sabato 28 marzo 2020

LE CONSEGUENZE SICURE DEL COVID-19 SUL PIANO INDIVIDUALE E SOCIALE


Personalmente, ho la sensazione che i tanti provvedimenti, sempre più restrittivi, emessi a cascata dalla fine di gennaio, tendano non tanto a suscitare in ciascuno quel senso di responsabilità, necessario a tutelare la propria salute e quella degli altri, quanto a catalizzare, per effetto dell’allarmismo destato dai mainstream, la diffidenza nei riguardi del prossimo, quale potenziale diffusore di contagio.

L’evitamento fra le persone – con o senza ordinanze restrittive – è diventato ormai un dato di fatto: la gente ha paura di avvicinarsi all’altro. Il timore si coglie a pelle nello sguardo ansioso dell’altro, che sembra volerti dire: “Ehi tu, stammi alla larga!”.

Ciascuno è visto come il potenziale “untore” dell’altro.

E se la struttura sociale si riflette nella struttura del singolo e dei rapporti individuali, è tutt'altro che irrilevante, sul piano della tenuta sociale, questo esordio di psicosi collettiva da coronavirus. Anche quando la diffusione dell’epidemia si sarà arrestata (e si arresterà), la scia del ritiro dalla dimensione sociale resterà per lungo tempo ancora.

Resterà la cicatrice ancora troppo visibile, simbolo drammatico di quell’identità perduta che fornisce senso e linfa vitale all’individuo, perché ciascun individuo ripristini da un giorno all’altro un contatto con il mondo e con gli altri.

Galimberti ci dice, infatti, che l’identità è un dono sociale: noi non nasciamo con un’identità; l’identità non è una dote naturale. L’identità ce la danno gli altri, l’identità è frutto del riconoscimento: «Se una mamma dice al suo bambino “sei bravo” e la maestra gli dice “sei intelligente”, il bambino costruirà un’identità positiva, se la mamma gli dice “sei un cretino” e poi glielo ribadisce la maestra, crescerà con un’identità negativa».

Quando in una società la possibilità di instaurare processi relazionali è inibita dalla paura dell’altro, le modalità relazionali tendono a tal punto a patologizzarsi che il pensiero critico cede alle percezioni errate o deformate.

Così la psicosi da contagio spazzerà via quello che dovrebbe essere il maggiore traguardo della società civile, ovvero la capacità di stimolare il pensiero critico e di risolvere problemi complessi, facendoci arretrare a una sorta di oscurantismo medievale, che alimenterà visioni apocalittiche e altre paure.

Non faremo più alcuno sforzo per capire come stanno realmente le cose, ma ci affideremo anima e corpo al “Grande Inquisitore”, simbolo da sempre del potere che spoglia l’uomo della sua capacità di pensare liberamente, che, rafforzando le nostre sensazioni e i nostri pregiudizi, ci offrirà una confortevole, levigata non libertà.

Coì, barattando la libertà con l’illusione della sicurezza, ci consegneremo – senza un gemito, senza un lamento – alla sua schiavitù. E dell’Uomo non resterà che una traccia sbiadita.

Che genio, per riuscire a fare tutto questo!

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