Le foto raccapriccianti di prigionieri torturati fisicamente e psicologicamente ad Abu Ghraib, i droni americani che bombardano civili impegnati in operazioni di soccorso e funerali pubblici, le bombe degli aerei israeliani che, nell’estate del 2014, hanno causato l’uccisione di almeno 500 bambini di Gaza, ferendone altri 3000, fanno forse meno orrore delle vittime di Parigi? Per la spietatezza e il cinismo con cui vengono messe in atto tali atti, da Società che si vantano di coltivare i valori della democrazia e della civiltà, mi sento di dire che non sono meno barbariche delle azioni compiute dai terroristi dell’Isis. Gli uni e gli altri sul piano della barbarie sono equivalenti. Ma con una differenza. Quella dell’Isis è una violenza raccapricciante nella sua ferocia perché primitiva, basti pensare alle esecuzioni di massa, decapitazioni e ostaggi bruciati vivi; quella dei nostri governi occidentali è tecnologicamente avanzata, da guerre stellari: armi laser, pallottole all’uranio impoverito, elicotteri, caccia bombardieri e droni senza pilota che seminano la morte dall’alto, armi chimiche.
La contrapposizione buoni da una parte e cattivi dall’altra, il binomio barbarie e civiltà sono solo retorica da quattro soldi finalizzata a nascondere ai meno colti le responsabilità dei nostri governi occidentali nell’aver fomentato quell’odio che ci sta investendo. Basta porsi una semplice domanda: può un essere umano uccidere e farsi uccidere senza una ragione che inneschi il suo sentimento di vendetta? Neppure quelli che agiscono in nome di un’ideologia folle sono disposti a tanto.
Vogliamo reagire, armarci e dichiarare guerra all’Isis: Ok! Vogliamo sterminarli tutti: ci sto. Allora non mandiamo soltanto i nostri caccia, i nostri droni – pilotati da una consolle in una comoda stanza a migliaia di chilometri – i nostri elicotteri. Sporchiamoci anche noi le mani di sangue: mandiamo le nostre truppe e accettiamo le conseguenze. In guerra si muore e si resta feriti. Non piangiamoli e non celebriamoli come fossero tutti eroi quando ci vengono resi in un sacco verde. La guerra è guerra, non una gita di boyscout.
Ma prima di parlare di offensiva, prima di sacrificare i nostri figli, coloro che hanno il culo al riparo e che fanno presto a parlare di guerra, tanto non saranno i loro figli ad essere sacrificati, farebbero bene a mettersi d’accordo fra loro e a focalizzare l’attenzione sul flusso di armi e di uomini e controllare i conti bancari dell’ISIS nelle banche, magari anche svizzere. Farebbero bene a stabilire rigide norme sulla finanza delle “dark pool”. Potremmo infatti scoprire con sorpresa che i nostri governi occidentali, democraticamente eletti, se con una mano li combattono, con l’altra gli forniscono armi e addestramento.
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