Partendo dal presupposto che al mondo ci sono tante religioni
per far sì che gli uomini si odino, ma non abbastanza perché gli uomini si
amino, personalmente concludo che l’etica non può che essere fondata su una
visione laica: un’etica fondata sulla religione – in un periodo nel quale le
società sono sempre più disomogenee dal punto di vista etnico, religioso e
culturale – avrebbe l’unico effetto di generare e moltiplicare i conflitti.
Ecco perché la strada da percorrere per una convivenza
capace di ospitare la disomogeneità senza violarla è quella di una visione
etica e politica radicalmente laica. Ma che cosa significa essere laici?
Potremmo dire che la laicità è l’insieme di tutte quelle
condizioni che consentono alle diverse espressioni religiose (e più in generale
alle diverse visioni del mondo) di esprimersi e confrontarsi in una società
pluralistica senza conflitti. Il fine della politica – in una società laica –
non deve essere pertanto di tipo morale, ma tendere a realizzare le condizioni migliori
per una coesistenza pacifica tra gli individui attraverso l’esercizio della tolleranza,
libertà di espressione e tutte le altre libertà compatibili con la vita civile.
A tal fine la democrazia è il governo migliore, a condizione
però che i cittadini siano soggetti tanto liberi dal bisogno quanto consapevoli
dei propri diritti e dei propri doveri. Liberi dal bisogno, perché senza la libertà
dal bisogno anche le altre libertà sono precarie; consapevoli, perché senza la
consapevolezza che i miei diritti sono innanzitutto i diritti degli altri non è
possibile fondare alcuna società veramente pacifica.
Fintantoché gli uomini resteranno prigionieri del gretto senso
comune del “così si dice” e “così si fa”, accederanno soltanto alla conoscenza
di aspetti parziali della realtà, senza la capacità di saperli collegare alla
totalità degli altri aspetti, indispensabili per avere una visione più completa
della stessa realtà e quindi della verità, intesa non in senso assoluto, ma almeno
come accordo su elementi di fatto che non ammettono di esser messi in dubbio. Insomma,
uomini capaci di ragionare sui fatti, e non di scambiare le proprie opinioni e
presunzioni per verità incontrovertibili.
Capisco quanto questo sia utopico: l’ideale di un uomo, che
si eleva al di sopra della sua finitudine e realizza una forma migliore di
società, cozza con il limite della gran parte degli uomini che alla libertà preferisce
il giogo del “Grande Inquisitore”.
Il grande scrittore russo Dostoevskij – nella “Leggenda del
Grande Inquisitore – immagina che Cristo torni sulla terra nella Spagna del XVII
secolo, al tempo della Santa Inquisizione. Pur mostrandosi segretamente, viene
comunque riconosciuto dalla gente. Il capo dell’Inquisizione spagnola, il
Grande Inquisitore, riconosciutolo anch’egli, ne ordina l’arresto.
Nottetempo, il Grande Inquisitore si reca nella cella in cui
è rinchiuso il Signore e gli rimprovera di essere tornato per disturbare il suo
progetto di plasmare il genere umano con un’apparente felicità. Il Grande
Inquisitore gli rimprovera di aver fallito. Lui è venuto sulla terra credendo
che gli uomini volessero la libertà, ma non ha capito che quando gli uomini
urlano di volere la libertà, in realtà pretendono l’illusione di poter
raggiungere la felicità su questa terra, ignorando quella del Cielo. Se Cristo
avesse trasformato le pietre in pane, invece di parlare di libertà dello
spirito, tutta l’umanità l’avrebbe seguito. Il Grande Inquisitore proclama così
la sua vittoria sugli uomini. Ne ha conquistato la cieca obbedienza, perché, a
differenza del Cristo che parlava di pane celeste, egli darà loro ciò che essi
realmente vogliono: il benessere materiale.
Dopo il lungo monologo del Grande Inquisitore – Cristo non risponderà
mai al suo accusatore –, Gesù gli si avvicina e lo bacia sulle labbra esangui.
Il messaggio del cristianesimo si trova chiuso in questo
dilemma: se lo si diffonde a tutta la società, si annacqua e si trasforma in banale
filantropia o ipocrisia; se lo si realizza in una piccola cerchia, può essere
la via per accedere ad una vita più viva e intensa. Ma questo stesso paradosso
vale anche per la società degli uomini: solo attraverso una maggiore
consapevolezza e libertà di spirito di ciascun individuo si può pervenire ad
una forma migliore di società e giungere alla terra promessa, se non fosse che alle
decine di migliaia di uomini che trovano pure la forza di opporsi al giogo del
Grande Inquisitore, si contrappongono miliardi
di altri uomini che non hanno la forza di disdegnare il pane “terreno” per
quello “celeste”.
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