Amleto, protagonista dell'omonima tragedia di W. Shakespeare,
è esortato dallo spettro del padre, assassinato dal fratello, che ora ne usurpa
il trono, a vendicare la sua morte. Amleto esita però a mettere in atto la vendetta,
e il famoso monologo “essere o non essere” è l’espressione del dilemma che
s’agita nella sua mente: è “più nobile soffrire i dardi e i colpi di una sorte
oltraggiosa o armarsi contro un mare d'affanni e, opponendosi, por loro fine?”.
Amleto si strugge: ormai conosce la verità, ma non sa
decidersi se assecondare la richiesta del fantasma del re morto, suo padre, che
esige la vendetta, ovvero sopportare stoicamente tutto il male e le avversità. È
noto che il dubbio accompagnerà Amleto sino alla conclusione della tragedia.
Sarà infine la figura terribile di Ananke – l’antico decreto
degli dèi, il Fato, il Destino, l’intollerabile necessità cui nessun uomo può
sottrarsi – che col suo inesorabile accadere farà sì che ciò che sia fatto
venga fatto.
L’esitazione di Amleto non deriva dalla mancanza di
coraggio, ma dalla consapevolezza che il suo agire non cambierà l’essenza
eterna delle cose: sempre l’uomo che aspira alla giustizia – quale strumento
perché il doveroso rispetto a cui ogni uomo ha diritto per la sua stessa natura
sia ristabilito – sarà costretto a patire “le frustate e gli scherni del tempo,
il torto dell'oppressore, l'ingiuria dell'uomo superbo, gli spasimi dell'amore
disprezzato, il ritardo della legge, l'insolenza delle cariche ufficiali, e il
disprezzo che il merito paziente riceve dagli indegni”.
Insomma, non basta la garanzia dell’istituzione umana della
giustizia, se ciascun individuo, quale singolo elemento del popolo, non saprà riconoscere
l’essenza della propria natura umana, traendo da essa il coraggio di opporsi a
tutto ciò che offende la sua dignità, difendendola con le unghie e coi denti,
foss’anche l’ultima battaglia della sua vita.
Perché mai il popolo, che in definitiva paga sempre per
tutti gli errori dei suoi capi, non si ribella ai suoi aguzzini, ma ne accetta
supinamente la subordinazione?
Una cosa è chiara come il giorno: fintantoché gli oppressi saranno – proprio loro – i volenterosi carnefici degli oppressori, la speranza di una società in cui la Giustizia possa essere lo strumento che ogni cittadino può brandire per veder affermata la sua dignità calpestata da un altro uomo, solo perché più potente, è destinata a restare solo un’utopia, un ideale irrealizzabile.
L'idea di uno Stato di diritto, che non soggiaccia all'arroganza di pochi uomini, una speranza vana.
Una società fondata sui
postulati della Costituzione repubblicana una favola raccontata ai bambini per
tenerli buoni, ma che non significa nulla.
Gli oppressori hanno a tal punto impresso nelle menti degli
oppressi – come un tatuaggio indelebile – un istinto all’obbedienza, per cui
non c’è preoccupazione più ansiosa per l’oppresso che, deposto un tiranno,
trovarne un altro cui affidare al più presto quella libertà di cui non sa cosa
farsene.
È questa esigenza di genuflessione dell’oppresso
all’oppressore che renderà sempre vana l’azione di quegli uomini che, pur giungendo
a sacrificare la propria vita per restituire agli oppressi il dono della
libertà, che gli oppressori avevano loro portato via, dovranno sempre ricominciare
daccapo sotto le vesti di un Gesù, di uno Spartacus, di uno Steve Biko, di un
Nelson Mandela, ecc. ecc.
Gli oppressi, alla libertà dell’uomo, preferiscono la libertà dello schiavo.
La libertà dell’uomo è quella di non piegare il ginocchio dinanzi a nessun potere arbitrario o enorme di un altro uomo; la libertà dello schiavo è invece quella che il Padrone concede ai suoi servi.
È questa libertà dello
schiavo che poi rafforza i costumi servili con i quali abbiamo a che fare tutti i giorni: adulazione, simulazione, cinismo,
disprezzo per gli spiriti liberi, venalità, corruzione.
In un mondo di servi – qual è il nostro – non potrà mai
esserci libertà per l’uomo.
Sono i servi i veri responsabili della tirannide!
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