domenica 27 novembre 2016

MA QUALE DEMOCRAZIA?

A quanti sostengono che nei paesi occidentali avanzati viga la democrazia, io oppongo che queste società cosiddette democratiche non sono meno regime di quelle dispotico-oligarchiche. Se davvero i popoli dei paesi occidentali potessero veramente scegliere dentro le urne chi li governerà, come mai allora i poveri, che sono la maggioranza, diventano sempre più poveri e i ricchi, che sono sempre più pochi, diventano sempre più ricchi?

Mi è impossibile credere che una società davvero libera possa commettere sempre lo stesso errore di farsi governare da chi, tradendo puntualmente le aspettative proprio di quella maggioranza che gli ha conferito il potere, opera sempre a favore delle minoranze.

La realtà sotto i nostri occhi ci induce a prendere atto che il mondo non è governato dai popoli, ma da un unico grande potere rappresentato dalle grandi Corporation e dalla Finanza che, in barba alle istituzioni democratiche di questo o quel paese, esercitano un potere illimitato e una dominazione economica dispotica. 

Il capitalismo non è pertanto dissimile dagli altri regimi totalitari e liberticidi. 

Lo strumento di persuasione di questi era la forza delle armi, lo strumento di persuasione del capitalismo sta invece nel controllo del denaro. Arrestandone la circolazione quando loro convenga, tengono di fatto in pugno la moltitudine di quanti dipendono dal lavoro per assicurare a sé stessi e ai propri cari un’esistenza dignitosa, dimodoché nessuno osi ribellarsi alla loro volontà.

Ma il denaro non basta per perpetuare il loro dominio. 

Se l’uomo della strada sapesse che il denaro è solo un’entità astratta, un’entità puramente numerica atta ad esprimere e misurare il valore dei beni scambiati tra gli individui in un dato mercato, che non ha nulla a che vedere con i beni reali, si ribellerebbe. 

Henry Ford, fondatore della Ford Motor Company, disse: «Meno male che la popolazione non capisce il nostro sistema bancario e monetario, perché se lo capisse, credo che prima di domani scoppierebbe una rivoluzione».

Dubito che la maggioranza delle persone sappiano che le banche fabbricano il denaro dal nulla. E che le privazioni che sono costrette a patire in nome delle politiche di austerità per una crisi economica che non accenna a diminuire, ma al contrario s’inasprisce, non sono diverse dai sacrifici umani che la casta sacerdotale imponeva per placare la presunta ira degli dei.

Cosicché se la siccità bruciava i raccolti, i tiranni non aprivano i granai dov’era stipato il raccolto eccedente dei periodi di abbondanza per i tempi di magra, ma imbambolavano il popolo convincendolo che la carestia era la punizione divina per le azioni malvagie commesse dall'uomo.

Così mentre la casta continuava a vivere negli agi e nell’ozio, al popolo toccava placare i morsi della fame e piegare la schiena.

Come lo spauracchio dell’ira divina serviva a convincere il popolo ad obbedire al tiranno, quale emanazione del volere degli dei, così nelle nostre società dominate dalle multinazionali è necessaria un’uguale manipolazione dell’opinione pubblica per costruire un “consenso senza consenso” e piegare le masse “stupide” alla volontà di pochi “illuminati”.


Gli elementi fondanti di questo potere sono la cultura e l’informazione fornite dalle tecno-intellighenzie di turno: uomini delle istituzioni, giornalisti, intellettuali, stampa, televisione. Tutti “volenterosi carnefici” che agiscono per assoggettare i popoli e fare gli interessi di pochi, ripetendo il mantra che se i popoli non accetteranno i sacrifici loro imposti, la furia dei mercati si abbatterà sopra di loro “con grandissima vendetta e furiosissimo sdegno”.

Nel mondo moderno esistono materie prime a sufficienza, lavoro, impianti, mano qualificata, nozioni scientifiche e tecnologiche adeguate e, in generale, ricchezze sufficienti ad alimentare – anzi, a sovralimentare – i suoi abitanti. Non v’è mai stata tanta ricchezza e abbondanza nella storia dell’uomo così mal distribuita. Le politiche di austerità che continuano ad imporci sono solo l’inganno dei ricchi per limitare i diritti e il potere politico delle grandi masse. E se al prossimo referendum il Sì passerà, i ricchi ringrazieranno e brinderanno ancora una volta alla provvidenziale stupidità delle masse.

sabato 26 novembre 2016

UN BRUTALE DITTATORE?

Fidel Castro è morto! Poche ore dopo, Donald Trump, il presidente eletto Usa, ha diffuso una nota in cui ha dichiarato: “Oggi il mondo segna la scomparsa di un dittatore brutale”.

Ma, Fidel Castro fu davvero un “dittatore brutale”?

Prima della caduta del regime di Fulgencio Batista e l'ascesa al potere di Fidel Castro, il volto dell’Avana e dell’intera Isola era assai diverso: territorio esclusivo di yacht-club nordamericani, spiagge private, casinò, bordelli e quartieri esclusivi per i bianchi. Il tasso di analfabetismo era assai alto, specie nelle aree rurali, su due cubani solo uno sapeva leggere. E il tasso di mortalità infantile e di morti rispetto alle nascite era assai elevato. Non esisteva un sistema unico di sanità; il numero di letti nelle sale di pediatria era insufficiente ed anche il personale medico specializzato, che lavorava soprattutto nei capoluoghi delle province al servizio dei ricchi americani. La denutrizione e le pessime condizioni di vita nella maggior parte della popolazione erano endemiche.

Ma la dittatura di Batista non appariva così “brutale” al governo americano, forse perché vicino agli interessi delle grandi compagnie statunitensi nell’isola. Quando Batista nel 1952, con l'appoggio delle grandi compagnie statunitensi dello zucchero e di Washington, prese il controllo dell'isola con un colpo di Stato, gli Stati Uniti riconobbero subito il suo governo.

Così Batista, con la garanzia del suo arricchimento personale, svendette agli americani il 90% delle miniere di nichel e delle proprietà terriere, l'80% dei servizi pubblici e il 50% delle ferrovie. E Cuba divenne la capitale del gioco d'azzardo e della prostituzione, ospitando anche esponenti della mafia americana che si impadronirono di alberghi, case da gioco e di prostituzione, per trarre il massimo dei vantaggi dal turismo statunitense. 

Gli speculatori speculavano, i trafficanti trafficavano, i turisti si inebriavano, mentre i contadini, denutriti e divorati dalla febbre e dai parassiti, lavoravano sulla terra degli altri un giorno su tre.

Questa era Cuba fino al primo gennaio del 1959. Un’isola nella quale la ricchezza di pochi era costruita sulla miseria di tutti gli altri, e dove i figli dei poveri nascevano nella miseria ed erano destinati a diventare più poveri dei padri.

Quando Fidel Castro rovesciò la dittatura di Fulgencio Batista, il suo attacco al dominio coloniale americano fu deciso ed implacabile: confiscò i beni di proprietà straniera, nazionalizzò l’industria e collettivizzò l’agricoltura a beneficio dei lavoratori.

Iniziò un’intensa campagna per l’alfabetizzazione. Quasi 270.000 insegnanti e studenti vennero utilizzati per l’alfabetizzazione dell’isola. E nell’arco di pochi anni ridusse significativamente il tasso di analfabetismo: nel 1961 il tasso di analfabetismo fu ridotto al 3,9%. 

Combatté le malattie e la malnutrizione e il tasso di mortalità infantile raggiunse in breve un livello più basso di quello degli Stati Uniti. Oggi il tasso di mortalità infantile a Cuba è pari a 4,2 per mille nati vivi. Un dato questo che inserisce il Paese dell'America centrale tra le nazioni con il tasso di mortalità infantile più basso. 

Adottò un sistema sanitario esclusivamente pubblico che garantisse cure e programmi di prevenzione di buona qualità a tutta la popolazione. Oggi a Cuba l’assistenza di primo livello è garantita da oltre 32.000 medici di famiglia. Ogni medico ha in carico circa 120-160 famiglie e, affiancato da un’infermiera, svolge attività di prevenzione e di cura sia ambulatorialmente che a domicilio. Il secondo livello di assistenza è fornito da 491 policlinici (poliambulatori o cliniche di comunità) disseminati su tutto il territorio, in cui un team multidisciplinare (geriatri, ginecologi, ostetriche di comunità, psichiatri e operatori sociali) collabora con il medico di famiglia. Le prestazioni ivi erogate, in regime prevalentemente di day hospital, sono di tipo diagnostico, terapeutico e riabilitativo. Il terzo livello di assistenza è assicurato da 222 ospedali a elevata specializzazione, alcuni dei quali di rilievo internazionale. Nell’isola inoltre esistono circa 200 strutture residenziali per anziani.


Se questo fu un “brutale dittatore”, allora prego Dio che per amore di umanità ce ne dia altri come lui.

lunedì 21 novembre 2016

PARIGI VAL BENE UNA MESSA

“Non condivido i metodi di De Luca, ma se tutto il Sud fosse stato amministrato come Salerno, avremmo un punto di Pil in più”. Così Matteo Renzi, ospite di Radio24, elogia i “metodi di De Luca”, comprendendo in questi anche la recente chiamata in appello dei trecento sindaci della Campania a votare obtorto collo “Sì” alla prossima consultazione referendaria.

Nella riunione a “porte chiuse”, rivolgendosi a quanti hanno risposto alla chiamata, De Luca li ha esortati a votare “Sì”, perché: “Renzi manda fiumi di soldi. Che vi piaccia o no me ne fotto” . Vi “voglio vedere in blocco, armati, con le bandiere andare alle urne a votare il Sì”.

Quindi rivolgendosi a Franco Alfieri, sindaco di Agropoli, in provincia di Salerno, accusato di corruzione, ma fulgido esempio di clientelismo e di voto clientelare, ha detto: “Franco, vedi tu come Madonna devi fare, offri una frittura di pesce, portali sulle barche, sugli yacht, fai come cazzo vuoi tu, ma non venire qui con un voto in meno di quelli che hai promesso”.

A questo ci ha portato e ci porterà la leadership di Matteo Renzi? A uomini che, pur di raggiungere gli obiettivi che lui ha dato, nel lessico, negli atteggiamenti e nelle azioni politiche non sono poi tanto diversi da certi boss della malavita? È questa la cultura democratica di Matteo Renzi e dei suoi accoliti?

Paolo Sorrentino, Stefano Accorsi, Carla Fracci, Andrea Bocelli, Luca Zingaretti, Adriana Asti, Emma Dante, Ferzan Ozpetek, Silvio Orlando, Paolo Virzì, Pierfrancesco Favino, Gabriele Salvatores, Roberto Benigni sono tra i registi, attori e cantanti che hanno firmato l’appello per il “Sì” al referendum.

La ragione è che sebbene comprendano le obiezioni, tuttavia “la somma di queste obiezioni non giustifica il No”.

Io non so se hanno letto il nuovo articolo 70, che dovrebbe sostituire quello vigente. Se non lo avessero fatto, invito tutte queste eccellenti persone a farlo. Quindi spiegare a noi comuni mortali, punto per punto, come se avessimo sei anni, che cosa vuol dire e come soprattutto possa funzionare nella realtà. Se l’hanno letto, domando: una Costituzione che dovrebbe essere scritta per tutti, comprensibile da tutti, perché è scritta in un modo da mettere persino in difficoltà costituzionalisti del calibro di Valerio Onida, dell’Università di Milano Statale, e Gustavo Zagrebelsky, dell’Università di Torino?

Partendo dalla buona fede di queste esimie persone, per non sospettare di altre inconfessabili ragioni al fondo del loro endorsement alla riforma costituzionale targata Boschi-Verdini, a loro sembra normale che un presidente del consiglio, che ha già incassato la sua riforma alla Camera e al Senato, approfittando della sua posizione di vantaggio, intervenga con una potenza di fuoco inammissibile (televisione, stampa, convention) a perorare le ragioni del “Si”, lasciando a quelli del “No”, già in posizione di netto svantaggio, un tempo di parola significativamente inferiore?

Possibile che la loro intelligenza, ammesso che ne abbiano una, non faccia loro scorgere che il punto più delicato della riforma Renzi riguarda il rischio di un sostanziale azzeramento dei meccanismi di controllo e garanzia della Costituzione? Sarà inevitabile che le imperfezioni del testo e il più che probabile ripensamento circa la soluzione data al problema del Senato, spingeranno verso una sostanziale modifica dell’art. 138. E allora tutto diventerà più facile, compreso riscrivere la prima parte della Costituzione, quella che parla proprio dei diritti e delle libertà dei cittadini.


Non sarebbe forse più saggio bollare questa “schiforma” e attendere, qualora ve ne fosse veramente bisogno, una riforma che non addomesticasse la Costituzione ai poteri forti di finanza e Confindustria? 

Per colpire poi i costi della politica non è necessario stravolgere la Costituzione. Basterebbero tre misure che la riforma di Renzi però neppure sfiora: 1) sfoltire la foresta di enti collaterali di Stato ed enti locali, falcidiando la compatta falange dei consiglieri di amministrazione; 2) abbattere la pletora di consulenti e ridurne gli scandalosi compensi; 3) combattere la corruzione.

venerdì 18 novembre 2016

I MILLE GIORNI DI RENZI

Se le promesse elettorali da Berlusconi fino a Renzi fossero state mantenute, in Italia non ci sarebbero più disoccupazione e debito pubblico, le tasse corrisponderebbero ai servizi erogati, la corruzione e il malaffare scongiurati. Mafia, camorra, sacra corona unita, ndrangheta, un ricordo del passato. L’evasione fiscale, debellata.

Purtroppo, non è così: siamo messi peggio di prima!

Sul fronte della disoccupazione, man mano che gli sgravi fiscali del Jobs Act si riducono, si osserva un rallentamento complessivo delle assunzioni e un aumento dei licenziamenti (+31% rispetto ai primi otto mesi del 2015). Gli effetti della riforma del lavoro, propagandati dal governo come positivi, sono tutti nei dati forniti nell’Osservatorio sul precariato dell’Inps relativo ai primi otto mesi dell’anno in corso. 

La dura realtà dei numeri, diffusi dagli osservatori dell’Inps e dell’Istat, dimostrano che, nonostante la propaganda del Ministero del Lavoro, le nuove regole introdotte dal Jobs Act e dal meccanismo della decontribuzione non hanno affatto migliorato il mercato del lavoro che, al contrario, col venir meno degli sgravi contributivi, tende ad aggravarsi. 

Il costo complessivo della riforma per le Casse dello Stato, nel migliore degli scenari considerati, sarebbe stato pari a circa 14,6 miliardi al lordo dell’IRES; nel peggiore, 22,6 miliardi di euro.
Non c’è che dire: un bel successo!

Sul fronte del debito pubblico, la stima, che si basa sui rapporti mensili della Banca d'Italia, allo scorso settembre indicava indica una cifra superiore a 2.255 miliardi di euro, pari al 132,6% del Pil.

Quando nel novembre 2011 Mario Monti fu incaricato di formare il governo, perché l’Italia era sull'orlo del baratro, il debito pubblico italiano ammontava a circa 1.880 miliardi di euro. Al termine della cura Monti, ci si sarebbe attesi che il debito pubblico scendesse. No, il totale a fine 2012 ammontava a 1.988,363 miliardi. Quindi durante il governo Renzi, il debito che doveva diminuire è salito invece al ritmo di 4,86 miliardi di euro al mese.

Ma, tranquilli. Il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, ci rassicura: il nostro debito è “tra i più sostenibili”. E se lo dice lui e Renzi, possiamo dormire sonni tranquilli!

Sul fronte della pressione fiscale, il Total Tax Rate, che pone a confronto i principali paesi del mondo e quelli europei in base al prelievo fiscale sulle società, ci assegna il primo posto in classifica con il 64,8%. Nella Svezia, che è ritenuto il Paese democratico per eccellenza e dove il sistema di welfare sociale ha creato un efficace meccanismo di assistenza ai cittadini, la percentuale di prelievo fiscale è del 49,1%; in Danimarca, oggetto di interesse da parte degli Stati Uniti per studiare i segreti dello stato sociale, che sembra soddisfare contemporaneamente le esigenze di sicurezza economica dei lavoratori e le richiesta di flessibilità degli imprenditori, la percentuale di prelievo fiscale è del 24,5%.

Ma Renzi continua a ripeterci che il suo governo ha operato il “taglio delle tasse più sostanziale della storia”. Come stanno davvero le cose, considerato che la gran parte degli italiani non sembra essersene accorta?

Sul fronte della corruzione e del malaffare, l'amara considerazione del presidente della Corte dei Conti, Luigi Giampaolino, è che illegalità, corruzione e malaffare sono «fenomeni ancora notevolmente presenti nel Paese e le cui dimensioni, presumibilmente, sono di gran lunga superiori a quelle che vengono, spesso faticosamente alla luce». 

Si parla di oltre 60 miliardi di euro, ma è una stima per difetto, perché non tiene conto e in debita considerazione molti altri aspetti e costi indiretti, quali per esempio la fuga di cervelli all'estero, il deficit di concorrenza che si crea quando due imprese operano con regole diverse, mancati investimenti stranieri.

In questo scenario, cos'ha fatto l’esecutivo Renzi per estirpare la corruzione e il malaffare?

Sulle nuove norme sul falso in bilancio, il Governo dell'ex sindaco di Firenze ha fatto peggio di chi lo ha preceduto. E a dirlo non sono “i soliti gufi” ma la Corte di Cassazione che, nella sentenza di annullamento della condanna nei confronti di Luigi Crespi, mette nero su bianco che la nuova normativa sul falso in bilancio è stata alla base del proscioglimento dell'ex sondaggista di Silvio Berlusconi e rischia di vanificare la stessa reintroduzione del reato, facendo sfumare processi su processi. Dichiarando la non ammissione delle “valutazioni” tra gli elementi che costituiscono il reato, favorirà di fatto i truccatori di conti.

Sul voto di scambio politico mafioso, la nuova legge, secondo i supremi giudici, renderà più difficile la dimostrazione del reato. Che ci sia un busta con del denaro in cambio di voti non basterà più. Per condannare il politico accusato di voto di scambio, occorrerà provare che questi sapeva non solo di poter contare sulla forza di intimidazione della cosca, ma anche che i boss si sarebbero impegnati ad impiegarla per costringere i riottosi. Pazzesco!

Sul reato di riciclaggio la nuova norma, targata Renzi & C, prevede la non punibilità per chi usa le risorse provenienti da delitto per proprio godimento. Questo vuol dire che se comprassi una Ferrari con denari sporchi, non sarei punibile, in quanto destinati “alla utilizzazione o al godimento personale”; se trasferissi invece i 250.000 euro sul conto di Emergency che poi comprerebbe 8 ambulanze, sì che verrei condannato, perché trasferire i soldi dal mio conto su quello di Emergency significa non spenderli per godimento personale. Non può esservi niente di più ridicolo e superfluo: chi sarebbe quello sciocco che commettendo un reato per arricchirsi non lo destinasse alla fine a “godimento personale”?

Sul fronte dell’evasione fiscale. Secondo Confindustria, l'evasione fiscale sottrae all'Italia 122 miliardi l’anno. Abbiamo il record europeo di evasione dell’Iva, che nei conti pubblici pesa per 36,9 miliardi di euro e vale più di tre volte la flessibilità che Matteo Renzi vuole chiedere a Bruxelles per il prossimo anno. Il tasso italiano di evasione Iva è del 27,55%. Dati peggiori si registrano solo in Grecia (27,99%), Lituania (36,84%), Malta (35,32%), Romania (37,89%) e Slovacchia (29,97%). Il tasso medio di evasione nell’Ue è del 14,03% e in Svezia non va oltre l’1,2% del totale.

Se prendiamo per buono il dato di Confindustria sull'evasione fiscale e il dato della Corte dei Conti sul fenomeno corruzione, il totale delle risorse sottratte annualmente alla collettività ammonta a 180 miliardi di euro circa. Considerato che l’intero stock del debito pubblico è di 2.255 miliardi di euro, possiamo ragionevolmente concludere che se tali risorse fossero recuperate, nel giro di dodici anni azzereremmo il nostro debito, che grava come un macigno sul futuro del nostro Paese.

Se per ipotesi di terzo tipo, si potessero recuperare i soldi rubati dall'evasione e dalla corruzione, si potrebbero migliorare la qualità e la quantità delle strutture sanitarie e di quelle scolastiche, molte fatiscenti e sprovviste delle più elementari misure di sicurezza; si potrebbero elevare le pensioni minime a duemila euro e raddoppiare l’importo della cassa integrazione; si potrebbe investire in ricerca, istruzione, cultura. Si potrebbe estendere a tutti i giovani senza lavoro un’indennità mensile, sul tipo di quelle che hanno gli altri paesi europei, e il cui costo è di appena il 15% dei 120 miliardi rubati dall'evasione. Si potrebbero infine evitare le tante manovre fiscali e dire addio all'austerity.

Di fronte a questo scenario ci si sarebbe atteso un contrasto a mafie, evasione fiscale e corruzione più serrato. E invece desta scandalo l’idea di usare agenti sotto copertura o di applicare ai corrotti e agli evasori le misure di confisca. Questa severità resta confinata invece a chi non ha pagato il bollo auto o la sanzione amministrativa per divieto di sosta. 

Ci si sarebbe atteso un abbassamento del limite all'uso del contante, in considerazione del fatto che l’evasione paga in contanti. E invece no! Il presidente del Consiglio Matteo Renzi paradossalmente lo ha innalzato, da mille a 3mila euro, per “incoraggiare i consumi”.

Ma sarebbe stato interessante chiedergli di quali consumi parlava esattamente e a quali consumatori si rivolgesse? Ci sono sicuramente senz'altro italiani che abitualmente spendono cifre superiori ai mille euro per un singolo acquisto, ma la maggior parte non credo sia dissuasa dall'acquisto di beni solo perché la legge gli impedisce di pagare in contanti. 

Il quotidiano economico-finanziario londinese Financial Times commentò così l’iniziativa del governo Renzi di innalzare la soglia di circolazione del contante: «L’immensa economia sommersa dell’Italia rimane uno dei fardelli più pesanti per il Paese e nulla di buono potrà arrivare da una misura che serve solo a peggiorare il problema».

E come se non bastasse, ciliegina sulla torta, la voluntary disclosure, ovvero un procedimento di “pacificazione fiscale” tra il contribuente e l’amministrazione, che offre ancora una volta agli evasori di sanare capitali in contanti ed equivale in fin dei conti a incentivare e perpetuare la pratica perversa dell’evasione nel nostro Paese. Considerato poi che la Mafia è endemica, può ben dirsi la prima azienda d'Italia con un fatturato di 130 miliardi di euro, il rischio di inquinamento dell’economia legale con l’uso di capitali illeciti e conseguente alterazione della libera concorrenza è un fatto non solo possibile ma certo.

Quindi per rendere ancora più incisiva la lotta all’evasione fiscale, il governo Renzi ha pensato bene di cancellare la lista nera dei paradisi fiscali. Cosicché chi fa affari con le offshore non avrà più l’obbligo di dichiararlo, nonostante sia noto che i paradisi fiscali sono utilizzati a pieno regime per far sparire denaro e patrimoni dalla provenienza illecita.

Insomma, quello che si presentò agli italiani come il “rottamatore”, che si opponeva alle vecchie liturgie della politica, ai giochi di palazzo, agli inciuci, ai ribaltoni, ai rimpasti, ne è invece divenuto il più fine artefice, riciclando persino personaggi come Denis Verdini e Angelino Alfano che con la sinistra c’entrano come il cavolo a merenda. 

Nonostante i suoi 41 anni d’età, Renzi non è il nuovo che avanza ma il “vecchio” che torna. E, quando la sua parabola politica sarà conclusa, di lui potremo dire che è stato la perfetta e compiuta realizzazione de “Il Principe” di Machiavelli: «È necessario questa natura saperla bene colorire, ed esser gran simulatóre e dissimulatore (...) e sono tanto semplici gli uomini (...) che colui che inganna troverà sempre chi si lascerà ingannare».

Impareranno mai gli italiani a non farsi fregare più da personaggi come Berlusconi e Renzi? Quando cominceranno ad accendere il cervello?


mercoledì 16 novembre 2016

LA PANTOMIMA DI RENZI PER INCASSARE IL VOTO DEGLI ANTI-UE

La scelta di Renzi di porre il veto dell’Italia al bilancio europeo, in prossimità del voto referendario, svela ancora una volta l’unica sua vera arte politica: adescare gli ingenui creduloni per coronare i suoi scopi. Se è vero, come infatti è, che il sentimento antieuropeista fra gli italiani è sempre più diffuso, perché non cavalcarlo a fini elettorali? E quale migliore occasione della revisione del bilancio Ue 2014-2020 per mostrare i muscoli e far capire a quelli di Bruxelles che i loro diktat sul tetto al deficit non ci piacciono?

Se non fosse che l’Italia in Consiglio ha votato a favore ben 148 volte su 148, senza mai un’astensione, mai un sonoro no alle politiche di austerità finora dettate dalla UE, se non fosse che tra pochissime settimane gli italiani saranno chiamati alle urne per esprimersi sul quesito referendario, potremmo anche credere alla buona fede di Renzi e del suo Governo. Ma Renzi ha detto sempre sì all’Europa, su tutto: banche, tasse, immigrazione, Turchia.

Legittimo dunque il sospetto che la presa di posizione di Renzi verso l’UE altro non sia che un’esibizione teatrale atta a far colpo sull’infantilismo e letargismo politico di una gran parte dell’elettorato italiano. Il primo pronto a lasciarsi facilmente influenzare dai proclami di cambiamento e innovazione, senza usare la propria testa; il secondo pronto a destarsi dal proprio letargo politico solo quando viene toccato in maniera viscerale dal demagogo di turno, solo che questi gliene offra l’opportunità.

Ora che l’appuntamento referendario si avvicina e il “Sì” è indietro nei sondaggi, ecco che Renzi mette in discussione l’Europa, cambia le carte in tavola, gonfia il petto e si accorge che “mancano le risorse per le priorità italiane: immigrazione, sicurezza, disoccupazione giovanile e ricerca”.

Durante la diretta dal suo ufficio di Palazzo Chigi, mostrandosi pure senza la bandiera europea, apostrofa i tecnocrati di Bruxelles e afferma che se l’Europa non cambia siamo di fronte all’inizio della disintegrazione europea. Alla buon’ora!

Peccato che l’attacco di Renzi all’UE tradisca l’ennesimo suo imbroglio, l’ennesima sua scaltrezza: sul bilancio annuale gli Stati membri non hanno alcun potere di veto!

Il Consiglio europeo lo vota a maggioranza e sono sufficienti sedici Paesi che rappresentino almeno il 65% della popolazione. Pertanto, per la “minoranza di blocco” serve un numero di Stati che rappresenti almeno il 35% della popolazione europea. Considerato che la percentuale della popolazione italiana rispetto a quella europea è del 12%, per porre il veto l’Italia avrebbe bisogno di alleati che al momento non ha.

Il potere di veto si ha solo sul bilancio pluriennale, di cui però si parlerà non prima del 2020, quando scadrà la programmazione dei fondi comunitari attualmente in vigore.

Renzi dovrebbe saperlo bene! Se non lo sa, è grave, perché ci si attende da un uomo che ricopre la carica di Primo ministro che lo sappia; se lo sa, è ancora più grave, perché allora la considerazione che lui ha degli italiani è quella di allocchi facilmente adescabili.

Se Renzi voleva far capire che la nostra legge di bilancio non si sarebbe piegata ai diktat di Bruxelles sul tetto al deficit in materia di immigrazione, sicurezza, disoccupazione giovanile e ricerca, bastava farlo presente, con la stessa determinazione che mette oggi (con le buone o con le cattive), nel novembre 2014, quando i buoi erano ancora nella stalla e lui aveva la chiave per chiuderla. Ma il piano finanziario pluriennale 2014-2020, che stabiliva i fondi per le politiche dell'UE per i successivi sette anni, fu invece approvato da tutti i deputati in sessione plenaria il 19 novembre 2014.

A poco vale oggi agitare lo spettro del veto sul bilancio UE. Da ciò la logica conclusione che l’uscita di Renzi abbia più il sapore di una pantomima, ben recitata, in vista del referendum costituzionale del 2016, piuttosto che la reale presa di consapevolezza che con le attuali politiche economiche europee non si esce dalla crisi e non si va da nessuna parte. 

Prendere in ostaggio il bilancio Ue fino al voto, avrà come unico effetto quello di indispettire i commissari europei che, ora che sono intenzionati ad aiutare Renzi a vincere il referendum del 4 dicembre, potrebbero anche digerire il rospo, ma dopo il voto potrebbero tornare a questionare sulle virgole e sugli «zero virgola». E allora Renzi, come si dice passata la festa gabbato lo santo, accetterà tutto, con buona pace dei tecnocrati di Bruxelles.



lunedì 14 novembre 2016

A RENZI PIACE VINCERE FACILE

Da tanti punti di vista Renzi ha una visione della democrazia e del potere a senso unico, centrata sulla sua persona. È insomma radicata in lui l’idea che lui partorisce solo idee giuste e che la migliore garanzia per tutti è l’affidarsi a lui e non già al proprio senso critico o ai “saggi”. E, come tutte le persone che hanno un’immagine grandiosa di se stessi, chiunque dissenta da lui è ipso facto un “rosicone”,  uno che muove le sue critiche non tanto per dovizia delle sue argomentazioni, quanto per l’invidia che lo logora; un “gufo” che tifa perché le cose vadano male; un “parruccone” con idee arretrate e nemico del progresso.

Berlusconi diceva di sé stesso d’essere l’unto del Signore, Matteo Renzi è invece il Verbo fattosi carne, la medicina contro il male del tempo presente, rappresentato da quanti, non credendo negli uomini della Provvidenza, non condividono il suo stesso ottimismo. 

Lui rottama, asfalta e le sue riforme non sono solo riforme ma sono anche buone: la riforma dell’istruzione è la «buona scuola». E le persone che sono dalla sua parte non sono solo buone ma anche belle: alla Leopolda c’erano «belle persone». Insomma ci sarebbero tutti i segni per consegnarlo al lettino dello psichiatra per disturbo narcisistico di personalità, ma noi – intendo noi italiani – lo teniamo alla carica di Primo ministro. 

Da Mussolini in poi, l’italiano massa pare non si sia ancora vaccinato! Agli italiani piace l'uomo della provvidenza, cui dare credito senza far funzionare il proprio cervello.

Ora, se Renzi è davvero convinto che la sua riforma costituzionale è quanto di meglio il popolo italiano possa attendersi in materia di riforme epocali, perché allora trucca le carte per assicurarsi comunque la vittoria?

Una squadra di calcio che disponga di una buona tattica di gioco e di bravi atleti, non ha bisogno di truccare la partita o di comprare l’arbitro per vincere. Se questo accade è perché non si è poi tanto convinti della superiorità atletica della propria squadra. Così Renzi, trascurando il non piccolo dettaglio che le imposte che i cittadini italiani pagano non sono una prebenda per la sua campagna elettorale, attraverso il suo governo ha stanziato oltre 160 milioni di euro a enti e associazioni per la promozione della lingua e della cultura italiana all'estero, il quadruplo dei risparmi attesi dalla sua riforma del Senato. 

Da gran furbacchione – qual è – ha capito che il referendum si vince all'estero. Da quando è stato istituito, il voto estero ha infatti determinato per ben due volte lo schieramento al governo: una prima volta nel 2006, quando regalò all'Unione di Prodi una risicata maggioranza al Senato che, col solo voto italiano sarebbe stata scongiurata;  la seconda volta nel 2013, quando consentì al Pd di superare il Movimento 5Stelle, nonostante questo risultasse il partito più votato su scala nazionale.

Quando invece alle elezioni europee del 2014 il voto degli italiani all'estero non serviva, Renzi si inventò gli 80 euro in busta paga per assicurarsi un plebiscito. 

Quindi per garantirne parte della copertura finanziaria, il governo sfoderò una tassa di 300 euro per la domanda di cittadinanza e l’aumento delle tariffe consolari, incurante – allora – degli interessi degli italiani all'estero. 

Ma ora che la sfida tra il Sì e il No potrebbe risolversi per una manciata di schede, ecco che lisciare il pelo ai quattro milioni di connazionali oltre confine, con lo stanziamento di 160 milioni a favore delle associazioni dei nostri emigrati, sembra essere l’asso nella manica di Renzi per vincere il referendum del 4 dicembre. 

E' inammissibile poi il mega-tour del Sì: Ministri, deputati, dirigenti del Pd, tutti in giro per il mondo per sostenere la riforma Boschi-Verdini, con l’aiuto delle ambasciate. Intollerabile poi l'invio di lettere-spot, con logo “BastaunSì”, ai 4 milioni di nostri connazionali fuori sede con tanto di simbolo tricolore e foto di Renzi con Obama, Merkel e Hollande, in contemporanea con la spedizione delle schede per votare. Ma quando a chiedere gli indirizzi dei 4 milioni di italiani all’estero è il Comitato popolare per il No, il ministero dell’Interno oppone la tutela della privacy.

Nessuno discute il diritto recentemente affermato da Renzi di avvalersi delle prerogative che la legge gli attribuisce per l’accesso ai dati, ma il sistema dei due pesi e delle due misure che consente di fatto un vantaggio ad una sola parte a scapito dell'altra è non solo contrario ad ogni principio deontologico, ma anche giuridico. Senza peraltro voler entrare nel merito di conoscere con quali quattrini le lettere sono state recapitate. Con le tariffe ordinarie una spedizione del genere costerebbe quanto l'abolizione del Cnel, circa 8,7 milioni di euro.

Vogliamo parlare poi della Rai? Trovavamo arrogante il modo in cui Berlusconi avesse occupato la Rai, mettendo due super allineati  come Augusto Minzolini a capo del Tg1 e Antonio Preziosi a capo del Giornale radio. Cosa dovremmo dire allora di Renzi che ha praticamente occupato tutto lo spazio Rai? Sul Tg1 il filogovernativo Orfeo, sul Tg3 Luca Mazzà, al posto di Bianca Berlinguer; Massimo Giannini è stato mandato via dalla conduzione di Ballaró solo perché troppo antirenziano. Se Berlusconi aveva l’opposizione della Berlinguer e di tutta Raitre, Renzi ha sterilizzato ogni opposizione in Rai. Come democratico non c'è che dire!

L’ambasciatrice Cristina Ravaglia, direttore generale della Farnesina per gli italiani all’estero, già nel 2013, all'indomani delle Politiche del 2013, ha fatto sapere al ministero degli Esteri, al Quirinale e a Palazzo Chigi che il voto all’estero non solo è “potenzialmente distorsivo”, ma è anche “totalmente inadeguato se non contrario ai principi costituzionali che sanciscono il voto personale, segreto e libero”.

Dunque, considerato che la sfida tra Sì e No è sul filo di lana, e che in gioco non è questo o quel governo, la cui durata nel peggiore dei casi è di cinque anni, ma la Costituzione destinata a durare per almeno un ventennio, si decideranno, almeno ora, Mattarella e il ministro degli Esteri Gentiloni a correggere gli abusi denunciati dall’ambasciatrice? O, dobbiamo veramente credere che tutte le istituzioni abbiano fatto quadrato intorno alla persona di Renzi perché la parabola della P2, la più potente e controversa loggia massonica italiana, giunga alfine a compimento e il famigerato Piano di Rinascita Democratica, come una sorta di prontuario delle «riforme», trovi la sua piena attuazione nel disegno di riforma della Costituzione targato Boschi-Verdini?

lunedì 7 novembre 2016

MASSIMO RECALCATI E LE MUMMIE DELLA SINISTRA DEL NO

Il docente universitario, saggista e psicanalista à la mode, Massimo Recalcati, con gli occhi inumiditi dalla commozione e dal fervore, dal palco della Leopolda a Firenze, come un novello Steve Jobs, ha esortato i giovani a non aver paura di evocare il sogno, a non essere simili alle “mummie” della “sinistra del NO”.


Ha trascurato tuttavia un non piccolo dettaglio. 

La Costituzione che Renzi, Boschi e Verdini intendono stravolgere è il sogno di tanti giovani che dettero la propria vita per realizzarla e con il loro sangue essa fu scritta. Di tono assai diverso da quello di Renzi, della Boschi e dell’intellettuale di corte Massimo Recalcati è il discorso che Piero Calamandrei, il 26 gennaio 1955, tenne ai giovani di Milano sulla Costituzione: 

«Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un Italiano per riscattare la libertà e la dignità della nazione, andate là, o giovani, col pensiero, perché là è nata la nostra costituzione». 

I luoghi della costituzione di Renzi-Boschi-Verdini sono invece la Leopolda di Firenze, dove il più sfigato viaggia con autista e scorta e l’inchiostro con la quale è scritta è il sangue di tanti giovani sacrificati agli avidi interessi di banchieri, petrolieri e Confindustria.

domenica 6 novembre 2016

CLINTON E TRUMP, PER ME PARI SONO

I due candidati che l’8 novembre si contendono la “stanza ovale” sono i peggiori candidati che forse la storia americana abbia mai avuto. Entrambi riflettono l’immagine di un mondo in ostaggio delle oligarchie economiche e sull’orlo del collasso.

L’elezione di Barack Obama fu accolta da molti come il riscatto della politica dai dettati delle oligarchie economico finanziarie. Con Obama, e soprattutto con i messaggi della moglie Michelle, si pensava che fosse giunta l’ora che la politica avrebbe riconquistato la sua autonomia e la sua centralità rispetto alle lobby, depotenziandone la presenza nella sfera pubblica. Ma dietro la maschera progressista e pacifista, Barack Obama si è rivelato molto più reazionario di quanto possa apparire a prima vista.

Uno come Trump non sarebbe mai arrivato alle soglie della Casa Bianca se non ci fosse stato Barack Obama: Trump è una esplicita reazione alle speranze suscitate da Obama. Otto anni dopo, gli afroamericani sono più distanti dai bianchi di quanto non lo fossero prima della sua presidenza. La divaricazione tra ricchi e poveri è aumentata. E i suoi effetti sono una crescente mortalità infantile, una diminuzione nella speranza di vita, un aumento della popolazione carceraria e del numero di morti afroamericani ammazzati dalla polizia, una crescente riduzione nei redditi da lavoro dipendente. Con il primo presidente di colore s’ipotizzava che il razzismo fosse finalmente messo ai margini, ma non è stato così: la polizia continua a uccidere neri e ispanici come se fossero zanzare. Sul fronte della politica interna ha proclamato l'austerità e il sacrificio per le famiglie dei lavoratori americani per salvare dal fallimento i finanzieri di Wall Street, mentre a livello internazionale ha lavorato per portare allo scontro le Potenze avversarie con tutti i mezzi possibili. Durante i suoi due mandati dal 2009 al 2016 ha usato con poca parsimonia gli aerei da guerra, anzi è proprio durante la sua presidenza che è esplosa la commercializzazione dei famigerati droni telecomandati e in generale della vendita d’armamenti bellici. Insomma, Obama è stato fondamentalmente un politico di destra e una creatura di Wall Street.

Dalla padella alla brace!

Se a vincere sarà Hillary Clinton, c’è il rischio che i rapporti con la Russia potrebbe ulteriormente degenerare. Pensare che Putin sia ancora disposto a ingoiare bocconi amari è un azzardo della politica estera americana. Ora, poiché Putin è consapevole che militarmente il suo Paese, rispetto alla Nato, è nettamente inferiore, potrebbe optare per l’unica guerra in cui può essere ancora competitivo e cioè quella nucleare. Le forze armate russe sono dotate di un nuovo missile balistico intercontinentale, il famigerato Satan-2, la cui testata nucleare, disegnata per essere impossibile da intercettare, è in grado di distruggere l’intera Francia o l’intero Texas. Peraltro, la Clinton, nonostante i proclami d’indipendenza, è il volto delle multinazionali e di banche speculative come la Goldman Sacks, che ha finanziato la sua campagna elettorale. Dunque è perfettamente normale che le persone di sinistra più disilluse temono che Clinton non manterrà le promesse dopo le elezioni.

Donald Trump, d’altro canto, è la dimostrazione vivente che non sempre la ricchezza si accompagna all’intelligenza. È un uomo insolente e arrogante, con una visione darwinista e calvinista della società che lo avvicina a posizioni tipicamente fasciste. Come lo fu il movimento fascista in Italia, Trump è l’espressione della rabbia della piccola borghesia e dei ceti più popolari, quelli dei “quartieri difficili” e delle periferie, che una volta si chiamavano sottoproletariato urbano. Intolleranti nei confronti dell’immigrazione che, sebbene prodotto delle politiche neoliberiste, è considerata la causa della scarsità delle risorse destinate agli americani. È un copione già visto in Francia con Marine Le Pen, in Italia con Matteo Salvini, In Ungheria con Orbàn, in Grecia con Alba Dorata e che in termini di consenso dà molto.

Karl Marx definì il sottoproletariato la palude che privo di un potenziale rivoluzionario, per l'incapacità di organizzarsi politicamente e socialmente, costituisce nella storia il vero serbatoio di manovalanza del braccio armato del capitalismo contro le sacrosante pretese dei lavoratori. Ladri e delinquenti, privi di mestieri, senza scrupoli e lazzaroni, sono sempre pronti a mettere le camice nere e armarsi di manganello per picchiare i contestatori, in cambio dell’osso gettato dalla tavola del Padrone.

Donald Trump merita l’appellativo di “fascista”, perché come Mussolini, finge di essere un anti-sistema, un avversario dell’establishment, un pacifista, un anticapitalista al servizio dei più bisognosi, ma in realtà è al servizio di chi lo ha sempre sostenuto: il sistema delle banche. Dice di voler tassare Wall Street, colpendo gli edge funds, e poi dice anche che abolirà la tassa sull’eredità e intende tagliare dal 40 al 25% la tassa sui guadagni. Alla proposta di aumentare il salario minimo che attualmente è di 7,25 dollari, risponde che una tale proposta non gli piace affatto. Nei suoi progetti c’è una redistribuzione dei redditi, ma a favore dei più ricchi. Una cosa però sembra certa, in tema di politica estera, Trump ha dimostrato di essere decisamente più isolazionista e questa è la ragione dell'endorsement di Vladimir Putin alla sua elezione.

Contro le idee di Trump servirebbe più sinistra, ovvero una visione più umana e socialdemocratica, che se applicata migliorerebbe la vita dei poveri, restituirebbe dignità ai lavoratori e garantirebbe ai giovani un futuro migliore. Ma la sinistra sullo scenario mondiale è la vera grande assente!


La scelta migliore per i democratici statunitensi sarebbe quella di spostarsi a sinistra e adottare un programma che faccia i conti con le reali necessità, paure e aspirazioni delle persone che lavorano, attraverso una vera assistenza sanitaria pubblica, un’istruzione pubblica di qualità, sostanziosi sussidi di maternità e paternità e asili nido accessibili a tutti, in modo da aiutare le giovani famiglie. Ma questa non sembra essere la politica che piace ai mercati e alla finanza e quindi è anche inutile parlarne. 

Pertanto, se fossi un cittadino americano non voterei né la Clinton né Trump, perché sia che vinca l’uno sia che vinca l’altro, il potere, quello vero, rimarrà comunque nel pieno arbitrio di pochi prepotenti. Occorre ammettere che siamo società bloccate sul piano politico, incapaci di esprimere attraverso l'unico strumento che ci è dato - il voto - una vera alternativa di governo. Lo siamo anche su quello culturale, non riusciamo ad andare oltre il modello capitalistico e neoliberista. E, quel che è peggio, lo siamo anche sul piano della speranza, incapaci di immaginare un futuro nel quale la classe operaia e più in generale quella dei lavoratori si imponga come nuovo soggetto storico capace di imporre innovazioni radicali che ci liberi dalla dittatura di quell'1% della popolazione mondiale.

sabato 5 novembre 2016

LE CHIACCHIERE NON FANNO FARINA

Secondo Matteo Renzi l'Italia è ripartita grazie alle riforme del suo governo! Ma dal 22/02/2014, data in cui il governo da lui presieduto ha giurato di fronte all’allora presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, il bilancio della sua attività di governo è assai deludente. E non saranno le “bufale” a cambiare la realtà delle cose.

Sul fronte della spending review, non è riuscito a tagliare in maniera incisiva la spesa pubblica, preferendo piuttosto finanziare i tagli delle tasse con un aumento del deficit, ovvero più debito pubblico.

La tanto attesa riforma del Catasto e la revisione dei valori immobiliari, che avrebbe comportato un aumento della tassazione per parecchi fabbricati è stata rinviata sine die, forse per non scontentare una parte del suo elettorato.

La riforma del lavoro (il cosiddetto Jobs Act), terminati gli anni della decontribuzione, mostra tutta la sua fragilità: calano le assunzioni a tempo indeterminato, crescono i licenziamenti (+31%) e aumenta la disoccupazione a settembre, portandosi all'11,7% dall'11,4% di agosto.

Poletti alla Leopolda afferma che “nell'ultimo anno gli investimenti internazionali in Italia sono cresciuti moltissimo: siamo passati da 15 a 75 miliardi”. E “che una vittoria del no sarebbe un problema in termini di incertezza: e l'incertezza, la preoccupazione di non sapere che cosa accadrà, rappresenta uno dei peggiori veleni che possa colpire l'economia e la società”. Peccato però che l’economia del Paese non se ne sia accorta: il dato del 2015 sulle imprese fallite è in aumento del 55% rispetto a quello del 2009, e in controtendenza rispetto ai dati della maggioranza delle nazioni europee. In Germania il numero delle aziende fallite è diminuito del 22%, in Olanda del 30%, in Spagna del 4%.  

Anche con il terremoto che ha colpito il centro Italia, Renzi e i suoi lacchè continuano a fare il gioco delle tre carte: la copertura per la ricostruzione delle zone terremotate c’è. L’ammontare totale per la ricostruzione delle zone del centro Italia colpite dal terremoto sarà di circa 3,5 miliardi per la ricostruzione degli edifici privati e di circa 1 miliardo per quelli pubblici. Ma quello che è scritto nero su bianco a pagina 58 della legge di stabilità alla voce “Misure per l’emergenza sismica” è una spesa di 200 milioni per il 2017, di 300 milioni per il 2018 e di 350 milioni per il 2019. Quindi 150 milioni annui per il periodo dal 2020 al 2047 attraverso il credito d’imposta, ovvero concedendo ai terremotati la deduzione dalle tasse delle spese affrontate. 

Gesù moltiplicava i pani e i pesci, Renzi moltiplica i milioni che diventano miliardi. 

Dinanzi a un tale buffone e racconta balle forse l’esito violento della manifestazione per il No al referendum organizzata a Firenze si sarebbe potuto evitare, se il questore avesse offerto alla parte più sana di questo Paese di urlare ai cialtroni della Leopolda una realtà diversa, fatta di giovani senza lavoro e senza futuro, di cittadini che hanno visto falcidiati i risparmi di una vita, di quanti sono “incazzati” di essere giorno dopo giorno “presi per il culo” da un demente!