Personalmente, ho la sensazione che i tanti provvedimenti,
sempre più restrittivi, emessi a cascata dalla fine di gennaio, tendano non
tanto a suscitare in ciascuno quel senso di responsabilità, necessario a
tutelare la propria salute e quella degli altri, quanto a catalizzare, per
effetto dell’allarmismo destato dai mainstream, la diffidenza nei riguardi del
prossimo, quale potenziale diffusore di contagio.
L’evitamento fra le persone – con o senza ordinanze
restrittive – è diventato ormai un dato di fatto: la gente ha paura di avvicinarsi
all’altro. Il timore si coglie a pelle nello sguardo ansioso dell’altro, che
sembra volerti dire: “Ehi tu, stammi alla larga!”.
Ciascuno è visto come il potenziale “untore” dell’altro.
E se la struttura sociale si riflette nella struttura del
singolo e dei rapporti individuali, è tutt'altro che irrilevante, sul piano
della tenuta sociale, questo esordio di psicosi collettiva da coronavirus.
Anche quando la diffusione dell’epidemia si sarà arrestata (e si arresterà), la
scia del ritiro dalla dimensione sociale resterà per lungo tempo ancora.
Resterà la cicatrice ancora troppo visibile, simbolo
drammatico di quell’identità perduta che fornisce senso e linfa vitale
all’individuo, perché ciascun individuo ripristini da un giorno all’altro un
contatto con il mondo e con gli altri.
Galimberti ci dice, infatti, che l’identità è un dono
sociale: noi non nasciamo con un’identità; l’identità non è una dote naturale.
L’identità ce la danno gli altri, l’identità è frutto del riconoscimento: «Se
una mamma dice al suo bambino “sei bravo” e la maestra gli dice “sei
intelligente”, il bambino costruirà un’identità positiva, se la mamma gli dice
“sei un cretino” e poi glielo ribadisce la maestra, crescerà con un’identità negativa».
Quando in una società la possibilità di instaurare processi relazionali
è inibita dalla paura dell’altro, le modalità relazionali tendono a tal punto a
patologizzarsi che il pensiero critico cede alle percezioni errate o deformate.
Così la psicosi da contagio spazzerà via quello che dovrebbe essere il maggiore traguardo della
società civile, ovvero la capacità di stimolare il pensiero critico e di
risolvere problemi complessi, facendoci arretrare a una sorta di oscurantismo
medievale, che alimenterà visioni apocalittiche e altre paure.
Non faremo più alcuno sforzo per capire come stanno
realmente le cose, ma ci affideremo anima e corpo al “Grande Inquisitore”,
simbolo da sempre del potere che spoglia l’uomo della sua capacità di pensare
liberamente, che, rafforzando le nostre sensazioni e i nostri pregiudizi, ci
offrirà una confortevole, levigata non libertà.
Coì, barattando la libertà con l’illusione della sicurezza, ci
consegneremo – senza un gemito, senza un lamento – alla sua schiavitù. E dell’Uomo
non resterà che una traccia sbiadita.
Che genio, per riuscire a fare tutto questo!
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