martedì 22 ottobre 2019

QUANDO LA VIOLENZA È FINE A SÉ STESSA


A San Severo soggetti incappucciati hanno aperto i bocchettoni dei silos pieni di vino, provocando la fuoriuscita di 25mila ettolitri di vino sparsi nelle campagne circostanti. Il danno si aggirerebbe intorno al milione di euro. E, secondo l'assessore all'Agricoltura Felice Carrabba, questo atto minerà l’economia non solo della stessa cooperativa sociale ma dell’intera comunità sanseverese.

Dinanzi ad un tale turpe gesto la rabbia ci porterebbe ad invocare la forza e la determinazione di un uomo solo al comando, investito di pieni poteri per porre fine al dilagare di tanta gratuita violenza.

Se da una parte sono convinto che di fronte a tali nefandi episodi la risposta dello stato deve essere rapida ed efficace, assicurando i colpevoli ai rigori della legge senza alcuna clemenza; dall’altra sono pure dell’avviso che la repressione da sola non basta.

Sono parimenti convinto che non esista un uomo investito di tanto potere che non debordi poi – proprio per effetto di tanto potere – verso la follia, salvo che un nuovo Gesù non venga a salvarci, scendendo di nuovo fra noi. Ma visto che fine gli abbiamo fatto fare, ne dubito voglia riprovarci.  

Più che un uomo solo al comando, c’è bisogno della famiglia, della scuola, per imparare ad essere cittadini, buoni cittadini. La famiglia e la scuola sono fondamentali per dare alle generazioni future una società pacificata. Una paideia secondo il modello di Platone – filosofo greco del IV secolo a.c. – che impegna tutto l’uomo, in un processo continuo, per realizzare pienamente sé stesso come soggetto autonomo, consapevole di sé e in armonia col mondo.

Sembra una banalità, ma non è così: senza un uomo nuovo, che aspiri ad un ideale di perfezione morale, culturale e di civiltà, non esiste possibilità alcuna di uscire dalla barbarie in cui stiamo cadendo. Se non correremo ai ripari, quando la barbarie avrà infettato la maggior parte di noi (esseri umani), nulla ci salverà dalla violenza, che dilagherà per le strade proprio come il vino uscito dai silos.

Quando si fa danno solo per il piacere di far danno, siamo di fronte ad un fenomeno grave: l’abiezione dell’essere umano, un totale stato di bassezza morale che non conosce più confini al dolore che può infliggere ad altri uomini. Nel nome di un dio barbaro si libera dalla voragine interiore del proprio essere tutta la violenza di cui si è capaci.

Perché la violenza ci appartiene. È in noi! Abita nelle profonde viscere di ciascuno di noi, non foss’altro perché è dalla brutalità della natura che scaturisce. Non è forse vero che veniamo dallo stato di natura? E che cos’è lo stato di natura se non carne e sangue di cui la vita si nutre per generare altra vita?

Ora, se questa brutalità naturale da cui proveniamo, che è inscritta in noi, non è educata al culto del bello, del sacro, del santo, ecco che basta un niente per farla esplodere dal fondo sub umano in cui riposa come fuoco sotto la cenere.

Adolescenti che uccidono i genitori, ragazzi che per divertimento azionano la leva di emergenza del bus e pestano a sangue l’autista per averli rimproverati, il mobbing tra le persone all’unico fine di infliggere gratuita sofferenza a chi ne è fatto oggetto; ragazzi che cospargono di benzina un clochard solo per il gusto sadico di vederlo morire tra atroci sofferenze. Non mi dilungo oltre perché la cronaca è piena di fatti del genere. Sono tutti segnali di un disagio sociale che non è contenibile con il solo strumento repressivo. E, in questa prospettiva di violenza senza nessuno scopo, senza alcuna ascendenza ideologica o teologica, dovremmo sul serio porci la domanda donde deriva tutto questo.

Io credo ci sia una risposta. E questa risposta è il nichilismo che infetta le nostre anime, e soprattutto quelle dei giovani.

Ma che cosa significa nichilismo? Significa che ci muoviamo in un mondo senza sapere il perché lavoriamo,  ci sposiamo, mettiamo al mondo figli, ci separiamo, divorziamo, formiamo altre coppie. Non afferiamo più il senso delle cose in sé: perché obbedire a leggi che non sentiamo appartenerci? Manca la risposta ai tanti perché della nostra esistenza che si consuma senza senso. Mancano i valori per i quali un tempo l’esistenza si caricava di senso. E il tragico non sta nel non avere più quei valori, quanto nel fatto che i valori scaduti non sono stati soppiantati da nuovi. La rivoluzione francese, per esempio, abbatté i valori della monarchia e fondò quelli della libertà, uguaglianza, fratellanza.

Nietzsche nella formula “Dio è morto” condensa l’essenza del nichilismo e la decadenza del nostro mondo occidentale. E cosa vuol dire che “Dio è morto”? Vuol dire che il suo posto è stato occupato dal denaro, quale generatore simbolico di ogni valore. E quando il denaro è il motore di ogni valore, quale valenza assegnare poi a valori come l’onestà, l’amicizia, la lealtà, il coraggio, la fede, la passione, che non generano alcun utile sul piano pratico?

Martin Heidegger negli anni cinquanta lo aveva intravisto il nichilismo: «Non serve a niente metterlo alla porta, perché ovunque, già da tempo e in modo invisibile, esso si aggira per la casa. Ciò che occorre è accorgersi di quest’ospite e guardarlo bene in faccia».

Insomma, se la famiglia e la scuola hanno da sempre rappresentato la fucina in cui si forgiano i nuovi valori, quale stima potrà mai riscuotere dal figlio quel padre che, pur lavorando come uno schiavo, non guadagna abbastanza per assicurare alla propria famiglia un’esistenza decorosa, quando bancarottieri, spacciatori e criminali di ogni risma pascono allegramente dei frutti dei loro traffici illeciti? Quale rispetto potrà mai esigere un insegnante quando le sue formule del sapere non servono affatto ai giovani per dischiudere le porte del merito?

E dunque: che cosa resta ai giovani se vogliono sopravvivere in questo orribile nulla dell’utile, se non prendere atto che le cose stanno così, e seguire l’esempio dei personaggi della serie televisiva “Gomorra”, in cui violenza e cinismo sono i veri tratti distintivi di un uomo, un vero uomo?

Possiamo tentare di eludere in modi diversi questi fatti, riducendoli a episodi di ordinaria criminalità, incidenti di percorso lungo la via maestra della civilizzazione. In realtà questo stato di cose prepara un mondo di orrore e disumanità; e non prenderne atto è il segno di una cecità pericolosa e suicida.

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