La successione numerica 89, 149, 201 è di tipo esponenziale e sarebbe una gran bella notizia se gli incrementi percentuali (+ 67%, +35%) si riferissero all’andamento delle esportazioni o al numero degli occupati o degli investimenti realizzati. Invece riguardano gli effetti tragici della crisi: italiani che arrivano a togliersi la vita per il lavoro perso, lo sfratto subito, la misera pensione, creditori che non danno tregua o perché più in generale non credono e non vedono all’orizzonte nessuna ipotesi di futuro.
E non si tratta di qualche estemporaneo caso isolato di qualche sconsiderato o instabile di mente, contemplato dalle statistiche. È un vero e proprio fenomeno che testimonia non solo della crisi economica e finanziaria che imperversa nel nostro Paese, ma anche dell’incapacità di uno Stato e di un popolo incapace di una risposta di solidarietà a chi si trova in seria difficoltà.
Lasciati soli a se stessi, sviliti e umiliati, senza più la speranza di uscire dalle difficoltà economiche, pur avendo lavorato onestamente per tutta una vita, spaventati per l’incertezza del futuro, arrivano alla decisione di farla finita.
Lo sconcerto poi è che i dati sopra riportati sono dati per difetto: dal 2012 l’Istat, l’ente che fa la statistica ufficiale del Paese, non pubblica più il conteggio annuale dei suicidi economici. A rilevarli è rimasto l’Osservatorio sui suicidi diretto dal sociologo Nicola Ferrigni dell’Università Link Campus di Roma che – a differenza dell’Istat – non ha mai smesso di contarli. Sorge spontanea la domanda: Perché lo Stato, all’improvviso, ha smesso di contare gli schiantati dalla crisi?
Probabilmente perché questi numeri potrebbero appannare l’immagine – voluta dal governo – di un paese in ripresa. Siamo al trionfo della propaganda, assai simile a quella dei bollettini di guerra dell’Italia fascista che minimizzava le proprie perdite mentre ingigantiva quelle del nemico. Si sa poi come andò a finire. Non è con la propaganda che si vincono le guerre.
Da un lato l’incapacità dello Stato, preoccupato solo a mostrare un quadro irreale della società, dall’altra l’apatia di un popolo ormai narcotizzato da un ventennio di squallore etico e morale, impediscono una presa di coscienza collettiva del fenomeno, quale unico antidoto alla disperazione e alla solitudine che spingono taluni al suicidio.
Se ti unisci a quanti come te hanno perso il lavoro o versano nelle tue stesse condizioni, ti salverai. Ti salverai con la rabbia nei confronti di quei criminali che questo stato di cose ha creato e, senza accorgertene, metti in atto una protesta sociale per reclamare il tuo diritto a vivere come “uomo”. Se invece resti solo penserai di essere tu il fallito, l’incapace, ti rimproverai per cose di cui non hai alcuna colpa e, senza accorgertene, farai il loro gioco: sparire in silenzio, senza disturbare troppo.
Ma perché vi sia riscatto dalla gigantesca frode messa in
atto da un pugno di uomini per impadronirsi del lavoro e della vita delle
persone, occorrerebbe una società fatta di gente capace di vedere oltre il
palmo del proprio naso, capace di percepire e capire la drammaticità che ha
investito il nostro vivere quotidiano. Uomini che non accettino, con supina
rassegnazione, di vedere i propri figli senza un futuro; uomini capaci di
reagire alle menzogne e alle ingiustizie, così come reagirebbero se i loro beni
più cari fossero in pericolo. Uomini capaci di “dignità umana”, dotate di un
valore morale, non riducibile a una funzione meramente pratica e materiale, ma
capace di riconoscere prima di tutto nella solidarietà verso tutti i propri
simili l’assolutezza del bene morale. Se muovi guerra al tuo simile egli pure la
muoverà contro di te.
Purtroppo ciò che vedo è un popolo che con indifferenza
atavica si è talmente assuefatto al brutto che non riesce neppure più a
distinguerlo dal bello!
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