Molti pensano veramente che se lo stato non si occupasse – e
lasciamo perdere il modo in cui se ne occupa – dei migranti, ci sarebbero allora
risorse da destinare agli italiani che “dormono sotto i ponti”?
Italiani che
dormono sotto i ponti c’erano, ci sono, ci saranno. Non mi risulta, infatti,
che ci sia stata – nella storia del nostro Paese – un’età dell’oro in cui i
poveri si nutrivano di latte e miele.
Quanto sia pretestuosa e falsa questa fanfaluca che i
migranti drenerebbero risorse, che altrimenti potrebbe essere destinate agli
italiani indigenti, trova conferma nel fatto che, prima dei migranti
extracomunitari, gli extracomunitari erano i meridionali. E come gli attuali
migranti questi erano visti dagli italiani del nord come straccioni che
rubavano il lavoro che loro non erano disposti a fare alle condizioni che i
meridionali accettavano per “fame”.
Io, che sono meridionale, ricordo ancora come nei negozi campeggiava un cartello bene in vista che diceva: “non si fa
credito ai meridionali”, perché reputati dalla maggioranza del popolo del nord
come ladri e delinquenti, per natura. Ricordo ancora che sugli annunci degli appartamenti
in affitto – pubblicati anche da giornali di rilevanza nazionale – c’era sempre
la precisazione: “non si affitta a meridionali”. Avere sulla carta d’identità o sulla patente
la provenienza meridionale era come un marchio d’infamia, che destava nell’albergatore,
nel controllore, nella gente in generale, il sospetto e la diffidenza.
Quando gli extracomunitari erano i “meridionali” non è
storia lontana. Basta andare con la memoria agli anni ’90, prima che
cominciasse il grande esodo dall’Albania, dai Paesi dell’Est, in seguito alla
deflagrazione dell’ex Unione Sovietica. E quindi dai Paesi del Nord Africa. E
quando questi hanno occupato il posto che era riservato ai “meridionali”: questi
hanno cessato di esserlo, mentre loro lo sono diventati.
Insomma, quello che voglio dire è che c’è sempre stato bisogno
nella storia di identificare un popolo, un’etnia, contro cui canalizzare la
rabbia e la frustrazione derivante dalle tante disuguaglianze e ingiustizie,
che altrimenti si scaglierebbero verso quelli – i veri autori – che queste
diseguaglianza e ingiustizie alimentano.
Piuttosto che fomentare la guerra fra miserabili – accettando
supinamente la vulgata del dispotismo paterno secondo il quale lo stato è generoso
con gli extra comunitari, mentre è avaro con i suoi figli (gli italiani) –,
occorrerebbe piuttosto una “pedagogia degli oppressi”, che insegni a questi che
dalla miseria dell’indigenza si esce tutti o nessuno.
Marx disse: “Proletari di tutto il mondo unitevi!”. E aveva
ragione: finché gli “oppressi” non prenderanno coscienza che solo uniti
riusciranno a spezzare le catene di un potere che li vuole schiavi, umili e
deboli; finché gli “oppressi” continueranno a pensare di loro in termini di
fragilità; finché non si ribelleranno alla loro condizione di sottomissione;
finché non cancelleranno la loro “paura della libertà”; finché non smetteranno
di considerare lo stato come una sorta di padre padrone che dispensa secondo la
sua bontà premi o castighi, ma come un’associazioni di uomini liberi capaci di
trasformare la realtà sociale dell’oppressione; fino ad allora disuguaglianza
e ingiustizia continueranno imperiture ad esistere e alimentare la guerra fra
miserabili.
Una guerra tanto utile ai “tanti pochi Briatore” che potranno
così tranquilli e rilassati vedere il mare che sfila sotto lo scafo del loro yacht,
mentre i raggi del sole accarezzano il loro corpo di vegliardo o di giovane. E,
giunta la sera, volgere lo sguardo verso il cielo stellato, pensando a quanto
sono stolti gli oppressi che sputano sangue per permettere a pochi puttanieri
di godere di tanti incredibili vantaggi.
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