martedì 16 aprile 2019

L’IMPOSSIBILITÀ DI FONDARE UN’ETICA LAICA IN UNA SOCIETÀ CONSUMISTICA E IL FALLIMENTO DI QUELLA RELIGIOSA


Partendo dal presupposto che al mondo ci sono tante religioni per far sì che gli uomini si odino, ma non abbastanza perché gli uomini si amino, personalmente concludo che l’etica non può che essere fondata su una visione laica: un’etica fondata sulla religione – in un periodo nel quale le società sono sempre più disomogenee dal punto di vista etnico, religioso e culturale – avrebbe l’unico effetto di generare e moltiplicare i conflitti.

Ecco perché la strada da percorrere per una convivenza capace di ospitare la disomogeneità senza violarla è quella di una visione etica e politica radicalmente laica. Ma che cosa significa essere laici?

Potremmo dire che la laicità è l’insieme di tutte quelle condizioni che consentono alle diverse espressioni religiose (e più in generale alle diverse visioni del mondo) di esprimersi e confrontarsi in una società pluralistica senza conflitti. Il fine della politica – in una società laica – non deve essere pertanto di tipo morale, ma tendere a realizzare le condizioni migliori per una coesistenza pacifica tra gli individui attraverso l’esercizio della tolleranza, libertà di espressione e tutte le altre libertà compatibili con la vita civile.

A tal fine la democrazia è il governo migliore, a condizione però che i cittadini siano soggetti tanto liberi dal bisogno quanto consapevoli dei propri diritti e dei propri doveri. Liberi dal bisogno, perché senza la libertà dal bisogno anche le altre libertà sono precarie; consapevoli, perché senza la consapevolezza che i miei diritti sono innanzitutto i diritti degli altri non è possibile fondare alcuna società veramente pacifica.

Fintantoché gli uomini resteranno prigionieri del gretto senso comune del “così si dice” e “così si fa”, accederanno soltanto alla conoscenza di aspetti parziali della realtà, senza la capacità di saperli collegare alla totalità degli altri aspetti, indispensabili per avere una visione più completa della stessa realtà e quindi della verità, intesa non in senso assoluto, ma almeno come accordo su elementi di fatto che non ammettono di esser messi in dubbio. Insomma, uomini capaci di ragionare sui fatti, e non di scambiare le proprie opinioni e presunzioni per verità incontrovertibili.

Capisco quanto questo sia utopico: l’ideale di un uomo, che si eleva al di sopra della sua finitudine e realizza una forma migliore di società, cozza con il limite della gran parte degli uomini che alla libertà preferisce il giogo del “Grande Inquisitore”.

Il grande scrittore russo Dostoevskij – nella “Leggenda del Grande Inquisitore – immagina che Cristo torni sulla terra nella Spagna del XVII secolo, al tempo della Santa Inquisizione. Pur mostrandosi segretamente, viene comunque riconosciuto dalla gente. Il capo dell’Inquisizione spagnola, il Grande Inquisitore, riconosciutolo anch’egli, ne ordina l’arresto.

Nottetempo, il Grande Inquisitore si reca nella cella in cui è rinchiuso il Signore e gli rimprovera di essere tornato per disturbare il suo progetto di plasmare il genere umano con un’apparente felicità. Il Grande Inquisitore gli rimprovera di aver fallito. Lui è venuto sulla terra credendo che gli uomini volessero la libertà, ma non ha capito che quando gli uomini urlano di volere la libertà, in realtà pretendono l’illusione di poter raggiungere la felicità su questa terra, ignorando quella del Cielo. Se Cristo avesse trasformato le pietre in pane, invece di parlare di libertà dello spirito, tutta l’umanità l’avrebbe seguito. Il Grande Inquisitore proclama così la sua vittoria sugli uomini. Ne ha conquistato la cieca obbedienza, perché, a differenza del Cristo che parlava di  pane celeste, egli darà loro ciò che essi realmente vogliono: il benessere materiale.

Dopo il lungo monologo del Grande Inquisitore – Cristo non risponderà mai al suo accusatore –, Gesù gli si avvicina e lo bacia sulle labbra esangui.

Il messaggio del cristianesimo si trova chiuso in questo dilemma: se lo si diffonde a tutta la società, si annacqua e si trasforma in banale filantropia o ipocrisia; se lo si realizza in una piccola cerchia, può essere la via per accedere ad una vita più viva e intensa. Ma questo stesso paradosso vale anche per la società degli uomini: solo attraverso una maggiore consapevolezza e libertà di spirito di ciascun individuo si può pervenire ad una forma migliore di società e giungere alla terra promessa, se non fosse che alle decine di migliaia di uomini che trovano pure la forza di opporsi al giogo del Grande Inquisitore, si contrappongono  miliardi di altri uomini che non hanno la forza di disdegnare il pane “terreno” per quello “celeste”.

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