È finita la vita di un Governo che ha rappresentato e
rappresenterà un caso di scuola su come un Governo non debba essere
nell'interesse di una nazione. L’arroganza, la prepotenza e la presunzione sono
stati i tossici che ne hanno determinato la fine.
Imporre al Parlamento, prima, attraverso mille forzature e
al Popolo, dopo, attraverso promesse mirabolanti e minacce di apocalisse, una modifica per
stravolgere la Costituzione, al solo scopo di disporre di un parlamento di
fedeli cortigiani, che non ostacolassero troppo l’opera dei tanti volenterosi
carnefici al servizio di una élite di non eletti che aspirano a governare non
solo l’Europa ma il mondo intero, è stato quanto di più ignominioso la storia
repubblicana del nostro Paese abbia mai conosciuto.
Errato sarebbe pensare che Renzi sia stato l’artefice della
propria sconfitta. Renzi è stato solo “un garzone di bottega mandato dal
droghiere a incassare i sospesi”. È stato lo strumento docile di quel potere
“osceno” (formato da individui e gruppi che operano dietro le quinte della
scena democratica per far progredire indisturbati i loro interessi), incurante
e sprezzante non solo dei veri mali che attanagliano la nostra Italia, ma anche
delle conseguenze che la vittoria del No avrebbe provocato.
L’esito referendario ha evitato, per il momento, che la
concentrazione del potere in mano ad un governo allineato ai diktat della
Troika ci consegnasse senza colpo ferire al sistema finanziario che di fatto ha
preso il potere, imponendosi ai governi nazionali e alla politica. Ma aver
vinto una battaglia, non significa aver vinto la guerra.
La guerra continua! Ora che il gruppo finanziario JP Morgan,
l’Ue e gli Usa non hanno ottenuto il risultato sperato, la controffensiva non
si farà attendere. Cercheranno di ottenere per altra via quello che non sono
riusciti ad ottenere con la balla che il Sì avrebbe rimesso in moto l’Italia.
Godiamoci per il momento la vittoria! Immaginiamo che al popolo,
nonostante le abili menzogne ampiamente e accuratamente utilizzate per impedire
che scorgesse la verità, sia rimasto un residuo di umanità che lo rende ancora capace
di disinnescare la scientifica deformazione e falsificazione della realtà;
immaginiamo che posto davanti alla scelta tra libertà o sottomissione opti
ancora per la prima, combattendo contro quel fanatismo economico-finanziario
che, desovranizzando e spoliticizzando la politica, vuole potersi sviluppare
senza i lacci e i lacciuoli che il processo democratico richiede.
Di fronte al rischio di soggiogare la volontà del popolo,
attraverso l’abile uso dei mass media, occorrerà in futuro trovare, escogitare
un meccanismo che ponga al riparo le masse dalla seduzione esercitata da certi
leader, che con allettanti promesse più rapidamente le conducono alla
perdizione.
La conseguenza dei cattivi governi è infatti assai più grave della
corruzione, dell’evasione fiscale e delle organizzazioni criminali messe
insieme. L’avvicendarsi di governi inetti
e incapaci non solo scarica sulle generazioni future un debito di proporzioni gigantesche,
ma la zavorra rappresentata dal pagamento degli interessi e delle rate di
ammortamento, azzerando gli investimenti destinati allo sviluppo e alla
crescita, conduce rapidamente e fatalmente al collasso economico e sociale.
Le nazioni prosperano solo in democrazia, perché fare l’interesse
di molti, non quello di pochi, è garanzia di prosperità. Perché mai negli
ultimi decenni assistiamo a un crescente divario tra ricchi e poveri? Il motivo
è semplice: quando tutto il potere economico è nelle mani di un gruppo di
persone relativamente piccolo, questo è di fatto in grado di condizionare i
governi e la politica degli stati, i quali sacrificheranno le popolazioni al fine
di mantenere i bilanci in pareggio. È la politica che rinuncia al suo ruolo
a tutto vantaggio di una élite minoritaria. Ciò significa sul piano pratico smantellamento
dello stato sociale, riduzione degli investimenti destinati allo sviluppo,
messa in svendita del patrimonio pubblico per far cassa.
Nelle democrazie, che funzionano, l’armonizzazione degli
interessi di molti rende più difficile che una singola forza si avvantaggi a
detrimento delle altre. Per esempio, se i sindacati spingessero oltre misura le
rivendicazioni dei lavoratori, finirebbero per uccidere la gallina che fa le
uova. Se armonizzano invece gli interessi dei lavoratori a quelli dell’impresa,
indurranno questa a compensare la perdita di profitto sopportabile dall'azienda
con soluzioni innovative, frutto di ricerca e investimenti. Ed è facile
immaginare come in una tale pluralità di interessi diffusi nella società,
ciascuno si avvantaggerà se parimenti avvantaggerà anche gli altri.
Ecco perché le democrazie e non le dittature, di
qualsivoglia matrice siano (anche quando sono mascherate di democrazia), sono
alla base della prosperità delle nazioni. Ma le democrazie funzionano soltanto
se si riducono le disuguaglianze e si garantiscono la rappresentanza e la
partecipazione del popolo.
Il mantra dei sostenitori del Sì sulla governabilità era la
soluzione sbagliata ad un falso problema. Pretendere che la Costituzione
dovesse avere tra i suoi compiti l’obiettivo della “governabilità” dimostra non
solo ignoranza del diritto, ma anche scelleratezza sul piano della sensibilità
e della responsabilità politica.
La Costituzione non deve e non può avere l’obiettivo della
“governabilità”. A garantire la stabilità devono essere le leggi elettorali; compito
della Costituzione non è quello di garantire la governabilità, ma al contrario proprio
quello di limitare il potere sovrano.
Quindi esattamente il contrario di quanto
si proponevano i sostenitori del Sì!
Ad essa spetta non solo di enunciare i
diritti e i doveri, ma soprattutto quello di organizzare i poteri secondo il
principio del check and balance, ovvero dei pesi e i contrappesi del sistema
politico.
Affidare alla Costituzione il
ruolo improprio di garantire la stabilità dei governi è come incaricare un
giudice non solo di giudicare l’imputato, ma anche di acciuffarlo.
C'è bisogno di governabilità, si dice. Da 22 anni almeno siamo alla disperata ricerca della
stabilità, cambiando una legge elettorale dopo l’altra, col solo risultato che
il Mattarellum ha generato il Porcellum e questo a sua volta ha partorito
l’Italicum, che ci porta a dire che non c'è proprio limite al peggio.
Dovremmo
allora chiederci: come mai dopo tanti sforzi maggioritari, i governi sono
sempre meno stabili? Se approfondissimo la questione, si scoprirebbe allora che l’instabilità non è determinata
dalla debolezza degli esecutivi di fronte al Parlamento e alla Regioni, ma
dalla crisi della rappresentanza politica.
Decreti legge e voti di fiducia hanno consentito che in
questo Paese passasse di tutto e di più, alla faccia della governabilità, mortificando il ruolo del Parlamento,
ridotto alla funzione di mero notaio degli atti del governo.
Durante il governo
Renzi, la maggioranza delle leggi approvate è costituito da conversione di decreti
legge e ratifiche spesso imposte attraverso il ricorso al voto di fiducia. Anche se l’assetto
democratico ed istituzionale voluto dai nostri Padri Costituenti non ammette –
in nessun caso – che il potere esecutivo (esercitato dal Governo) travalichi il
giusto equilibrio dei pesi e contrappesi nel rapporto con il potere legislativo
(esercitato dal Parlamento), che è l’unico organo costituzionale deputato ad
esercitare la sovranità popolare.
Questo non ha impedito alla tracotanza di Renzi, nel portare
avanti le sue riforme, di porre la questione di fiducia non solo in materia
elettorale (palesemente incostituzionale), ma anche in materia di riforma
costituzionale, paralizzando e distraendo un paese intero sulla questione del superamento
del bicameralismo perfetto e le leggi in tempi certi.
Se i decreti legge e i voti di fiducia fossero stati più opportunamente usati in politiche sociali e per rilanciare l'economia, anziché
scornarsi sulla pretesa di cambiare la Costituzione, forse a qualcosa sarebbero serviti.
Personalmente non credo che in democrazia sia necessario fare tante leggi,
credo piuttosto che bisogna fare buone leggi. Solo le buone leggi durano a
lungo e non hanno bisogno di continui rimaneggiamenti. Peraltro, l’idea che un
premierato forte e senza troppi contrappesi darebbe vita a politiche più
efficaci e di lungo respiro è una concezione che non ha alcuna base concreta. Perché?
Ma perché è evidente che presto o tardi qualunque governo dovrà poi fare i
conti con il popolo. E se questo non troverà alcuna rappresentanza in
Parlamento, non avrà altra opzione che la rivolta: “Quelli che rendono
impossibili le rivoluzioni pacifiche rendono le rivoluzioni violente
inevitabili” (John Fitzgerald Kennedy).
Se un insegnamento possiamo trarre dall'esito referendario è
che, paradossalmente, dall'impasse in cui siamo se ne esce solo dando più
spazio alla rappresentanza politica, al Parlamento, alla partecipazione, e non
limitandola.
Interrompere questo lungo regresso e invertire la rotta, penso sia
la condizione minima per uscire dal pantano politico in cui siamo finiti. Kelsen,
giurista e filosofo austriaco, diceva che se il Parlamento è il luogo del conflitto,
è anche il luogo del compromesso, dove prima o poi si raggiunge l’accordo
destinato a durare e a valere per tutti, senza consociativismi.
Attenzione, però: il
Parlamento cui penso non è quello formato da nominati dai capi partito. Il
Parlamento di cui parlo è quello formato da senatori e deputati eletti dal
popolo e che rispondano a questo con disciplina e onore, secondo il dettato
dell’art. 54 della Costituzione. Che si impegnino verso gli elettori a
realizzare le promesse fatte in campagna elettorale, dimodoché le promesse
elettorali non siano solo “promesse” fatte per carpire il ben volere dei gonzi,
ma quelle che realisticamente possono essere mantenute.
Per quanto riguarda l’esecutivo, non è necessario che i
governi facciano tante leggi e che siano particolarmente veloci: è necessario invece
che sappiano risolvere i problemi reali, e per fare questo ci vuole un buon
assetto dei poteri. Occorre un riequilibrio e una riaffermazione della logica
della rappresentanza, che è esattamente il contrario di quello che si è fatto e si voleva fare.
Lo so che è una strada problematica e difficile da percorrere,
ma non vedo altre soluzioni.
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