lunedì 4 novembre 2019

LA RADICE DELLA DISUGUAGLIANZA STA NELLA MENTE DEGLI OPPRESSI


Molti pensano veramente che se lo stato non si occupasse – e lasciamo perdere il modo in cui se ne occupa – dei migranti, ci sarebbero allora risorse da destinare agli italiani che “dormono sotto i ponti”? 

Italiani che dormono sotto i ponti c’erano, ci sono, ci saranno. Non mi risulta, infatti, che ci sia stata – nella storia del nostro Paese – un’età dell’oro in cui i poveri si nutrivano di latte e miele.

Quanto sia pretestuosa e falsa questa fanfaluca che i migranti drenerebbero risorse, che altrimenti potrebbe essere destinate agli italiani indigenti, trova conferma nel fatto che, prima dei migranti extracomunitari, gli extracomunitari erano i meridionali. E come gli attuali migranti questi erano visti dagli italiani del nord come straccioni che rubavano il lavoro che loro non erano disposti a fare alle condizioni che i meridionali accettavano per “fame”.

Io, che sono meridionale, ricordo ancora come nei negozi campeggiava un cartello bene in vista che diceva: “non si fa credito ai meridionali”, perché reputati dalla maggioranza del popolo del nord come ladri e delinquenti, per natura. Ricordo ancora che sugli annunci degli appartamenti in affitto – pubblicati anche da giornali di rilevanza nazionale – c’era sempre la precisazione: “non si affitta a meridionali”.  Avere sulla carta d’identità o sulla patente la provenienza meridionale era come un marchio d’infamia, che destava nell’albergatore, nel controllore, nella gente in generale, il sospetto e la diffidenza.

Quando gli extracomunitari erano i “meridionali” non è storia lontana. Basta andare con la memoria agli anni ’90, prima che cominciasse il grande esodo dall’Albania, dai Paesi dell’Est, in seguito alla deflagrazione dell’ex Unione Sovietica. E quindi dai Paesi del Nord Africa. E quando questi hanno occupato il posto che era riservato ai “meridionali”: questi hanno cessato di esserlo, mentre loro lo sono diventati.

Insomma, quello che voglio dire è che c’è sempre stato bisogno nella storia di identificare un popolo, un’etnia, contro cui canalizzare la rabbia e la frustrazione derivante dalle tante disuguaglianze e ingiustizie, che altrimenti si scaglierebbero verso quelli – i veri autori – che queste diseguaglianza e ingiustizie alimentano.

Piuttosto che fomentare la guerra fra miserabili – accettando supinamente la vulgata del dispotismo paterno secondo il quale lo stato è generoso con gli extra comunitari, mentre è avaro con i suoi figli (gli italiani) –, occorrerebbe piuttosto una “pedagogia degli oppressi”, che insegni a questi che dalla miseria dell’indigenza si esce tutti o nessuno.

Marx disse: “Proletari di tutto il mondo unitevi!”. E aveva ragione: finché gli “oppressi” non prenderanno coscienza che solo uniti riusciranno a spezzare le catene di un potere che li vuole schiavi, umili e deboli; finché gli “oppressi” continueranno a pensare di loro in termini di fragilità; finché non si ribelleranno alla loro condizione di sottomissione; finché non cancelleranno la loro “paura della libertà”; finché non smetteranno di considerare lo stato come una sorta di padre padrone che dispensa secondo la sua bontà premi o castighi, ma come un’associazioni di uomini liberi capaci di trasformare la realtà sociale dell’oppressione; fino ad allora disuguaglianza e ingiustizia continueranno imperiture ad esistere e alimentare la guerra fra miserabili. 

Una guerra tanto utile ai “tanti pochi Briatore” che potranno così tranquilli e rilassati vedere il mare che sfila sotto lo scafo del loro yacht, mentre i raggi del sole accarezzano il loro corpo di vegliardo o di giovane. E, giunta la sera, volgere lo sguardo verso il cielo stellato, pensando a quanto sono stolti gli oppressi che sputano sangue per permettere a pochi puttanieri di godere di tanti incredibili vantaggi.

Nessun commento:

Posta un commento