sabato 20 dicembre 2014

RENZI E LE NORME ANTIEVASIONE

Corruzione ed evasione in Italia valgono 160 miliardi di euro e rappresentano il 10% del Pil. 

Ora, se da una parte Renzi promette norme più efficaci contro l’evasione fiscale, dall’altra le “misure concrete” dell’esecutivo non vanno proprio in quella direzione. Nel migliore dei casi le nuove norme per contrastare l’evasione fiscale sono impantanate in Parlamento o non pervenute, nel peggiore dei casi quelle che si annunciano anziché stringere le maglie per gli evasori le allargano.

L’evasione fiscale molto spesso si annida nell'elusione fiscale. Questa a differenza dell’evasione fiscale è ritenuta una pratica giuridicamente lecita quando sussistono valide ragioni economiche. Per esempio, se faccio l’agente di commercio e uso la mia autovettura per recarmi dai clienti è comprensibile che porti in deduzione o detrazione i costi che sono stati indispensabili per lo svolgimento della mia attività. Ma in Italia, nella maggioranza dei casi, le norme elusive sono poste in essere dal contribuente al fine di aggirare le norme tributarie e volte ad ottenere una riduzione del carico fiscale a danno della fiscalità generale.

Esempio. 
Ipotizziamo che le aliquote fiscali riguardanti la vendita di un immobile siano del 35% e quelle sulla vendita di azioni del 20%. Ammettiamo che il sig. Rossi proprietario di un immobile, del valore di 1.000.000 di euro, intenda venderlo. Qualora la vendita dell’immobile andasse in porto, il sig. Rossi dovrebbe al fisco l’importo di 350.000 euro. Ma se il sig. Rossi è un tipo furbo potrebbe conferire il suo immobile ad una società per azioni, di cui è socio occulto, in cambio del controvalore in azioni. Vende quindi le azioni per 1.000.000 di euro e paga al fisco solo 200.000 euro, con un risparmio fiscale di 150.000 euro. Il comportamento elusivo in questo caso non è finalizzato allo svolgimento dell’attività d’impresa, ma solo al trasferimento della proprietà sostanziale dell'immobile, allo scopo di beneficiare di un'aliquota impositiva fortemente ridotta.

Appare chiaro come il sig. Rossi faccia abuso dell’uso normale del diritto, perché di fatto il suo comportamento individuale si pone in contrasto con gli scopi etici e sociali, che sono indispensabili affinché il diritto stesso venga riconosciuto e protetto dall'ordinamento giuridico positivo in quanto tale. Un siffatto comportamento, finalizzato a soddisfare il solo interesse soggettivo, costituisce pertanto abuso del diritto e si configura come fatto illecito e dunque sanzionabile secondo le norme generali di diritto in materia.

Considerando che in Italia gli accertamenti fiscali riguardano solo il 10% delle dichiarazioni presentate e la durata dei processo tributari è in media di circa 8/10 anni, ne consegue che il sig. Rossi ha il 90% di farla franca. Quantunque fosse scoperto potrà sempre patteggiare nella misura che va dal 20% al 50% del dovuto. Un bell’affare comunque e ragionevolmente molto vantaggioso: se non ti scoprono non paghi per niente; se sì, paghi meno del dovuto.

Dalle bozze, rese note dall’agenzia Public policy, sul decreto concernente l’abuso del diritto del governo Renzi, teso a chiarire i confini tra sfruttamento “lecito” delle scappatoie consentite dalla legge per pagare un po’ meno tasse e abuso o evasione vera e propria, emerge un quadro in controtendenza rispetto alle grida manzoniane di contrasto all’evasione fiscale: chi emette fatture false di valore inferiore a 1000 euro non è punibile; il limite oltre il quale la dichiarazione infedele presentata al fisco per evadere le tasse diventa un reato penale passa dagli attuali 50mila euro a 200mila euro.

Come se non bastasse, si aggiunga che le nuove norme avranno effetto retroattivo: “verranno applicate anche alle condotte abusive già commesse alla data dell’entrata in vigore del decreto legislativo”.

Quando si dice affermare una cosa e fare esattamente il contrario.

domenica 14 dicembre 2014


UN CORROTTO E' MENO EVERSIVO?
Giorgio Napolitano parla del decadimento del sistema politico e individua nell’antipolitica la causa. Dunque non la corruzione, non l’intreccio perverso tra politica e criminalità, che come una metastasi attraversa il tessuto sociale da nord a sud, da est a ovest. E quando, al termine del suo intervento all’Accademia dei Lincei, invita e tenersi ben lontani dai “senza speranze” e dai “banditori di smisurate speranze” è chiaro il riferimento al M5S.
Insomma, più della corruzione, più delle organizzazioni malavitose nelle istituzioni è l’antipolitica il vero cancro da estirpare. Quando si dice confondere la causa con l’effetto.
Allo stato delle cose, il M5S è il partito di maggioranza relativa, con i suoi 8 milioni 688 mila 231 voti. Un movimento intercetta il malessere e il disagio di una parte dei cittadini, fonda un nuovo partito, si presenta alle elezioni e viene votato da circa nove milioni di cittadini.
Mi pare che in una normale democrazia le cose funzionino in questo modo. Ora, perché mai il M5S sarebbe “eversivo”? Nessuna “marcia su Roma”, nessuna “notte dei lunghi coltelli”. Tra quelli del M5S non ci sono né camice verdi né camice nere né camice rosse.
Ma Giorgio Napolitano dice che la crisi della politica è in gran parte colpa del movimento di Grillo. Forse perché finora nessuno del M5S è stato accusato di corruzione? Forse perché è l'unico partito che ha restituito 42 milioni che pure gli spettavano, per legge?

Non sarà forse che dinanzi al degradante e desolante spettacolo che la politica quotidianamente da di se stessa, non resti altra scelta al cittadino che intende esercitare il suo diritto dovere di partecipare alle elezioni che quella di votare l’unico partito che ad oggi non ha corrotti tra le sue file?

domenica 16 novembre 2014

Renzi e il Pd consegnano l'Italia ai fascisti

I dati Istat dicono che l’Italia è da tredici trimestri consecutivi in recessione, ma Renzi si preoccupa più dei convegni alla "Leopolda". Genova e la Liguria travolte di nuovo da acqua e fango, e Renzi promette lo "Sblocca Italia". Fuori dai "palazzi" del potere la rivolta sociale dilaga, ma Renzi, in cerca di sponsor, organizza cene da mille euro con imprenditori del malaffare e politici corrotti, alla faccia di chi con mille euro ci campa la famiglia. Lo Stato s'arrende ai fascisti e le uniche priorità sono la riforma del Senato, quella elettorale e il Jobs Act.
La gente è stremata e stanca d'essere oltraggiata da un'intera classe politica, più occupata a conservare intatti i propri privilegi che accogliere il "grido di dolore che da tante parti d'Italia si leva verso di" loro. Tace il governo; tace il premier; tace il Quirinale. E si stenta a comprendere come dinanzi a tanta devastazione l'unica risposta delle Istituzioni è il cinismo, l'indifferenza.
In un momento come questo, con le fabbriche che chiudono, con l’Italia sott'acqua anche a causa della eccessiva cementificazione, diretta conseguenza dei condoni edilizi degli ultimi venti anni e di una politica tanto distratta quanto correa, l'unica risposta possibile è una nuova classe politica e dirigente capace di coniugare giustizia, libertà e diritti delle persone, uniformandosi al dettato costituzionale dell'art. 59, secondo il quale ai cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore. Quando si consideri, allo stato delle cose, che nel Parlamento permane invece la presenza di un notevole numero di parlamentari i quali sono stati condannati con sentenza passata in giudicato, insieme ad altri che hanno richiesto e ottenuto un patteggiamento della pena; senza parlare poi di coloro che sono attualmente sotto processo e i molteplici casi di prescrizione del reato e avvisi di garanzia in corso, è assai improbabile colmare quell'abisso scavatosi tra le Istituzioni e il corpo sociale, destinato nella migliore delle ipotesi ad aumentare le fila dei razzisti in camicia verde e ai fascisti in camicia nera.

domenica 12 ottobre 2014

MENTONO SAPENDO DI MENTIRE

Secondo il sociologo De Masi, il numero complessivo degli occupati in Italia è di 22 milioni e 380 mila. 

L’art.18 dello Statuto dei lavoratori interessa circa 6,5 milioni di lavoratori; i casi da art. 18 però sono 40 mila: ogni anno ci sono circa 40 mila casi affrontati sulla base dell’articolo 18. Di questi l’80% sono risolti con un accordo extragiudiziale. Ne restano dunque 8 mila.  In 4.500 casi il lavoratore perde e in 3.500 vince. Dei casi in cui i lavoratori vincono, solo 2/3 ottengono il reintegro. 

Quindi poco più di 2500 casi. 

Possiamo dunque onestamente affermare che la conservazione dell’art. 18 rappresenti davvero un ostacolo all'occupazione o, piuttosto, la sua cancellazione, con il valore simbolico e rappresentativo di un modo di intendere il diritto  al lavoro, vuole essere il punto di arrivo della restaurazione di un potere “padronale” che si riprende quanto fu costretto a concedere negli anni tra il ’68 e il ’73?

Occorre sapere che già la legge Fornero ha modificato l'art. 18 della legge 20 maggio 1970 (Statuto dei Lavoratori) in senso più favorevole all'impresa. 

L’art. 14 comma 7 del ddl n. 92 del 2012 sulla riforma del lavoro (Tutele del lavoratore in caso di licenziamento illegittimo) stabilisce infatti che il giudice, chiamato ad accertare la “manifesta insussistenza” del fatto posto a base del licenziamento, potrà reintegrare il licenziato solo quando, da subito, senza indagini, senza prove, “manifestamente” appunto, è sicuro che il motivo economico non sussiste. 

Se invece per decidere è costretto ad acquisire ulteriori prove, allora il reintegro non scatta: “Il giudice, nelle altre ipotesi in cui accerta che non ricorrono gli estremi del giustificato motivo soggettivo o della giusta causa addotti dal datore di lavoro (ovvero motivi economici), dichiara risolto il rapporto di lavoro con effetto dalla data del licenziamento e condanna il datore di lavoro al pagamento di un’indennità risarcitoria onnicomprensiva determinata tra un minimo di dodici e un massimo di ventiquattro mensilità dell’ultima retribuzione globale di fatto, in relazione all'anzianità del lavoratore e tenuto conto del numero dei dipendenti occupati, delle dimensioni dell’attività economica, del comportamento e delle condizioni delle parti, con onere di specifica motivazione a tale riguardo”.

Se Rossi licenzia Bianchi, è chiaro che la motivazione non sarà perché Bianchi è ebreo od omosessuale. Motiverà il suo licenziamento su basi economiche. Ora poiché in un Paese nel quale il falso in bilancio non è reato, Rossi altererà il suo bilancio in modo che risulti palese la causa economica. 

Se il giudice invece sentisse odor di bruciato e accogliesse i sospetti di Bianchi (sono stato licenziato perché ebreo, perché omosessuale, perché iscritto a un sindacato, ecc. ecc.) dovrebbe rinviare tutto a processo. Ma poiché l’insussistenza del motivo economico, anche se accertata, non è “manifesta”, allora scatta il comma 7 dell’art. 14: nelle altre ipotesi ecc. ecc. … e il lavoratore non potrà essere reintegrato.

Ne consegue che il reintegro per infondati motivi economici non ci sarà mai: per accertare l’insussistenza del motivo economico, l’istruttoria va fatta. Ma, se la fa, addio reintegro.
 
Oggi il reintegro pieno con una retribuzione non inferiore alle 5 mensilità, si applica soltanto per i licenziamenti discriminatori, mentre per tutti gli altri licenziamenti illegittimi eseguiti dal datore di lavoro senza un giustificato motivo, il Giudice può disporre il reintegro del lavoratore ed il pagamento fino a 12 mensilità solo in caso di inconsistenza del fatto contestato, mentre per tutti gli altri casi, anche se il giudice riscontra l'insussistenza di giusta causa, può condannare il datore di lavoro solamente al pagamento di una indennità fino a un massimo di 15 mensilità, senza reintegro del lavoratore nel luogo di lavoro.

Sembra evidente a questo punto che quando Renzi e la Confindustria asseriscono che l’economia italiana potrebbe riprendere ed assumere più persone abolendo l’articolo 18, mentono sapendo di mentire!

sabato 4 ottobre 2014

Lo sconfortante scenario italiano

Il mantenimento del bonus degli 80 euro nel formato attuale, l’annuncio dell’inserimento del Tfr in busta paga ogni mese non credo appaiano misure sufficienti a stimolare la domanda interna e conseguentemente l’economia.

Infatti, nonostante il bonus di 80 euro, nel secondo trimestre del 2014 il prodotto interno lordo (PIL) è diminuito di un ulteriore 0,2% rispetto al trimestre precedente. E il governo gioca su due tavoli: se da una parte Renzi dice alla Merkel che “non siamo scolaretti”, dall'altra Padoan – ministro dell’Economia – garantisce Bruxelles che se le sue ricette non funzioneranno, nel triennio 2016-18 saranno chiesti ai contribuenti italiani oltre 50 miliardi di euro, attraverso aumenti dell’Iva e altre imposte indirette per un controvalore di 12,6 miliardi nel 2016, 17,8 miliardi nel 2017 e 21,4 miliardi nel 2018.

Non potrei dire se l’Italia è a rischio deflazione o siamo già in piena deflazione. Un fatto però è certo, se l’inflazione preoccupa, la deflazione è considerata dagli economisti un male peggiore. Quando i prezzi salgono si parla di inflazione. Quando invece i prezzi scendono si parla di deflazione.

Quando non è determinata dall'aumento dei prezzi dei beni importati, l’inflazione se da una parte genera un’erosione del potere d'acquisto dei consumatori, dall'altra riflette una fase del processo economico nel quale vi è piena occupazione e quindi un surplus della domanda rispetto all'offerta. L’inflazione peraltro comporta un trasferimento di ricchezza vantaggioso per i soggetti in posizione debitoria e svantaggioso per i soggetti in posizione creditoria.

La deflazione se porta un vantaggio momentaneo (i prezzi scendono), col trascorrere del tempo distrugge la ricchezza accumulata di una nazione: gli investimenti crollano, le aziende chiudono, la disoccupazione aumenta.

Per rendere più chiaro il fenomeno, immaginiamo un negozio di abbigliamento dopo una stagione di scarse vendite. Il negoziante, per far fronte alla sua posizione debitoria e alle spese, sarà costretto a vendere a saldo la merce invenduta per non trovarsela sul groppone. Se il ricavo risulterà insufficiente per pagare fornitori e dipendenti, il nostro negoziante sarà costretto a vendere la casa e a prosciugare i suoi risparmi, con la conseguenza che tirerà giù il bandone, mandando a casa tutti i suoi dipendenti. Così se i consumatori hanno tratto un momentaneo vantaggio acquistando a poco un capo di abbigliamento, tutta la collettività ne risulterà successivamente impoverita: non esiste più merce da acquistare e la disoccupazione è aumentata. Salvo che il nostro negoziante non realizzi una vincita al superenalotto (un nuovo piano Marshall?), saranno scarse le possibilità che si generi nuova ricchezza.

Così, come nel morbo di Alzheimer via via che la malattia progredisce si spengono le cellule neuronali, dapprima lentamente, quindi sempre più velocemente, il tessuto economico e sociale di un paese si frantuma, si sfalda. Per effetto domino, la catena di eventi indesiderati non si limita alle singole aziende che chiudono. La disoccupazione conseguente riduce la domanda di beni e servizi. Quindi la scarsa domanda di beni raffredda l’entusiasmo delle imprese che operano nel settore produttivo dei beni di consumo ad investire, perché si rendono conto che sarà sempre più difficile vendere, in futuro, le merci prodotte a famiglie sempre più povere.

Il Pil diminuisce ma il differenziale del debito, se anche restasse costante (ipotesi assai improbabile), rispetto ad esso aumenta. Tale circostanza costringe lo stato a pagare interessi sempre più alti agli investitori, che chiedono rendimenti più alti per acquistare il debito di un paese a rischio solvibilità. In questo clima è inevitabile che trovi spazio una speculazione sui titoli di proporzioni enormi che rischia di mandare in default i conti pubblici.

Dal 2010 al 2013, per pagare gli interessi sul proprio debito pubblico, l’Italia ha speso più di 300 miliardi. Il dato è dell’Istat. Quante scuole, quanti ospedali, quante strade, quanto lavoro si potevano creare con quei soldi che sono finiti per pagare solo interessi sul debito?

Nonostante le famose manovre finanziarie, destinate a contenere il debito, il risultato è che dal Governo Monti, chiamato a salvare l’Italia dal baratro, al giugno 2014 il debito pubblico italiano è cresciuto dal 120,7% al 135%, attestandosi a quota 2.169 miliardi. Segno questo che tutte le terapie finora adottate si sono rivelate inefficaci: il nostro paese continua ad accumulare debito! Perché?

Fondamentalmente il debito pubblico è come il debito di una famiglia: si produce come conseguenza di maggiori uscite rispetto alle effettive entrate. Una famiglia può indebitarsi, accendendo per esempio un mutuo per acquistare una casa, a patto però che le sue entrate siano calibrate alla rata di mutuo.

Il debito pubblico italiano continua a crescere, nonostante le strategie di contenimento, perché:

  1. il peso degli interessi, che viaggiano verso i 100 miliardi di euro l’anno, è divenuto insostenibile;
  2. sebbene i tassi di interesse nominali restino bassi, pure sono superiori alla somma di crescita e inflazione;
  3. nonostante la spending review sia sempre stata annunciata e mai nessuno finora ha messo in atto delle vere ristrutturazione di spesa, i costi della Pubblica Amministrazioni – suddivisi in stipendi dei dipendenti pubblici, spese intermedie, altre spese – sono elefantiaci: la spesa pubblica italiana è nel complesso molto elevata per gli standard internazionali e la sua struttura presenta profonde anomalie rispetto a quella rilevata in altri paesi;
  4. il fenomeno corruttivo italiano spicca tra i paesi europei: conflitto d'interesse, leggi ad personam, lunghezza dei processi e conseguente prescrizione, collusioni tra politica, imprenditoria e criminalità, appalti truccati;
  5. la percentuale di evasione nel nostro Paese è al 27% del Pil. Per farsene un’idea, basta dire che negli Stati Uniti essa tocca solo (si fa per dire) il 9% del Pil;
  6. l’Italia ha smesso di crescere;
  7. non possiamo permetterci più una “politica monetaria”.

Il concorso di tutti questi fattori fa sì che il debito si autoalimenti. Non basta dunque che i governi continuino a tenere in ordine i bilanci dal punto di vista delle spese e delle tasse, come sostanzialmente successo negli ultimi anni in Italia. È necessario che la politica affronti contemporaneamente tutti questi fattori. E per farlo il tempo è veramente scarso: un economista di Bank of America Merill Lynch prevede che il debito pubblico italiano salirà presto al 150% del Pil se l’inflazione rimarrà così bassa.

Con uno stock del debito di oltre 2100 miliardi, che continuerà a crescere, sarà assai improbabile attuare interventi di compensazione per mantenere quel che resta di uno “stato sociale” che si assottiglia sempre di più.

Chi mi legge, risponda onestamente sull'azione dell’attuale governo Renzi. Sta andando verso una ripresa o, al contrario, verso l’affossamento più rapido delle già esigue risorse?

mercoledì 1 ottobre 2014

Il caso De Magistris è un classico esempio di manipolazione dell’informazione e di distorsione dei fatti nel nostro Paese. Poiché questo avviene ormai quotidianamente, sarebbe giunto il momento di preoccuparsi sul serio sulla tenuta della democrazia in Italia. Le vere notizie non stanno più sui giornali, non si sentono in TV. Le vere notizie ce le dobbiamo fare noi attraverso la rete, la stampa internazionale, la ricerca e il riscontro di fatti. Ma questo, la maggioranza degli italiani non lo fa; nel mondo dell'informazione, la centralità della televisione è ancora fuori discussione: l'80,9% degli italiani la utilizza come fonte.
Considerato ora che chi possiede e controlla le televisioni e le testate giornalistiche a maggior diffusione in Italia sono gruppi di potere legati alle logge massoniche P2, P3, P4 (leggasi Gelli, Berlusconi, Bisignani, Verdini, Gianni Letta, ecc.), appare chiaro come questa élite di individui operi esclusivamente nel proprio interesse, prendendo “per il culo” la maggioranza degli italiani. Sebbene la massoneria sia un ordine iniziatico che ha per scopo il perfezionamento dell’individuo, quelle della P2, P3, P4 sono più volgarmente sette segrete – assimilabili a cosche mafiose – che si prefiggono velleitariamente lo scopo di comandare il popolo, tramite la manipolazione ed emanazione di leggi a vantaggio di pochi e a danno di tutti gli altri.
Se si aggiunge poi l’indole della maggioranza degli italiani, riassunta sagacemente dal grande Eduardo De Filippo nell'opera “Peppino Girella”, che narra le vicissitudini di una famiglia napoletana caduta in rovina in seguito alla perdita di lavoro di Andrea Girella e che si adatta ad ogni situazione pur di continuare a campare. Quando il protagonista Andrea, stanco dei mille soprusi, si lascia andare ad un monologo: «Ci negano il diritto della vita? È cos 'e nient. Ci tolgono l'aria? È cos 'e nient. A furia 'e ricer è cos 'e nient, siamo diventati due cos 'e nient», sembra rappresentare lo spirito e il carattere della maggioranza del popolo italiano.
Ci tolgono ogni tutela e diritto sul posto di lavoro, trovandoci disoccupati da un giorno all’altro: È cos 'e nient. I ricchi possono curarsi, mentre tutti gli altri devono rassegnarsi a crepare, per mancanza di reddito, come sta accadendo in Grecia: È cos 'e nient. La giustizia è clemente con i potenti, ma inflessibile per tutti tutti gli altri: È cos 'e nient. A scuola potranno andarci solo i figli dei ricchi mentre i nostri figli pasceranno nella totale ignoranza, secondo il detto che è molto più facile governare un popolo di ignoranti: È cos 'e nient … ecc. ecc.
Il disegno comincia ad apparire chiaro nella sua trama, ma gli italiani fanno ancora fatica a vederne l’ordito o forse non vogliono vederlo. Viviamo circondati dalla monnezza materiale e morale e nessuno fa niente per denunciare questo stato di cose. Come se occuparsi delle cose del paese fosse un inutile trastullo, quando ci sono cose più serie nella vita: la tappezzeria di casa, le vacanze, l’ultimo cellulare, ecc. ecc.
D'altronde cosa ci si può attendere in un Paese nel quale soltanto il 20 per cento della popolazione adulta italiana possiede gli strumenti minimi indispensabili di lettura, scrittura e calcolo necessari per orientarsi in una società contemporanea? A ben vedere rappresentano un partito di minoranza.
Dopo l’amara premessa, vengo alla questione De Magistris.
Cosa si evince dalla maggioranza dei quotidiani e dei network televisivi? Si evince che De Magistris è stato condannato a 15 mesi di reclusione per “abuso d’ufficio” nel corso dell’inchiesta Why Not e che, al pari di Berlusconi, in violazione della legge Severino non intende dimettersi e accusa i giudici di aver proferito una sentenza ingiusta. I garantisti a corrente alternata, sono ora diventati giustizialisti e vogliono la testa di De Magistris. Inaccettabile la logica dei due pesi e le due misure, ha proferito Maurizio Lupi.
Andiamo con ordine.
Quale corte ha condannato De Magistris? La corte che lo ha condannato è la decima sezione penale del tribunale di Roma per i fatti risalenti al 2007, quando De Magistris era pm a Catanzaro e conduceva l’indagine «Why not». L’inchiesta riguardava l’uso illecito di fondi europei per la formazione professionale in Calabria.
Significa qualcosa il fatto che Nitto Palma sia stato uno dei pm di punta della procura di Roma, prima di diventare amico di Cesare Previti (l'ex ministro oggi pregiudicato) e sbarcare in parlamento nel 2001, segnalandosi subito per un tentativo di resuscitare l'immunità parlamentare totale e che oggi è il presidente della commissione giustizia del Senato? I giudici di Milano avrebbero emesso la stessa sentenza?
Il termine dell’inchiesta Why Not deriva dal nome di una società di outsourcing di Lamezia Terme, la cui finalità era quella di fornire alla regione lavoratori specializzati nel settore informatico. Nel corso delle indagini, De Magistris non solo scopre che intorno a questa società di outsourcing vi era un vero e proprio “comitato d'affari” che gestiva illegalmente i fondi europei: soldi destinati allo sviluppo della Calabria, usati invece per favorire l'apparato politico-amministrativo con pratiche clientelari, come l'assunzione di lavoratori raccomandati dai politici, oppure versando somme per la campagna elettorale delle regionali 2005.
Scopre altresì un gruppo di potere trasversale, tenuto insieme da una loggia massonica coperta, giornalisticamente nota come “La Loggia di San Marino”, che avrebbe influito sulle scelte di amministrazioni pubbliche per l'utilizzo dei finanziamenti e dell'assegnazione di appalti pubblici.
In un Paese serio un uomo del genere verrebbe magnificato, esaltato. Nel nostro invece viene messo sotto accusa per aver osato toccare i gangli di un potere marcio e corrotto.
Paragonare la furia di De Magistris a quella di Silvio Berlusconi contro le toghe rosse non è solo mistificatorio ma disonesto. Se solo De Magistris avesse distolto o allontanato lo sguardo dalle notizie di reato che lo portarono ad indagare e conseguentemente scandagliare i santuari proibiti calabresi e lucani, la sua carriera politica sarebbe stata più rapida e fulgida, anziché essere costretto a difendersi da un’orda di giornalisti che come cani famelici lo azzannano solo per aver fatto il suo dovere..
È triste constatare per l’ennesima volta come nel nostro Paese chi come Falcone, Borsellino, Scarpinato, Ingroia, De Magistris conosce fatti, circostanze e segreti di pezzi importanti delle istituzioni e personaggi infedeli sia sempre messo nella condizione di non nuocere. E se il tritolo non può essere utilizzato, ecco che si ricorre alla “macchina del fango”, alla giustizia addomesticata al servizio delle logge massoniche deviate.
Ci sono azioni che non si perdonano. Ci sono affronti che devono essere puniti. Ci sono condotte imperdonabili. E De Magistris ha commesso tutti questi peccati. Lo sapeva che prima o poi il conto sarebbe stato presentato, puntuale come una cartella esattoriale di Equitalia. Quando pensi che il fisco si sia dimenticato di te, ecco che il postino suona alla tua porta. E il postino ha suonato alla porta di De Magistris, condannandolo non “per abuso d’ufficio” che non c’è, ma per aver osato sfidare i poteri forti di questo esaltante e miserabile Paese.
L’abuso d’ufficio è la parolina magica che nasconde la nefandezza di un potere marcio e corrotto.
Chiedere le dimissioni di De Magistris, paragonandolo a Berlusconi, è come esigere che un cardiochirurgo di fama mondiale, come lo fu DeBakey, non operi più perché come Jack lo squartatore lo hanno trovato con le mani sporche di sangue.
Il saggio indica la luna, lo stolto guarda il dito. Fondi europei, destinati al futuro dei giovani d'Italia, scippati invece dai partiti e dalla criminalità organizzata, destano meno orrore del rifiuto di De Magistris di dimettersi dall'incarico di sindaco della città di Napoli dopo la condanna di “primo grado”. Per i garantisti a “corrente alternata” non vale ora l’attesa della sentenza definitiva. 
I prezzolati giornalisti al soldo dei potenti perché non approfondirono il motivo per il quale l'inchiesta Why Not  fosse avocata senza motivo a De Magistris? Eppure quella si era una notizia: un pm svela scenari inquietanti: intrecci perversi tra criminalità organizzata, politica e logge massoniche; fondi europei distratti altrove; la terza Commissione del Csm che propone il trasferimento di De Magistris a Napoli come sostituto procuratore. E nessun giornale, nessun network televisivo ne fa la notizia del secolo. Sarebbe stato logico pensare ad un complotto ordito da “poteri forti deviati” per fermare l’indagine di De Magistris. Dodici indagati e più della metà sono nomi eccellenti: il senatore del Pdl Giancarlo Pittelli, ben sei magistrati di Catanzaro, l’ex sottosegretario di governo Giuseppe Galati (Udc).
Il procuratore della Repubblica di Catanzaro, Vincenzo Antonio Lombardo, revoca l'inchiesta all'ex pm, dopo che questi aveva iscritto nel registro degli indagati Pittelli (senatore Pdl), cui era legato da vecchia amicizia, e questo non desta quel clamore che una circostanza del genere dovrebbe invece provocare.
L’informazione è uno dei pilastri fondamentali di ogni sistema democratico. Non può esistere una compiuta democrazia senza cittadini informati sulla cosa pubblica e non esistono cittadini informati senza un’informazione adeguata che provveda ad informarli. In Italia, l’informazione non è negata: è “inadeguata” e "distorta".
Il compito dei nostri giornalisti dovrebbe essere quello di agire come cani da guardia dei diritti dei cittadini e il loro ergersi a contraltare del potere politico. Nella maggioranza dei casi, salvo rare eccezioni, sono “apologeti”, difensori del potere costituito.
Il mezzo televisivo racconta il mondo per immagini; l'uso prevalente dell'immagine nella narrazione dei fatti ha progressivamente ridotto la capacità di astrazione, tipica della specie umana, sostituendo al linguaggio concettuale quello percettivo. La televisione, insomma, ha prodotto una vera e propria “mutazione antropologica” che ha determinato il prevalere del vedere sul parlare e sul capire: tutto ciò che è filmabile e traducibile in immagini è reale; tutto il resto è irrilevante. Parafrasando Hegel, potremmo dire: “tutto ciò che è televisivo è reale; tutto ciò che non è televisivo non è reale”. Ma a ben vedere, il vanto della televisione di mostrare la realtà, per quel che è, è assolutamente “velleitario”: anche un’immagine può mentire per quel che sceglie di mostrare e quel che sceglie invece di nascondere. Questo passaggio dal linguaggio concettuale a quello percettivo non poteva non ripercuotersi sulla qualità dell’opinione pubblica e conseguentemente sulla qualità della democrazia. Concetti come giustizia, legalità, diritto sono concetti astratti difficilmente traducibili in immagini e pertanto poco efficaci a scuotere le coscienze. Per esempio, attraverso il circo mediatico le masse si mobilitarono spontaneamente davanti alla clinica privata di Udine, dov'era stata ricoverata Eluana Englaro, in coma da diciotto anni, con bottigliette d’acqua e persino pane e mortadella per salvarla dalla morte per sete e fame. In tutta Italia furono organizzate manifestazioni, veglie di preghiera, processioni. Silvio Berlusconi, ispirandosi al film di Pedro Almodovar “Parla con lei”, dichiarò persino che Eluana Englaro era una donna in grado di portare avanti una gravidanza e di partorire un figlio. La stessa mobilitazione non ci fu quando la sezione disciplinare del Csm dispose il trasferimento di De Magistris da Catanzaro e dalla funzioni di pm. 
Che il Csm avesse scritto una pagina ingiusta nei confronti di un magistrato che non ha fatto altro che esercitare il “proprio dovere”, applicando l'articolo 3 della Costituzione sull'uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge, lo avvalora la circostanza che l’allora presidente del Csm era Nicola Mancino, oggi indagato nella “trattativa stato mafia”, per essere stato a quel tempo Ministro degli Interni.
È evidente che De Magistris legga, e con lui anch’io, la condanna per un ridicolo “abuso d’ufficio” come la punizione per aver pestato i calli a chi non doveva pestarli: la sentenza emessa dalla decima sezione penale di Roma è francamente iperbolica ed equivale a multare per eccesso di velocità un pilota alla 24 ore di Le Mans.
La Legge Boato del 2003 dispone che senza autorizzazione della Camera alla quale appartiene nessun membro del Parlamento può essere sottoposto ad intercettazione.  L’abuso d’ufficio scaturirebbe pertanto dall'aver disposto intercettazioni e rielaborazioni dei dati telefonici degli allora senatori e deputati Prodi, Giuseppe Pisanu, Francesco Rutelli, Domenico Minniti, Clemente Mastella, Sandro Gozi, Antonio Gentile e Giancarlo Pittelli senz’avere prima ottenuto dal Parlamento l’autorizzazione.
L’intercettazione telefonica rappresenta una fase importante del processo investigativo, volta al conseguimento di prove, indispensabili per il proseguimento delle indagini. Mettiamo ora che un pm disponga l’intercettazione del signor A, il quale telefona ai signori B, C, D, E, F, … ecc.; i quali, a loro volta, chiamano il sig. A, l’indagato. Avremo un flusso di comunicazione in entrata e in uscita, riferito all’utenza telefonica dell’indagato. Se l'indagato è noto, gli interlocutori B, C, D, E, F, … ecc. sono noti solo per il numero telefonico; restano anonimi fintantoché la compagnia telefonica non associa a quel numero il rispettivo utente.
Così nel 2007 Genchi, consulente tecnico incaricato da varie procure italiane di svolgere intercettazioni telefoniche, acquisisce,  su mandato del pm De Magistris, i tabulati telefonici dalle compagnie telefoniche, del traffico in entrata e uscita, riferiti alle utenze degli indagati. 
Schrödinger, per dimostrare i limiti della fisica quantistica, ideò il “paradosso del gatto”. Ipotizzò un gatto chiuso in una scatola con una pistola attivabile dalle radiazioni di un atomo di uranio. Poiché secondo la fisica quantistica non si può sapere quando l’atomo emetterà radioattività attivando la pistola e uccidendo il gatto, sapremo se il gatto è vivo o morto solo quando apriremo la scatola. Ebbene, secondo la decima sezione penale di Roma, De Magistris avrebbe dovuto sapere, prima ancora di acquisire i dati dalla compagnia telefonica, che i numeri telefonici afferenti alle utenze telefoniche degli indagati riguardavano onorevoli e senatori. Insomma, doveva sapere ancor prima di aprire la scatola se il gatto fosse vivo o morto. 
Da qui l’accusa di “abuso d’ufficio”, avendo acquisito le utenze telefoniche senz’aver prima chiesto al Parlamento il permesso di usarle, violando così la legge Boato e l’immunità dei parlamentari. Ma come poteva chiedere l'autorizzazione se non sapeva ancora che quei numeri telefonici facevano capo a deputati e senatori?

Se De Magistris è colpevole, è colpevole di credere donchisciottescamente che la legge debba essere uguale per tutti!