salvo. Dopo lo choc provocato da quell'immagine è iniziata una vera e propria gara di solidarietà.

Ovunque ci sono stati appelli per accogliere i rifugiati, dal Vaticano ai normali cittadini che si sono dichiarati pronti ad aprire le porte delle loro case. Applausi e grande festa alle stazioni di Monaco di Baviera, di Vienna e di Salisburgo, dove un flusso umano ha salutato con un caloroso benvenuto le migliaia di rifugiati giunti in pullman e treni speciali allestiti alla bisogna. Quando poi un altro convoglio con 450 persone a bordo è arrivato a Salisburgo, molti hanno accolto i rifugiati con applausi, offrendo loro da mangiare, da bere e coperte.

Il governo tedesco ha subito dichiarato che avrebbe stanziato sei miliardi di euro per far fronte all'emergenza profughi. La Francia, che fino al giorno prima non ne voleva sapere di profughi, cambia registro e annuncia che accoglierà 24.000 profughi; il presidente Francois Hollande si è ora convinto che “la crisi può essere gestita”. Gli ungheresi, il cui premier Viktor Orban  aveva bloccato il transito dei rifugiati, si sono mobilitati per dare un passaggio ai profughi che a piedi avevano deciso di lasciare l'Ungheria alla volta della Germania e dell’Austria. E così via.
 
E in questa euforia generalizzata di solidarietà – simile a quella messa in scena da Tom Tykwer nel film “Il Profumo”, quando il protagonista Jean-Baptiste Grenouille, nel giorno della sua esecuzione, grazie al suo inebriante profumo, manda la folla, accorsa per assistere alla sua morte, e le autorità in un’orgia sfrenata di amore – si sottace, si dimentica che quest’ecatombe ha responsabili ben definiti, che non sono certo in primis i “trafficanti”, che rappresentano soltanto l’ultimo anello del problema.

Non sono stati certo quest’ultimi a destabilizzare e devastare ampie aree del mondo con politiche di sfruttamento neocoloniale, guerre ed altri interventi militari, col risultato di mettere in moto esodi biblici: torme di diseredati alla ricerca di condizioni di vita meno disumane.

Comprendo la solidarietà spontanea della gente comune che riscopre – sia pur tardivamente – il valore della parola solidarietà, con atti concreti e tangibili. Ci voleva la morte di un bambino per scuotere le loro coscienze rattrappite? O quella solidarietà ostentata non è altro che catarsi, un rito collettivo di purificazione per mondarsi dall'essere stati spettatori indifferenti di una tragedia che si consumava diuturnamente dinanzi ai nostri occhi ciechi? Un’azione liberatrice per allontanare da se il peso della complicità e dell’orrore cui assistiamo assuefatti e indifferenti?

Ebbene, se sono disposto – con molta cautela – a condividere questa generale euforia di solidarietà messa in atto dalla gente comune nei confronti di profughi e rifugiati, lo sono meno – niente affatto – nei confronti di quegli stessi leader europei che fino a ieri erigevano muri, volendo fare dell’Europa una fortezza, e oggi si scoprono, improvvisamente, bravi e buoni dando ospitalità ai rifugiati.

Quanta ipocrisia, quanta retorica tese non solo a coprire le vere cause di questa tragedia, ma ad allontanare da sé le responsabilità delle tante morti inutili. La verità è meno retorica e più prosaica: la metà di tutte le forniture di armi al Medio Oriente è di provenienza statunitense. Gli Stati Uniti nell’ultimo decennio ne hanno inviate per 25 miliardi di dollari; la Russia ne ha inviate circa 5,5 miliardi di dollari; la Francia più di 5 miliardi; la Germania 3,3 miliardi; il Regno Unito 3,1 miliardi; infine l’Italia con più di 1 miliardo.

Aylan Curdi, 3 anni, forse cambierà l’Europa. Me lo auguro! Se almeno la sua morte servisse a tracciare un solco tra il prima e il dopo, tra la barbarie e la civiltà, essa non apparirebbe così vana, così inutile. Così straziante!

La morte di quell'innocente non dovrebbe evocarci solo compassione, ma porci dinanzi a due possibilità: o malediciamo un mondo siffatto, nel quale siamo stati convocati senza consenso, trincerandoci dietro un legittimo atto di accusa al mondo e a chi l’ha fatto, oppure lo benediciamo, assumendo però su tutti noi la “colpa”. Una “colpa” in senso jaspersiano, che non si esaurisce soltanto nella colpa criminale o morale. Ma è la “colpa” che investe qualsiasi uomo che tollera ingiustizie e malvagità che possono essere inflitte a un proprio simile e non fa nulla per impedirlo.

Nessun alibi, nessuna giustificazione: siamo tutti colpevoli finché saremo in grado di condurre le nostre esistenze tranquille senza che il dolore dell’altro diventi il “mio” dolore, senza che il patire dell’altro diventi la “mia” passione.

Se possiamo “tollerare” che la natura di un qualsiasi uomo venga negata nel suo nucleo di dignità, allora non c'è diritto, non c'è politica, non c'è moralità che possa costituirsi e cui ci si possa appellare.

L’appartenenza all'umanità esige che si viva insieme o non si viva affatto! E per quanto innocenti, se non apriamo gli occhi, non testimoniamo, non denunciamo quotidianamente la violenza e lo sfruttamento sull’uomo, diventiamo colpevoli.

Non conosco altra forma di lotta e mi rendo conto di quanto sia fragile dinanzi alla potenza dell'apparato, ma di una cosa sono certo: se gli autori di tutti i crimini perpetrati contro l’umanità non avessero potuto contare sulla partecipazione e sull’indifferenza di molti non avrebbe potuto funzionare. Se non eleggessimo corrotti, impostori, ladri, traditori, questo mondo sarebbe un pochino meglio di quel che è.

Questo è il solo modo che conosco per saldare in parte il debito della mia colpa nei confronti del piccolo Aylan Curdi e di tanti altri come lui.