C’è la convinzione, largamente diffusa, che Conte e il suo Governo – tenendo conto delle circostanze concrete in cui si sono trovati ad operare – abbiano affrontato l’emergenza sanitaria nel migliore dei modi possibili. Eppure, se si passano in rassegna le varie omissioni, i ritardi, la mancanza di un piano per affrontare l’emergenza, emerge una catena di errori che – a mio parere – ha contribuito alla diffusione dell’epidemia, e non certo al suo contenimento.
La cronologia dei fatti.
Il 30 dicembre 2019 la Repubblica Popolare Cinese segnala all’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) casi di polmonite ad eziologia ignota. L’agente patogeno verrà poi identificato come un nuovo coronavirus (2019- nCoV), apparso nella città di Wuhan, nella provincia cinese di Hubei.
Il 5 gennaio, come riporta il Fatto Quotidiano, il Ministero della salute invia alle Regioni e ad altri enti interessati (Istituto Superiore di Sanità, ospedale Spallanzani di Roma, Sacco di Milano ed altre principali strutture potenzialmente coinvolte) una nota di tre pagine, con oggetto “polmonite da eziologia sconosciuta”. L’OMS non raccomanda alcuna misura specifica; il Governo ci crede, e si prosegue come se nulla fosse.
Più tardi, invece, si scoprirà che il coronavirus, a Milano, circolava già da gennaio. Nella sola Lombardia si contavano già 1.200 persone contagiate, ossia un mese prima del Paziente 1 a Codogno. All'inizio i sintomi della Covid-19 furono scambiati per la coda dell'influenza stagionale. Insomma, il virus arrivato dalla Cina era presente in Italia già diverse settimane prima che fosse evidenziato il primo caso, quello di Codogno del 21 febbraio, classificato erroneamente come paziente uno.
La macchina organizzativa dell’emergenza Covid-19 non solo non parte, ma non viene neppure accesa.
Le abitudini degli italiani – fino al fatidico giorno del lockdown (12 marzo) – non cambiano: la vita notturna nei locali affollati prosegue imperturbata; si frequentano le palestre; capita che molti, incontrandosi, si abbraccino e si bacino sulle guance; nei centri commerciali si va senza alcuna precauzione e restrizione. Insomma, gli italiani nulla immaginano e nulla sanno della tegola che di lì a poco cadrà sulle loro teste.
Se ai vertici sanitari sono state trasmesse le informazioni sulla potenziale epidemia che sta per scatenarsi, ai medici di base e agli operatori sanitari che stanno sul territorio e in prima linea non arrivano ordini dall’alto sui rischi collegati al nuovo coronavirus, responsabile della malattia respiratoria denominata COVID-19. Dal Ministero non viene diramato alcun protocollo sulle precauzioni che il personale sanitario deve adottare in caso di pazienti con sintomi ascrivibili a quelli del Coronavirus, che fino al 23 febbraio vengono trattati e curati come casi di influenza stagionale; i sintomi da virus influenzale e da coronavirus sono infatti assai simili.
Nei pronto soccorso gli eventuali pazienti Covid non vengono isolati e rimangono stipati nei corridoi anche per ore, in una situazione di pericolosa promiscuità.
Il contagio galoppa silenzioso. Infermieri e medici diventano, a loro insaputa, vettori di contagio, quando si recano presso altri pazienti, quando in ambulatorio effettuano le visite, quando frequentano parenti ed amici.
Il dicastero di Roberto Speranza dirà più tardi che il silenzio era doveroso per non scatenare il panico tra la popolazione: “La linea è stata non spaventare la popolazione e lavorare per contenere il contagio”.
Scelta comprensibile se almeno si fossero messe in atto fin da subito procedure interne per evitare che il focolaio diventasse un incendio, trasformando la Lombardia nel lazzaretto d’Italia.
Quando i buoi, almeno in Lombardia, sono già scappati dalla stalla, la sera del 9 marzo, Giuseppe Conte annuncia agli italiani che di “tempo non ce n’è”. Il 10 marzo il Paese, tranne i servizi essenziali, si chiude e si ferma.
Le misure dettate dal Governo, sotto forma di DPCM, vanno dall’obbligo di permanenza nelle proprie abitazioni per tutti, alla limitazione della libera circolazione delle persone, alla chiusura della quasi totalità delle attività lavorative, per 69 giorni.
L’uso della forza della polizia per applicare le misure anti-lockdown non ha precedenti nella storia d’Italia; un tale spiegamento di mezzi (droni, elicotteri, pattuglie) non s’era visto neppure negli anni di piombo e delle stragi di mafia. Amnesty International denuncia addirittura casi in cui l'uso della forza contro persone, che non costituiscono minaccia per gli agenti, sembra essere del tutto sproporzionato allo scopo legittimo di protezione della salute pubblica.
Sul versante giuridico, molti costituzionalisti giudicano il lockdown incostituzionale per eccesso di delega legislativa.
Inizia quindi una campagna d’informazione pro-pandemia; contro coloro che osano pensare con la propria testa e non accettano supinamente la verità ufficiale di regime, si scaglia una vera e propria censura.
Da più parti si avverte l’inquietante sopravanzare di una società simile a quella descritta da George Orwell in 1984: una società fatta di essere umani spersonalizzati, costretti ad obbedire agli ordini del Grande Fratello.
Riflettiamo: se la comparsa di questo virus imponeva misure così straordinarie per contrastarne la minaccia, perché mai solo il 30 gennaio (25 giorni dopo la nota informativa diramata dal Ministero della Salute), il premier Conte, con uno dei suoi tanti decreti, decide di chiudere gli aeroporti ai voli da e per la Cina?
Perché si trascura il fatto non trascurabile di sottoporre ai controlli anche quei viaggiatori che continuano a provenire dalla Cina facendo scalo a Monaco?
Perché il Governo non ha provveduto a istituire immediatamente le zone rosse nei territori maggiormente colpiti dal Covid-19 (Val Seriana, Comuni di Nembro e Alzano Lombardo)?
Perché mai non si è pensato di allertare fin da subito tutto il personale sanitario della probabile diffusione di un’epidemia, invitandoli ad adottare tutte le precauzioni volte ad evitare il rischio di diffusione del contagio?
Molti medici, molti infermieri, tornando a casa hanno continuato ad abbracciare i loro cari; molti di loro hanno continuato a mantenere normali relazioni sociali, del tutto ignari di essere forse i principali veicoli di diffusione del virus.
Perché – ancora – non sono state predisposte, fin dai primi di gennaio, adeguate misure di isolamento per tutti quei soggetti che arrivavano in ospedale o al pronto soccorso con sintomi respiratori e febbre?
Non occorre essere un esperto di virologia per capire che la tempestiva messa in atto di tali misure avrebbe evitato, forse in maniera più significativa del lockdown, l’esplosione dell’epidemia in marzo e il conseguente collasso sanitario. È solo una questione di buon senso: le misure di contenimento dell'epidemia avrebbero avuto maggiori probabilità di successo se adottate nelle fasi iniziali piuttosto che in quelle conclamate di marzo.
Insomma, è proprio insensato dire che se le misure di contenimento del contagio fossero state prese all'esordio, e cioè ai primi di gennaio, forse si sarebbero evitati i tanti morti, la deriva anticostituzionale dei DPCM, il lockdown e l’incalcolabile danno economico ad esso correlato?
Se poi si aggiunge che il Governo era pienamente a conoscenza del fatto che la Sanità italiana, per effetto dei tanti tagli (circa 37 miliardi di euro negli ultimi 10 anni), era già in una situazione critica, allora la sua inerzia nel far fronte ad un’emergenza imprevista e sicuramente straordinaria è stata – a dir poco – colpevole.
La diffusione esponenziale del contagio imponeva tempi d’intervento assai più rapidi: il virus non attende le decisioni del Governo o delle Regioni.
La Protezione Civile e l’ISS hanno fornito ai media i dati quotidiani relativi all’epidemia trascurando però di dire che i portatori sani del virus avrebbero potuto essere mille volte più alti del numero ufficiale.
Se il nuovo studio dell’Istituto superiore di sanità, fatto sulle acque di scarico a Milano e Torino, dice che il coronavirus era presente già a dicembre 2019, allora possiamo ragionevolmente affermare che, nel marzo, i positivi entrati a contatto col virus rappresentavano senz’altro la maggioranza della popolazione. E pertanto il lockdown imposto così tardivamente non ha raggiunto lo scopo per il quale era stato adottato: contenere il sovraffollamento delle strutture sanitarie.
C’è poi la questione delle autopsie che rende ancora più opaca la gestione dell’emergenza Coronavirus da parte del Governo.
Se è vero che la circolare del Ministero della Salute non le vietava, è pur vero che le sconsigliava “nei casi conclamati di COVID-19”. Non è trascurabile il fatto che questo “invito” (data la fonte: Ministero della Salute) a non effettuarle caricava di non poca responsabilità quei medici che avessero deciso di procedere comunque all’autopsia. Possiamo dunque immaginare che quell’invito, per molti medici, sia suonato come un divieto.
Perché non sottoporre ad autopsia i morti Covid?
L’autopsia da sempre rappresenta l’esame cardine per accertare la causa e le circostanze della morte. Effettuarla, pertanto, nei casi di decessi da Covid-19, un agente patogeno del tutto sconosciuto, non era solo raccomandabile, ma anche necessaria proprio per far luce sulle cause dei decessi, al fine di individuare i trattamenti più utili ad evitare l’aggravarsi delle condizioni cliniche dei soggetti ammalati.
Se si fossero fatte fin da subito le autopsie si sarebbe scoperto che la tendenza alla tromboembolia era la causa più frequente di decesso, e che l’utilizzo dell’eparina e del cortisone avrebbero modificato in senso più favorevole l'esito dell'infezione da coronavirus.
Questo non vuol dire che il solo uso dell’eparina nei pazienti con COVID-19 avrebbe evitato quello della ventilazione assistita controllata, ma sono portato a credere che avrebbe contribuito a ridurre l’intasamento dei posti in terapia intensiva.
C’è infine l'ultima questione. Di fronte alla sentenza del Tar del Lazio di rendere pubblici i dossier sull'emergenza coronavirus, la decisione del Governo di tener segreti gli atti del Comitato tecnico scientifico getta un'ulteriore ombra sinistra.
Il segreto di Stato che il Governo ha di fatto messo sugli atti del Comitato tecnico scientifico, negando la richiesta di pubblicazione, è a dir poco inquietante, facendo sorgere spontanea la domanda: se la gestione dell’emergenza sanitaria è stata davvero ineccepibile, perché Conte non vuole che gli italiani sappiano cosa c’è scritto in quei verbali?