lunedì 30 gennaio 2017

DI CHE COLORE SARÀ IL NOSTRO CIELO?

Se la Sinistra tradisce il popolo, la deriva che ha portato prima alla Brexit e poi al trionfo di Donald Trump non dovrebbe sorprendere. Ciò che molti politici sembrano dimenticare è che la disoccupazione, la povertà, le enormi disuguaglianze economiche e la conseguente esclusione sociale minano la pace sociale. E, come la storia ha già ampiamente dimostrato, tali condizioni rappresentano sempre una minaccia ai sistemi democratici, con l’esito di una dittatura fascista o comunista. Se poi consideriamo che entro i confini della civilissima e democraticissima Unione Europea, quasi una persona su quattro è a rischio di povertà ed esclusione sociale, per un totale di oltre 123 milioni di cittadini, il rischio non è solo paventato ma reale.

Il successo dei partiti di estrema destra in Europa, ispirati al nazionalismo e alla xenofobia, si inscrive in quella stessa logica che affermò i fenomeni nazionalisti e razzisti estremi degli anni ’30, a seguito della grave crisi economica del 1929. 

Nel desolato scenario di una Germania stremata dall'inflazione e dal pesante trattato di pace di Versailles, scattò la molla, nell'animo dei tedeschi affamati, del nazionalismo che portò al potere Hitler.

Il pericolo che corriamo, oggi come allora, è che ci sfugga quello che sta realmente accadendo e restare con gli occhi puntati al dito, invece di guardare la luna che esso indica. E forse alcuni hanno interesse a che ciò avvenga. 

Per molte persone il perdurare della recessione sta creando oggi quelle stesse profonde paure che condussero al nazismo in Germania e al fascismo in Italia. La paura della perdita del lavoro, quella di non potere sostentare la propria famiglia, quella di consegnare i propri figli ad un futuro incerto, la paura di perdere i propri risparmi. Insomma, la paura di perdere tutto ciò che dà significato alla vita (amore, rispetto, autostima) può essere un detonatore dalle conseguenze tragiche.

La paura è un sentimento incontrollabile quanto il dolore. Quando lo abbiamo, desideriamo solo che cessi. Così quando si ha paura non si cerca altro che qualcuno o qualcosa ponga fine a questo stato d’animo.

La Storia insegna come l’estrema destra sia sempre riuscita ad intercettare le paure dei singoli e a trasformarle in paure collettive. 

Questo è quanto sta accadendo anche oggi ed è alla base del successo dei movimenti politici di destra oltranzista. E sconcerta constatare come questo fenomeno, che si sta svolgendo sotto i nostri occhi, non scuota la Sinistra, che vivacchia, attonita, cercando di gestire al meglio l’esistente, incapace di raccogliere il grido di rabbia che sta assordando il mondo. 

Così, mentre la Sinistra, vecchia e nuova, vacilla, l’estrema destra si rafforza, utilizzando lo spazio lasciato libero da quella.

Dalle classi meno abbienti, la Sinistra è oggi sempre più identificata con le élite, l’establishment, i ricchi, il potere, le banche, la burocrazia, la casta. È sempre più percepita come sprezzante nei confronti dei timori di chi, non abitando nei quartieri ricchi, avverte l’immigrazione più come una minaccia che come una risorsa.

Non esistono argomenti della ragione sufficienti per arginare l’emozione potente della paura. Quando si ha paura, non basta che qualcuno ti dica di smetterla. Non basta dire che le diversità sono preziose e che rappresentano una ricchezza; non basta dire che a un Paese sull’orlo del default demografico come l’Italia, e a un continente europeo, che invecchia rapidamente gli immigrati non solo servono, ma sono indispensabili, in quanto assicureranno il lavoro e le pensioni di domani. Non basta liquidare la paura come l’espressione di un razzismo ottuso.

Non basta perché quello stato d’animo non cesserà e allora si rivolgeranno a chi è disposto a riconoscere quella paura come fondata, e farà di questo stato di disagio il veicolo di acquisizione del consenso, che garantirà posti in Parlamento (quando non tra i banchi dell’esecutivo) per i prossimi anni.

La Sinistra, tradendo la sua identità e facendo sua l’illusione che il mercato, il consumismo, il liberismo, l’integrazione, la globalizzazione possano condurre l’umanità verso magnifiche sorti e progressive (per dirla con Leopardi), non si è ancora resa conto che ha fallito clamorosamente, consegnando di fatto il suo tradizionale bacino elettorale alle destre oltranziste.

L’esempio Tzipras in Grecia non è servito. Hollande che in Francia doveva essere il presidente della svolta, non ha saputo, o non ha voluto, stemperare gli effetti più duri dell’inarrestabile attacco neo-liberista al diritto del lavoro; ha fallito ancora nelle banlieue, perché non è riuscito a fermare, decisamente, con scelte politiche, la dinamica divisiva innescata in precedenza da Sarkozy. La sinistra del Pd in Italia si è rivelata una grande delusione: ha tradito le idee della base e c’è chi parla persino di un Partito democratico che aiuta i ricchi e penalizza i poveri.

Un Partito democratico che nelle intenzione avrebbe dovuto unire le culture riformiste, laiche e cattoliche con i principi della democrazia, della giustizia sociale e della solidarietà, ha invece deviato dalla sua strada, cominciando proprio dai diritti dei lavoratori.

Proprio la Sinistra italiana, che aveva lottato per fare dei lavoratori i protagonisti della storia del Novecento, è quella stessa che attraverso le sue riforme ha riconsegnato i lavoratori alle condizioni di sfruttamento, dalle quali si erano appena riscattati negli anni ‘70. 

Questo è il principale motivo per il quale oggi molti lavoratori fanno fatica a riconoscersi nella Sinistra e votano a Destra.

Ad onta delle numerose riforme del mercato del lavoro adottate in Italia (dall’accordo del luglio 1993 al Jobs Act), con l’obiettivo di accrescere i tassi di occupazione regolare, appare decisamente problematico allo stato dell’arte valutare se gli effetti, nei suoi esiti finali, se non già nelle intenzioni, possano essere iscritti ad un successo.

A fronte di un costo umano certo, rappresentato dalle minori tutele legislative dei lavoratori, il dato incontrovertibile è che l’occupazione a stento supera il 50% della forza lavoro e i salari restano tra i più bassi d’Europa. Un altro dato certo, a decretare il fallimento delle politiche occupazionali, è la stagnazione salariale. Con la conseguenza di aver affossato i consumi interni e di aver posto le condizioni per l’ulteriore deindustrializzazione e delocalizzazione, che sta portando il Paese in una vera e propria trappola di sottosviluppo.

Ilvo Diamanti, politologo e sociologo, ci dice che anche in Italia, come nel resto d’Europa, otto cittadini su dieci vogliono l’Uomo Forte al potere. E perfino Beppe Grillo tesse l'elogio dell'Uomo Forte al potere. Lo ha dichiarato esplicitamente al Le Journal du Dimanche: "La politica internazionale ha bisogno di statisti forti come" Donald Trump e Vladimir Putin.

E questo bisogno dell’Uomo della Provvidenza, dell’Uomo Forte non è la conseguenza di esecutivi deboli, come si potrebbe credere, ma paradossalmente del declino della politica e delle rappresentanze sociali.

È un fatto che la rappresentatività in Italia, oltre ad essere stata lungamente mortificata, e anche stata completamente cancellata dal sistema dei partiti, che ha trasferito la funzione di rappresentanza dal Parlamento ai meccanismi interni dei partiti, ai loro congressi, alle loro segreterie. 

Il Parlamento è stato ridotto a un’appendice di partito, composto di loro delegati, vincolatissimi al mandato, che se non obbediscono a quelli che sono i dettami di scuderia non vengono rimessi in lista.

L’idea pertanto che siano i cittadini a decidere in prima istanza e che controllano col loro voto l’elezione dei rappresentanti parlamentari e, più in generale, le decisioni dei governi è una mistificazione bella e buona. 

Da sempre sono i gruppi politici al potere che, attraverso premi di maggioranza e più complesse manipolazioni dei sistemi elettorali, dominano la nostra vita politica, governandoci ma non rappresentandoci.

Rattrista prendere atto come anche la Consulta, dopo la pronuncia sull’Italicum, si sia fatta guidare più da ragioni politiche che costituzionali, ponendo il primato della governabilità su quello della rappresentatività.

L’art. 1 della Costituzione assegna al popolo il potere di comandare e di compiere le scelte politiche che riguardano la comunità, non ai partiti.

La Corte infatti non ha bocciato i capolista bloccati, a onta di quanto precedentemente affermato con sentenza 1/2014, con la quale si dichiarava incostituzionale la legge elettorale nota come “porcellum”, proprio in quanto privava l’elettore di scegliere il proprio rappresentante. Ma, la cosa peggiore, è quella di aver mantenuto il premio di maggioranza del 54% dei seggi alla lista che al primo turno ottiene il 40% dei voti. E questo in palese contrasto con la precitata sentenza 1/2014 che muoveva rilievi in ordine al premio di maggioranza, giudicato sproporzionato rispetto all’obiettivo perseguito (garantire la stabilità di governo e l’efficienza decisionale del sistema) e tale da comprimere non solo la rappresentatività dell’assemblea parlamentare, attraverso la quale si esprime la sovranità popolare, ma incidendo anche sull’eguaglianza del voto, in violazione degli artt. 1, secondo comma, 3, 48, secondo comma, e 67 della Costituzione.

Quali saranno le conseguenze di questa forzatura politica? 

Che tutte le forze politiche, in vista delle prossime elezioni, punteranno all’obiettivo del 40% (la soglia oltre la quale si ottiene il premio di maggioranza alla Camera). Poiché nessuno partito da solo riuscirà ad ottenere il 40%, saranno necessarie alleanze pre elettorali per conseguire il premio di maggioranza. Col risultato di avere coalizioni mascherate da listoni che risponderanno più a logiche di potere dei partiti che alle esigenze dei cittadini.

Il “popolo sovrano” ancora una volta resterà un estraneo, un escluso dalle decisioni politiche del governo. E i partiti politici continueranno a monopolizzare la politica, come hanno sempre fatto, secondo logiche di bottega.

È fisiologico poi che, di fronte all’impossibilità di recuperare parola e ascolto in sistemi politici ormai governati da logiche proprie, nel popolo, per un senso di frustrazione a lungo covato, si faccia largo un sentimento di indifferenza e di distacco progressivo dai giochi ufficiali della politica. Sentimenti questi che, la Storia insegna, aprono la strada a formazioni di estrema destra, rendendo simpatici e credibili persino uomini come Vladimir Putin e Donald Trump, a una platea sempre più vasta di individui oppressi, sfruttati, umiliati anche nei paesi cosiddetti avanzati e democratici. 

domenica 8 gennaio 2017

QUALE GIUSTIFICAZIONE AI CRIMINI DEL CAPITALISMO?

Sento dire spesso che il marxismo potrebbe anche funzionare in teoria, ma tutte le volte che è stato messo in pratica, le conseguenze sono state terrore, tirannia e assassini di massa a livelli inimmaginabili. Non v’è dubbio alcuno che per milioni di uomini e donne, il marxismo ha significato miseria, privazioni, torture, lavori forzati, un’economia sul lastrico e uno Stato mostruosamente oppressivo. Pertanto solo gli illusi e gli ottusi possono continuare a credere in questa teoria, nonostante tutto.

Questo è vero! Tuttavia se questo è vero per il marxismo, non riflettiamo mai abbastanza sugli abomini che il capitalismo ci ha lasciato in eredità e continua imperterrito a produrre: le recessioni, lo sfruttamento della manodopera, il fascismo, le guerre imperialiste. Di contro la Storia ci dice che senza il marxismo probabilmente non avremmo avuto una tradizione di libertà, democrazia, diritti civili, femminismo, repubblicanesimo, progresso scientifico e molto altro ancora.

Quando pensiamo al marxismo, la nostra mente va soprattutto a quel periodo storico dell'Unione Sovietica quando Stalin era Segretario Generale del PCUS. È noto come Stalin, in campo politico, abbia instaurato una dittatura basata sul partito, che si identificò nello stato, in quanto unico detentore del potere. È storicamente pure noto che ogni dissenso fu impedito e si passò ad una fase di terrore, o “delle grandi purghe”, in cui furono giustiziati o deportati molti cittadini, dai ceti più alti a quelli più bassi.

Questo potrà apparirci mostruoso, ma lo è molto meno se paragonato alla condizione in cui la Russia versava prima della rivoluzione d’ottobre. Era, la Russia, all’indomani della rivoluzione d’ottobre, un paese molto arretrato, ancora feudale. Il 90% della terra coltivabile apparteneva alle chiese, ai monasteri e a circa 3000 grandi famiglie. I contadini erano ridotti alla condizione di servi della gleba: costretti a coltivare i terreni che appartenevano ai nobili, pagando un fitto. L’industria era inesistente o molto arretrata.

Ma, pur con terribili costi umani, tra il 1929 e il 1941 l'economia del paese passò da prevalentemente agricola a industriale, con un tasso di sviluppo che suscitò l'incredulità o la rabbiosa denigrazione di quanti avevano sperato e scommesso sul disfacimento della rivoluzione.

I piani quinquennali, introdotti da Stalin, trasformarono nel giro di pochi anni l’economia russa, da prevalentemente agricola o fondata su un embrione industriale arretrato, in vera e propria potenza industriale, capace di sottrarre i propri cittadini dall’arretratezza economica, che sembrava condannare il paese a rimanere ai margini dello sviluppo economico mondiale e quindi, in definitiva, a svolgere il ruolo di un'economia dipendente da quelle imperialistiche più forti. Solo nel corso del I° piano quinquennale (ottobre 1928 – dicembre 1932) furono costruite 1.500 grosse aziende industriali, in media una al giorno.

Nell'arco di un decennio decine di milioni di analfabeti furono trasformati in persone istruite, tecnici e ingegneri in grado di progettare nuove fabbriche e costruire nuove immense città industriali. Nella popolazione tra i 9 e i 49 anni di età la percentuale di analfabeti scese dal 43% del 1926 al 13% del 1939; la percentuale di studenti universitari provenienti da famiglie operaie salì dal 30% nel 1928-29 a quasi il doppio nel 1932-33. Cosicché sino alla caduta del Muro di Berlino, fu possibile assicurare piena occupazione, servizi sociali di notevole qualità, oltre a un livello di uguaglianza e di benessere materiale incomparabilmente più elevato rispetto a quello goduto in precedenza.

Tutto questo, naturalmente, non giustifica le migliaia di dissidenti rinchiusi nei campi di concentramento siberiani. Ma ci può stare che fosse pressoché inevitabile l’affermazione di un governo di tipo dittatoriale, vuoi per le atroci condizioni dell’Unione Sovietica nel primo periodo vuoi per i tentativi dell’Occidente capitalista di rovesciare il neo regime comunista. 

A quel tempo l’esperienza della Comune di Parigi era ancora vivo per credere che lo stato operaio si potesse costruire sulla base delle schede elettorali e della dialettica democratica. 

La vicenda della Comune dimostrava che al proletariato non bastava semplicemente impadronirsi della vecchia macchina statale borghese, repressiva e sfruttatrice, bensì doveva costruire uno stato radicalmente nuovo sulle macerie del vecchio ordinamento. E questo non era possibile pacificamente.

L'opera sociale della Comune fu infatti interrotta dalla violenta reazione borghese il 21 maggio 1871. Per assicurare il trionfo dei suoi interessi, ventimila patrioti comunardi furono giustiziati e altri trentottomila furono arrestati e poi deportati nella Nuova Caledonia.

In fondo il caso cileno, per tanti aspetti molto simile all'esperienza della Comune di Parigi, dimostra come una via democratica al socialismo è almeno per ora utopia. Almeno fino a quando gli esclusi non prenderanno consapevolezza e, strappando la maschera umanistica e democratica del capitalismo, riveleranno il suo vero volto, antidemocratico e liberticida. Dalla ribellione capitanata da Spartaco agli insorti della Comune di Parigi e sino ai fatti cileni, è una costante storica che quando gli esclusi hanno chiesto di riappropriarsi del potere di cui sono stati privati, sono stati sempre sedati in modo cruento.

Ora, se i crimini commessi dalle dittature comuniste sono noti e amplificati, completamente rimossi – se non addirittura negati – sono quelli compiuti dall'Occidente capitalista in nome del profitto.

Si trascura che le moderne nazioni capitaliste sono il frutto di una storia aberrante fatta di schiavitù, genocidi, violenze e sfruttamento, simile, se non peggio, a quanto è accaduto nella Cina di Mao o nell'Unione Sovietica di Stalin. Anche il capitalismo è stato forgiato nel sangue e nelle lacrime; solo che, a differenza dello stalinismo e del maoismo, è sopravvissuto così a lungo da poter cancellare gran parte del ricordo legato al suo terrore.

Molte gravi violenze e crimini sono stati perpetrati in nome dell’applicazione del dogma del libero mercato. E la storia testimonia come sovente il liberalismo, quando i lavoratori reclamano migliori tutele e condizioni salariali, degenera facilmente nel fascismo di tipo tedesco o italiano, o nella sua variante, del maccartismo americano. Dimostrando come l’economia liberale è disposta sì a tollerare una certa dose di democrazia, a patto però che il proprio benessere – a spese dello sfruttamento di popoli e altri paesi – non sia messo troppo in discussione.

La democrazia, di cui l’Occidente si riempie la bocca, è un guscio vuoto, che al più serve ad una élite per costruire di volta in volta la legittimazione del loro potere, ottenuto attraverso la manipolazione deliberata ed intelligente delle opinioni delle masse. Che vinca la destra o che vinca la sinistra, lo scenario non cambia: gli esclusi restano esclusi dal potere. E i leader che di volta in volta si scambiano sulla scena politica sono coloro che hanno già concesso la loro fedeltà non a chi li elegge ma a chi già è in alto, barattando la libertà intellettuale e morale con il potere.

Dunque, se il comunismo sul banco della storia è colpevole di aberrazioni e misfatti, ma ha riscattato milioni di individui dalla schiavitù feudale cui un regime zarista li aveva relegati, cosa giustifica il perpetuare delle ingiustizie e dei massacri, compiuti in nome della libertà e della democrazia, operati tuttora dal capitalismo? In nome di quale diritto, di quale principio i nostri sistemi democratici occidentale possono giustificare e avallare che le 62 persone più ricche del pianeta detengano in totale la stessa ricchezza della metà più povera del mondo? In nome di quale principio umanitario è ammissibile ancora proclamare la superiore ragione dei mercati rispetto a quelle del diritto a una vita dignitosa per tutti?

giovedì 5 gennaio 2017

SI VIVA INSIEME O NON SI VIVA AFFATTO

L’essere umano è per sua natura aggressivo e utilitarista, teso principalmente al soddisfacimento egoistico dei propri bisogni e al guadagno materiale, o al contrario un essere che per sua natura è empatico, incline a relazionarsi con gli altri e capace di percepire la loro sofferenza come fosse la propria?

Personalmente sono convinto che la capacità della specie umana di sopravvivere e prosperare sulla Terra, sotto la pressione della forza direttrice dell’evoluzione, derivi dalla sua attitudine a stabilire legami emotivi e sociali con altri esseri umani.

Se consideriamo l’equipaggiamento dell’Uomo da un punto di vista meramente biologico, non v’è dubbio alcuno che appare come la più imperfetta delle creature che abitano il nostro pianeta. Mosche, ragni, cavallette e perfino alberi e batteri sono meglio attrezzati di noi per rispondere alla pressione selettiva.

In senso darwiniano la nostra specie era la meno adatta alla sopravvivenza. Eppure dall’Australopithecus afarensis, vissuto tra i 3 e i 4 milioni di anni fa, siamo arrivati all'uomo moderno, grazie sì alla maggiore complessità del cervello umano, ma soprattutto grazie all'immensa capacità dei nostri neuroni di elaborare processi astrattivi per cui quando osserviamo altri compiere un’azione, i neuroni dell’osservatore “rispecchiano” ciò che avviene nella mente del soggetto osservato, come se, a compiere l’azione, fosse l’osservatore stesso.

Comprendiamo il comportamento altrui perché lo esperiamo automaticamente. E questa è una caratteristica proprio della nostra specie. Attraverso la simulazione nel nostro cervello delle esperienze provate dalle altre persone, riusciamo a comprendere a fondo ciò che queste provano.

Questa capacità di rispecchiare gli stati interni dell’altra persona credo sia stata l'estrazione vincente nella lotteria della selezione naturale. La massima comprensione e sintonia empatica tra esseri umani ha consentito di sviluppare strategie comuni per neutralizzare e contrastare gli eventi avversi, imparando dai castori a costruire dighe, dai nidi degli uccelli a intrecciare canestri. Imparando da altre creature e copiando i loro metodi, abbiamo moltiplicato le possibilità della nostra sopravvivenza.

Trattandosi di comportamenti dettati dell'evoluzione, ho però la sensazione che generazione dopo generazione gli esseri umani abbiano smesso di evolversi lungo la direttrice dell’empatia. L'uomo moderno, in particolare quello occidentale, tende a svilupparsi sempre più come individuo che come essere umano. 

E questo suo individualismo non è l’affermazione del valore morale di sé stesso, nel senso di indipendenza e autonomia delle proprie opinioni, delle proprie scelte, che ogni essere umano rivendica in quanto destinatario di norme universalmente vincolanti. L’individualismo dell’uomo moderno è più radicale: è un individualismo assoluto secondo il principio “mors tua vita mea”.

L’uomo moderno è tutto teso alla costruzione della sua “gabbia dorata” entro la quale mettere al riparo sé stesso, il coniuge e i propri figli. E gli altri, che si arrangino!

Il mondo dell’uomo contemporaneo occidentale ha confini molto angusti, a dispetto della gran voglia di viaggiare, di visitare luoghi esotici e lontani dal suolo patrio. 

Se la morte di una donna ivoriana di ventotto anni fa emergere le contraddizioni, l’arretratezza civile e istituzionale dell’Italia in materia di centri di accoglienza per migranti, nessuno – dico nessuno – si indigna. Non è degno di attenzione e di riflessione constatare che alcuni esseri umani possano essere trattati in modo così incivile e indegno. Non è un problema che ci riguarda!

L’immagine di un bimbo annegato di soli 16 mesi, mentre la famiglia tentava di attraversare il fiume Naf per salvarsi dalla violenza dei militari birmani, non basta a distrarci dalla paura, gonfiata ad arte dal tam tam mediatico, del contagio da meningococco C.

Siamo così meschinamente attaccati alla nostra vita che tutto quello che ci succede attorno non ci scuote dal torpore e dalla letargia della nostra vita quotidiana. 

Andiamo in allarme se nostro figlio quarantacinquenne tarda a telefonarci dalle bianche spiagge di Miami, comodamente sdraiato a prendere il sole. Ma siamo totalmente incapaci di sentire la tragedia di quei pari genitori che affidano i loro figli alla misericordia del mare, talvolta traditrice, pur di sottrarli a una morte certa, in paesi travagliati dall’esperienza bellica e che non conosce confini alla crudeltà che si può infliggere ad un essere umano. Non facciamo differenza tra disperati e criminali: per noi sono solo vite di scarto destinate alla discarica.


Quando vedo foto come quella del bimbo Rohingya, con la faccia immersa nel fango, sento che non posso non sentirmi colpevole della sua morte. Non per averla provocata, ma per il solo fatto che dovrebbe essere iscritta nella coscienza umana che o si vive insieme o non si vive affatto.

mercoledì 4 gennaio 2017

IL POPULISMO DEL POTERE

Ricorderete tutti le promesse di Matteo Renzi all'indomani degli eventi sismici che colpirono il Centro Italia: l’intervento sarebbe stato immediato. E come Ettore Petrolini, grande sbeffeggiatore del regime fascista, nel ruolo del grande imperatore romano Nerone, che il popolo vuole morto perché ha incendiato Roma, ma lo ammansisce con la frase ad effetto “Roma rinascerà più bella e più superba che pria”, così Renzi rassicurava i terremotati che tutto sarebbe stato ricostruito, senza alcun riguardo per le regole tecnocratiche: «Pensando a Norcia, penso alla chiesa di San Benedetto, patrono d’Europa. Oggi il significato profondo dell’Europa è nella ricostruzione, noi non faremo nessun passo indietro. Ricostruiremo tutto. Non possiamo avere uno sguardo burocratico. Vogliamo che Norcia abbia un futuro e per farlo dobbiamo rimettere a posto case, chiese e ed esercizi commerciali. Tutto quello che serve per la ricostruzione lo prenderemo: le risorse ci sono già, se c’è sarà l’esigenza di allargare le condizioni economiche siamo in grado di farlo, l’Italia non lesinerà sulla ricostruzione di questa zona del Paese».

Questo diceva Renzi e questo è da sempre l’inganno supremo del potere: esibirsi come su un palcoscenico davanti al pubblico, facendogli credere qualunque cosa, anche ricorrendo alla più spudorata menzogna, pur di ottenerne l’approvazione e l’adulazione. E una volta spenti i riflettori dei media, torna il silenzio e l’abbandono.

Il dolore e la sofferenza di coloro che attendono dal potere una soluzione ai loro mali non morde veramente la carne di quanti personificano il potere. Se così fosse come spiegare altrimenti la perpetuazione dell’ingiustizia, dell’avidità, dell’egoismo e soprattutto lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Essi hanno un’unica considerazione dell’uomo: merce da acquistare a bassissimo costo per ottenere consenso o profitto.

Ricevo una segnalazione dall’Associazione di volontariato “LaCasa sull’Albero” nella quale si denuncia che dal sisma del 30 ottobre 2016, che ha coinvolto diversi Borghi del centro Italia, Castelluccio Di Norcia non ha ancora una via di accesso percorribile e lungo le loro strade non è stato spostato nemmeno un sassolino.

Un altro abitante di Norcia dichiara: «Noi per ora non abbiamo visto nulla. A Norcia c’è la “ricostruzione fai da te”». Chi ha modo di organizzarsi, bene. Altrimenti è finito. La gente è esasperata. Va in giro tutto il giorno in cerca di risposte che non arrivano.  La Protezione Civile: «99 parlano e uno fa». La frustrazione di una risposta che non arriva, induce molti a non passare neppure più per il campo base per chiedere informazioni. Manca un vero coordinamento centrale, visti i pochi funzionari che operano nei centri principali. E nelle frazioni va ancora peggio: molte delle quali lasciate completamente sguarnite.

Questa situazione mi fa venire in mente una barzelletta che mio padre mi raccontò dopo il terremoto dell’Irpinia nel 1980.

Dopo che il sisma colpì la Campania centrale e la Basilicata centro-settentrionale, il compianto presidente Pertini, nonostante il parere contrario dell'allora presidente del Consiglio Forlani e altri ministri e consiglieri, decide di recarsi in elicottero sui luoghi della tragedia. 

Commosso dinanzi a tanto disastro ordina immantinente una Commissione per l'attuazione degli interventi per la ricostruzione.

Viene quindi allestito sul luogo della calamità un tendone destinato ad ospitare la commissione presieduta dall’allora ministro Zamberletti col compito di stimare e reintegrare ciascuno delle perdite patite.

Quindi uno ad uno i terremotati, come i grani di un rosario, sfilano davanti al ministro Zamberletti per dichiarare la perdita sofferta.

È la volta di Antonio, che dichiara di aver perduto la stalla e due vacche. Il ministro quindi ordina al segretario alla sua destra di scrivere: "Antonio avere una stalla e due vacche". Quindi arriva Giovanni che dichiara a sua volta la perdita di una casa. Il ministro, senza perdersi d’animo, fa cenno al segretario di scrivere: "Giovanni avere una casa". 

Così uno dopo l’altro, ciascuno con il proprio carico di richieste, mentre il segretario appunta diligentemente tutto quanto nella lista, fino a quando arriva Giuseppe. 

Questi appare piuttosto impacciato e taciturno. Notando il suo evidente imbarazzo, il ministro lo invita a parlare liberamente, senza timore. 

Con lunghe pause tra una parola e l’altra, Giuseppe racconta che al momento del cataclisma si trovava in bagno, quando la cassetta dello scarico in alto staccandosi gli ha troncato di netto l’uccello.

A quest’ultima frase un silenzio sepolcrale cade nel tendone allestito alla bisogna. Lo sguardo supplichevole del segretario incontra quello del ministro, che è a disagio e non sa cosa dire. I secondi sembrano lunghissimi e interminabili, quando finalmente, il ministro, con un motto di spirito liberatorio, dice al segretario: “Segretario, scriva. Giuseppe avere un cazzo!».

Il segretario non crede alle sue orecchie, ma l’ingiunzione che non ammette repliche lo induce a scrivere nel verbale: « Giuseppe avere un cazzo.»

Quando Giuseppe esce, il segretario ancora incredulo chiede sommessamente al ministro come sia possibile rendere a Giuseppe il suo cazzo perduto! Il ministro, porgendogli lo sguardo, gli risponde: «Già, ma cosa pensi avranno gli altri?».


Si può concludere che tra ieri e oggi poco è cambiato: la musica è sempre la stessa!

martedì 3 gennaio 2017

VICENDA CONSIP, UNA SITUAZIONE SURREALE

La vicenda Consip, di cui i media parlano assai poco proprio in nome di quella verità che il presidente dell’Antitrust Pitruzzella vorrebbe proteggere dalle bufale del web, passa sottotraccia. 

Eppure è uno scandalo ben più serio delle vicende che funestano il comune di Roma e il suo sindaco Virginia Raggi.

Ma tutti i giorni sono le notizie del Campidoglio che occupano gli spazi maggiori della carta stampata e delle reti televisive. Sappiamo tutto. Come Raffaele Marra, dirigente comunale dai tempi di Alemanno e Marino, sia stato promosso da Virginia Raggi a capo del Personale; come costui – sebbene incensurato (ma la Virginia Raggi doveva saperlo, avendo la sfera di cristallo) – sia stato indagato dalla Procura di Roma, perché tre anni prima s’era fatto pagare una casa da un costruttore. Come la Raggi abbia nominato assessore all’Ambiente la Muraro (incensurata e non indagata) e poi si scopre che è fatta oggetto di indagine per presunte violazioni del testo unico ambientale e la Raggi la fa dimettere.

Insomma la Raggi è il vero cancro di questo Paese: nessuna scusa perché doveva prevedere gli eventi e sapere chi erano i suoi collaboratori, benché siano stati tutti rimossi dai loro incarichi.

Dell’indagine Consip immagino però che siano veramente in pochi a conoscere il letamaio che sta venendo fuori e quali sono i protagonisti.

Meno male che il Web c’è, altrimenti notizie di questa portata sarebbero bellamente occultate, con buona pace di chi veramente ammorba il Paese con loschi affari, che ricadono presto o tardi sull’intera collettività sotto forma di maggiori tasse da versare e minori servizi. Ma il presidente dell’Antitrust Pitruzzella pensa che servano regole e sanzioni contro le bufale online: “i pubblici poteri devono controllare l’informazione”. Così con la scusa delle “bufale on line” si vorrebbe istituire una sorta di ministero della Verità di orwelliana memoria, col compito per l’appunto di stabilire quale sia la verità. 

Occorrerebbe ricordare al valente avvocato e docente italiano, nonché presidente dell'Antitrust, che la guerra in Iraq si basò su 935 menzogne dette proprio da quel ministero della Verità costituito dall’allora presidente degli Stati Uniti Bush Jr e dal suo entourage all’opinione pubblica.

Ma torniamo all’inchiesta Consip. L’oggetto dell’indagine riguarda un mega appalto (Facility Management) di 2,7 miliardi di euro per la fornitura pluriennale dei servizi gestionali di uffici pubblici, università e centri di ricerca. La gara bandita nel 2014 fu suddivisa in dieci lotti, tre dei quali fanno riferimento alle società di Alfredo Romeo, in passato finanziatore legale della Fondazione Big Bang di Renzi.

Cos’è la Consip? La Consip, acronimo di Concessionaria Servizi Informativi Pubblici, è una società per azioni del Ministero dell'Economia e delle Finanze, che gestisce gare per i servizi di manutenzione di tutti gli edifici pubblici, comprese le scuole italiane.  Nata nel 1997 per gestire i servizi informatici dell'allora Ministero del tesoro, nel 2000 – nell’ambito di un programma di razionalizzazione della spesa pubblica per beni e servizi – assunse l'incarico di stipulare convenzioni e contratti quadro per l'acquisto di beni e servizi per conto delle amministrazioni dello Stato. Secondo il principio della spending review e basandosi sul presupposto che il prezzo decresce in ragione della quantità acquistata, ci si attendeva una migliore efficienza ed efficacia della spesa pubblica in termini di risparmi per gli apparati pubblici. Ma in Italia vale l’antico proverbio che “tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare”. 

Un sistema fantastico in teoria, col trascorrere degli anni è diventato l’impianto attraverso il quale una grande fetta degli appalti andava alle solite aziende che se li spartivano, come fossero un cartello, secondo il principio del “do ut des”: da una parte ottenevano gli appalti, dall’altra finanziavano in maniera trasversale la politica italiana.

Da qui l’indagine in corso, dalla quale – attraverso intercettazioni – emerge che un dirigente della Consip avrebbe favorito le società riconducibili all'imprenditore Alfredo Romeo, in cambio di somme di denaro versate in contanti dallo stesso Romeo. Quindi agli eccellenti iscritti nel registro degli indagati per rivelazione del segreto d’ufficio: il Generale Tullio Del Sette (comandante generale dell’Arma dei carabinieri), Emanuele Saltalamacchia (comandante dei carabinieri della Toscana) e Luca Lotti, oggi sottosegretario alla presidenza del consiglio.

Cosa avrebbero fatto quelli del “trio medusa”? Avrebbero informato l’amministratore delegato della Consip, Luigi Marroni, dell’esistenza di microspie negli uffici della Consip utili al prosieguo delle indagini. Luigi Marroni fa rimuovere le cimici e in data 20 dicembre gli investigatori entrano nella sede Consip a Roma, acquisendo i documenti sulla mega-gara.

L’Ad – Luigi Marroni – messo all’angolo dai Pm rivela i nomi di chi gli avrebbe svelato l’esistenza dell’indagine: il presidente della Consip Ferrara, che lo aveva saputo dal sottosegretario Luca Lotti, che lo aveva saputa dal comandante dei carabinieri della Toscana Emanuele Saltalamacchia, che a sua volta lo aveva saputo dal comandante dei carabinieri, Tullio Del Sette.

Ciascuno di questi tre notabili ovviamente nega le accuse, come c’era da aspettarsi. E siamo in una vera e propria situazione surreale. Siamo al paradosso di Epimenide il quale, essendo cretese, affermava che tutti i cretesi sono bugiardi.

Se i tre dignitari come affermano, non sapevano nulla delle indagini e non hanno mai detto nulla a Marroni e Ferrara, allora Marroni e Ferrara sono due bugiardi e stiamo mantenendo a capo della centrale acquisti della pubblica amministrazione due infingardi. Se invece Marroni ha detto la verità, allora Lotti, Saltalamacchia e Del Sette non possono rivestire il primo il ruolo formale di ministro e quello sostanziale di rappresentante del leader del Pd Renzi nel governo Gentiloni, il secondo quello di comandante dell’arma dei carabinieri della Toscana, il terzo quello di comandante generale dell’Arma dei carabinieri.

A voi l’ardua sentenza. Chi mente?