martedì 9 luglio 2019

VICENDA MORO E I TROPPI INTOLLERABILI SEGRETI D’ITALIA


La vicenda Moro affonda nei troppi intollerabili segreti d'Italia. Tanti sono i risvolti oscuri. E quello che è emerso dalla Commissione d’inchiesta parlamentare è solo la punta dell’iceberg : troppo poco per capire quel che è davvero accaduto. E per quanto possa essere sintetico, non basterebbero le pagine di un libro per spiegare quel che purtroppo non verrà mai provato processualmente.

Cinque indagini giudiziarie e quattro processi non sono giunti a niente di concreto: i registi del delitto Moro hanno cancellato tutte le prove. Non resta dunque che la verità storica secondo il procedimento del cui prodest, ovvero ricomporre il complesso puzzle dimodoché risulti almeno comprensibile la ragione per la quale occorreva eliminare Moro.

Il delitto Moro non lo si comprende se non lo si colloca nel particolare scenario storico della contrapposizione dei due blocchi, quello americano e quello sovietico, con le rispettive sfere di influenza. Agli occhi degli americani, il disgelo nella politica interna tra Dc e Pci rappresentava un pericolo gravissimo per gli equilibri mondiali. Probabilmente il compromesso storico non avrebbe affatto alterato gli assetti internazionali, ma si sa gli americani hanno da sempre un’idiosincrasia verso tutto ciò che puzza anche lontanamente di socialismo e comunismo.

Dopo l’esperienza cilena del governo di S. Allende, Berlinguer s’era infatti affatto convinto che senza la collaborazione fra le forze popolari di ispirazione comunista e quelle di ispirazione cattolico-democratica, il Partito comunista – anche quando avesse conseguito la maggioranza dei voti per governare – non avrebbe avuto vita facile con la CIA fra i piedi. Pertanto, al fine di dar vita a uno schieramento politico capace di realizzare un programma di rinnovamento della società e dello Stato italiani, s’imponeva un’alleanza con quella parte della Democrazia cristiana di radice popolare. E Moro rappresentava la figura politica utile alla strategia politica elaborata, tra il 1973 e il 1979, dall’allora segretario del Partito comunista italiano, Enrico Berlinguer, passata alla storia col nome di “compromesso storico”.

Per Moro, la Dc e il Pci sapevano quali “mondi” rappresentare; e non erano quelli del mondo finanziario e del capitalismo industriale. Insomma, quel mondo rappresentato da Don Camillo e Peppone. La personificazione di due istanze forti solo apparentemente contrapposte: da una parte il cattolicesimo battagliero, ma dalla parte del popolo; dall’altra il comunismo intransigente, ma animato dall’ansia di giustizia. Don Camillo e Peppone, pur divisi dalle quotidiane battaglie, trovano nelle ragioni del popolo un sentimento di reciproca simpatia e comprensione. 

Moro parlava infatti di “convergenze parallele”, un accordo nel quale nessuno avrebbe perso la sua identità, ma il cui fine tendeva a convergere verso la costruzione di un nuovo assetto sociale ed economico.

La linea di Moro che andava verso il coinvolgimento del Pci nell’area di governo non era però condivisa dai suoi compagni di partito, tra cui Giulio Andreotti e Francesco Cossiga. E men che mai dagli americani, che vedevano nel “compromesso storico” una minaccia ai loro interessi nel Mediterraneo. All’epoca infatti si pensava che il Pci fosse legato a Mosca e il coinvolgimento del Pci nel governo dell’Italia avrebbe spostato l’asse della politica italiana nella direzione dell’ex Unione Sovietica. Nonostante Berlinguer avesse fatto già capire di sentirsi più tranquillo e sicuro sotto l’ombrello protettivo della Nato, all’America non bastava e non era disposta a correre il rischio. Pare che Kissinger avesse già avvertito Moro sull'inopportunità del compromesso storico: “attento a quello che fai con il Pci, noi ne trarremo le conseguenze …”.

Ecco perché Moro doveva morire: era scomodo per i suoi compagni di partito e lo era ancor di più per l’alleato americano.

Noi sappiamo che a rapire e uccidere materialmente Moro furono le Brigate Rosse, ma sappiamo anche che lo Stato, che poteva intervenire per tentare di liberare il presidente Dc, non fece nulla, non alzò un dito. Steve Pieczenik, il consulente Usa che partecipò, su invito di Cossiga, al Comitato di Crisi istituito dopo il rapimento Moro, una volta dichiarò: “noi abbiamo ucciso Moro”.  Volendo intendere che se le Br furono gli esecutori materiali dell’assassinio, lo Stato ne fu il responsabile morale per non aver fatto nulla per impedire che quella morte avvenisse: di fatto le Br furono messe nelle condizione di non poter fare altro.

L’assassinio di Moro è stato un delitto politico maturato nel contesto internazionale dell’epoca e consumatosi con la complicità della criminalità organizzata servente (Br, Cosa Nostra, ‘ndrangheta calabrese, ecc.) e di una parte del mondo politico supina agli ordini degli americani.

Per quanto riguarda le Br, già nel 1978 in Italia si ipotizzò che la CIA fosse dietro le azioni più eclatanti delle Brigate Rosse, sostenendole e dirigendole nella logica degli opposti estremismi: isolando e marginalizzando i consensi nei confronti degli estremismi di destra e di sinistra si convogliava l’elettorato verso forze moderate e centriste. Sembra che lo stesso Moro avesse confidato a Giovanni Galloni, tra i fondatori della corrente di sinistra della Democrazia Cristiana, poche settimane prima del suo rapimento e assassinio da parte delle Brigate Rosse, di essere certo di infiltrazioni dei servizi segreti della CIA e del Mossad (servizio segreto dello Stato di Israele) nelle stesse BR. Questo forse aiuta a spiegare perché restano senza risposta i tanti punti ancora oscuri del sequestro Moro.

Le domande senza risposte restano. Per esempio:

Perché in via Fani c’era un colonnello dei servizi segreti militari (Sismi)? 

Chi erano i due uomini a bordo di una moto Honda mai identificati? 

Chi era l’uomo che, da professionista militare super addestrato, sparò da solo 49 colpi su un totale di 92, portando di fatto a termine e quasi da solo l’azione militare in soli tre minuti, dalle 9.02 alle 9.05, quando le armi dei brigatisti si erano inceppate? 

Perché Alessio Casimirri, che prese parte all'agguato di via Fani, è ancora latitante in Nicaragua e lo Stato italiano non ha fatto nessuna richiesta di estradizione, mentre si è battuto senza sosta per ottenere quella di Battisti? 

Perché dopo 41 anni resta il mistero sul luogo in cui Moro rimase effettivamente detenuto, ovvero perché nonostante le numerose segnalazioni la polizia non fece mai irruzione? Forse è il caso di ricordare che negli anni di piombo quando le forze dell’ordine, nel corso delle azioni, non trovavano gli inquilini non esitavano a buttar giù le porte. 

E poi, che fine hanno fatto le carte scritte dal presidente democristiano durante i cinquantacinque giorni di prigionia? Che fine hanno fatto le registrazioni dei suoi interrogatori? Chi ha sottratto la lunga lista degli appartenenti a Gladio stilata da Moro durante la prigionia? 

Possibile che i servizi segreti italiani di allora non fossero in grado di infiltrare o di avere un informatore nell’organizzazione terroristica?

Il rapimento Moro nasconde ancora trame imperscrutabili che coinvolgono la CIA, il Mossad, la P2, i servizi italiani deviati, Gladio, lo IOR vaticano, la mafia, la ‘ndrangheta, la banda della Magliana, e un misterioso servizio supersegreto detto “anello”, una sorta di servizio segreto parallelo alla Gladio composto da ex ufficiali della Repubblica di Salò, imprenditori, industriali, soggetti del mondo politico ed economico, della malavita e della criminalità organizzata, uniti allora nella comune lotta al comunismo.

In tanti sostengono che scegliere di non trattare con i terroristi fu una discutibile ma legittima decisione politica. E che la fermezza fu presa in nome di un bene superiore: la resistenza dello Stato al ricatto dei terroristi, non un metodo per portare alla morte Moro e gli oscuri segreti di cui era custode. 

Strano però che quella stessa fermezza non sia stata poi adottata nel rapimento di Ciro Cirillo (esponente della corrente di Antonio Gava della Democrazia Cristiana), quando la DC non esitò a trattare, sottobanco e senza carattere di ufficialità, non solo con le Br, ma anche con la Nuova Camorra Organizzata di Raffaele Cutolo e i servizi segreti, in quel momento ancora affidati a funzionari e ufficiali iscritti alla P2, con la mediazione del faccendiere Francesco Pazienza, legato al SISMI.

Così quegli stessi che nel 1978 erano stati i fautori della strategia della fermezza (ritenendola un principio sacro e inviolabile: lo Stato non può subire alcuna forma di ricatto), non ebbero poi molte remore morali a fare per Cirillo quello che non fecero per Moro. Trasgredirono tranquillamente pochi anni dopo (1981) a quell’imperativo categorico che fu la cagione della morte di Aldo Moro.

Oggi il Pci e la Dc non esistono più: c’è il Pd. La formazione del Governo Letta (aprile 2013 – febbraio 2014), incoraggiata dall’allora presidente Napolitano, inaugurò nel nostro Paese il governo delle larghe intese. E quelli del Pd videro in questo l’eredità della linea Moro, ignorando – colposamente o dolosamente – che tra la situazione di allora e quella di oggi c’è un abisso: il compromesso storico era il frutto di un accordo che puntava alla tutela del lavoro; le larghe intese del governo Letta avevano invece come preoccupazione principale la salvaguardia degli interessi della finanza e dell’élite politica dominante.

Sono trascorsi ormai molti anni dalla caduta del muro di Berlino, e dovrebbe essere chiaro a molti che  c’è qualcosa di peggiore del comunismo. Ma nessuno sembra accorgersene. La scomparsa di così tanti regimi legati all’immagine di una rivoluzione del popolo per il popolo è il rintocco funebre per la promessa di progresso radicale dalla disuguaglianza e dall’ingiustizia sociale. Molti hanno dovuto risvegliarsi dall’illusione che lo spodestamento del presente capitalismo per mano del futuro socialista fosse non solo qualcosa di auspicabile, ma di inevitabile. Insomma dal sogno che la storia, sia pure con qualche battuta di arresto, si muovesse comunque nella direzione giusta dell’eguaglianza degli uomini. E che, per quanto indigesto fosse il presente, il futuro non poteva non essere che la narrazione della progressiva libertà dal giogo dell’uomo sull’altro uomo. Ma le cose non stanno affatto così: mentre i paesi comunisti sono crollati uno dopo l’altro, e con essi l'idea che li sottendeva, l’ideologia conservatrice non solo è sopravvissuta senza problemi, ma è diventata più forte, lasciando uno spazio vuoto e sterile ad una sinistra ormai incapace di esprimere sé stessa.

Tutto quello che resta è la politica dell’interesse, dell’invidia, e della rielezione secondo la legge del pendolo: alla sinistra succede la destra, alla destra la sinistra, senza che nulla di veramente significativo avvenga nella società. La politica si è ridotta ad una forma di contabilità sociale, all’amministrazione di uomini e cose.

Ora, se l’uomo mediocre e superficiale può sopravvivere senza problemi in un tale scenario, per l’uomo nell’accezione classica del termine – ovvero quello il cui sguardo va oltre il misero presente, pronto a battersi per ideali come libertà, giustizia, eguaglianza, costi quel che costi – è una catastrofe. Esso diventa allora il “gabbiano ipotetico” di cui parla Gaber: «che attraversa ossequiosamente lo squallore della propria sopravvivenza quotidiana e dall’altra il gabbiano, senza più neanche l’intenzione del volo, perché ormai il sogno si è rattrappito».

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