martedì 31 maggio 2016

Udite, udite!

La riforma Fornero ha allungato l’età pensionabile e gli anni di contributi, ma questo non vale per i giornalisti che continuano ad andare in pensione a 58 anni e non vale per il cardinale Angelo Bagnasco, che con soli tre anni di contributi, in qualità di arcivescovo ordinario militare, ha maturato una pensione di oltre 4mila euro lordi al mese. E come lui i monsignori Gaetano Bonicelli (sette anni di contributi), Giovanni Marra (otto anni) e Giuseppe Mani (otto anni): pare che i vitalizi dei cappellani militari costino allo stato oltre 15 milioni di euro l'anno.

L’articolo 3 della nostra Costituzione recita: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”.


Alcuni evidentemente sono più eguali degli altri!

domenica 29 maggio 2016

Bentornato Salvatore

Diamo pure il benvenuto al marò Girone, cui il Tribunale dell’Aja ha dato il suo ok perché possa aspettare in Italia l'esito dell'arbitrato internazionale. Ma che il premier festeggi con un tweet l’evento e pensasse di portare persino i due marò alla parata del 2 giugno sa proprio di grande buffonata. Qualcuno (forse il Quirinale, forse la Difesa, forse la Farnesina) più cautamente ha ritenuto opportuno smorzare l’esultanza di Renzi e dei suoi ministri, pronti a fare dell’evento uno spot elettorale.

A quanti salutano Salvatore Girone e Massimiliano Latorre quali nuovi eroi di chissà che cosa, occorre ricordare che i due, sia pure senza ancora un capo d’imputazione diretta, sono accusati di aver ucciso due pescatori indiani scambiati per due pirati al largo della costa del Kerala, nel sud dell’India.

Girone e Latorre non sono eroi e non sono prigionieri di guerra. Esibirli in pompa magna è quanto di più inopportuno possa esservi sia nei confronti del governo indiano sia nei riguardi dei familiari delle vittime. E' bene chiarire che il marò Salvatore Girone non è rientrato in Italia in quanto assolto e la verità – per ora – non la conosce nessuno. Nessuno ha prove evidenti che possano scagionare o accusare i due marò.

L’unico dato incontestabile è che quel 15 febbraio 2012 il peschereccio indiano, il Saint Antony, senza un ragionevole motivo punta verso il mercantile Enrica Lexie. I marò a bordo, in missione di protezione della nave mercantile in acque a rischio di pirateria, convinti di trovarsi sotto attacco pirata, sparano in direzione del peschereccio indiano. Valentine Jalstine e Ajesh Binki, i due pescatori a bordo, vengono uccisi da colpi di arma da fuoco. 

Due pescatori, due padri di famiglia, morti ancora senza un motivo e spariti velocemente dalle cronache per far posto alla fanfara patriottarda che ha trasformato Girone e Latorre in eroi della patria.

È stomachevole come si possano alterare a tal punto i fatti, laddove anche il semplice resoconti dei fatti racconta tutta un’altra storia, dolorosa e tragica ma non certo eroica. Fin dall’inizio la vicenda dei due marò è stata piegata a una ricostruzione dei fatti distante dalla realtà e funzionale all’immagine che si è voluta dare in pasto all’opinione pubblica. 

Il governo italiano e il sistema di informazione di regime, per esempio, nel raccontare la vicenda hanno sempre omesso di ricordare all’opinione pubblica che i due marò non partecipavano a una missione approvata da un organismo internazionale, tantomeno erano lì per difendere la patria e rappresentare l’Italia nel mondo, ma erano stati “prestati” dalla Marina Militare al proprietario di una petroliera italiana. 

Per la giustizia indiana essi erano e restano semplicemente “contractor privati” in servizio a bordo di un'imbarcazione di proprietà di un armatore privato. Dunque di quale immunità la giustizia indiana avrebbe dovuto o dovrebbe tener conto?

A parti invertite, ovvero se fossero stati gli indiani a far fuoco su un peschereccio italiano, provocando la morte di parte dell’equipaggio, la nostra magistratura non avrebbe mostrato agli imputati un volto ugualmente accomodante e comprensivo. Ma noi rappresentiamo gli indiani come trogloditi.


In conclusioni nessuno sa come sono andate realmente le cose: dovremo attendere il verdetto. Questa circostanza dovrebbe suggerirci una condotta più prudente e sommessa, nel rispetto di un governo sovrano e soprattutto dei familiari delle vittime. E questo almeno fino a conclusione della vicenda giudiziaria. Salutare i due marò come eroi ed esibirli sul carro del trionfo credo sia quanto di più intempestivo e inopportuno possa esservi.

sabato 28 maggio 2016

Le manifestazioni in Francia contro la riforma del lavoro

I lavoratori francesi protestano contro la riforma del lavoro voluta dal governo; le mobilitazioni vanno avanti da più di due mesi in tutta la Francia. E, nonostante i disagi, i sondaggi dicono che oltre 6 francesi su 10 considerano giustificati gli scioperi, mentre 7 su 10 vorrebbero che la legge fosse ritirata o modificata.

La prima cosa da osservare in proposito è che quando in Italia è passato il jobs act, i lavoratori l’hanno accettato senza un lamento, con eroica indifferenza.

Di fronte alla stessa riforma del lavoro si può individuare un diverso atteggiamento: i lavoratori francesi si incazzano; quelli italiani si sono fatti fregare e continuano a farsi fregare!

I francesi hanno capito che la legge sulla flessibilità del lavoro è un ritorno al passato, è una nuova forma di schiavitù. E che grazie al licenziamento facile gli “oppressori” potranno disporre dei lavoratori come meglio li aggrada, obbligandoli a fare tutti gli straordinari che vogliono, pagandoli anche di meno. 

I francesi hanno capito che la “dignità” è più importante del “pane” o del “mutuo da pagare”.

Così ai lavoratori francesi va tutta la mia solidarietà. 

Qualunque sarà l’esito della loro protesta, va loro comunque il merito di aver almeno provato a non restare passivi di fronte alla violenza degli “oppressori”. 

Al contrario i lavoratori e i giovani italiani sono incapaci di uscire dal loro illusorio “cerchio di sicurezza”.

Il constatare questo fatto comporta indiscutibilmente prendere atto della disumanizzazione di questi ultimi, rispetto all’umanità ancora attiva dei primi. 

È infatti vocazione dell’Uomo ribellarsi all’ingiustizia, all’oppressione, allo sfruttamento per riscattare la propria umanità rubata. La disumanizzazione è invece restare indifferenti di fronte al furto di umanità operato dalla classe dominante.


La disumanizzazione non è un destino ineluttabile, ma il risultato dell’apatia dell’oppresso: “l’arma più potente nelle mani degli oppressori è la mente degli oppressi”.

domenica 15 maggio 2016

E SE GUASTO FOSSE IL MONDO?

Per anni gli psicologi hanno voluto convincerci che il benessere mentale e il disturbo psichico fossero condizioni legate all'equilibrio dell’individuo in relazione a se stesso, agli altri e al mondo. E se fosse invece che c’è qualcosa di profondamente sbagliato nelle nostre società, fondate sul modello capitalistico, a creare proprio quelle condizioni di disagio psichico che, perdurando a lungo e silenziosamente, sfociano poi nella psicopatologia vera e propria?

È un fatto che inquietudine, malumore, insoddisfazione siano le costanti del nostro vivere quotidiano. Questo disagio psicologico potrebbe essere non tanto il risultato dell’incapacità dell’individuo a stabilire soddisfacenti relazioni affettive e sociali, quanto il risultato della progressiva erosione dei legami e dei rapporti sociali, connaturata all'ideologia capitalistica che, uniformando gli esseri umani sul modello consumistico, ha finito per “disumanizzarli”.

Questa esige infatti che l’Uomo sia fondamentalmente e prima di tutto un “consumatore”; l’ingranaggio di un apparato tecnico basato sulla produzione e distribuzione infinita di beni di consumo. Dato dunque che l’obiettivo è il “consumo” di oggetti, anche di quelli di cui non ha realmente bisogno, l’Uomo non deve agire da Uomo libero, dotato di un suo pensiero e di una sua capacità critica, quanto da “automa” spinto dal compulsivo bisogno di appropriarsi di tutti quegli oggetti che, illusoriamente, gli promettono una vita più piena e felice. Ora, se è del tutto naturale che in qualsiasi epoca e in qualunque parte del mondo l’Uomo non ha potuto fare a meno di consumare per sopravvivere, quello che contraddistingue più nettamente l’attuale società occidentale da quelle che l’hanno preceduta sta piuttosto nell'euforia, nella “meccanicità” con cui le persone sono chiamate a soddisfare i propri bisogni o, meglio, i propri desideri. Ed io credo che in questa “meccanicità”, in questo “automatismo” stia il difetto e la causa probabilmente del disagio psichico che contraddistingue più delle altre la nostra epoca: la ricerca coatta di beni di cui gran parte della gente non ha realmente bisogno, ma che sono indotte a credere essenziali per avere una vita più piena e più felice.

Una società che per sopravvivere è basata sulla “pressione consumistica” – essere “consumatori” è un “dovere civico”, ricordava l’ex presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi – è di fatto una società totalitaria, nella quale esiste un unico modo di pensare, di vivere e il controllo capillare di ciascuno avviene non più tramite la Stasi o la Gestapo, ma attraverso i mass-media che quotidianamente, minuto per minuto, propongono modelli comportamentali che creano una vera e propria dipendenza nell'individuo-consumatore, caratterizzata dalla compulsione a possedere proprio quel determinato bene che ancora non si possiede. Il soggetto avverte che, non potendo disporne, è come se gli mancasse qualcosa di essenziale per mantenere il proprio equilibrio interiore. E finché non si realizza il possesso dell’oggetto, ha la percezione angosciosa di una mancanza radicale, un’astinenza che, perdurando, si incrementa sino a fare di quell'oggetto un obiettivo irrinunciabile.

In una società siffatta, basata sulla soddisfazione privatistica dei bisogni, non trova – e non potrebbe trovare – spazio la “solidarietà umana”, atteso che nella giostra del grande fratello la vittoria arride ad uno solo, il più scaltro, il più furbo, il più cinico; a quello che si fa meno scrupoli in vista dell’obiettivo finale. Il principio motore dell’agire umano non è la mano tesa a chi è rimasto indietro, per compiere il breve o lungo faticoso cammino della vita, ma il motto “mors tua vita mea”, per restare in vantaggio rispetto a tutti gli altri e poter cogliere sempre le migliori opportunità solo per se stessi, dal momento che gli altri esseri umani non sono percepiti come soggetti degni, al pari del vincente, di un’esistenza non dico altrettanto felice, quanto più sopportabile, ma quali competitori nella conquista del gradino più alto della scala sociale.

Una realtà nella quale la disponibilità di oggetti è assunta come unico indizio della superiorità o dell’inferiorità individuale è di fatto una realtà basata sull'istupidimento dell’Uomo e quindi sulla sua “disumanizzazione”. Divorato totalmente dall'apparato tecnico di produzione e distribuzione, spogliato, anzi derubato, della propria umanità, perde la concezione di sé, di quello che realmente è, senza neppure più la coscienza di essere uno “schiavo”, giacché se avesse una tale coscienza e consapevolezza, si ribellerebbe. 

Tale coscienza, tale consapevolezza è abilmente ostacolata nel suo divenire dall'apparente libera scelta tra un’ampia varietà di beni e servizi. Ma questa “libertà” non è più dell’Uomo, quale lo abbiamo conosciuto nei miti e nella filosofia antica, è semmai il trionfo della sua avvenuta mutazione antropologica: da uomo libero si è reso schiavo, accettando supinamente di chiudersi nella gabbia dello sfruttamento e dell’ordine costituito. E tutto questo senza ribellarsi! Senza neppure intravedere l’inganno in cui è caduto, senza neppure sospettare che le sembianze del nuovo sovente nascondono un “ritorno al passato”.

Questo nuovo schiavo è affatto diverso da quelli del passato, ha imparato persino a essere sorridente, efficiente, sempre all'altezza della situazione, necessariamente e continuativamente felice. Perché “pensare positivo”, dare la sensazione di essere felici, sempre soddisfatti è essenziale per non essere considerati “perdenti”. 

In questa sorta di regime di felicità imposto, chi non sceglie questa felicità è costretto necessariamente a nascondersi e a desiderare addirittura d’essere dimenticato, per non dover subire l'onta d’essere additato come un disadattato. Lacerati dalla vergogna e dal senso di colpa, si autoconvincono persino di essere loro la causa del proprio senso di inadeguatezza, perché inferiori, nati al contrario, sbagliati, malati, rendendo così - senza volerlo - anche un ottimo servizio al sistema che potrà continuare a propagandare indisturbato il suo come il migliore dei mondi possibili, nell'euforia collettiva da “Mulino Bianco”.

Non dovremmo dunque meravigliarci se le nuove generazioni di giovani – che vivono in un mondo di egoismo, fatto di apparenze da mantenere ad ogni costo – nascono già così cinici e indifferenti nei confronti della società, della politica. Essi sono già disillusi e incapaci di lottare per un futuro che vedono irraggiungibile, non già perché irraggiungibile ma perché non sanno neppure per cosa valga la pena combattere. 

La disumanizzazione dei padri li ha pian piano logorati, annientati, cancellati, automizzati, trasformandoli in non persone, scheletri vaganti, col telefonino attaccato all'orecchio, che s’aggirano per le strade con occhi spenti e anima persa. Essi non sono più “i figlie e le figlie della forza stessa della Vita”, ma figli di schiavi – prede dell’ansia e della depressione, sempre dietro l’angolo, che aspetta nel buio, in silenzio, per poterli divorare – che hanno imparato presto a chinare il capo e dire sempre sì nella speranza di mantenere un lavoro insoddisfacente e malpagato.

Milioni di anni di evoluzione della specie umana – piaccia o non piaccia – hanno programmato l’Uomo per stabilire vincoli significativi con gli altri suoi simili, con la natura, con gli oggetti culturali, non certo in via prioritaria con le cose. Se è vero che il possesso di beni materiali è pur necessario alla vita dell’Uomo, appiattirlo sulla dimensione predominante di “consumatore” non può non produrre un progressivo isterilimento della sua capacità di sentire umanamente. 

Limitare o sopprimere questa sua naturale inclinazione, che appare inconciliabili con le esigenze della società attuale, che richiede qualità di carattere e stili di vita ben diversi, equivale in definitiva ad alienarlo dalla propria natura.

La “dissoluzione” dell’Uomo, che implica la sua riduzione alle cose che si desidera comprare, si realizza con gli oggetti che prendono il posto della coscienza: egli non pensa più, ma si identifica totalmente con essi. 

Spogliato della sua coscienza si concede allora al mondo e agli altri come merce da vendere bene sul mercato. La cura del corpo e del modo di presentarsi agli altri, imposto dal modello culturale dominante, assumono forme coattive fino al logoramento e allo stordimento di se stessi. La continua fuga da loro stessi, dalla loro condizione presente, l’inquietudine per il corpo, troppo magro o troppo grasso, troppo altro o troppo basso, la vecchiaia infine percepita più come una stigmate che come il naturale divenire della vita, distraggono dalle domande ultime, che dovrebbero invece abitare con tutta la loro fecondità l'anima dell'Uomo: "fatti non foste per viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza".

Questa ricerca affannosa dell’effimero, che provoca una vera e propria atrofia mentale, si fa più evidente nello svago, che assume le forme dello stordimento psichico: divertirsi significa non pensare, dimenticare la sofferenza intorno, anche quando questa viene esposta e messa in mostra sopra un piatto d’argento.

Se questo è il quadro sociale nel quale siamo costretti a vivere, dove disarmonia e lacerazione dei rapporti umani sono il requisito essenziale per la sopravvivenza del sistema stesso: se i modelli di consumo rimanessero stazionari, per la gran parte delle persone verrebbe a mancare il fattore competizione, essenziale per la lotta per il successo, anche se illusorio, rappresentato dal possesso di beni di consumo. La mancanza della pressione consumistica, con la minore produttività da parte degli operai, determinerebbe inevitabilmente la conseguente riduzione degli stessi beni di consumo. E il sistema collasserebbe!

E' evidente pertanto che in un tale sistema malato, che per affermare se stesso deve negare la natura propria dell’Uomo, è assai improbabile che non avvenga la fuga dell’uomo verso il non umano, salvo meravigliarsi poi che gli uomini siano diventati quel che sono: trasfigurazioni delle forze mostruose e inafferrabili del capitalismo!

Quale felicità, quale liberazione possiamo davvero conseguire, quando l’unico scopo collettivo che ancora rimane al genere umano è il perseguimento dell'interesse materiale personale? Come fare del mondo dell’anima e dello spirito un regno autonomo di valori, quando è il consumismo a dare la misura ai valori e si innalza al di sopra di quello? Come progettare un mondo di valore superiore, approvato incondizionatamente dall'intera umanità, quando ogni individuo può e vuole realizzarlo solo per sé stesso, dall'interno, senza sentire il bisogno di estenderlo a tutti i suoi simili? Come possiamo veramente credere che si possa sostenere il nostro consumismo sfrenato, senza porci la questione se il mondo sia in grado oppure no di sostenerlo?

Le conseguenze drammatiche dei cambiamenti climatici sono ormai sotto i nostri occhi, ma la maggior parte delle persone chiudono gli occhi per non vedere. Si preoccupano che che i loro figli siano ben coperti, che abbiano tutto quanto serve loro per una sana crescita, ma distolgono l’attenzione sul fatto che se si va avanti così, per i nostri figli e i nostri nipoti, rimarrà ben poco dell'ambiente naturale originario, oramai sempre più sfruttato e minacciato.

Reclamano i loro personali diritti, quando ritengono non siano stati rispettati, ma tacciano sulle conseguenze della cattiva politica, che mostra chiaramente i cedimenti del modello democratico, quale prolusione alla sua definitiva sconfitta. 

I nostri governanti si vantano della stabilità delle nostre democrazie, ma basta lo spettro della minaccia terroristica a seminare lo scompiglio e a giustificare il ricorso a leggi restrittive e all'innalzamento di muri per proteggere i loro bravi cittadini dai nuovi barbari, che premono sempre più numerosi ai nostri confini spinti dalla fame e dalla guerra.

La dimensione politica e pubblica, la lotta degli operai, la crisi economica sembrano aver perso ogni urgenza e necessità. A nessuno interessa la sorte degli operai, dei giovani senza lavoro, salvo a quelli che questo dramma lo vivono personalmente; tantomeno interessa la sorte di quanti a rischio della propria vita si trovano nella situazione di essere costretti a partire.

Questo indebolimento della coscienza umana non fa più chiedere loro, di una legge, se sia buona, se sia equa, se sia giusta, se sia corretta, se contribuirà a rendere migliore la società o il mondo cui apparteniamo. Di un politico, non si chiedono se sia onesto, se sia un punto di riferimento morale per i cittadini; si chiedono tutt'al più se soddisferà meglio di un altro al loro particolare e privato interesse.

È fuor di dubbio che trovare le risposte a domande come queste non sia cosa facile, ma erano queste, un tempo, le domande politiche per eccellenza. Da queste domande sono scaturite le rivoluzioni che hanno prodotto i moderni stati democratici. 

Forse noi uomini occidentali dovremmo reimparare a porci queste domande per uscire dalla stanchezza, dall'inadeguatezza generale che contrassegnano il nostro vivere quotidiano, dallo scacco esistenziale, dal naufragio dell’anima, sui quali s’incistano l’ansia e la depressione. 


I giovani dovrebbero riscoprire il coraggio di scelte difficili, quelle che ebbero la capacità di fare altri uguali a loro, allo scopo di conquistare quella libertà di cui i primi non sanno più cosa farsene. Se non sapranno riappropriarsi della politica, lo scenario nel prossimo futuro sarà molto diverso: la scelta non sarà più fra Stato e mercato, ma fra due tipi di Stato. 

domenica 1 maggio 2016

L’impegno umano che fa la differenza

Scivoliamo giorno dopo giorno in un sistema di potere invisibile, impersonale, disumanizzante, che non è meno totalitario di tutte le dittature monopartitiche moderne, sia quelle fasciste sia quelle comuniste. I dittatori di tali regimi totalitari assursero al potere o per volontà popolare o per cospirazione. In ogni modo, essi furono personalmente responsabili delle loro azioni, buone o cattive. Nelle moderne democrazie, molti politici, dietro la loro maschera giudiziosa, nascondono un cinismo perverso fatto di crudeltà, mancanza di coraggio, interesse privato a discapito di quello generale, manipolazione e offuscamento della verità.

Fare politica oggi è per molti solo l’opportunità di ottenere grandissimi privilegi, denaro e potere. Per ottenere ciò svendono orgoglio e dignità, incuranti sia dell’impoverimento della proprio coscienza sia dei danni enormi che arrecano alla collettività. Così in nome del personale tornaconto si fanno non solo strumenti “docili” di un potere osceno e anonimo, rappresentato da coloro che detengono grandi interessi economici e finanziari, ma anche banditori di un sistema, di un’ideologia, di un apparato che ha finito per privare – tanto i governanti quanto i governati – della propria coscienza, del proprio senso comune e, in una parola, della loro vera umanità.

Siamo produttori, consumatori, elettori, ma non siamo “esseri umani”; ingranaggi, imbrigliati in un ruolo predeterminato, di una mega macchina il cui unico fine è quello di estrarre anche quel residuo di umanità che persiste nonostante tutto.

Contro questa «invisibile finzione», messa in scena da un potere impersonale e disumanizzante, l’unica resistenza possibile sta nella capacità dell’individuo di risvegliare la propria coscienza e di riconoscere i bisogni autentici dell’esistenza, contrapposti alla falsa sicurezza di un lavoro senza diritti che, pur di non perderlo, induce molte persone ad accettare di tutto, persino a contrabbandarlo con il diritto alla salute.

Non è umano lavorare con sofferenza. Non è umano sottomettere la propria vita alla spietata logica del profitto, dovendosi meritare e guadagnare il lavoro, quasi fosse un premio e non un diritto dell’uomo. L'articolo 4 della Costituzione della Repubblica “riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto. Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società”.

Il confine tra lavoro che “ci unge” di dignità e quello che invece ci schiavizza è stato superato ormai da diversi anni. Qualcuno ha salutato e saluta questo superamento – vedi jobs act – come indice di modernità, come segno dei tempi: una rivoluzione copernicana che ha aperto le porte al futuro del lavoro. Ma a ben vedere in esso si scorgono semmai sempre più chiaramente le nuove forme contemporanee di schiavitù. 

Il lavoro è innanzitutto relazione e non la completa coercizione subita da chi del lavoro ha bisogno da parte di chi quel lavoro offre, secondo una logica mercenaria di sfruttamento.

Di fronte a un potere “invisibile” e “anonimo”, la vera sfida e la grande responsabilità sta nell'impegno umano di ciascuno di noi nel prendere conoscenza e consapevolezza dell’oppressione e dello sfruttamento perpetrato da un qualsiasi uomo, gruppo, nazione ai danni di un qualsiasi altro uomo, gruppo, nazione. 

Maggiore sarà il supporto, l’interesse e la solidarietà che saremo capaci di dare, da persone libere di pensare, a quanti sono fatti oggetto di oppressione e di sfruttamento, minore sarà il rischio che quella stessa sorte tocchi a noi e ai nostri figli domani. 

Dobbiamo imparare ad aiutarci per non restare soli quando avremo noi bisogno di aiuto. In una parola quel che è a rischio è la salvezza di noi tutti, la mia e quella dell’operaio costretto a barattare la salute con il lavoro; la mia e quella dell’immigrato costretto ai margini di una società opulenta e indifferente alla sua tragedia umana; la mia e quella del ricercatore fatto oggetto di mobbing per aver denunciato i pericoli di alcuni farmaci, a danno e spese dei pazienti, messi comunque in vendita solo per il tornaconto economico delle aziende farmaceutiche.


Se non comprendiamo che siamo tutti, chi più chi meno, ma in egual misura, sfruttati, oppressi e ingannati, se non rompiamo la catena dell’indifferenza che ci separa dai nostri simili meno fortunati, la miseria di questi diventerà presto la nostra miseria.