giovedì 8 dicembre 2016

POST REFERENDUM, IN ATTESA DELLA TEMPESTA

È finita la vita di un Governo che ha rappresentato e rappresenterà un caso di scuola su come un Governo non debba essere nell'interesse di una nazione. L’arroganza, la prepotenza e la presunzione sono stati i tossici che ne hanno determinato la fine.

Imporre al Parlamento, prima, attraverso mille forzature e al Popolo, dopo, attraverso promesse mirabolanti e  minacce di apocalisse, una modifica per stravolgere la Costituzione, al solo scopo di disporre di un parlamento di fedeli cortigiani, che non ostacolassero troppo l’opera dei tanti volenterosi carnefici al servizio di una élite di non eletti che aspirano a governare non solo l’Europa ma il mondo intero, è stato quanto di più ignominioso la storia repubblicana del nostro Paese abbia mai conosciuto.

Errato sarebbe pensare che Renzi sia stato l’artefice della propria sconfitta. Renzi è stato solo “un garzone di bottega mandato dal droghiere a incassare i sospesi”. È stato lo strumento docile di quel potere “osceno” (formato da individui e gruppi che operano dietro le quinte della scena democratica per far progredire indisturbati i loro interessi), incurante e sprezzante non solo dei veri mali che attanagliano la nostra Italia, ma anche delle conseguenze che la vittoria del No avrebbe provocato. 

L’esito referendario ha evitato, per il momento, che la concentrazione del potere in mano ad un governo allineato ai diktat della Troika ci consegnasse senza colpo ferire al sistema finanziario che di fatto ha preso il potere, imponendosi ai governi nazionali e alla politica. Ma aver vinto una battaglia, non significa aver vinto la guerra.

La guerra continua! Ora che il gruppo finanziario JP Morgan, l’Ue e gli Usa non hanno ottenuto il risultato sperato, la controffensiva non si farà attendere. Cercheranno di ottenere per altra via quello che non sono riusciti ad ottenere con la balla che il Sì avrebbe rimesso in moto l’Italia.

Godiamoci per il momento la vittoria! Immaginiamo che al popolo, nonostante le abili menzogne ampiamente e accuratamente utilizzate per impedire che scorgesse la verità, sia rimasto un residuo di umanità che lo rende ancora capace di disinnescare la scientifica deformazione e falsificazione della realtà; immaginiamo che posto davanti alla scelta tra libertà o sottomissione opti ancora per la prima, combattendo contro quel fanatismo economico-finanziario che, desovranizzando e spoliticizzando la politica, vuole potersi sviluppare senza i lacci e i lacciuoli che il processo democratico richiede.

Di fronte al rischio di soggiogare la volontà del popolo, attraverso l’abile uso dei mass media, occorrerà in futuro trovare, escogitare un meccanismo che ponga al riparo le masse dalla seduzione esercitata da certi leader, che con allettanti promesse più rapidamente le conducono alla perdizione.

La conseguenza dei cattivi governi è infatti assai più grave della corruzione, dell’evasione fiscale e delle organizzazioni criminali messe insieme.  L’avvicendarsi di governi inetti e incapaci non solo scarica sulle generazioni future un debito di proporzioni gigantesche, ma la zavorra rappresentata dal pagamento degli interessi e delle rate di ammortamento, azzerando gli investimenti destinati allo sviluppo e alla crescita, conduce rapidamente e fatalmente al collasso economico e sociale.

Le nazioni prosperano solo in democrazia, perché fare l’interesse di molti, non quello di pochi, è garanzia di prosperità. Perché mai negli ultimi decenni assistiamo a un crescente divario tra ricchi e poveri? Il motivo è semplice: quando tutto il potere economico è nelle mani di un gruppo di persone relativamente piccolo, questo è di fatto in grado di condizionare i governi e la politica degli stati, i quali sacrificheranno le popolazioni al fine di mantenere i bilanci in pareggio. È la politica che rinuncia al suo ruolo a tutto vantaggio di una élite minoritaria. Ciò significa sul piano pratico smantellamento dello stato sociale, riduzione degli investimenti destinati allo sviluppo, messa in svendita del patrimonio pubblico per far cassa.

Nelle democrazie, che funzionano, l’armonizzazione degli interessi di molti rende più difficile che una singola forza si avvantaggi a detrimento delle altre. Per esempio, se i sindacati spingessero oltre misura le rivendicazioni dei lavoratori, finirebbero per uccidere la gallina che fa le uova. Se armonizzano invece gli interessi dei lavoratori a quelli dell’impresa, indurranno questa a compensare la perdita di profitto sopportabile dall'azienda con soluzioni innovative, frutto di ricerca e investimenti. Ed è facile immaginare come in una tale pluralità di interessi diffusi nella società, ciascuno si avvantaggerà se parimenti avvantaggerà anche gli altri.

Ecco perché le democrazie e non le dittature, di qualsivoglia matrice siano (anche quando sono mascherate di democrazia), sono alla base della prosperità delle nazioni. Ma le democrazie funzionano soltanto se si riducono le disuguaglianze e si garantiscono la rappresentanza e la partecipazione del popolo.

Il mantra dei sostenitori del Sì sulla governabilità era la soluzione sbagliata ad un falso problema. Pretendere che la Costituzione dovesse avere tra i suoi compiti l’obiettivo della “governabilità” dimostra non solo ignoranza del diritto, ma anche scelleratezza sul piano della sensibilità e della responsabilità politica.

La Costituzione non deve e non può avere l’obiettivo della “governabilità”. A garantire la stabilità devono essere le leggi elettorali; compito della Costituzione non è quello di garantire la governabilità, ma al contrario proprio quello di limitare il potere sovrano. 

Quindi esattamente il contrario di quanto si proponevano i sostenitori del Sì! 

Ad essa spetta non solo di enunciare i diritti e i doveri, ma soprattutto quello di organizzare i poteri secondo il principio del check and balance, ovvero dei pesi e i contrappesi del sistema politico.

Affidare alla Costituzione il ruolo improprio di garantire la stabilità dei governi è come incaricare un giudice non solo di giudicare l’imputato, ma anche di acciuffarlo.

C'è bisogno di governabilità, si dice. Da 22 anni almeno siamo alla disperata ricerca della stabilità, cambiando una legge elettorale dopo l’altra, col solo risultato che il Mattarellum ha generato il Porcellum e questo a sua volta ha partorito l’Italicum, che ci porta a dire che non c'è proprio limite al peggio. 

Dovremmo allora chiederci: come mai dopo tanti sforzi maggioritari, i governi sono sempre meno stabili? Se approfondissimo la questione, si scoprirebbe allora che l’instabilità non è determinata dalla debolezza degli esecutivi di fronte al Parlamento e alla Regioni, ma dalla crisi della rappresentanza politica.

Decreti legge e voti di fiducia hanno consentito che in questo Paese passasse di tutto e di più, alla faccia della governabilità, mortificando il ruolo del Parlamento, ridotto alla funzione di mero notaio degli atti del governo. 

Durante il governo Renzi, la maggioranza delle leggi approvate è costituito da conversione di decreti legge e ratifiche spesso imposte attraverso il ricorso al voto di fiducia. Anche se l’assetto democratico ed istituzionale voluto dai nostri Padri Costituenti non ammette – in nessun caso – che il potere esecutivo (esercitato dal Governo) travalichi il giusto equilibrio dei pesi e contrappesi nel rapporto con il potere legislativo (esercitato dal Parlamento), che è l’unico organo costituzionale deputato ad esercitare la sovranità popolare.

Questo non ha impedito alla tracotanza di Renzi, nel portare avanti le sue riforme, di porre la questione di fiducia non solo in materia elettorale (palesemente incostituzionale), ma anche in materia di riforma costituzionale, paralizzando e distraendo un paese intero sulla questione del superamento del bicameralismo perfetto e le leggi in tempi certi. 

Se i decreti legge e i voti di fiducia fossero stati più opportunamente usati in politiche sociali e per rilanciare l'economia, anziché scornarsi sulla pretesa di cambiare la Costituzione, forse a qualcosa sarebbero serviti. 

Personalmente non credo che in democrazia sia necessario fare tante leggi, credo piuttosto che bisogna fare buone leggi. Solo le buone leggi durano a lungo e non hanno bisogno di continui rimaneggiamenti. Peraltro, l’idea che un premierato forte e senza troppi contrappesi darebbe vita a politiche più efficaci e di lungo respiro è una concezione che non ha alcuna base concreta. Perché? Ma perché è evidente che presto o tardi qualunque governo dovrà poi fare i conti con il popolo. E se questo non troverà alcuna rappresentanza in Parlamento, non avrà altra opzione che la rivolta: “Quelli che rendono impossibili le rivoluzioni pacifiche rendono le rivoluzioni violente inevitabili” (John Fitzgerald Kennedy).

Se un insegnamento possiamo trarre dall'esito referendario è che, paradossalmente, dall'impasse in cui siamo se ne esce solo dando più spazio alla rappresentanza politica, al Parlamento, alla partecipazione, e non limitandola. 

Interrompere questo lungo regresso e invertire la rotta, penso sia la condizione minima per uscire dal pantano politico in cui siamo finiti. Kelsen, giurista e filosofo austriaco, diceva che se il Parlamento è il luogo del conflitto, è anche il luogo del compromesso, dove prima o poi si raggiunge l’accordo destinato a durare e a valere per tutti, senza consociativismi. 

Attenzione, però: il Parlamento cui penso non è quello formato da nominati dai capi partito. Il Parlamento di cui parlo è quello formato da senatori e deputati eletti dal popolo e che rispondano a questo con disciplina e onore, secondo il dettato dell’art. 54 della Costituzione. Che si impegnino verso gli elettori a realizzare le promesse fatte in campagna elettorale, dimodoché le promesse elettorali non siano solo “promesse” fatte per carpire il ben volere dei gonzi, ma quelle che realisticamente possono essere mantenute.

Per quanto riguarda l’esecutivo, non è necessario che i governi facciano tante leggi e che siano particolarmente veloci: è necessario invece che sappiano risolvere i problemi reali, e per fare questo ci vuole un buon assetto dei poteri. Occorre un riequilibrio e una riaffermazione della logica della rappresentanza, che è esattamente il contrario di quello che si è fatto e si voleva fare.


Lo so che è una strada problematica e difficile da percorrere, ma non vedo altre soluzioni.

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