giovedì 19 novembre 2015

A CHI VERAMENTE CONVIENE L’ISIS

Il governo italiano ha raggiunto un accordo con il governo del Kuwait per la fornitura di 28 Eurofighter, caccia da difesa nato dalla collaborazione tra l’Italia (Finmeccanica partecipa quasi al 50%), Regno Unito, Germania e Spagna. L'ammontare del contratto si aggira intorno agli 8 miliardi.

Il Kuwait è un emirato sovrano. Confina con l'Arabia Saudita a sud, con l'Iraq a nord e si affaccia sul golfo Persico. Lo Stato del Kuwait fu il detonatore della prima guerra del Golfo (2 agosto 1990), quando l'Iraq di Saddam Hussein invase il Kuwait. La monarchia fu deposta e al suo posto fu insediato un governatore iracheno (Ali Hassan al-Majid). Saddam Hussein era convinto che l’America non sarebbe mai intervenuta a favore del Kuwait proprio in considerazione della sua funzione antiraniana; gli USA hanno sempre visto  nel regime teocratico iraniano un pericolo per i propri interessi nell'area. Trascurava però un particolare non di poco conto: gli Emirati Arabi Uniti sono uno dei più importanti acquirenti al mondo di armi statunitensi. Perciò, come sovente accade, ubi maior minor cessat, gli americani, dovendo scegliere tra l’amico iracheno e i più importanti soci in affari Emirati Arabi, scelsero questi ultimi. Così come nella favola di Fedro del lupo e dell’agnello, dove il lupo cerca un pretesto qualsiasi per divorare l’agnello, gli Stati Uniti, sotto l'egida dell'ONU, misero su una coalizione composta da 35 stati e penetrarono in Iraq col fine di restaurare la sovranità del piccolo emirato del Kuwait. L’operazione fu presentata al mondo occidentale – che ipocritamente aborre la parola “guerra” – come una “operazione di polizia internazionale”, diretta ad imporre all'Iraq il rispetto del diritto internazionale violato ed il ripristino della sovranità dello Stato del Kuwait. Appare più verosimile ritenere che l'intervento della coalizione anti-irachena, ancorché teso a ripristinare la sovranità violata, trovasse la sua motivazione più concreta nelle risorse di petrolio e nel blocco dei capitali kuwaitiani sulle piazze finanziarie americane, asiatiche ed europee, causato dall'invasione irachena.

Il Qatar è situato nella penisola Arabica. Si affaccia sul golfo Persico e confina a sud sud-ovest con l'Arabia Saudita. Benché sia un paese eminentemente desertico è, insieme al Kuwait, uno dei posti più ricchi del pianeta grazie al petrolio, che contribuisce per l’85% dei suoi proventi da esportazione; gli altri settori che generano reddito per il paese sono il turismo e il settore bancario. È talmente ricco che tutti i suoi cittadini, per il solo fatto di esistere, posseggono una casa donata dall’emirato e ricevono uno stipendio, nonché un pacchetto azionario, senza svolgere alcuna attività.

Il Kuwait e il Qatar sono noti non soltanto per l’enorme ricchezza derivante dal petrolio, lo sono anche perché rappresentano l’epicentro del finanziamento dei gruppi terroristi del Califfato – alias Isis o Is – di al-Baghdādī. Sì, proprio quelli  che hanno seminato il terrore a Parigi lo scorso venerdì. A sostenerlo è David Cohen, sottosegretario americano per il terrorismo e l’intelligence finanziaria. David Cohen ha infatti dichiarato che «Isis ha accumulato un patrimonio senza precedenti (…) ed è l’organizzazione terroristica meglio finanziata di sempre». Secondo il Washington Institute for Near Policy, dal Kuwait e dal Qatar, l’Isis ha ricevuto oltre 40 milioni di dollari negli ultimi due anni.

Nel corso della puntata di Report di domenica scorsa è stato intervistato un certo George Smiley, nome di copertura di un trafficante d’armi italiano, che ha indicato proprio il Qatar come il principale fornitore di armi destinate all’Isis. Dall’intervista emerge come l’Isis sia stato armato dagli occidentali in funzione anti-iraniana, ma poi sia “scappato di mano”, e come anche l’Italia – a sua insaputa – abbia contribuito ad armare l’Isis, armando la Siria di Assad e addestrando le sue milizie che poi sono passate all’Isis.

Partendo dal fatto che i terroristi dell’Isis utilizzano armi e munizioni fabbricati in Usa, Russia e Cina – ben oltre l’80% delle circa 2000 cartucce raccolte sui teatri di guerra portano il marchio Cina, Russia, Serbia e Stati Uniti –, è difficile credere alla seria e ferma volontà dei paesi occidentali di annientare il terrorismo. Pur ammettendo che la Russia, la Cina, la Serbia e gli Usa siano coinvolti indirettamente nella fornitura di armi – Giorgio Beretta dell’Opal (Osservatorio permanente sulle armi leggere) stima che il 90% dei traffici illegali di armi proviene proprio dal commercio legale –, risulta incomprensibile come in seguito all'attacco alle Torri Gemelle non sia stato intensificato il ruolo dell'intelligence nel controllo della filiera nel traffico delle armi. Dobbiamo forse concludere che la sicurezza delle Nazioni occidentali è in subordine rispetto agli interessi, davvero enormi, derivanti dal traffico delle armi?

Il 10 giugno 2009, quando Gheddafi giunse a Roma con la sua grande tenda beduina e lo stuolo di amazzoni reclutate come comitato di benvenuto, 11mila pistole e fucili del gruppo Beretta iniziarono il lungo viaggio dall’Italia verso il paese nord-africano. Non deve essere difficile immaginare in quali mani ora si trovino quelle pistole e quei fucili.

Se in nome degli interessi dei pochi fabbricanti d’armi si deve mettere a rischio la sicurezza di molti, non sorprendiamoci poi se quelle stesse armi vengono rivolte contro di noi. Il business delle armi, con un fatturato mondiale annuo di 1700miliardi, non conosce crisi. Mentre si taglia Stato sociale (sanità, scuola, assistenza, pensioni, ecc.), le risorse per il comparto militare continuano a crescere ovunque. La quantità di soldi dei contribuenti che sono finiti nelle spese militari è aumentata complessivamente di oltre il 50% nel decennio dal 2001 al 2011, ovvero dopo l’attacco alle Torri gemelle, senza però che questo enorme investimento abbia prodotto risultati apprezzabili nel contenimento degli attacchi terroristici e dei conflitti internazionali. Al contrario, gli episodi bellicosi e terroristici in ogni parte del mondo sono aumentati e nessun governo, né di destra né  di sinistra, riesce a darci una spiegazione convincente del perché per costruire la pace, bisogna creare la guerra.

L’argomento scottante, se non controverso, è perché le spese militari non sono un costo per i contribuenti, ma lo sono le spese per la sanità, l’istruzione, la ricerca, la previdenza, l’assistenza ai meno abbienti, ecc. ecc.? Noi italiani non possiamo più permetterci di ignorare ancora il problema, specie quando le risorse sono scarse e quelle poche, anziché andare al risanamento delle casse dello Stato, vengono convogliate in costosissime macchine da guerra e nel mantenere in vita un mastodontico esercito di 180.000 uomini. Forse, smettere di fare la guerra ci aiuterà a risanare il debito pubblico meglio di qualunque altro taglio alla sanità, alla scuola, agli enti locali o alle pensioni. Il pesante fardello economico imposto ai cittadini italiani per l’acquisto degli ormai famosi F35 caccia da combattimento, la cui inefficacia pur essendo stata più volte comprovata, non ha impedito al Ministero della Difesa italiano di acquistarli, per un budget complessivo di circa 13 miliardi di euro, non trova giustificazione alcuna. Quale buon padre di famiglia taglierebbe il budget di spesa destinato alla salute e all’istruzione dei propri figli per acquistare una Mercedes classe S?

Né l’uso delle spese militari per rilanciare la produzione e l'occupazione, a detrimento delle altre forme di investimento, trova seguaci tra i maggiori economisti mondiali: Paul Krugman, premio Nobel per l'economia, ha stigmatizzato tale scelta per affrontare la crisi, destinata a favorire solo l’interesse di ristretti gruppi economici che, strumentalizzando valori patriottici e la difesa dei nostri valori, quali libertà e democrazia, puntano in realtà a divenire sempre più ricchi e potenti.

Il vizio antico e raffinato delle moderne democrazie, nell’era della comunicazione di massa e istantanea, è quello di riuscire a far credere a una massa di incolti opportunamente allevati che “un elefante può stare tranquillamente sospeso su uno strapiombo attaccandosi con la coda ad una margheritina”. Come giustificare altrimenti le decisioni imposte a milioni di individui in campo politico ed economico?

Come favorire le lobby delle armi? Semplice, inventarsi un nemico, una bella guerra e il gioco è fatto. Spero che qualche lettore abbia visto il magistrale film “Sesso & potere”, in cui, per nascondere all’opinione pubblica una scappatella sessuale del presidente in carica, si crea un finto attacco degli Stati Uniti all’Albania, accusata di dare ospitalità ad alcune cellule terroristiche che minacciano la sicurezza americana. Così, in nome della sicurezza, la classe politica può far facilmente digerire all’opinione pubblica, che non si accorge del raggiro, le spese militari.

Come favorire le lobby finanziarie? Semplice, scaricando l’enorme debito dalle banche agli Stati, (s)vendendo poi ai privati beni pubblici e attuando una politica del rigore economico.

Come favorire le lobby del petrolio? Semplice, alimentare il terrorismo e i conflitti nelle zone ricche di petrolio. Questo giustificherà l’intervento armato nelle zone interessate, finalizzato a presidiare i pozzi petroliferi dei magnati del petrolio: profitti privati, ma costi collettivi.

Come favorire le lobby industriali? Semplice, mettendo in moto esodi di massa, spinti dalla fame o dalla paura, e creando così un esercito industriale di riserva. Quindi stimolare l’ennesima guerra tra poveri (se non c’è lavoro è perché gli immigrati lo portano via …), quindi usare i più poveri per abbassare al loro livello i meno poveri.

Io credo che se noi popolo non ci facciamo un po’ più furbi e colti, corriamo il rischio di trovarcelo davvero sfondato il c..o.

1 commento:

  1. Ciao, Antonio , come al solito i tuoi articoli sono un condensato della drammatica realtà. Ho appena finito di leggere un saggio di Edgar Morin " manifesto dell' educazione" , che ti consiglio vivamente, il settimo capito è dedicato alla comprensione, quale dinamica indispensabile per un cambio radicale dei nostri destini. Sono sicuro che ti piacerà. Ti mando un affettuoso saluto ringraziandoti sempre per l'impegno e per le occasioni di riflessione che mi regali. Ugo

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