I mass media ci hanno fatto sempre credere che il debito pubblico italiano trae la sua origine da una spesa pubblica eccessiva. La spesa pubblica italiana è stata per molti anni sistematicamente superiore alle entrate fiscali, e questo fatto ha prodotto negli anni un elevatissimo debito pubblico. Si enfatizza la spesa per le pensioni e per quella sociale, mai però quella degli interessi sul debito.
Ma, qual è stato il fattore determinante che ha gonfiato a dismisura il debito pubblico, facendogli superare la soglia del 130% del Pil?
Tutto comincia a partire dal 1981, quando si consuma il divorzio tra Tesoro e Banca d’Italia. Nel 1981 il debito pubblico italiano rispetto al Pil era attestato al 60%; nel 1991, dopo solo dieci anni, il debito pubblico rispetto al Pil aveva raggiunto quota 120%.
Cosa accadde nel 1981? Quale vicenda ci fu che ha fatto sì che il debito diventasse un macigno che grava sulla testa di noi italiani, e come una zavorra rallenta la crescita e condanna il nostro Paese a un lento ma inesorabile declino?
Una lettera! Sì, una lettera inviata dall’allora Ministro del Tesoro, Beniamino Andreatta, al Governatore della Banca d’Italia, Carlo Azeglio Ciampi.
In questa lettera il Ministro del Tesoro annunciava al Governatore della Banca d’Italia l’intenzione di rendere autonoma la Banca d’Italia. Mettendo fine alla possibilità del governo di finanziare monetariamente il disavanzo, obbligava di fatto lo Stato a finanziare il proprio debito attraverso i mercati finanziari. Rimuovendo l’obbligo vigente da parte di Palazzo Koch di acquistare i Titoli di Stato emessi sul mercato primario (cioè quelli collocati mensilmente dal Tesoro), consentiva agli speculatori finanziari di far man bassa della ricchezza prodotta dagli italiani e nello stesso tempo impediva di tenere sotto controllo il debito pubblico.
Lo Stato, perso questo strumento di sovranità monetaria, per finanziare la propria spesa fu costretto ad attingere ai mercati finanziari privati, con tassi d’interesse di tutt’altra entità rispetto a quelli garantiti in precedenza dalla Banca d’Italia.
Insomma, un’anteprima di quanto sarebbe avvenuto con l’ingresso nell’Unione Monetaria e la Bce. Gli istituti privati che creano dal nulla la moneta, la ottengono a tassi risibili dalla banca centrale. E, con quella stessa moneta acquistano titoli del debito pubblico, imponendo tassi “legalmente” usurari.
Lo chiamano mercato!
Se non sbaglio, dal 2016 il tasso Bce, detto anche Refi (abbreviazione del termine inglese refinancing), che le banche private europee devono pagare quando prendono del denaro in prestito dalla Bce, è pari allo 0,00%.
Quando però poi, con quei soldi presi in prestito al tasso dello 0%, acquistano i titoli del debito pubblico di uno stato, ovvero le obbligazioni che vengono emesse dai governi centrali per finanziare il divario tra quanto ricevuto sotto forma di tasse e ciò che viene speso, esigono invece tassi ben al di sopra di quello da loro ottenuto. Generando il paradosso che gli stati che possono permettersi di pagare tassi più alti (vedi Germania) ottengono denaro a costo zero, mentre quelli che hanno maggiori difficoltà economiche sono costretti ad ottenerlo a tassi assai più onerosi (vedi Grecia).
Insomma, seguendo questa logica, la tartaruga può raggiungere il veloce Achille e financo superarlo!
Con questo sistema – a dir poco assurdo – la Germania ha potuto guadagnare miliardi dalla crisi, mentre popoli come quello greco sono caduti nel baratro dell’indigenza. Per esempio, come conseguenza indiretta della crisi greca, la Germania ha messo in cassa qualcosa come 2.9 miliardi di euro, grazie al programma di acquisto di titoli di debito greci da parte della Banca centrale europea.
Il motto è: fare cassa sui popoli affamati. E la privatizzazione del debito pubblico è la prima fase per conseguire la privatizzazione dei beni pubblici.
Così lo Stato italiano – nel 1981 – rinunciando alla sovranità monetaria si è trovato esposto alla famelicità dei mercati finanziari, che hanno esatto tassi d’interesse sempre più alti man mano che il debito pubblico cresceva. In modo simile a quello che accade ad un privato che si rivolge ad un istituto di credito: quando non ha bisogno di prestiti, le banche sono disposte ad aprirgli linee di credito a tassi vantaggiosi; ma quando la sua situazione debitoria si aggrava, i tassi d’interesse seguono la curva ascendente del debito. Il che mette, nel novantanove per cento dei casi, il debitore nell’impossibilità di onorare il suo debito.
Insomma, le banche e i mercati finanziari, comportandosi come quei soggetti che ti prestano un ombrello quando non piove, e lo rivogliono indietro quando piove, non sono proprio lo strumento ideale per gli stati di finanziare il proprio debito.
E coloro che hanno permesso che un tale stato di cose avvenisse non potevano non sapere che una crisi del debito sovrano avrebbe di fatto messo a rischio la stessa democrazia, regolarmente sospesa per rispondere alle direttive di poteri economici sovranazionali.
Chi governa l’economia del debito lo fa soprattutto con l'intento di mettere sotto schiaffo i diritti e le garanzie democratiche di ciascun paese. Il governo del debito di un paese è quello che rende – senza spargimento di sangue o mezzi repressivi alla Pinochet – un popolo incapace di rivendicazioni sociali, e consente il graduale trasferimento di ricchezza dal settore pubblico a quello privato.
domenica 16 settembre 2018
domenica 9 settembre 2018
IN ATTESA DELLA TEMPESTA PERFETTA
L’espressione tempesta perfetta si riferisce alla concomitanza di una serie di eventi avversi che, se presi singolarmente non sono molto devastanti, messi insieme per una fortuita circostanza producono il massimo danno possibile. Quello che sta accadendo oggi in Italia sul piano politico ed economico somiglia molto al fenomeno che dà luogo al formarsi di una tempesta perfetta.
Salvini e Di Maio, con le loro tre promesse elettorali (Flat Tax, abolizione della legge Fornero sulle pensioni, reddito di cittadinanza) stanno creando infatti le condizioni di una “tempesta perfetta”. In Europa nessuno vede di buon occhio tali riforme, per il semplice fatto che l’Italia non è nelle condizioni di potersele permettere. I vincoli dell’Unione Europea e dell’euro sono lacci molto stretti, e se l’Italia dovesse strapparli, potrebbe subire una riedizione dell’amara lezione impartita a Tsipras, costretto a cedere su tutti i fronti alle pressioni della cosiddetta Troika.
Si dice che a Tsipras sia mancato il coraggio: avrebbe potuto rifiutare le imposizioni della UE e fare come Masaniello. Ma è noto quale esito ebbe la ribellione da questi guidata: i tanto sofferti miglioramenti ottenuti durante la rivolta ebbero durata breve, e lo stesso Masaniello, tradito da alcuni capi popolari e da una piccola parte della plebe, fu accusato ufficialmente di pazzia ed ucciso per volere del viceré. Vedremo se Salvini e Di Maio sapranno mostrare più coraggio!
La questione italiana è semplificabile in questi termini: può un’impresa fortemente indebitata con le banche, da cui dipende per l’acquisto di merci e il pagamento delle retribuzioni ai propri dipendenti, permettersi di assumere nuovi dipendenti, alzare i loro salari e ridurre le ore settimanali? È assai prevedibile che di fronte a tali iniziative assunte dall’imprenditore, le banche possano reagire revocando i fidi e imponendo l'immediato rientro al debitore. Se questo avvenisse, con quali soldi l’imprenditore pagherà allora i fornitori e i dipendenti?
Secondo gli esperti la Flat Tax ha un costo di circa 50 miliardi di euro, il reddito di cittadinanza si aggira sui 17 miliardi e la riduzione della soglia pensionistica vale 8 miliardi. Il totale per onorare queste promesse elettorali fa dunque 75 miliardi di euro e, secondo gli analisti di Bruxelles, se questo fosse messo nero su bianco, l’Italia non solo violerebbe tutte le norme interne e fiscali dell’Ue, ma porrebbe il suo debito su una traiettoria insostenibile, che la costringerebbe obtorto collo a chiedere di essere salvata attraverso il meccanismo europeo di stabilità, che di fatto significa subordinare le politiche del suo governo all’approvazione della Troika (Commissione Europea, Banca Centrale Europea, Fondo Monetario Internazionale). Ma il ministro Tria appare tranquillo! È sicuro di convincere con “i fatti” gli investitori sulla buona tenuta dei conti: non ci sarà nessuno sforamento del tetto del 3% sul deficit/Pil.
Gli italiani però forse non sanno che pure un eccessivo avvicinamento a questa soglia non tranquillizzerà affatto gli investitori ufficiali, che si attendono – sugli impegni assunti dal precedente governo – un indebitamento netto non superiore allo 0,8% prodotto interno lordo, per non alimentare ulteriormente la spirale del debito pubblico. E se il debito pubblico si gonfia, si riducono pure i margini di manovra della politica economica. Se poi si tiene conto del contraccolpo conseguente all’esaurimento graduale del Quantitative Easing della Bce (di cui l’Italia ha beneficiato più di altri Paesi), che dal prossimo ottobre sarà ridotto a 15 miliardi di euro ed eliminato definitivamente dal gennaio 2019, si profila un autunno irto di difficoltà.
Possiamo essere d’accordo sul fatto che le politiche di austerità sin qui perseguite abbiano avuto conseguenze economiche e sociali drammatiche (crescita di disuguaglianze economiche, disoccupazione, aumento della povertà, recessione e riduzione dei consumi); possiamo pure essere d’accordo sull’altro fatto che l’adozione di queste politiche economiche messe in atto dai governi non abbiano neppure raggiunto i risultati auspicati e risolto le crisi finanziarie, semmai è vero il contrario: non solo hanno aggravato il quadro economico e sociale, ma, sul piano politico, sono – e sono state – il brodo di coltura dell'estrema destra.
Quando i risparmi di una vita sono falcidiati, o rischiano di esserli; quando i denari dei contribuenti destinati ai servizi erogati dallo Stato per sanità, istruzione, trasporti, previdenza, vengono dirottati al salvataggio delle banche o imprese decotte; quando le difficoltà, derivanti dal costo crescente di bollette e imposizioni varie, aumentano; quando le imprese, che fino a ieri hanno munto a piene mani dalle casse dello Stato, chiudono e delocalizzazione, ingrossando le file dei cassa integrati, precari e disoccupati; la gente si incazza. E da sempre, quando la gente s’incazza, le destre ingrassano.
Per quanto ciò sia ovvio e risaputo, pure importa poco ai mercati finanziari e alla stessa Troika che un tale dramma vada in scena e che anzi getta benzina sul fuoco. Probabilmente col chiaro intento di accelerare questo processo, altrimenti dovremmo seriamente dubitare della sanità mentale dei tecnocrati di Bruxelles, e di tutti quelli che adottano politiche economiche così scellerate. Nessuno, infatti, per fare un paragone, sano di mente, può convintamente pensare di aiutare un convalescente a guarire, costringendolo a fare una maratona di quaranta chilometri, senza cibo né acqua. E non è il teatro dell’assurdo di Samuel Beckett: l’abbiamo visto fare con la Grecia e nessun paese, nessun governo politico, ha osato mettere in discussione questi metodi da veri aguzzini, riprovevoli non solo sul piano etico, ma anche su quello logico.
Ma tant’è, così va il mondo! E se così va il mondo, le oligarchie affaristiche continueranno ad arrogarsi il diritto di fare tutto ciò che non possiamo impedirgli di fare. Potremmo – come paese democratico – impedirglielo, ma percorrere questa via ha conseguenze nell’immediato che non sempre il popolo è disposto a sopportare, sia pure nella prospettiva di liberarsi dal giogo degli “oppressori”. E poi gli inganni e le menzogne perpetrati quotidianamente dai media, dai grandi conglomerati finanziari, da politici apparentemente democratici ma che in realtà sono dominati dalle politiche economiche delle classi privilegiate, non impiegherebbero molto a volgere quello stesso popolo proprio contro coloro che, facendosi carico del suo scontento, evocarono la ribellione contro l'establishment. Il popolo, e soprattutto quello dei «disperati», “qual piuma al vento” è assai volubile. Come diceva il sociologo francese Gustave Le Bon: “Le masse non hanno mai avuto sete di verità. Chi può fornire loro illusioni diviene facilmente il loro comandante; chi tenta di distruggere le loro illusioni è sempre la loro vittima”.
Quando l’Italia non riuscisse a piazzare il proprio debito sui mercati a interessi accettabili, più che l’orgoglio e la dignità nazionali potrà il carattere prevalentemente negativo della congiuntura economica che si creerà. E le oligarchie finanziarie possiedono tutti gli strumenti per far scendere a più miti consigli quei governi che pensano di governare senza la loro benedizione. E se così stanno le cose, cosa ci lascia sperare che il trattamento per l’Italia sarà diverso da quello adottato per la Grecia? Forse le dimensioni del suo debito pubblico? Può darsi, ma personalmente non ci conterei troppo. Le oligarchie finanziarie non possono permettersi che un paese, un governo possa impunemente mettere in discussione i loro diktat senza pagarne fio.
Per mostrare che le attuali politiche economiche sono l’unica via senza alternative, né flessibilità, deve restare integro il principio che bisogna punirne uno per educarne cento.
Salvini e Di Maio sembrano non rendersi conto del peso delle loro dichiarazioni: far saltare i conti pubblici per mantenere le promesse elettorali, o anche solo annunciarlo, può avere gravi contraccolpi sul piano della credibilità internazionale. La speculazione internazionale sta già arrotando i coltelli in prossimità dello stop del Quantitative Easing. Nei report di Citi, Barclays e Credit Suisse, rivolti agli investitori che operano sul nostro mercato finanziario, si sottolineano non solo i mali strutturali della nostra economia, ma anche le incertezze derivanti dal nuovo governo “anti-establishment” M5s-Lega, che potrebbero fare da catalizzatore allo scoppio di una nuova crisi.
L’Italia si dice “è un miscuglio fortemente sbilanciato di debito pubblico (altissimo), ricchezza privata (molto elevata) e bassa capitalizzazione di mercato”, cui si aggiunge il gigantesco squilibrio fra il Nord e il Sud, che ha il record del “sottosviluppo” nell’Eurozona. Nel Sud una famiglia su cinque vive in condizioni di povertà relativa; mentre una su dieci è in condizioni di povertà assoluta, ha difficoltà cioè ad acquistare il minimo indispensabile per vivere.
Ma per Salvini il problema dei problemi italiani è l’emergenza migranti e non la disponibilità economica per attuare i punti chiave del programma di governo: Flat Tax, reddito di cittadinanza e pensionamento anticipato. Con la sua boria e agitando il pugno di ferro, Salvini pensa di mettere alle corde l’Europa sul problema dei problemi: l’immigrazione. Alleandosi con i nemici dell’Italia (il gruppo di Visegrad) e trasformando in nemici gli alleati naturali del nostro paese, sta creando tutte le condizioni per un “felice” isolamento dell’Italia dal resto dell’Europa. Ed è questa un’operazione politica spregiudicata che potrebbe rivelarsi una trappola per gli interessi reali del nostro paese.
Potremmo anche dire che l’Italia del governo Salvini-Di Maio si trova isolata in Europa non tanto per scelta, quanto per l’egoismo di Francia e Germania, che invece di perseguire una politica estera e di difesa comuni fanno – e hanno fatto – i loro interessi nazionali, spacciandoli per interessi comunitari. Che Macron sia un presidente imbevuto di grandeur e si sia pure permesso di definire l’Italia un paese “vomitevole”, è vero; che la cancelliera tedesca sia un leader impaurito, messo sotto scacco dal suo stesso ministro degli Interni, Horst Seehofer, paragonabile per tanti aspetti al nostrano inquilino del Viminale Matteo Salvini nei confronti del premier Giuseppe Conte, è altrettanto vero. Pensare però che il nostro Paese possa avere dal gruppo di Visegrad una compensazione comparabile ai danni che derivano dall’indebolimento dei poteri dell’Unione Europea è assai discutibile e potrebbe rivelarsi un terribile autogoal.
Se il problema dei migranti, che sembra essere l’unico problema del paese, e il recente caso della nave Diciotti, per il quale il ministro degli Interni Salvini è indagato, pongono davvero la questione di modificare il Trattato di Dublino, perché mai le minacce non vengono esercitate proprio nei confronti di quei governi, come Ungheria e Repubblica Ceca, che di fatto impediscono questo obiettivo? Dire che l'UE che non ha tenuto conto delle esigenze italiane in materia di immigrazione e poi scegliere gli alleati sbagliati è un nonsenso.
Insomma, se si vuole ridurre la pressione migratoria che deriva dalla nostra posizione geografica, non è alleandosi con i paesi di Visegrad, dove l’immigrazione è un fantasma lontano, che il problema si risolverà.
Allontanarsi dall’unico binario possibile, ovvero quello del rafforzamento dei poteri dell’UE, se paga in termini di consenso elettorale, per il ruvido e virile modo di Salvini di intrattenere relazioni internazionali (i sondaggi dicono che il “pugno di ferro” di Salvini vale in termini di consenso più del 40%), certamente ci penalizzerà in termini di integrazione comunitaria e isolamento reale dell’Italia di fronte al fenomeno migratorio.
L’Italia non è la Svizzera: con un debito pubblico del 132% circa, una disoccupazione complessiva dell’11% e quella giovanile che supera il 30%, non è proprio nella condizione di fare la voce grossa. Tanto più quando si appresta a chiedere ulteriori dosi di flessibilità sui conti pubblici alla Commissione UE.
Stando così le cose non sarebbe forse più saggio e opportuno non tirare troppo la corda, mettendo da parte – almeno per il momento – riforme come la Flat Tax e i pensionamenti anticipati, e puntare sulla sola riforma del reddito di cittadinanza?
Primo perché Flat Tax e reddito di cittadinanza non stanno affatto bene insieme: o l’una o l’altro. La progressività dell’imposizione fiscale deriva dal principio che mille euro dati a un disoccupato con una famiglia numerosa hanno una valenza etica e sociale assai maggiore degli stessi mille euro dati a chi possiede una barca al mare, un Rolex d’oro, un attico a Parigi o a New York, ecc. ecc. Con i mille euro il primo sfama la famiglia, il secondo fa il pieno alla barca. La ricchezza, infatti, pur essendo (rare volte) il risultato del merito, assai più spesso è il frutto di patrimoni accumulati nelle generazioni precedenti, e di conseguenza andrebbe attenuata a vantaggio di chi, vuoi per sfortuna o ingiustizie sociali, non può disporre neppure di quel reddito minimo per condurre una vita decorosa e dignitosa. Regalare pertanto soldi a chi già sta bene economicamente, eliminando o riducendo la progressività delle imposte, è non solo moralmente poco giustificabile, ma di fatto cristallizza le situazioni di disuguaglianza iniziale, aggravandole. Il criterio della progressività non è, infatti, soltanto un mezzo per finanziare le spese dello stato, ma anche uno strumento di redistribuzione della ricchezza, quale condizione essenziale per la stessa crescita economica di un qualsivoglia paese.
Secondo perché il reddito di cittadinanza costa 1/3 della Flat Tax ed è, a differenza di quest’ultima, un costo apparente per i conti pubblici, perché di fatto è una partita di giro, per il semplice motivo che chi non ha niente spende subito ciò che ha e, di conseguenza, la domanda aggregata interna aumenta immediatamente e così anche il Pil. I soldi dati ai ricchi, invece, non solo non spostano di una virgola i consumi, ma vanno a finire in banca sotto forma di risparmi e/o fondi di investimenti finanziari, con l’esito di spostare ancor più il reddito dal lavoro ai profitti e alle rendite finanziarie e immobiliari, contraendo la domanda interna. Quanto a consumi quotidiani, dagli alimentari ai trasporti, è lapalissiano che i pochissimi ricchi non potranno mai compensare una domanda pari a quella di milioni di disoccupati. Se poi il reddito di cittadinanza fosse vincolato all’obbligo di percorsi formativi durante il periodo di inattività, il Paese tutto ne trarrà vantaggio, perché lavoratori professionalmente preparati sono una risorsa assai più importante di ricchi – questi sì fannulloni – che passano il loro tempo oziando e campando di rendita a spese di quanti un reddito reale producono.
Insomma, se Di Maio e Salvini saranno capaci di comprendere ciò che è realmente utile per il Paese da ciò che non lo è, seguendo una scala di priorità, scongiureranno il formarsi di una “tempesta perfetta” e dimostreranno di non essere dei capipopolo ma dei Politici moralmente liberi e con un profondo senso del dovere. Fare promesse solo per blandire il malcontento popolare e che sono poi molto difficili da mantenere, rischia di vanificare ogni buona intenzione. Il velleitarismo è sempre condannato al fallimento: se porta rapidamente in alto, fa pure precipitevolissimevolmente cadere in basso, nella polvere (Renzi docet!).
Salvini e Di Maio, con le loro tre promesse elettorali (Flat Tax, abolizione della legge Fornero sulle pensioni, reddito di cittadinanza) stanno creando infatti le condizioni di una “tempesta perfetta”. In Europa nessuno vede di buon occhio tali riforme, per il semplice fatto che l’Italia non è nelle condizioni di potersele permettere. I vincoli dell’Unione Europea e dell’euro sono lacci molto stretti, e se l’Italia dovesse strapparli, potrebbe subire una riedizione dell’amara lezione impartita a Tsipras, costretto a cedere su tutti i fronti alle pressioni della cosiddetta Troika.
Si dice che a Tsipras sia mancato il coraggio: avrebbe potuto rifiutare le imposizioni della UE e fare come Masaniello. Ma è noto quale esito ebbe la ribellione da questi guidata: i tanto sofferti miglioramenti ottenuti durante la rivolta ebbero durata breve, e lo stesso Masaniello, tradito da alcuni capi popolari e da una piccola parte della plebe, fu accusato ufficialmente di pazzia ed ucciso per volere del viceré. Vedremo se Salvini e Di Maio sapranno mostrare più coraggio!
La questione italiana è semplificabile in questi termini: può un’impresa fortemente indebitata con le banche, da cui dipende per l’acquisto di merci e il pagamento delle retribuzioni ai propri dipendenti, permettersi di assumere nuovi dipendenti, alzare i loro salari e ridurre le ore settimanali? È assai prevedibile che di fronte a tali iniziative assunte dall’imprenditore, le banche possano reagire revocando i fidi e imponendo l'immediato rientro al debitore. Se questo avvenisse, con quali soldi l’imprenditore pagherà allora i fornitori e i dipendenti?
Secondo gli esperti la Flat Tax ha un costo di circa 50 miliardi di euro, il reddito di cittadinanza si aggira sui 17 miliardi e la riduzione della soglia pensionistica vale 8 miliardi. Il totale per onorare queste promesse elettorali fa dunque 75 miliardi di euro e, secondo gli analisti di Bruxelles, se questo fosse messo nero su bianco, l’Italia non solo violerebbe tutte le norme interne e fiscali dell’Ue, ma porrebbe il suo debito su una traiettoria insostenibile, che la costringerebbe obtorto collo a chiedere di essere salvata attraverso il meccanismo europeo di stabilità, che di fatto significa subordinare le politiche del suo governo all’approvazione della Troika (Commissione Europea, Banca Centrale Europea, Fondo Monetario Internazionale). Ma il ministro Tria appare tranquillo! È sicuro di convincere con “i fatti” gli investitori sulla buona tenuta dei conti: non ci sarà nessuno sforamento del tetto del 3% sul deficit/Pil.
Gli italiani però forse non sanno che pure un eccessivo avvicinamento a questa soglia non tranquillizzerà affatto gli investitori ufficiali, che si attendono – sugli impegni assunti dal precedente governo – un indebitamento netto non superiore allo 0,8% prodotto interno lordo, per non alimentare ulteriormente la spirale del debito pubblico. E se il debito pubblico si gonfia, si riducono pure i margini di manovra della politica economica. Se poi si tiene conto del contraccolpo conseguente all’esaurimento graduale del Quantitative Easing della Bce (di cui l’Italia ha beneficiato più di altri Paesi), che dal prossimo ottobre sarà ridotto a 15 miliardi di euro ed eliminato definitivamente dal gennaio 2019, si profila un autunno irto di difficoltà.
Possiamo essere d’accordo sul fatto che le politiche di austerità sin qui perseguite abbiano avuto conseguenze economiche e sociali drammatiche (crescita di disuguaglianze economiche, disoccupazione, aumento della povertà, recessione e riduzione dei consumi); possiamo pure essere d’accordo sull’altro fatto che l’adozione di queste politiche economiche messe in atto dai governi non abbiano neppure raggiunto i risultati auspicati e risolto le crisi finanziarie, semmai è vero il contrario: non solo hanno aggravato il quadro economico e sociale, ma, sul piano politico, sono – e sono state – il brodo di coltura dell'estrema destra.
Quando i risparmi di una vita sono falcidiati, o rischiano di esserli; quando i denari dei contribuenti destinati ai servizi erogati dallo Stato per sanità, istruzione, trasporti, previdenza, vengono dirottati al salvataggio delle banche o imprese decotte; quando le difficoltà, derivanti dal costo crescente di bollette e imposizioni varie, aumentano; quando le imprese, che fino a ieri hanno munto a piene mani dalle casse dello Stato, chiudono e delocalizzazione, ingrossando le file dei cassa integrati, precari e disoccupati; la gente si incazza. E da sempre, quando la gente s’incazza, le destre ingrassano.
Per quanto ciò sia ovvio e risaputo, pure importa poco ai mercati finanziari e alla stessa Troika che un tale dramma vada in scena e che anzi getta benzina sul fuoco. Probabilmente col chiaro intento di accelerare questo processo, altrimenti dovremmo seriamente dubitare della sanità mentale dei tecnocrati di Bruxelles, e di tutti quelli che adottano politiche economiche così scellerate. Nessuno, infatti, per fare un paragone, sano di mente, può convintamente pensare di aiutare un convalescente a guarire, costringendolo a fare una maratona di quaranta chilometri, senza cibo né acqua. E non è il teatro dell’assurdo di Samuel Beckett: l’abbiamo visto fare con la Grecia e nessun paese, nessun governo politico, ha osato mettere in discussione questi metodi da veri aguzzini, riprovevoli non solo sul piano etico, ma anche su quello logico.
Ma tant’è, così va il mondo! E se così va il mondo, le oligarchie affaristiche continueranno ad arrogarsi il diritto di fare tutto ciò che non possiamo impedirgli di fare. Potremmo – come paese democratico – impedirglielo, ma percorrere questa via ha conseguenze nell’immediato che non sempre il popolo è disposto a sopportare, sia pure nella prospettiva di liberarsi dal giogo degli “oppressori”. E poi gli inganni e le menzogne perpetrati quotidianamente dai media, dai grandi conglomerati finanziari, da politici apparentemente democratici ma che in realtà sono dominati dalle politiche economiche delle classi privilegiate, non impiegherebbero molto a volgere quello stesso popolo proprio contro coloro che, facendosi carico del suo scontento, evocarono la ribellione contro l'establishment. Il popolo, e soprattutto quello dei «disperati», “qual piuma al vento” è assai volubile. Come diceva il sociologo francese Gustave Le Bon: “Le masse non hanno mai avuto sete di verità. Chi può fornire loro illusioni diviene facilmente il loro comandante; chi tenta di distruggere le loro illusioni è sempre la loro vittima”.
Quando l’Italia non riuscisse a piazzare il proprio debito sui mercati a interessi accettabili, più che l’orgoglio e la dignità nazionali potrà il carattere prevalentemente negativo della congiuntura economica che si creerà. E le oligarchie finanziarie possiedono tutti gli strumenti per far scendere a più miti consigli quei governi che pensano di governare senza la loro benedizione. E se così stanno le cose, cosa ci lascia sperare che il trattamento per l’Italia sarà diverso da quello adottato per la Grecia? Forse le dimensioni del suo debito pubblico? Può darsi, ma personalmente non ci conterei troppo. Le oligarchie finanziarie non possono permettersi che un paese, un governo possa impunemente mettere in discussione i loro diktat senza pagarne fio.
Per mostrare che le attuali politiche economiche sono l’unica via senza alternative, né flessibilità, deve restare integro il principio che bisogna punirne uno per educarne cento.
Salvini e Di Maio sembrano non rendersi conto del peso delle loro dichiarazioni: far saltare i conti pubblici per mantenere le promesse elettorali, o anche solo annunciarlo, può avere gravi contraccolpi sul piano della credibilità internazionale. La speculazione internazionale sta già arrotando i coltelli in prossimità dello stop del Quantitative Easing. Nei report di Citi, Barclays e Credit Suisse, rivolti agli investitori che operano sul nostro mercato finanziario, si sottolineano non solo i mali strutturali della nostra economia, ma anche le incertezze derivanti dal nuovo governo “anti-establishment” M5s-Lega, che potrebbero fare da catalizzatore allo scoppio di una nuova crisi.
L’Italia si dice “è un miscuglio fortemente sbilanciato di debito pubblico (altissimo), ricchezza privata (molto elevata) e bassa capitalizzazione di mercato”, cui si aggiunge il gigantesco squilibrio fra il Nord e il Sud, che ha il record del “sottosviluppo” nell’Eurozona. Nel Sud una famiglia su cinque vive in condizioni di povertà relativa; mentre una su dieci è in condizioni di povertà assoluta, ha difficoltà cioè ad acquistare il minimo indispensabile per vivere.
Ma per Salvini il problema dei problemi italiani è l’emergenza migranti e non la disponibilità economica per attuare i punti chiave del programma di governo: Flat Tax, reddito di cittadinanza e pensionamento anticipato. Con la sua boria e agitando il pugno di ferro, Salvini pensa di mettere alle corde l’Europa sul problema dei problemi: l’immigrazione. Alleandosi con i nemici dell’Italia (il gruppo di Visegrad) e trasformando in nemici gli alleati naturali del nostro paese, sta creando tutte le condizioni per un “felice” isolamento dell’Italia dal resto dell’Europa. Ed è questa un’operazione politica spregiudicata che potrebbe rivelarsi una trappola per gli interessi reali del nostro paese.
Potremmo anche dire che l’Italia del governo Salvini-Di Maio si trova isolata in Europa non tanto per scelta, quanto per l’egoismo di Francia e Germania, che invece di perseguire una politica estera e di difesa comuni fanno – e hanno fatto – i loro interessi nazionali, spacciandoli per interessi comunitari. Che Macron sia un presidente imbevuto di grandeur e si sia pure permesso di definire l’Italia un paese “vomitevole”, è vero; che la cancelliera tedesca sia un leader impaurito, messo sotto scacco dal suo stesso ministro degli Interni, Horst Seehofer, paragonabile per tanti aspetti al nostrano inquilino del Viminale Matteo Salvini nei confronti del premier Giuseppe Conte, è altrettanto vero. Pensare però che il nostro Paese possa avere dal gruppo di Visegrad una compensazione comparabile ai danni che derivano dall’indebolimento dei poteri dell’Unione Europea è assai discutibile e potrebbe rivelarsi un terribile autogoal.
Se il problema dei migranti, che sembra essere l’unico problema del paese, e il recente caso della nave Diciotti, per il quale il ministro degli Interni Salvini è indagato, pongono davvero la questione di modificare il Trattato di Dublino, perché mai le minacce non vengono esercitate proprio nei confronti di quei governi, come Ungheria e Repubblica Ceca, che di fatto impediscono questo obiettivo? Dire che l'UE che non ha tenuto conto delle esigenze italiane in materia di immigrazione e poi scegliere gli alleati sbagliati è un nonsenso.
Insomma, se si vuole ridurre la pressione migratoria che deriva dalla nostra posizione geografica, non è alleandosi con i paesi di Visegrad, dove l’immigrazione è un fantasma lontano, che il problema si risolverà.
Allontanarsi dall’unico binario possibile, ovvero quello del rafforzamento dei poteri dell’UE, se paga in termini di consenso elettorale, per il ruvido e virile modo di Salvini di intrattenere relazioni internazionali (i sondaggi dicono che il “pugno di ferro” di Salvini vale in termini di consenso più del 40%), certamente ci penalizzerà in termini di integrazione comunitaria e isolamento reale dell’Italia di fronte al fenomeno migratorio.
Una lezione di pragmatismo, di cui sarebbe utile tener conto,
dovrebbe indurci a percorrere l’unica strada possibile per difendere davvero i
nostri interessi nazionali, puntando sulle responsabilità condivise, e non sbattendo
i pugni sul tavolo. Le chiusure frontaliere degli altri paesi europei, irritati
dall’atteggiamento di Salvini, scaricherebbero, infatti, il fenomeno migratorio
solo e soltanto sulle nostre spalle.
Stando così le cose non sarebbe forse più saggio e opportuno non tirare troppo la corda, mettendo da parte – almeno per il momento – riforme come la Flat Tax e i pensionamenti anticipati, e puntare sulla sola riforma del reddito di cittadinanza?
Primo perché Flat Tax e reddito di cittadinanza non stanno affatto bene insieme: o l’una o l’altro. La progressività dell’imposizione fiscale deriva dal principio che mille euro dati a un disoccupato con una famiglia numerosa hanno una valenza etica e sociale assai maggiore degli stessi mille euro dati a chi possiede una barca al mare, un Rolex d’oro, un attico a Parigi o a New York, ecc. ecc. Con i mille euro il primo sfama la famiglia, il secondo fa il pieno alla barca. La ricchezza, infatti, pur essendo (rare volte) il risultato del merito, assai più spesso è il frutto di patrimoni accumulati nelle generazioni precedenti, e di conseguenza andrebbe attenuata a vantaggio di chi, vuoi per sfortuna o ingiustizie sociali, non può disporre neppure di quel reddito minimo per condurre una vita decorosa e dignitosa. Regalare pertanto soldi a chi già sta bene economicamente, eliminando o riducendo la progressività delle imposte, è non solo moralmente poco giustificabile, ma di fatto cristallizza le situazioni di disuguaglianza iniziale, aggravandole. Il criterio della progressività non è, infatti, soltanto un mezzo per finanziare le spese dello stato, ma anche uno strumento di redistribuzione della ricchezza, quale condizione essenziale per la stessa crescita economica di un qualsivoglia paese.
Secondo perché il reddito di cittadinanza costa 1/3 della Flat Tax ed è, a differenza di quest’ultima, un costo apparente per i conti pubblici, perché di fatto è una partita di giro, per il semplice motivo che chi non ha niente spende subito ciò che ha e, di conseguenza, la domanda aggregata interna aumenta immediatamente e così anche il Pil. I soldi dati ai ricchi, invece, non solo non spostano di una virgola i consumi, ma vanno a finire in banca sotto forma di risparmi e/o fondi di investimenti finanziari, con l’esito di spostare ancor più il reddito dal lavoro ai profitti e alle rendite finanziarie e immobiliari, contraendo la domanda interna. Quanto a consumi quotidiani, dagli alimentari ai trasporti, è lapalissiano che i pochissimi ricchi non potranno mai compensare una domanda pari a quella di milioni di disoccupati. Se poi il reddito di cittadinanza fosse vincolato all’obbligo di percorsi formativi durante il periodo di inattività, il Paese tutto ne trarrà vantaggio, perché lavoratori professionalmente preparati sono una risorsa assai più importante di ricchi – questi sì fannulloni – che passano il loro tempo oziando e campando di rendita a spese di quanti un reddito reale producono.
Insomma, se Di Maio e Salvini saranno capaci di comprendere ciò che è realmente utile per il Paese da ciò che non lo è, seguendo una scala di priorità, scongiureranno il formarsi di una “tempesta perfetta” e dimostreranno di non essere dei capipopolo ma dei Politici moralmente liberi e con un profondo senso del dovere. Fare promesse solo per blandire il malcontento popolare e che sono poi molto difficili da mantenere, rischia di vanificare ogni buona intenzione. Il velleitarismo è sempre condannato al fallimento: se porta rapidamente in alto, fa pure precipitevolissimevolmente cadere in basso, nella polvere (Renzi docet!).
sabato 1 settembre 2018
I FIGLI DELLA SOCIETÀ DEI CONSUMI
Fino al secolo scorso, ogni generazione ha vissuto il suo
tempo con una profonda sensazione: quella di trovarsi nell’unico tempo
possibile. Ciascun uomo sospeso tra due nulla (quello della nascita e quello
della morte) ha tentato, almeno provato, di dare un senso alla propria
esistenza. Nell’unica vita e nell’unico mondo possibile ogni singolo individuo
riteneva di dover contribuire ad edificare ex novo il proprio originale
percorso verso il futuro, da lasciare poi in eredità alle successive generazioni, perché ne completassero l'opera.
Di testimone in testimone, come in un processo di sedimentazione geologica, gli
oppressi si sono lasciati alle spalle despoti di ogni ordine e grado, che
disponevano dello Stato e degli altri uomini come di una personale proprietà,
per il proprio piacere e beneficio e a favore esclusivo del proprio clan e dei
propri sodali.
Con l’idea di realizzare una società in cui ogni privilegio fosse
sradicato per il bene collettivo, molti uomini combatterono fino a sacrificare
la propria vita. Essi non videro i frutti della loro lotta, eppur si batterono
convinti che il loro sacrificio sarebbe stato il vessillo innalzato da altri
uomini fino alla definitiva sconfitta della tirannia. Questo è stato l’avventuroso
viaggio che ha portato alla scoperta dei diritti umani.
Oggi, infatti, diamo per scontati i diritti delle donne,
quelli dei bambini e degli esseri umani in generale, senza riflettere
abbastanza che la loro conquista è il prodotto del sangue versato da chi quei
diritti non ebbe e non conobbe. Li consideriamo immutabili come il sorgere del
sole, come l’alternarsi del giorno e della notte. Li diamo talmente per
scontati che non ci sfiora neppure il pensiero di doverne essere i custodi e di
vigilare attenti che non ci vengano un po’ alla volta portati via.
Nel vedere però i giovani di oggi non posso non provare un senso
di inquietudine. Sapranno questi ragazzi, cresciuti nel mito di modelli pubblicitari e televisivi - che hanno introiettato un'attitudine verso gli oggetti di consumo maggiore di quanto la sia per la poesia, la letteratura, la musica, la filosofia; appiattiti sull’apparenza e sul culto del corpo, senz’anima - essere i degni custodi del patrimonio di civiltà che ci è stato lasciato?
Potranno mai – un giorno
– questi ragazzi, questi giovani, totalmente privi di senso della storia, quando fossero chiamati, acquisire d'un tratto la capacità, che è frutto di
anni di esperienza e studi, per fare le scelte giuste al fine di scongiurare un futuro dalle
tinte fosche preconizzato nel lontano 1932 dallo scrittore britannico Aldous
Huxley?
Un fatto mi pare evidente: la maggior parte dei giovani sembra schiacciata sull’esistente; come sessantenni vivono l’ineluttabilità della
realtà, come qualcosa di impossibile da modificare. Cinici e disillusi non si
battono, non lottano per un futuro migliore. Totalmente privi di progettualità,
accettano anche condizioni degradanti di lavoro e di salario pur di acquistare
l’ultimo modello di cellulare. Il disinteresse per la politica e per la storia
ne fanno poi soggetti facili da sfruttare.
Il poeta libanese Khalil Gibran a proposito dei figli diceva:
«I vostri figli non sono figli vostri ... sono i figli e le figlie della forza
stessa della Vita». Oggi, almeno nelle nostre società occidentali del
benessere, sarebbe più appropriato dire: «I vostri figli non sono figli vostri ...
sono i figli e le figlie della forza stessa del Consumismo».
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