Per anni gli psicologi hanno voluto convincerci che il benessere
mentale e il disturbo psichico fossero condizioni legate all'equilibrio dell’individuo
in relazione a se stesso, agli altri e al mondo. E se fosse invece che c’è qualcosa
di profondamente sbagliato nelle nostre società, fondate sul modello
capitalistico, a creare proprio quelle condizioni di disagio psichico che, perdurando
a lungo e silenziosamente, sfociano poi nella psicopatologia vera e propria?
È
un fatto che inquietudine, malumore, insoddisfazione siano le costanti del
nostro vivere quotidiano. Questo disagio psicologico potrebbe essere non tanto
il risultato dell’incapacità dell’individuo a stabilire soddisfacenti relazioni
affettive e sociali, quanto il risultato della progressiva erosione dei legami e
dei rapporti sociali, connaturata all'ideologia capitalistica che, uniformando gli
esseri umani sul modello consumistico, ha finito per “disumanizzarli”.
Questa esige infatti che l’Uomo sia fondamentalmente e prima
di tutto un “consumatore”; l’ingranaggio di un apparato tecnico basato sulla
produzione e distribuzione infinita di beni di consumo. Dato dunque che l’obiettivo
è il “consumo” di oggetti, anche di quelli di cui non ha realmente bisogno, l’Uomo
non deve agire da Uomo libero, dotato di un suo pensiero e di una sua capacità critica,
quanto da “automa” spinto dal compulsivo bisogno di appropriarsi di tutti
quegli oggetti che, illusoriamente, gli promettono una vita più piena e felice.
Ora, se è del tutto naturale che in qualsiasi epoca e in qualunque parte del
mondo l’Uomo non ha potuto fare a meno di consumare per sopravvivere, quello
che contraddistingue più nettamente l’attuale società occidentale da quelle che
l’hanno preceduta sta piuttosto nell'euforia, nella “meccanicità” con cui le persone sono chiamate a soddisfare i propri bisogni o, meglio, i propri desideri. Ed io credo che in questa “meccanicità”,
in questo “automatismo” stia il difetto e la causa probabilmente del disagio
psichico che contraddistingue più delle altre la nostra epoca: la ricerca coatta
di beni di cui gran parte della gente non ha realmente bisogno, ma che sono indotte a credere essenziali
per avere una vita più piena e più felice.
Una società che per sopravvivere è basata sulla “pressione
consumistica” – essere “consumatori” è un “dovere civico”, ricordava l’ex
presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi – è di fatto una società
totalitaria, nella quale esiste un unico modo di pensare, di vivere e il
controllo capillare di ciascuno avviene non più tramite la Stasi o la
Gestapo, ma attraverso i mass-media che quotidianamente, minuto per minuto,
propongono modelli comportamentali che creano una vera e propria dipendenza nell'individuo-consumatore,
caratterizzata dalla compulsione a possedere proprio quel determinato bene che
ancora non si possiede. Il soggetto
avverte che, non potendo disporne, è come se gli mancasse qualcosa di
essenziale per mantenere il proprio equilibrio interiore. E finché non si realizza
il possesso dell’oggetto, ha la percezione angosciosa di una mancanza radicale,
un’astinenza che, perdurando, si incrementa sino a fare di quell'oggetto un
obiettivo irrinunciabile.
In una società siffatta, basata sulla soddisfazione
privatistica dei bisogni, non trova – e non potrebbe trovare – spazio la “solidarietà
umana”, atteso che nella giostra del grande fratello la vittoria arride ad uno
solo, il più scaltro, il più furbo, il più cinico; a quello che si fa meno
scrupoli in vista dell’obiettivo finale. Il principio motore dell’agire umano
non è la mano tesa a chi è rimasto indietro, per compiere il breve o lungo
faticoso cammino della vita, ma il motto “mors tua vita mea”, per restare in
vantaggio rispetto a tutti gli altri e poter cogliere sempre le migliori opportunità
solo per se stessi, dal momento che gli altri esseri umani non sono percepiti come soggetti degni,
al pari del vincente, di un’esistenza non dico altrettanto felice, quanto più
sopportabile, ma quali competitori nella conquista del gradino più
alto della scala sociale.
Una realtà nella quale la disponibilità di oggetti è assunta
come unico indizio della superiorità o dell’inferiorità individuale è di fatto
una realtà basata sull'istupidimento dell’Uomo e quindi sulla sua “disumanizzazione”.
Divorato totalmente dall'apparato tecnico di produzione e distribuzione, spogliato,
anzi derubato, della propria umanità, perde la concezione di sé, di quello che realmente
è, senza neppure più la coscienza di essere uno “schiavo”, giacché se avesse una tale coscienza e consapevolezza, si ribellerebbe.
Tale
coscienza, tale consapevolezza è abilmente ostacolata nel suo divenire dall'apparente
libera scelta tra un’ampia varietà di beni e servizi. Ma questa “libertà” non è più dell’Uomo, quale lo abbiamo conosciuto nei miti e nella filosofia antica, è semmai il trionfo della sua avvenuta mutazione antropologica: da
uomo libero si è reso schiavo, accettando supinamente di chiudersi nella gabbia dello
sfruttamento e dell’ordine costituito. E tutto questo senza ribellarsi! Senza
neppure intravedere l’inganno in cui è caduto, senza neppure sospettare che le
sembianze del nuovo sovente nascondono un “ritorno al passato”.
Questo nuovo schiavo è affatto diverso da quelli del passato, ha
imparato persino a essere sorridente, efficiente, sempre all'altezza della
situazione, necessariamente e continuativamente felice. Perché “pensare
positivo”, dare la sensazione di essere felici, sempre soddisfatti è essenziale per non essere considerati “perdenti”.
In questa sorta di regime di felicità imposto, chi non sceglie questa felicità
è costretto necessariamente a nascondersi e a desiderare addirittura d’essere dimenticato, per
non dover subire l'onta d’essere additato come un disadattato. Lacerati
dalla vergogna e dal senso di colpa, si autoconvincono persino di essere loro la causa del proprio senso di inadeguatezza, perché inferiori,
nati al contrario, sbagliati, malati, rendendo così - senza volerlo - anche un ottimo servizio al sistema che potrà continuare a propagandare indisturbato il suo come il migliore dei mondi possibili, nell'euforia collettiva da “Mulino Bianco”.
Non dovremmo dunque meravigliarci se le nuove generazioni di
giovani – che vivono in un mondo di egoismo, fatto di apparenze da mantenere ad
ogni costo – nascono già così cinici e indifferenti nei confronti della società,
della politica. Essi sono già disillusi e incapaci di lottare per un futuro che
vedono irraggiungibile, non già perché irraggiungibile ma perché non sanno neppure
per cosa valga la pena combattere.
La disumanizzazione dei padri li ha pian
piano logorati, annientati, cancellati, automizzati, trasformandoli in non persone,
scheletri vaganti, col telefonino attaccato all'orecchio, che s’aggirano per le
strade con occhi spenti e anima persa. Essi non sono più “i figlie e le figlie
della forza stessa della Vita”, ma figli di schiavi – prede dell’ansia e della
depressione, sempre dietro l’angolo, che aspetta nel buio, in silenzio, per
poterli divorare – che hanno imparato presto a chinare il capo e dire sempre sì
nella speranza di mantenere un lavoro insoddisfacente e malpagato.
Milioni di anni di evoluzione della specie umana – piaccia o
non piaccia – hanno programmato l’Uomo per stabilire vincoli significativi con
gli altri suoi simili, con la natura, con gli oggetti culturali, non certo in
via prioritaria con le cose. Se è vero che il possesso di beni materiali è pur necessario
alla vita dell’Uomo, appiattirlo sulla dimensione predominante di “consumatore”
non può non produrre un progressivo isterilimento della sua capacità di sentire
umanamente.
Limitare o sopprimere questa sua naturale inclinazione, che appare inconciliabili
con le esigenze della società attuale, che richiede qualità di carattere e
stili di vita ben diversi, equivale in definitiva ad alienarlo dalla propria natura.
La “dissoluzione” dell’Uomo, che implica la sua riduzione alle
cose che si desidera comprare, si realizza con gli oggetti che prendono il posto
della coscienza: egli non pensa più, ma si identifica totalmente con essi.
Spogliato
della sua coscienza si concede allora al mondo e agli altri come merce da vendere
bene sul mercato. La cura del corpo e del modo di presentarsi agli altri,
imposto dal modello culturale dominante, assumono forme coattive fino al
logoramento e allo stordimento di se stessi. La continua fuga da loro stessi,
dalla loro condizione presente, l’inquietudine per il corpo, troppo
magro o troppo grasso, troppo altro o troppo basso, la vecchiaia infine percepita più come una stigmate che come il naturale divenire della vita, distraggono dalle domande ultime,
che dovrebbero invece abitare con tutta la loro fecondità l'anima dell'Uomo: "fatti non foste per viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza".
Questa ricerca affannosa dell’effimero, che provoca una vera
e propria atrofia mentale, si fa più evidente nello svago, che assume le forme
dello stordimento psichico: divertirsi significa non pensare, dimenticare la
sofferenza intorno, anche quando questa viene esposta e messa in
mostra sopra un piatto d’argento.
Se questo è il quadro sociale nel quale siamo costretti a
vivere, dove disarmonia e lacerazione dei rapporti umani sono il requisito essenziale
per la sopravvivenza del sistema stesso: se i modelli di consumo rimanessero
stazionari, per la gran parte delle persone verrebbe a mancare il fattore
competizione, essenziale per la lotta per il successo, anche se illusorio, rappresentato
dal possesso di beni di consumo. La mancanza della pressione consumistica, con la
minore produttività da parte degli operai, determinerebbe inevitabilmente la conseguente
riduzione degli stessi beni di consumo. E il sistema collasserebbe!
E' evidente pertanto che in un tale sistema malato, che per affermare se stesso deve
negare la natura propria dell’Uomo, è assai improbabile che non avvenga la fuga dell’uomo verso il
non umano, salvo meravigliarsi poi che gli uomini siano diventati quel che
sono: trasfigurazioni delle forze mostruose e inafferrabili del capitalismo!
Quale felicità, quale liberazione possiamo davvero
conseguire, quando l’unico scopo collettivo che ancora rimane al genere umano è il perseguimento
dell'interesse materiale personale? Come fare del mondo dell’anima e dello spirito
un regno autonomo di valori, quando è il consumismo a dare la misura ai valori
e si innalza al di sopra di quello? Come progettare un mondo di valore
superiore, approvato incondizionatamente dall'intera umanità, quando ogni individuo può e vuole realizzarlo
solo per sé stesso, dall'interno, senza sentire il bisogno di estenderlo a
tutti i suoi simili? Come possiamo veramente credere che si possa sostenere
il nostro consumismo sfrenato, senza porci la questione se il mondo sia in
grado oppure no di sostenerlo?
Le conseguenze drammatiche dei cambiamenti climatici sono
ormai sotto i nostri occhi, ma la maggior parte delle persone chiudono gli occhi per non vedere. Si preoccupano che che i loro figli siano ben coperti, che abbiano tutto quanto
serve loro per una sana crescita, ma distolgono l’attenzione sul fatto che se
si va avanti così, per i nostri figli e i nostri nipoti, rimarrà ben poco
dell'ambiente naturale originario, oramai sempre più sfruttato e minacciato.
Reclamano i loro personali diritti, quando ritengono non
siano stati rispettati, ma tacciano sulle conseguenze della cattiva politica,
che mostra chiaramente i cedimenti del modello democratico, quale prolusione alla
sua definitiva sconfitta.
I nostri governanti si vantano della stabilità delle nostre democrazie,
ma basta lo spettro della minaccia terroristica a seminare lo scompiglio e a
giustificare il ricorso a leggi restrittive e all'innalzamento di muri per
proteggere i loro bravi cittadini dai nuovi barbari, che premono sempre più numerosi ai nostri
confini spinti dalla fame e dalla guerra.
La dimensione politica e pubblica, la lotta degli operai, la
crisi economica sembrano aver perso ogni urgenza e necessità. A nessuno interessa
la sorte degli operai, dei giovani senza lavoro, salvo a quelli che questo
dramma lo vivono personalmente; tantomeno interessa la sorte di quanti a
rischio della propria vita si trovano nella situazione di essere costretti a
partire.
Questo indebolimento della coscienza umana non fa più chiedere loro, di una legge, se sia buona, se sia equa, se sia giusta, se sia
corretta, se contribuirà a rendere migliore la società o il mondo cui
apparteniamo. Di un politico, non si chiedono se sia onesto, se sia un
punto di riferimento morale per i cittadini; si chiedono tutt'al più se soddisferà meglio di un altro al loro particolare e privato interesse.
È fuor
di dubbio che trovare le risposte a domande come queste non sia cosa facile, ma erano
queste, un tempo, le domande politiche per eccellenza. Da queste domande
sono scaturite le rivoluzioni che hanno prodotto i moderni stati democratici.
Forse noi uomini occidentali dovremmo reimparare a porci queste domande per uscire dalla stanchezza, dall'inadeguatezza
generale che contrassegnano il nostro vivere quotidiano, dallo scacco
esistenziale, dal naufragio dell’anima, sui quali s’incistano l’ansia e la
depressione.
I giovani dovrebbero riscoprire il coraggio di scelte
difficili, quelle che ebbero la capacità di fare altri uguali a loro, allo
scopo di conquistare quella libertà di cui i primi non sanno più cosa farsene. Se
non sapranno riappropriarsi della politica, lo scenario nel prossimo futuro sarà
molto diverso: la scelta non sarà più fra Stato e mercato, ma fra due tipi di
Stato.