La bravura di Renzi a gettar
fumo negli occhi degli italiani non servirà a cacciare fuori dai guai l’Italia.
Il problema non sono i decimali. Il governo ha infatti stimato, sulla scorta
dei dati forniti dall’Istat, una crescita dello 0,7% per l’intero 2015. Il
fatto è che l’Italia resta ancora gravemente malata, nonostante la propaganda
del governo sulla ripresa economica. È fisiologico che dopo lunghi nove anni di
crisi qualche marginale spostamento numerico si verifichi nei fondamentali
assetti dell’economia, ma questo non significa affatto che la crisi sia ormai
finita.
Renzi, col trascorrere del
tempo, sembra sempre più simile ad un prestidigitatore, ad un illusionista che
a un capo di governo. Purtroppo la propaganda ha la meglio sulla realtà; in
Italia c’è un circuito mediatico desolante che rende arduo per il cittadino
farsi un’idea serena ed obiettiva della realtà: la maggioranza dei mass media
fanno a gara nell’arte del lecchinaggio e della ruffianeria. Non a caso
l’Italia per libertà di informazione è al 73° posto, tra la Moldavia e il
Nicaragua. E non tanto per la censura quanto per l’autocensura che limita
moltissimo la stampa, la televisione, il cinema che sono diventati totalmente
privi di coraggio nel denunciare e testimoniare la realtà del nostro Paese.
Basta un flebile zero virgola
e subito televisione e stampa fanno a gara nello stabilire un nesso causale tra
la ripartenza dell’economia e il magico funzionamento della ricetta
dell’esecutivo, evitando paragoni molto semplici, per esempio con gli
indicatori di altri paesi europei, ma imbarazzanti. La Spagna, per esempio,
viaggia al ritmo del 3 per cento in più; gli altri paesi dell’Unione hanno
indici di ripresa più consistenti; l’Italia del preteso boom renziano cresce
invece dello zero virgola e questo basta per convincersi e convincere che sta
andando tutto bene.
È sorprendente che la
televisione, che ha ormai lobotomizzato e stordito la coscienza critica degli
italiani, non dica che forse nella piccola ripresa in atto, le scelte del
governo non hanno inciso proprio un bel niente. Il dimezzamento del prezzo del
petrolio (da circa 100 a 50 dollari al barile), la politica monetaria del
Quantitative Easing e la conseguente svalutazione dell’euro sul dollaro sono
alla base del flebile 0,7% registrato dall’Istat. Ma quanto durerà questa
favorevole congiuntura?
In Italia, il ribasso del
prezzo del petrolio ha consentito nel primo semestre del 2015 un risparmio
energetico di 10 miliardi di euro; la debolezza dell’euro ha favorito le nostre
esportazioni; infine i tassi vicino allo zero hanno dato fiato ad un’economia
asfittica, abbassando gli interesse che le imprese pagano alle banche per
finanziarsi. Quello che non dicono stampa e televisione è che l’Italia è in una
situazione drogata: il risparmio energetico non durerà per sempre, l’euro
potrebbe risalire rispetto al dollaro, il Quantitative Easing ha una scadenza
certa. Con queste condizioni favorevoli il nostro Paese avrebbe dovuto fare di
più: ai livelli attuali la BCE aveva previsto per l’Europa una crescita del Pil
dell’1,5% per il 2015, dell’1,9% per il 2016 e del 2,1% per il 2017 . Se i dati
positivi dell’Istat dovessero essere confermati nei prossimi mesi, il Pil
atteso sarebbe dell’1%: un dato nettamente inferiore a quello medio stimato
dalla BCE. Negli Stati Uniti il Quantitative Easing ha fatto molto di più: la
disoccupazione è scesa al 5,5% e il Pil cresce a ritmi del +3% all’anno .
Non è con la propaganda che
si risolvono i mali del Paese: la politica industriale che non c’è; la malavita
organizzata, che controlla larghe fette del territorio nazionale; la corruzione
che toglie ossigeno allo sviluppo ; la dimensione dell’evasione fiscale
che, superando i 150 miliardi di euro, aggrava il debito pubblico e sottrae
servizi alla collettività ; la lentezza della giustizia che comporta l’esborso
di miliardi di euro l’anno per la riparazione dei danni derivanti
dall’eccessiva lunghezza dei procedimenti e la fuga dall’Italia degli
investitori, che non hanno un ambiente normativo certo su cui fare affidamento
; la devastante cementificazione del territorio e il conseguente dissesto
idrogeologico, una vera e propria piaga che costa non solo in termini
economici, circa 800 mila euro al giorno per riparare i danni provocati dal mal
tempo, ma anche in termini di vittime umane ; il costo della burocrazia che,
secondo la Commissione europea, ha un costo di 73 miliardi di euro, pari al
4,6% del Pil ; il malcostume, tutto italiano, dei politici, con l'effetto non
solo di privare lo Stato di strumenti di equanimità e di giustizia, ma anche
quello di minare la fiducia dei cittadini nelle istituzioni democratiche e nello
Stato di diritto ; l’insufficiente liberalizzazione delle lobby professionali –
notai, avvocati, farmacisti, ecc. – con effetti distorsivi della libera
concorrenza sul mercato ; l’elefantiaco apparato statale diventato enorme e
sempre più esoso, con stipendi che, almeno nella parte dirigenziale della
piramide, non hanno pari in altre parti del mondo ; l’eccessiva pressione
fiscale (54% del Pil) che deprime la domanda interna . Mi fermo qui: l’elenco è
lungo.
Di tutte le promesse fatte da
Renzi, le uniche concrete sono: la legge elettorale, il bonus degli 80 euro e
il Jobs Act.
La legge elettorale –
Italicum – è di fatto peggiore del “porcellum”: neanche Mussolini con la legge
elettorale approvata il 18 novembre 1923 osò tanto . Assegnare una maggioranza
bulgara alla coalizione che supera il 37% dei voti significa di fatto
instaurare una dittatura in nome della governabilità.
Il bonus degli 80 euro ha
rappresentato senz’altro uno slogan comunicativo di grande impatto mediatico
specie in prossimità delle elezioni europee, ma ha avuto effetti modesti sul
Pil e non ha certo prodotto nuova ricchezza . Peraltro, se eliminiamo l’ipotesi
di un beneficio sulla crescita, accogliendo come finalità del governo quella di
una maggiore equità sociale, sarebbe stato più opportuno destinare le risorse
agli incapienti, mediante l’introduzione di una forma di reddito minimo per
coloro che versano in uno stato di deprivazione materiale. Una manovra di
questo tipo infatti, avrebbe avuto il vantaggio di determinare un maggiore impatto
sui consumi e una più accentuata riduzione delle disuguaglianze sociali .
L’unico effetto della decontribuzione è stato quello di aver sottratto introiti
pubblici e quindi meno servizi.
Il Jobs Act rappresenta la
peggiore e più inutile riforma degli ultimi venti anni , il cui obiettivo è lo
smantellamento del valore del lavoro, che la nostra Costituzione pone a
fondamento della Repubblica a garanzia della libertà e della possibilità di
partecipazione attiva delle persone alla vita sociale del Paese . Quando un
imprenditore ha la possibilità di trattenere circa 25 mila euro per ciascuna
mutazione del rapporto contrattuale siglata dalla sua impresa, è evidente che
ha di fronte un’opportunità di fare cassa, che non si lascia certo scappare:
con le decontribuzioni, ottiene fondi significativi senza alcun vincolo di
destinazione ad un loro uso produttivo. Ora, considerato che l’esonero dal
versamento dei complessivi contributi previdenziali è previsto per un massimo
di 36 mesi, cosa accadrà al termine dei tre anni? È assai probabile che dopo
tre anni l’impresa darà il benservito al neo assunto a tutele crescenti, senza
peraltro trovare alcun ostacolo nella rigidità del vecchio diritto del lavoro.
Se si aggiunge poi che oltre ai vantaggi economici per l’impresa, il Jobs Act
prevede anche un condono giuridico che azzera automaticamente tutti i soprusi
compiuti sotto la falsa copertura dei contratti a progetto, si comprende meglio
il motivo dell’aumento da prefisso telefonico dell’occupazione .
Quale impatto potranno mai
avere le misure fin qui adottate dal governo di fronte ai veri mali del Paese?
Nessuno! Invece di varare politiche serie, il governo gioca con misure
demagogiche senza alcuna portata innovativa, peggiorando il quadro già
drammatico. E il Presidente del Consiglio si esibisce nell’unica cosa che gli
riesce meglio: da bravo illusionista, far credere agli italiani quello che non
è.