Abbiamo una certa familiarità con questo tipo di virus. Sono quelli che causano il comune raffreddore o quelli che causano le affezioni del tratto gastrointestinale (enteriti e gastroenteriti). In generale si tratta di agenti patogeni tendenzialmente benigni. Il coronavirus che causa la COVID-19 è invece un nuovo ceppo di coronavirus che non è stato precedentemente mai identificato nell'uomo, nei confronti del quale il nostro sistema immunitario potrebbe non essere in grado di generare una risposta immunitaria adeguata, che può evolvere in sindrome respiratoria acuta grave (SARS).
E veniamo alla domanda delle domande: è un virus pericoloso?
Gli scienziati, i virologi, sono divisi in due filoni: da una parte ci sono quelli che sostengono che la malattia provocata dal nuovo Coronavirus non è più pericolosa dell’influenza stagionale, dall’altra quelli che, al contrario, ritengono la COVID-19 paragonabile all’influenza spagnola, la pandemia influenzale che fra il 1918 e il 1920 uccise oltre cinquanta milioni di persone nel mondo.
A giudicare dalle strade deserte, dai tanti posti di blocco sorvegliati da polizia e militari armati (che neppure negli anni dello stragismo s’erano visti), dalle lunghe file ai supermercati per approvvigionarsi di generi alimentari, dalle persone obbligate a barricarsi in casa, costrette ad indossare mascherine e altri scafandri (maschere da sub) per difendersi dagli infettati, c’è da concludere che sì, ci troviamo nel bel mezzo di una catastrofe di proporzioni bibliche, che decimerà la popolazione mondiale.
Allora, senza farci prendere da questa isteria collettiva pre-apocalittica, leggiamo freddamente i dati: il virus che attualmente circola, nell'81% delle persone si presenta in modo asintomatico o con sintomi di lieve entità; nel 14% delle persone la sintomatologia è sovrapponibile a quella dell’influenza stagionale; nel 5% dei casi si possono evidenziare condizioni considerate critiche, che in alcuni casi (2%) comporta l'intubazione endotracheale. Questi dati non sono contestati neppure dal filone allarmista.
Dunque: nel 95% dei casi, l’esito non è letale. L’epidemia da malaria, per esempio, è più seria: nel solo 2017 si sono registrati 219 milioni di casi e 435 000 decessi correlati con un incremento rispetto all'anno precedente di 2 milioni di casi. Ma poiché la maggior parte dei casi di malaria interessa l’Africa, non ce ne può fregar di meno; tanto sono africani, sub specie umana.
Tornando all’epidemia da coronavirus, ad oggi (25/04/2020), il numero dei positivi nel mondo è di 2.875.254 e i decessi 201.778. Il tasso di letalità sul numero dei soggetti ammalati è dunque del 7% circa, mentre il tasso di mortalità sulla popolazione mondiale è dello 0,003%, almeno fintantoché il virus manterrà le caratteristiche attuali. Non c’è dubbio che occorrerà attendere ancora per avere un quadro definitivo, ma rebus sic stantibus (“stando così le cose”) i decessi attribuiti al nuovo coronavirus non sono così allarmanti come governo, presidenti di regione, sindaci e mainstream vogliono farci credere.
In Austria e in Germania, dove le misure di contenimento sono state più improntate ad un criterio di ragionevolezza (le persone potevano uscire, frequentare parchi e giardini, rispettando ovviamente la distanza) e i viaggi da parenti solo sconsigliati, il tasso di letalità è stato rispettivamente del 3,7% e del 3,5%.
In Italia, le misure restrittive – dall’obbligo di non uscire di casa, a quello di non poter fare alcuna attività fisica all’aperto, dall’obbligo di indossare mascherina, di dubbia fattura, a quello di non poter frequentare giardini e parchi, ecc. ecc. – hanno avuto più un sentore parossistico che improntato a criteri ragionevoli atti al contenimento della diffusione dell’epidemia. La pletora di DPCM, norme scritte male e, in alcuni casi, contraddittorie con le ordinanze regionali, hanno ingenerato confusione e disorientamento generale nella popolazione, che ha obbedito solo perché spiazzata: nessuno si aspettava che potessero essere sospese hic et nunc democrazia e diritti costituzionalmente garantiti.
Abbiamo assistito ad una vera orgia del potere, dai tratti spesso deliranti, senza alcun nesso con la finalità del contenimento dell’epidemia. Paura e delirio alimentato sconsideratamente dai mass media, che come un mantra presentavano l’aggiornamento istantaneo del numero dei contagiati e delle vittime, non facendo alcun riferimento al fatto che ogni anno in Italia i decessi ascrivibili a problemi di salute interessano circa 650 mila individui. Quella che dovrebbe essere l’informazione affidabile, quella da bollino blu, seria e consapevole, ha diffuso nel paese panico, che si è presto trasformato in vera e propria isteria collettiva.
Lo sapete quante persone muoiono in Italia ogni anno e di quali patologie?
Ecco i dati ISTAT sulla mortalità e le cause principali di decesso nel nostro Paese: il boom di decessi è legato a malattie del sistema circolatorio. Tra ischemie, infarti, malattie del cuore e cerebrovascolari muoiono più di 230mila persone all’anno. In seconda posizione troviamo i tumori, che causano la morte di 180mila persone.
Immaginate cosa accadrebbe nella popolazione se i mainstream mostrassero tutti i giorni la mappa dei decessi su un grafico, come hanno fatto per i decessi “per” e “con” coronavirus. Penserebbe che l’apocalisse è vicina.
Quando Gian Carlo Blangiardo, presidente dell'Istat, afferma che i decessi per polmoniti varie nel marzo 2019 sono state 15.189 e l’anno prima 16.220, dice una cosa che dovrebbe far riflettere seriamente.
Nella quasi totalità dei casi la polmonite rappresenta una complicanza dell'influenza nei soggetti defedati e immunocompromessi. Ora, poiché spesso la polmonite è l'ultima patologia che causa il decesso, sul certificato di morte la causa del decesso sarà attribuita dal personale sanitario a malattia polmonare e non ad influenza. Quando l’Istat, che nel formare la statistica ufficiale di mortalità tiene conto delle informazioni mediche contenute nei singoli certificati di morte, produrrà i suoi dati, finirà per sopravvalutare i decessi dovuti a polmonite, mentre sottovaluterà quelli da influenza.
Se questo è l’errore più frequente quando si tratta di comune influenza, il discorso invece s’inverte quando si parla di Covid-19: la causa del decesso, per chiunque risulti positivo al tampone e successivamente muoia, è Covid-19. La conseguenza è la distorsione dell’informazione, che poi contribuisce ad elevare l’allarme sociale.
Se osserviamo il grafico messo a disposizione dal dipartimento della protezione civile, è facile constatare che al 31 marzo 2020 il numero di decessi attribuiti a Covid-19 è stato di 12.428, inferiore al dato corrispondente del marzo 2019, quando i morti per polmoniti varie sono stati 15.189. In altre parole, prendendo come riferimento i primi due trimestri, nel 2019 le persone morte per malattie respiratorie sopravanzano di 2761 unità quelle del corrispondente trimestre 2020.
Questo vuol dire negare che nei primi 21 giorni di marzo al Nord i decessi sono più che raddoppiati rispetto alla media 2015-19? Negare che a Bergamo i decessi sono quasi quadruplicati passando da una media di 91 casi nel 2015-2019 a 398 nel 2020?
No, non vuol dire negare l’evidenza; i dati restano dati. Ma dobbiamo assumerli in maniera critica, evitando che l’emozione governi il pensiero e l’impulsività abbia la meglio sulla ragionevolezza. Se andando in Scozia mi capitasse di vedere solo pecore nere, non concluderò che in Scozia tutte le pecore sono nere. Così se dalle 8 alle 9 del mattino la congestione del traffico nelle grandi città è tale che per percorrere dieci chilometri s’impiega un’ora, questo non porta a concludere che la velocità media delle autovetture è di dieci chilometri orari. È più esatto dire che in certe fasce orarie il traffico è più congestionato che in altre, con conseguente abbassamento della velocità media per tutti i veicoli. Tanto più quando le strade sono strette e tortuose; il limite di congestionamento di un’autostrada è assai più alto di quello di una strada urbana.
Tornando al Covid-19, è più esatto dire che per il depotenziamento delle strutture sanitarie e la grave carenza di ventilatori, frutto di quasi 40 miliardi di tagli, che hanno fatto a pezzi il Servizio sanitario nazionale, le possibilità di sopravvivenza di molti pazienti alla fase critica della virosi si sono enormemente assottigliate, specialmente per quelli che presentavano problemi patologici pregressi. Nel momento culminante dell’epidemia il sistema sanitario ha mostrato tutte le sue criticità: il taglio alla sanità non poteva non avere effetti sulla carne viva dei cittadini.
Se il quadro è dunque quello di un virus che nella larga maggioranza dei casi esprime la sua letalità in soggetti con altre gravi pregresse patologie, già immunodepressi, unito a carenze strutturali del servizio sanitario nazionale, risultato di politiche di risanamento dei conti pubblici che non hanno tenuto in alcun conto la salute dei cittadini, di quale pericolosa epidemia stiamo parlando?
È veramente pericolosa un’epidemia che nell’81% dei casi è asintomatica o al massimo si evidenzia con sintomi lievi quale raffreddore e mal di gola? È veramente pericolosa un’epidemia che nel 14% dei casi guarisce spontaneamente come un’influenza?
Poi, è chiaro, ci sono coloro (il restante 5%) che sviluppano sintomi gravi che, in certi casi, possono determinare anche la morte del soggetto. Ma sappiamo pure che tali gravi situazioni si verificano, nella maggior parte dei casi, in pazienti di età superiore a 70 anni e con una o più patologie gravi preesistenti.
Sia ben chiaro che il riferimento alle persone anziane non è disprezzo e indifferenza verso una fascia di popolazione, considerata come un ingombro di cui si può fare tranquillamente a meno, il cui trapasso, nel modo più sbrigativo possibile, può essere accettato come un fatto per certi aspetti misericordioso e auspicabile.
Sia ancora ben chiaro che il riferimento ai vecchi non vuol essere l’apologia cinica del darwinismo: un processo di selezione naturale – ancorché terribile – che elimina i soggetti deboli.
Come nessuno può sminuire il dolore privato di quanti hanno perso o stanno perdendo uno dei loro cari, così non si può negare che un soggetto di 85 anni, già con grave enfisema polmonare, abbia scarse probabilità di scampare non solo all’attacco del coronavirus, ma di qualsiasi altro agente patogeno.
Possiamo pure dolerci della condizione umana, ma l’uomo è fondamentalmente “essere per la morte”. Per quanto la morte ci spaventi, pure essa è il sigillo di qualunque struttura biologica che rientri nella definizione di vita.
Nella pratica clinica quotidiana i medici si confrontano continuamente con la probabilità statistica di successo o d’insuccesso di qualunque atto terapeutico. Quando prescrivono o non prescrivono un farmaco, quando raccomandano un intervento chirurgico o, al contrario, lo sconsigliano al particolare paziente. L'attività del medico è interamente basata sulla probabilità e non sulla certezza assoluta. La decisione terapeutica non è ispirata da criteri darwiniani, ma dalla probabilità statistica che gli effetti attesi nel particolare paziente siano maggiori di quelli indesiderati. Questo atteggiamento, che ispira il fare dal non fare, non è cinismo ma solo presa d’atto delle evidenze.
Dunque, alla luce di queste brevi argomentazioni, cosa giustifica l’allarmismo ingenerato nella popolazione, sfociato in vera e propria psicosi di massa? Sta di fatto che la capacità di pensiero critico ha ceduto il passo o a semplificazioni sommarie dell’evento o, al contrario, ad esagerazioni oltre ogni ragionevole misura.
Che il nuovo coronavirus sia da trattare con estrema serietà è un fatto, ma da qui a trascinare intere comunità nel cono d’ombra dello stigma dell’infetto, dell’untore da tracciare con particolare App scaricabili gratuitamente sul proprio smart phone, è il segno di un ritorno al peggiore oscurantismo medievale.
La “fotografia” della situazione attuale sociale ed economica è assai deprimente, e mi chiedo se i rimedi adottati da questo governo siano stati veramente efficaci nel contrastare la diffusione dell’epidemia o, al contrario, non si stiano rivelando assai peggiori dell’epidemia. Non dimentichiamo che la crisi economica e sociale del ’29 portò alla nascita delle funeste ideologie del nazismo e del fascismo. Non sarà che questo governo nel tentativo di liberarci dal coronavirus non ci trascini in un pericolo ben più letale, al cui confronto quello dell’epidemia sembrerà solo un pallido riflesso?
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