Renzi definisce “gufi” tutti coloro che scommettono o si
augurano che l’azione del governo da lui presieduto non porti alcun beneficio
al Paese. Io non credo che questo suo lessico e comportamento politico siano
quelli di uno “statista”, che non basa il risultato della sua azione politica in
termini di ottimismo o pessimismo.
I fatti sono fatti e restano fatti, sia che
si vogliano interpretare ottimisticamente sia che si vogliano interpretare
pessimisticamente. Dire che un bicchiere
è mezzo pieno o mezzo vuoto non ne stravolge la sostanza, la realtà.
È un fatto
che ciascuno di noi percepisca la realtà in modo diverso, a seconda del personale
apparato sensoriale ed emozionale; fa parte dell’infinita diversità del genere
umano. Un particolare quadro può piacere ad A e può non essere apprezzato da B,
ma questo non vuol dire che l’opinione di A sia prevalente rispetto a quella di
B e viceversa.
Qual è dunque il giudizio più vero? Quale percezione può
permettersi di prevalere su un’altra? Chi può affermare lecitamente che l’opinione
di A sia più vera di quella di B? Nessun uomo, dotato di spirito libero, può
affermare che una verità sia più vera di un'altra; nel crogiuolo delle idee
contrastanti va dialetticamente concependosi la verità storica, cui obtorto collo siamo tutti vincolati e
verso la quale dobbiamo operare una scelta, o di adesione o di contrasto.
Per
esempio, al tempo del fascismo in Italia vi fu una gran parte di italiani che
aderì e un’altra parte che, pur patendo le iniquità di un regime dittatoriale, fece
invece la scelta opposta in nome della libertà e della democrazia. Potremmo
dire che questi ultimi – al tempo del fascismo – erano ugualmente bollati dal
regime come “gufi”, “disfattisti”, “pessimisti”, “antipatrioti”, ecc. ecc.
Non interessa qui stabilire chi fosse nel giusto e chi fosse
invece nel torto. A me preme qui mettere in chiaro solo la circostanza che, in
qualunque momento della storia, l’uomo deve “necessariamente” operare una
scelta e uniformarsi ad essa, assumendone quindi ogni responsabilità davanti
alla storia e agli altri suoi simili. In tale contesto separare manicheisticamente
i buoni dai cattivi, i vecchi dai moderni, gli ottimisti dai gufi, i fedeli
dagli infedeli è segno di una “arroganza intellettuale” tesa a mascherare la
miseria delle proprie idee rispetto a quelle dell’avversario.
Uno statista, degno di questo nome, è colui che crea sintesi
nel rispetto di tutte le opinioni, fiducia per le sue elevate qualità morali,
consenso per la forza logica delle sue argomentazioni. Solo così si apre il
grande spazio della verità e della libertà.
Ecco perché Renzi non è uno “statista”!
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